La maledizione della vecchia casa abbandonata

«La casa maledetta»

Siamo arrivati! Forza, scendete! il camionista fermò il mezzo davanti a una vecchia staccionata di legno, spegnendo il motore.

Beatrice sfiorò dolcemente la spalla della figlia, Lucilla, che dormiva profondamente con la testolina poggiata su di lei.

Tesoro, siamo arrivati. Su, apri gli occhietti.

La piccola si stropicciò il volto con il pugnetto e guardò fuori, cercando di intravedere la casa.

Mamma, davvero abiteremo qui adesso?

Sì, amore mio. Andiamo! Dobbiamo scaricare le cose e vedere comè allinterno.

Beatrice scese dal camion e prese in braccio Lucilla. Dal retro del furgone apparve Giulio, lex marito, che era arrivato con la propria auto.

Tutto bene?

Sì. Dove sono le chiavi?

Eccole, rispose lui, porgendole il mazzo. I documenti della casa sono sul tavolo, li trovi lì. Sabato passo a prendere Lucilla, come ci siamo detti.

Va bene.

Ti do una mano coi bagagli e poi vado, ho un sacco di cose da fare.

Beatrice annuì. Aveva ancora il cuore in tumulto, ma, consapevole che ormai non si poteva tornare indietro, si impose di andare avanti a testa alta.

Lei e Giulio erano stati sposati cinque anni. Un mese prima, Beatrice aveva scoperto che suo marito aveva unaltra donna. E non si trattava di una semplice scappatella Sembrava che facesse sul serio, con un progetto di famiglia.

Allinizio, Beatrice si sentì trasportata in una dimensione parallela, dove tutto appariva opaco e distante. Come si va avanti dopo? Come si sopravvive a una simile doccia fredda? Non riusciva proprio a pensare al futuro. Solo il giorno prima aveva una casa sicura, un marito affidabile e una vita in equilibrio. Ora, tutto era svanito nel nulla. E insieme a tutto il resto, era scomparsa anche la sua fiducia nel prossimo. Se persino chi le era più vicino aveva potuto tradirla senza scrupoli, cosa aspettarsi dagli altri? Eppure lei e Giulio avevano sempre vissuto in pace, raramente litigavano, comunicavano sempre Proprio per questo, non si era accorta di nulla!

La notizia fu per lei una vera batosta, che la lasciò senza forze.

Continuò a occuparsi della casa e della figlia meccanicamente: cucinare, pulire, lavorare. Ma non riusciva a raccogliere i pensieri, e figurarsi a pianificare il futuro.

Lappartamento dove vivevano era dei genitori di Giulio. Beatrice, invece, aveva solo una zia anziana zia Lidia che abitava nella città vicina: lunico familiare rimasto. Andava a trovarla quando poteva, ma sottopagava anche la vicina affinché facesse la spesa e la aiutasse con le medicine. Leredità dei suoi genitori, una piccola casa, la dava in affitto; laffitto veniva spartito fra lei e il conto riservato alla zia. Avrebbe voluto convincere Lidia a trasferirsi più vicino, ma la zia aveva sempre rifiutato.

Quando Giulio confessò tutto, era ormai impossibile nascondere la situazione: anime pie avevano riferito tutto a Beatrice. Così, una sera dopo che Lucilla era andata a dormire, la chiamò in cucina.

So che ormai sai tutto. Non cerco scuse. È successo. Abbiamo una figlia, dobbiamo pensare a come proteggerla da questa storia. Hai già pensato a cosa farai?

Non lo so ancora Beatrice stringeva la tazza tra le mani, fissando il tavolo, stravolta dalle emozioni.

Dentro, uno tsunami di domande domava: Perché?, Per quale motivo?. Ma fuori, nulla traspariva. Non voleva mostrare il suo dolore a Giulio. Respirava a fatica, ma aveva ragione: bisognava mettersi nei panni della figlia.

Forse dovresti annullare il contratto con gli inquilini

No, lascia perdere. È colpa mia, anche nei confronti di Lucilla. Ho parlato coi miei genitori. Beatrice, cosa ne pensi di trasferirti nella casa che mia madre ha qui vicino? È un po vecchia, bisognerà sistemarla, ma è solida e calda. E tua zia Lidia sta sulla strada parallela, mi pare. Mia madre vorrebbe intestare la casa a te e Lucilla. Ti va?

