Mio marito pensava di salvare sua madre. E il nostro matrimonio…

8 ottobre 2023

Stamattina, seduto al tavolo della cucina nel nostro piccolo appartamento di Torino, guardavo le bollette e i fogli sparsi sul tavolo. I numeri sul mio portafoglio parevano non cambiare mai, anche se li controllavo mille volte. Affitti, spese per la spesa, abbonamenti dei mezzi, vestiti per Marta la nostra ragazza cresce a vista docchio, ormai le magliette le stanno strette dopo pochi mesi. Ho spostato le fatture e mi sono passato una mano tra i capelli. Il telefono sul tavolo ha vibrato per un messaggio. Era il professor Lombardi, il tutor di matematica: «Signor Conti, la ricordo che entro il 5 bisogna saldare la quota per settembre. Sono 350 euro. Grazie».

Trecentocinquanta euro. Ho chiuso gli occhi e ho respirato a fondo. Dove prenderli, se con tutte le spese obbligatorie ce ne restano di malapena centocinquanta a fine mese? E poi bisogna comprare ancora quaderni, penne, uno zaino nuovo a Marta. Il vecchio si è praticamente strappato tutto.

Ho sentito la chiave girare nella porta dingresso. Valerio è tornato dal lavoro. Ho sentito quando si è tolto le scarpe, appeso il giubbotto nellanticamera. È entrato in cucina, ha lasciato la borsa sul tavolo e ha tirato fuori una busta con dei soldi. Senza guardarmi, ha contato tre mazzette da cento euro e le ha messe da parte.

Sono per la mamma, ha detto a bassa voce. Col resto arrangiati come al solito.

Mi si è spezzato qualcosa dentro. Forse lultimo filo di pazienza che ancora tiravo avanti.

Vale, ho detto tranquillo, ma decisa. Servono i soldi per Lombardi. Trecentocinquanta euro per settembre.

E dove li prendo? Si è girato verso di me, e negli occhi aveva solo stanchezza, non sorpresa né pietà. Vedi anche tu quantè rimasto.

Lo so. Lo vedo da anni. Mi sono alzata dal tavolo. Ogni mese dai a tua madre trecento euro. E a nostra figlia non riesci a destinare neanche la metà.

Antonella, ti prego, non adesso, si è passato le mani sulla faccia. Ho avuto un turno pesante. Sono sfinito.

E io non lo sono forse? la voce mi tremava. Non sono sfinita a fare i conti ogni sera? A risparmiare su tutto, mentre tu regali metà dello stipendio a tua madre, che comunque ha la pensione?

La pensione è solo 500 euro! ha alzato la voce Valerio. E di questi, 300 vanno per laffitto! Come vive con gli altri 200? Con laria?

E noi come viviamo? ho fatto un passo verso di lui. Nostra figlia non supererà lesame senza il tutor! Ha bisogno di istruirsi, di un futuro e il futuro è adesso, non tra dieci anni!

Mia madre mi ha cresciuto da sola! ha gridato. Da sola! Quando mio padre è andato via lei aveva 36 anni e faceva due lavori per farmi studiare, diventare ingegnere! Le devo tutto

E per questo Marta deve pagare il tuo senso di colpa verso tua madre? sentivo le lacrime alla gola. Lei deve rinunciare a tutto per questo debito che senti?

Non è un debito! È solo normale umanità! Valerio ha preso la busta con i soldi della madre e se lè infilata in tasca. Vuoi forse che muoia di fame? Sei egoista!

Egoista? Sono indietreggiata come se mi avesse colpita. Io, che da tre anni lavoro in biblioteca con stipendio misero? Io, che rattoppo i vestiti a Marta e mi compro scarpe nuove una volta ogni due anni? Sono io legoista?

Non capisci! ha preso la porta È anziana, malata, sola. Non ha nessuno tranne me! Voi avete me.

Davvero? gli ho chiesto di spalle, piano. Mi pare che sei solo una macchina che guadagna e porta metà tutto a sua madre.

Valerio si è fermato, ma non si è girato.

Non posso abbandonarla, ha detto cupo. Non posso. E non lo farò.

Poi si è rinchiuso in bagno. Mi sono lasciata ricadere sulla sedia, il viso tra le mani. Ho pianto in silenzio, senza che Marta, la cui stanza è lì accanto, potesse sentire.

Ma mia figlia non dormiva. Era seduta sul letto, la schiena contro la parete, aveva sentito ogni nostra parola. Si stringeva le ginocchia al petto, il viso affondato tra le braccia. Sentiva colpa, dolore. Litigavamo per lei, per il tutor che le serviva, per soldi che non bastavano mai.

Le venne in mente di quando, un anno fa, aveva chiesto a suo padre un cellulare nuovo. Il vecchio era ormai rotto, la batteria non durava nemmeno mezzora. Lui laveva guardata stanco: «Resisti ancora un po, piccola». Lei resistette. Sei mesi, finché io, con qualche risparmio, le comprai il modello più economico. La sua gioia, i miei occhi lucidi.

Non voleva essere un peso. Forse poteva proprio rinunciare al tutor? Avrebbe studiato da sola, magari trovando delle video-lezioni su internet. Magari ce la avrebbe fatta.

La mattina dopo, a colazione, ho servito il porridge in silenzio. Valerio era dallaltra parte del tavolo, scorreva La Stampa ma non leggeva sul serio. Marta mescolava la ciotola senza guardare.

Mamma, ha detto a bassa voce. Non serve il tutor. Mi preparo da sola.

Mi sono bloccata con il mestolo in mano. Le ho guardato le spalle sottili, il viso abbassato, e sentivo il cuore stringersi.

Ascolta, ho provato a risponderle.

Davvero, mamma. Ci provo da sola. Mi ha guardata con uno sguardo così determinato, così adulto, che mi è mancato il fiato. Non litigate per colpa mia.

Non è colpa tua, ho detto subito.

No, certo che non è per te, ha aggiunto Valerio. Troveremo una soluzione. Giuro.

Come? Marta non era arrabbiata, solo esausta. Papà dà i soldi alla nonna. Mamma guadagna poco. Come farete?

Valerio ha aperto la bocca, poi ha taciuto. Io ho sentito di nuovo le lacrime in gola. Mi sono voltata, facendo finta di girare la pappa.

Dopo colazione Marta è andata a scuola, Valerio a lavoro. Sono rimasta sola. Ho ripreso in mano la calcolatrice. Magari, riducendo la spesa? Più pasta e riso, meno carne. Ma una ragazzina in crescita non può nutrirsi sempre così. Forse dovrei cercare un secondo lavoro? Già adesso arrivo stremata a fine giornata.

Ho chiamato la mia amica, Paola.

Paolè? Posso passare da te?

Mi ha aperto accogliendomi con una tazza di tè e uno sguardo pieno di premura. Mi sono sfogato. Le ho raccontato della discussione, di mia figlia e di questa sensazione di non sapere più che scelta fare.

Sceglie sempre tra tua madre e vostra figlia, e sempre tua madre, ha detto Paola piano. Hai mai provato a parlare direttamente con la signora Teresa? Magari non sa come siete messi.

Lo sa, ho sorriso amaramente. Valerio le dice tutto.

Allora mettilo davanti a una scelta, mi ha preso la mano tra le sue. O riduce la cifra o te ne vai.

Non posso, ho scosso la testa. Non posso chiedere un ultimatum. È sua madre. Capisco quello che ha fatto per lui Ma quanto dobbiamo soffrire ancora noi?

Ma è giusto che voi soffriate così? Non si può andare avanti Paola era desolata.

Ha ragione, è un vicolo cieco. Sono tornato a casa ancora con quella domanda: «Che fare?».

Mi sono ricordato di quando ci siamo sposati. Valerio era tenero, accudente. Sembrava che il nostro futuro fosse tutto da costruire insieme. Con la nascita di Marta la felicità era perfetta nella sua difficoltà. Poi la mamma di Vale è andata in pensione; la sua pensione non bastava. Allinizio chiedeva poco. Cinquanta euro, cento e col tempo, sempre di più. Trecento euro fissi ogni mese, quasi metà dello stipendio. Restavano appena quattrocento per tutto. Era impossibile.

Aiutare i genitori, certo, è un dovere, ma quando toglie il futuro ai propri figli? Quando impedisce listruzione di Marta?

Mi sono convinto: voglio parlare con Teresa.

Il mattino seguente, quando Valerio e Marta erano fuori, ho preso lautobus e sono andato da sua madre. Quinta, senza ascensore, zona Aurora. Lappartamento era minuscolo, vecchio, arredato con dignitosa povertà. Teresa era piccola, curva, in una vestaglia datata. Lho trovata sospettosa.

Antonella? Cosa è successo? Va tutto bene con Valerio?

Sì, va tutto bene. Posso entrare? Devo parlarle.