Per farmi un favore? sogghignò Beatrice, meditandoci su.

In realtà, sarebbe stato il miglior compromesso. Non voleva di certo incontrare Giulio e la sua nuova compagna in giro. Tutto il quartiere, ogni angolo, le ricordava la vita passata e ora diventava motivo di sofferenza.

Ora doveva guardare avanti, pensare a sé e, soprattutto, a Lucilla.

Che ci perdeva? Il paese era piccolo, ma cerano scuola, medico e la zia vicina, un aiuto imprescindibile. Lucilla era ancora piccola e servirà un occhio costante. Era improbabile che Giulio si occupasse di loro come prima, quindi Beatrice avrebbe dovuto cercare lavoro.

Accetto, esclamò con decisione.

Perfetto! Domani parli con mia madre per fissare dal notaio. Ti chiama lei. Io vado.

Prima di uscire, Giulio si bloccò sulla soglia e, senza guardarla, sussurrò:

Perdonami! Non volevo che andasse così.

Beatrice non rispose. Chiuse la porta, crollò lungo il muro e, mordendosi il maglione per non svegliare la figlia, pianse in silenzio.

Non era un pianto, era quasi un urlo di dolore. Da piccola aveva visto un documentario sui lupi e, in quel momento, si sentiva come una lupa ferita.

Pianse a lungo. Poi, come se con le lacrime fosse uscita tutta la rabbia, percepì solo un vuoto bruciante nellanima. Un pensiero però si faceva strada: doveva trovare qualcosa di buono per riempire quel vuoto, altrimenti sarebbe rimasta intrappolata nel baratro della disperazione per sempre.

Passarono settimane difficilissime, in cui pensava solo al trasloco e a tutto ciò che ne derivava.

Ed eccola, davanti al cancello storto della nuova casa, a osservare un vecchio giardino selvaggio che nasconde quasi tutta la casa. Solo un pezzetto di tetto e la veranda spuntavano tra i rami.

Lucilla la prese per mano:

Mamma, cosa aspetti? Vieni!

Entrarono nel giardino, superarono un vecchio melo e finalmente videro la casa. Anzi, il Casale, pensò Beatrice. Vecchiotto, sì, ma solido, con una mansarda in legno e una veranda colorata. Immerso nel giardino autunnale, sembrava una cartolina. Beatrice prese subito la macchina fotografica e scattò qualche foto. Guardando la loro nuova casa, si rese conto che in fondo le piaceva molto, e che la mole di lavori necessari era esattamente ciò di cui aveva bisogno per rimettersi in piedi. Lucilla, con la bocca aperta e il dito in bocca, non riusciva a distogliere lo sguardo. Beatrice le sfiorò il pompon del cappellino:

Togli il dito di bocca, monella! Ti piace la casetta?

Mammaaa, è bellissima!

Concordo. Ora vediamo dentro e pensiamo a dove dormirai.

Sì! Andiamo!

Salirono i gradini, attraversarono la veranda e entrarono.

Un corridoio spazioso, due camere e una cucina al piano terra, più la mansarda e un’ampia sala con un vecchio lampadario decorato da uno scialle di lana tricotato a mano. Laria era umida nessuno aveva acceso il riscaldamento da tempo eppure Beatrice percepiva una strana sensazione di tepore e accoglienza.

Bea! Ho scaricato tutto e pagato i traslocatori, disse Giulio affacciandosi. Vieni che ti mostro caldaia e riscaldamento.

Dopo le spiegazioni, Giulio la salutò e se ne andò.

Beatrice si diresse in cucina.

Mise a bollire lacqua, estrasse i contenitori con il pranzo e preparò da mangiare per Lucilla. Intanto, iniziò a pulire il tavolo. Lambiente era piccolo ma luminoso; due grandi finestre guardavano sul giardino. Lucilla sedeva a gambe pendule, osservando i mobili e il lampadario colorato.

Allimprovviso un colpo secco alla finestra. Lucilla urlò, Beatrice sobbalzò. Sul davanzale troneggiava un grosso gatto rosso.

Accidenti! Devi proprio spaventare così? si riprese Beatrice. Lucilla, guarda che bel gattone!

Il gatto la fissava immobile.

E cosa mi guardi? Dai, entra adesso che ci sei Ti troverò qualcosa da mangiare.

Il gatto scese dal davanzale e sparì.

Che ospitalità sorrise Beatrice. Lucilla, a lavarsi le mani, si mangia!

Ma voltandosi, Beatrice si bloccò. Sulla soglia cera il gatto.

Ma come sei entrato? Avevo chiuso la porta!

Il gatto rimaneva impassibile, osservandole con occhi gialli, perfettamente a suo agio.

Beatrice prese un pezzo di pollo dal contenitore, lo mise su un piattino:

Vieni, assaggia!

Il gatto, con la solennità di un re, si avvicinò al boccone e iniziò a mangiare.

Controllando la porta, Beatrice notò una piccola apertura: una gattaiola daltri tempi. Ecco come era entrato, il furbone.

Ritornò in cucina e trovò Lucilla seduta per terra, che raccontava qualcosa al gatto. Lui sembrava ascoltare. Beatrice, per la prima volta dopo tanto tempo, rise di cuore:

Che chiacchieroni!

Madre e figlia si voltarono insieme, e sembrò per un attimo che anche il gatto scrollasse le spalle come Lucilla.

Qualcuno bussò. Beatrice fece cenno a Lucilla di rimanere lì e andò ad aprire.

Buongiorno! Sono la tua vicina. Mi chiamo Paolina, ma tutti mi chiamano zia Lina. Tieni, disse porgendole un bottiglione di latte fresco, dalle mie capre! Bevetelo con salute!

Buongiorno! Beatrice, sorpresa dallenergia dellaltra, rammentò di essere educata. Io sono Beatrice. Piacere di conoscerla! Wow, è ancora caldo! Grazie mille, entri pure!

Zia Lina non si fece ripetere linvito.

Beatrice mise il latte sul tavolino, Lucilla si voltò:

Buongiorno! Io sono Lucilla.

Piacere, io sono zia Lina.

Signora, sa per caso di chi è questo gatto?

E come no? È il mio teppista! Si chiama Gennaro. Se mangia troppo, caccialo via: a casa sua non gli manca niente! Altrimenti diventa pigro e non caccia più topi.

Ci sono i topi? Lucilla spalancò gli occhi.

Eccome, bambina. Pure qui ce li avete. Soprattutto in autunno. Quindi

Mamma, dobbiamo per forza avere un Gennaro! Cioè, il nostro gatto!

Beatrice sorrise.

Aspetta, Lucilla. Vediamo. Zia Lina, conosce qualcuno che possa aiutarmi a sistemare il giardino e la casa? Da sola non ce la faccio Ho bisogno di un uomo di buona volontà.

Certo! Vai da Mario, vive tre case più in là, quello col cancello verde. Sa fare tutto, è onesto.

Grazie! Le va di prendere un tè con noi? Ho biscotti e qualche cioccolatino.

Volentieri! rise zia Lina.

Beatrice e la vicina chiacchierarono bevendo tè. Lina raccontò storie sul paese e poi chiese:

Bea, comè che sei finita proprio qui?

È una lunga storia, la casa è venuta in eredità, rispose Beatrice, provando a non lasciar trapelare il proprio dispiacere.

Lo sai che è da almeno ventanni che qui non vive nessuno? I giovani ormai se lo sono dimenticato, ma i vecchi ricordano che questa casa è sempre stata un po strana.

Mi sta spaventando! Cosha di strano? È successo qualcosa?

Niente di grave, non preoccuparti! Solo che nessuno ci ha mai vissuto a lungo. Dopo poco, chi una malattia, chi una perdita in famiglia, chi non trovava la felicità ecco perché la chiamano maledetta. La costruì un tempo un ricco mercante per la futura sposa, ma lei morì poco dopo il matrimonio, presa da una febbre che nessuno seppe curare. Lui vendette tutto e se ne andò, e la casa cambiò spesso proprietario, ma nessuno ci ha mai vissuto felicemente a lungo. La casa avrà quasi cento anni. Lhanno ristrutturata più di una volta, ma niente chissà perché.