Mi ha fatto accomodare senza togliere la diffidenza dallo sguardo.

Di cosa si tratta?

Dei soldi. Di quelli che Valerio le dà. Trecento euro ogni mese.

E allora? Mio figlio mi aiuta, non le dispiace?

No, signora. Ma noi non ce la facciamo più. Marta cresce, serve un tutor privato, costa trecentocinquanta euro al mese. Non li abbiamo.

E che centro io? Gestite male le finanze, ha scattato.

Come le gestisco, se metà stipendio se ne va da lei? Lei ha la pensione!

Cinquecento euro! Trecento di affitto! Con il resto come vivo? Sono malata, mi servono medicine! Vede? mi ha indicato il tavolo pieno di flaconi. Solo il Cardiosan costa cinquanta euro! E lo devo prendere ogni giorno!

Ma anche Marta ha diritto di vivere bene! Ha quindici anni! Ha diritto di studiare!

Io ho dato la vita per mio figlio! si è accesa. Due lavori, notti insonni, sacrifici perché diventasse qualcuno! Ora lei viene a dirmi come devo vivere?

Non glielo dico. Solo, cercavo comprensione. Per Valerio dovrebbe esserci anche la nostra famiglia. Il matrimonio si sta distruggendo, Marta si sente colpevole. Non è normale.

Allora? Dovrebbe lasciarmi? Morire in miseria?

Il dovere verso i figli non dovrebbe togliere quello verso i nipoti, ho sussurrato.

Voi giovani oggi trovate sempre un lavoro nuovo. Io, ormai, sono agli ultimi anni della mia vita

Mi sono alzato. Il dialogo finiva lì.

Mi dispiace di aver disturbato, ho detto andandomene giù per le scale. Pioveva ancora, e nessun problema era stato risolto solo peggiorato.

Quella sera Valerio è tornato scuro in volto.

Sei stato da mia madre?

Sì.

Perché?

Per parlare.

Di che?

Dei soldi.

Ha chiuso gli occhi, sconfitto.

Non dovevi.

Ne ho diritto, mi sono alzato in piedi. Sono tua moglie, madre di tua figlia. Ho diritto di parlare di ciò che riguarda la nostra vita.

Lhai fatta piangere, mi ha detto. Mi ha chiamato mentre lavoravo. Dice che vuoi che la lasci.

Non voglio che tu la lasci, ero esausto. Voglio solo che apri gli occhi. Non ce la facciamo più. Ogni notte non dormo per lansia dei soldi, non ne posso più.

E io? Pensi sia facile anche per me? Ha alzato la voce. Sono diviso in due. Ma non posso abbandonare mia madre!

Cosa è più importante? La tua famiglia o i tuoi genitori? ho chiesto piano. Lui ha abbassato le spalle, senza dire una parola. Non aveva risposte. O forse aveva paura di darne.

I giorni passavano e in casa cera un silenzio sempre più denso. Marta cercava di studiare da sola, a volte fino a tarda notte. La matematica però non andava. Senza tutor era troppo difficile, ma non chiedeva nulla: non voleva peggiorare latmosfera.

Ho trovato un annuncio per un tutor più economico. Venticinque euro a lezione, anziché cinquanta. Ho provato, ma era una studentessa giovane, troppo inesperta. Non poteva aiutare davvero.

Tornato a casa, con i conti in mano, sentivo che nessun compromesso era possibile. Non cera una via duscita tra i trecento euro per Teresa e i trecentocinquanta per Marta.

Settembre era vicino. Presto Lombardi avrebbe chiesto il pagamento.

Una sera, mentre Valerio era in bagno e Marta in camera, sono rimasto in cucina a fissare il vuoto. Pensavo a quando ci siamo conosciuti. Lui aveva ventotto anni, io ventisei. Era venuto a cercare un manuale in biblioteca, avevamo chiacchierato, poi ci siamo presi. Sei mesi dopo sposati.

Mi diceva spesso: «La nostra famiglia sarà la cosa più importante». Cosa era successo? Si era trasformato poco a poco, col passare degli anni, quando aveva perso il patrigno che aiutava Teresa, quando sua madre aveva iniziato a chiamarlo ogni giorno, a chiedere, a piangere, a pretendere. Lui si sentiva in debito. Troppo, fino a lasciarci senza respiro.

Ma la responsabilità non è solo verso chi ci ha cresciuti, ma anche verso chi abbiamo generato.