Beatrice rigirava il cucchiaino pensierosa.

Interessante Ma ormai è così. Vedremo! si scosse, decisa. Noi due siamo coraggiose, vero Lucilla? Non ci facciamo spaventare tanto facilmente! E poi, vedremo cosha davvero di speciale questa casa.

Passarono alcuni mesi.

Beatrice si ambientò nel paesino. Lucilla iniziò lasilo, Beatrice trovò lavoro nel negozio di fotografia locale e iniziò a guadagnare bene scattando foto agli eventi. Un tempo la fotografia era solo un hobby, ma capì che da lì poteva ripartire. Già incinta, aveva seguito un corso e si era arrangiata con piccoli lavori. Ora quelle competenze le erano preziose.

Piano piano sistemò casa e giardino. Mario, il contadino onesto segnalato da zia Lina, si rivelò insostituibile.

Alto, robusto, di poche parole: Chiamami pure Mario, aveva detto. Dopo aver ascoltato Beatrice, si mise a lavorare con lei, ripulì il giardino rivelando tanti alberi e piante da frutto; curandole, Lucilla avrebbe avuto frutta fresca e bacche senza bisogno di mercati. Poi sistemarono il tetto, la veranda e il portico. Ci vollero settimane, ma ne valse la pena.

La casa si risvegliò, prese vita. Beatrice, ogni mattina col tè in veranda carezzando il corrimano nuovo, sentiva finalmente di aver trovato il suo posto. Un angolo di pace

Prese a cuore anche la zia Lidia: ogni sera, dopo aver preso Lucilla a scuola, passavano a trovarla prima di tornare a casa. Beatrice realizzò daver fatto la scelta giusta cambiando vita e luogo. Riprese serenità, e quasi riuscì a perdonare Giulio.

Lui veniva spesso a trovare Lucilla, si interessava, e questo un po la riappacificava. Alla fine, non aveva rinnegato la figlia, aiutava come poteva E in fondo, anche lei doveva ammettere che non era perfetta, ogni tanto metteva la figlia davanti a tutto, trascurando il marito. Decise di non sprecare le forze rimuginando su ciò che era stato. Meglio pensare a rendere sicura e serena la vita di Lucilla, farle capire che, sebbene i genitori non vivano più insieme, le vogliono bene.

La zia Lidia la confortò:

Brava, Beatrice! Non portare rancore. Anche un piccolo dispiacere, se lo coltivi, sembra una montagna. Dimentica il male! Ricordati solo delle cose belle che avete vissuto. Guarda che gioia ti ha dato Lucilla! È questo che conta Il resto buttalo dietro le spalle. Lodio non serve a niente: solo ti rode. E a che pro? Lucilla ha bisogno della tua luce! Ricordatelo! Lei ti guarda, impara da te, assorbe tutto Chiediti: cosa ricorderà di questi tempi? Che mamma vedrà nei suoi ricordi?

Beatrice annuì, consapevole che aveva ragione.

Col tempo, conobbe tutti i vicini. Piano piano, le donne giovani cominciarono a farle visita con figli al seguito: Lucilla trovò amici, e persino le signore più anziane si fermavano a chiacchierare alla casetta.

Così Beatrice conobbe zia Maria, che le insegnò a fare il pane in casa. Lucilla impazziva per le croste croccanti; niente più capricci col latte, bastava la fetta calda e il bicchiere era svuotato, con Beatrice che rideva pulendole i baffetti di schiuma.

Poi strinse amicizia con un altro vicino, Nonno Antonio, che si presentò con una cesta enorme di fragole:

Giants Dream è il nome della varietà. Quando ti abitui, ti insegno come coltivarla.