Valerio è uscito dal bagno e si è seduto di fronte a me, in silenzio. Dopo un po’ ho rotto il ghiaccio.

Vale, facciamo un calcolo. Da quanto tempo aiuti tua madre?

Otto anni, mi ha risposto basso.

Otto anni, trecento euro al mese. Mi sono messo a sommare. Quasi ventinovemila euro. Con questi soldi potevamo comprare qualcosa di meglio, investire negli studi di Marta, vivere più serenamente.

Vuoi dire che ho sprecato? Che mia madre non li meritava?

No, tu hai fatto il tuo dovere. Forse ora è il momento di pensare a noi.

Lui si era rabbuiato.

E se non ce la fa a vivere con la metà?

E noi ce la facciamo? ho sussurrato. È il nostro matrimonio, la vita di nostra figlia.

Lui è rimasto zitto. Marta si era spenta la luce, evidentemente distrutta.

Ho guardato fuori: il vento tra gli alberi, un cane che abbaiava lontano. Dentro casa nostra intanto imperversava una tempesta.

Se non decidi tu, ho detto, decido io.

Cosa vuoi dire?

Lascerò la biblioteca. Troverò un impiego migliore. Non mi importa dove: commessa, corriere, donna delle pulizie. Ma Marta il suo tutor lo avrà.

Ma hai solo un diploma da bibliotecaria, hai quarantanni

Proverò comunque. Basta resistere così.

Quella settimana lho passata a cercare annunci online durante i miei turni. Alla fine, una catena di elettrodomestici cercava personale: turni di dodici ore, due giorni sì e due no, venticinquemila euro al mese. Ho mandato il CV.

Mi hanno chiamato due giorni dopo, il responsabile era una ragazza giovane e sbrigativa.

Esperienze precedenti nella vendita?

No, ma sono veloce ad imparare.

Ok. Sinizia la settimana prossima, porti i documenti il lunedì.

Sono tornato a casa stremato solo dal pensiero, ma senza alternative.

Ho chiamato Valerio.

Ho trovato lavoro in un negozio. Turni lunghi, venticinque al mese.

Sei sicura?

Non posso aspettare che qualcun altro decida per me.

Allora… hai già deciso tu.

Sì.

Gli ho chiuso la chiamata. Era solo un rattoppo, non la soluzione. Ma mi sembrava almeno di non buttare la mia forza nel vuoto.

Sabato, Valerio ha preparato come al solito il denaro per la madre. Io lho guardato mentre si infilava la giacca.

Vai?

Sì.

Darai a tua madre trecento euro, come sempre.

Sì.

Mi sono voltato verso di lui.

Mentre io mi spacco la schiena dodici ore in piedi per nostra figlia, perché tutto ciò che guadagni tu va a tua madre.

Lui si è fermato, la busta in mano.

Antonella, io

Vai pure. Non ti trattengo.

Se nè andato. Mi sono seduto sul divano, in silenzio. Poco dopo Marta è uscita dalla sua stanza.

Mamma, non serve che lavori anche tu ci provo davvero, studio da sola.

No, lho abbracciata. Meriti di meglio. Un’istruzione è tutto. Io ci sarò per darti questa possibilità.

Lei mi ha stretto, Ma tu ti stai stancando troppo.

Va bene, resisterò.

Abbiamo restato abbracciati. Sembrava lunica cosa certa.

Valerio è tornato tardi. Come sta? gli ho chiesto per rompere il silenzio.

Male. Ha bisogno di nuove medicine, novanta euro a scatola.

Non ho detto niente.

Piangeva, ha proseguito, mi ha detto che non vuole essere un peso, che preferirebbe morire.

E tu?

Le ho detto che non la lascerò mai.

Non è cambiato nulla allora.

Io non posso cambiare, ha risposto disperato.

Io sì, ho detto. Per Marta devo cambiare.

E me ne sono andato a letto.

La settimana dopo il nuovo lavoro ha cominciato. Una collega cinquantenne mi ha spiegato: «Qui serve tanta pazienza e sorriso, impara tutto presto». Tornavo a casa la sera col fiatone, le gambe pesanti e la testa in fiamme. Valerio e Marta avevano già cenato. Marta mi ha portato una tazza di tè la gratitudine nei suoi occhi mi commuove ogni volta.

Così è passato settembre. Poi ottobre, novembre. Ho preso la prima busta paga, ventottomila euro. Finalmente ho potuto pagare Lombardi, il tutor. Marta ha iniziato le lezioni, tornava contenta. Finalmente sperava di farcela.

Ma tra me e Valerio il gelo non passava. Parlavamo solo delle spese: «Hai pagato la luce?», «Hai preso il pane?», stop.

A dicembre Teresa è stata ricoverata per un infarto. Valerio è tornato correndo.

Devo andare in ospedale. Rischiamo che non ce la faccia.

Vai, ho risposto piano.

Quella notte ha dichiarato: Ci vuole un intervento, costa tremila euro. Se aspetto i tempi dellASL, magari non ce la fa.

Fai pure il prestito, ho detto io. Ne abbiamo già due, che sarà un altro?

Valerio era disperato, ma era giusto così. Era pur sempre sua madre, anche se il peso di tutto ricadeva sempre sulle nostre spalle.

Dopo lintervento, Teresa era ancora più fragile. Valerio proponeva di trasferirla a casa nostra. Gli ho risposto subito: No, una badante, il nostro equilibrio è già troppo fragile.

Sei senza cuore.

Sì, forse sì. O solo stanca. Scusami.

E così la badante aggiungeva cento euro alle uscite fisse. Delle settemila euro mensili dello stipendio di Valerio, tremila alla madre, mille alla badante, mille per le rate dei vari prestiti: restavano duemila per tutti noi. Tutto il mio stipendio era già impegnato tra tutor privato, spesa e bollette.

Le discussioni erano ormai quotidiane.

Ci servono soldi per…

Non ci sono.

Ma sono necessari!

Non ci sono!

A gennaio Marta ha fatto la prova desame ed è andata bene. Lombardi ha detto che se prosegue così sarà dei primi. Ho pianto di sollievo.

Febbraio, marzo: casa, lavoro, tutor, in una routine che appariva senza uscita. Solo stanchezza e bollette.

Ancora una volta Valerio, appena preso lo stipendio, preparava la solita busta per la madre.

Ancora? ho chiesto con voce rotta.

Che altro posso fare?

Almeno stavolta falle avere la metà, per una volta pensa a noi! Alla nostra figlia, alla nostra casa! Siamo al limite del divorzio!

Valerio è impallidito.

Vuoi divorziare?

Non lo so ho lasciato la busta sul tavolo. So solo che così non si può più.

Porterò solo centocinquanta euro, mentirò dicendo che il lavoro mi ha pagato in ritardo.

Tutto tornerà punto e a capo il mese prossimo.

Lo so, ma non so che altro fare.

Ha passato il resto della sera muto. Lindomani è andato dalla madre con la metà del solito, tornando ancora più abbattuto. Piangeva, mi ha detto. Sostiene che non potrà comprare tutte le medicine.

Non ho risposto.

Primavera: ultimi mesi di studio per Marta. Si impegnava, ce la metteva tutta. Sopportavo perché sapevo che almeno questo aveva senso.

A giugno: maturità. Marta ha superato la matematica con voti ottimi. Era abbastanza per sperare nelluniversità. Lho stretta a me tra le lacrime. Avevamo sofferto tanto, ma ce lavevamo fatta almeno con lei.

Poi, di nuovo la solita routine. Valerio preparava la busta. Porto a mamma duemila euro. Le medicine aumentano.

Va bene. Porta.

Non ho più protestato. Avevo finito le forze. Era diventata la nostra realtà, inevitabile come la pioggia.

Valerio, infilando la giacca per uscire, alla porta si è fermato.

Anto…

Dimmi.

Scusami.

Di cosa?

Di tutto.

Non ho risposto. Ha chiuso la porta dietro di sé. Mi sono seduto e ho posato la testa tra le mani. Marta è venuta ad abbracciarmi.

Andrà meglio, mamma, mi ha detto.

Sarà davvero così? Non posso saperlo. So solo che domani dovrò di nuovo alzarmi presto, lavorare, fare i conti e vedere come tenere tutto insieme. E andare avanti, perché così è la vita.

Oggi, alla fine, ho imparato che nella famiglia italiana, il filo tra il dovere verso i genitori e quello verso i figli è sottilissimo. Si rischia sempre di spezzare qualcosa nellanima o nella casa. Forse non esiste la scelta giusta. Esiste solo la speranza che chi ci sta accanto, un giorno, trovi la forza di scegliere per tutti. E che, nonostante tutto, continuiamo a resistere insieme.

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Mio marito pensava di salvare sua madre. E il nostro matrimonio…
Quando è tornato dal lavoro, il gatto era sparito.