Dopo aver sistemato la veranda con Mario, Beatrice mise un tavolo grande, pulì le vetrate colorate e lucidò il pavimento. Nellangolo troneggiava una sedia a dondolo, amatissima da Lucilla, che la sera si accoccolava stretta al rosso sfrontato Gennaro, ormai deciso a vivere metà da loro, metà da zia Lina. Da allora Beatrice ogni mattina stava ben attenta a dove posava i piedi: un giorno trovò sulla soglia una fila di topolini, tributo del gatto per diritto di residenza. Gennaro era un vero campione, ma Beatrice lo avrebbe accolto comunque, anche solo per vedere Lucilla così felice.

Lunica che proprio non le piaceva era Zina, una donna sulla cinquantina, logorroica e ficcanaso. Ma peggio ancora, era una gran pettegola. Allinizio Beatrice non aveva capito, poi aveva cercato di troncare ogni discussione sul nascere, per evitare le maldicenze.

Zia Lina, ma come si fa a metterle un freno? chiese alla vicina. Parla senza sosta e sempre male degli altri.

Cara Bea, quella è fatta così, non la cambi. Se poi smetti di aprirle la porta, ti rovina la reputazione. Io lho scoraggiata.

Come?

Ma semplice! Io i gatti li ho; lei allergica comè, ha smesso di venire.

Forse mi serve un altro animale

Zina aveva ormai fiutato che Beatrice era troppo beneducata per mandarla via, così non si faceva problemi a presentarsi.

Beatrice le versava il tè e, dentro di sé, iniziava a cantare per coprire lo sproloquio della vicina. Tanto Zina parlava sola, le repliche non le servivano.

Col passar del tempo, Beatrice notò però una cosa stramba. Ogni volta che Zina metteva piede nella sua casa, le capitava qualche guaio.

Una volta si strappò la gonna con un chiodo spuntato chissà come: Beatrice avrebbe giurato che non ce ne fossero, Mario aveva appena sistemato tutto! Unaltra volta si sedette cadendo dalla sedia, anche se era impossibile, dato lo spazio! Forse destino, forse fortuna, in ogni caso Zina iniziò a farsi vedere sempre meno.

Un giorno, mentre potava le rose al cancello, Beatrice sentì Zina discorrere con zia Lina.

Ma non capisci che cè sotto qualcosa? Vive sola con la bambina, ma secondo me tiene un uomo, altrimenti chi le aiuta? La casa è perfetta, il giardino anche e la gente va sempre da lei! Invece da me nessuno si ferma. Perché?

Dai, Zina, lo sai che Mario lha aiutata e lei lo ha pagato, quindi basta farsi film.

E la casa?

Cosa centra la casa?

Lo sanno tutti che qui cè una maledizione! Prima o poi dovrà andarsene anche lei, eppure lei non se ne cura. Perché? Anzi, tutti vanno da lei

Cara mia, non è il luogo che fa la persona, è la persona che dà valore al luogo! Beatrice è una brava donna, per questo la gente le vuole bene. Ora scusami, ho il latte sul fuoco!

Beatrice si allontanò sorridendo. Che strane le persone

Mamma! Dove sei? Lucilla chiamava dal portico.

Eccomi, amore! Ti sei svegliata?

Non ancora! Aspetta, guarda!

Beatrice seguì la direzione indicata: dal profondo del giardino tornava Gennaro, trascinando per la collottola un minuscolo gattino rosso come lui. Giunto da Beatrice, la fissò come per darle un messaggio. Lei si chinò a raccogliere il regalo, sentendo il micino protestare con un miagolio.

Grazie, Gennaro! Davvero credi che serva?

Il gatto miagolò con tono autorevole, poi tornò verso casa di Lina, missione compiuta.

Allora, Lucilla, davvero ci serve! Come lo chiamiamo?

Genny!

Beatrice sollevò il micino allaltezza degli occhi:

Benvenuto, Gennaro Junior! Su, tutti in casa ora! È ora di colazione.

Lucilla rise, spalancò la porta della veranda, e il tepore della casa li avvolse, mentre Beatrice capiva finalmente di aver trovato la forza di rinascere.

Nella vita, a volte, è proprio dal dolore e dal cambiamento che possono nascere nuove radici e una serenità che non conoscevamo: se si ha il coraggio di accoglierle, le case maledette possono diventare la nostra vera casa.

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