Errore di sistema
Francesca, sei a casa?
Marco, lo sai che la domenica mattina sono sempre a casa. Lo sai bene.
Allora apri la porta.
Osservò dallo spioncino per tre secondi. Il fratello era nel corridoio con il giubbotto sbottonato, ai suoi piedi due grandi borse, e lo sguardo tipico di chi ha appena perso una discussione importante. Alle sue spalle due sagome: una più alta e una più piccola. Francesca chiuse gli occhi per un istante, poi li riaprì. Le sagome erano ancora lì.
Fece scattare la serratura.
Buongiorno, disse Marco, sfoggiando quel sorriso che Francesca conosceva da sempre. Il sorriso di chi sta per chiedere un grande favore.
No, rispose lei.
Non ho ancora detto nulla.
Tu sorridi così solo quando vuoi qualcosa. Quindi, no.
Pietro si fece strada passando accanto al padre, guardando la zia dal basso verso lalto: sei anni, i capelli con una ciocca ribelle e una scarpa slacciata che trascinava sul pavimento. Accanto a lui, Matilde teneva stretto un coniglio di peluche con un orecchio in meno, e osservava Francesca con quella tranquillità curiosa con cui i bambini di quattro anni guardano ciò che non conoscono. Nessuna paura.
Francesca abbassò lo sguardo sul parquet. Rovere chiaro, posato da tre mesi, dal falegname che aveva aspettato un mese e mezzo. Il laccio della scarpa di Pietro era imbrattato di qualcosa di marrone che preferì non identificare.
Entrate, disse. Ma toglietevi subito le scarpe.
Lappartamento allottavo piano del nuovo complesso Corona del Nord era per Francesca il vero traguardo. Non la posizione da Senior Manager nella ditta Soluzioni dInterni, non lauto, non il conto in banca. Era la casa. Centoquattro metri quadri, soffitti alti tre metri, finestre a tutta parete e vista sul parco cittadino. Laveva arredata in due anni, cambiando i lampadari e scegliendo le tende fin quando non trovò quel blu polveroso che alla sera diventava quasi grigio. Il divano dal catalogo Estelle, grigio e largo con lo schienale alto. Il tavolino in massello con una sottile crepa che il venditore aveva definito il carattere del legno, e che Francesca inizialmente voleva restituire ma poi imparò ad amare. Nessun oggetto superfluo. Nessun soprammobile inutile sul davanzale. Cosmetici Bellevis ordinati in altezza nel bagno, asciugamani dello stesso colore, grucce di legno tutte uguali.
Quella era la sua vita desiderata, costruita con attenzione. Ogni cosa al posto giusto. Il silenzio quello vero, da ottavo piano, interrotto solo dal rumore degli elettrodomestici Livingston in cucina e dal raro ticchettio della pioggia sui vetri.
Marco posò le borse nellingresso. I bambini si tolsero le scarpe. Pietro subito toccò con la mano il muro bianco.
Pietro, disse Francesca.
Che cè?
Le mani.
Il bambino guardò la propria mano, poi il muro, poi di nuovo la zia.
Che hanno le mani?
Francesca inspirò profondamente, come aveva imparato al corso di gestione dello stress: tre secondi per inspirare, tre per espirare.
Marco, tagliò corto, veloce!
Il fratello andò in cucina, si sedette allo sgabello alto del bancone, con le mani intrecciate davanti a sé. Segno di resa.
Io e Federica partiamo per otto giorni in un agriturismo. Abbiamo davvero bisogno di parlare… e con i bambini è impossibile.
Non avete alternative?
Mamma è alle terme fino a venerdì prossimo, lo sai. I genitori di Federica sono in paese, lì cè la quarantena per qualche virus, ai bambini non è permesso andare. Francesca, ti chiedo solo questo. Otto giorni.
Otto giorni, ripeté.
O anche nove, magari. Rientriamo domenica prossima.
Dal soggiorno un rumore sordo. Qualcosa era caduto.
Matilde, non toccare nulla! gridò Marco senza voltarsi, con la voce stanca di chi lo ripete cento volte al giorno.
Marco, Francesca abbassò la voce perché da calma si ottiene di più, anche questo laveva imparato in quei corsi. Lavoro da casa. Mercoledì ho una presentazione online fondamentale, con clienti di tre città. Non so gestire i bambini. Non so cosa mangiano, cosa dire loro, come farli dormire.
Mangiano di tutto, tranne la cipolla. Pietro non mangia pomodori. Puoi dire quello che vuoi, non sono capricciosi. Matilde dorme col coniglio, a Pietro devi leggere un po prima della buonanotte, nel borsone cè un libro.
Marco…
Francesca. Sollevò gli occhi, e cera qualcosa lì che la scosse dentro. Non pietà. Qualcosa daltro. Stanchezza vera, contro cui non si lotta. Se non andiamo ora, non so cosa succede alla nostra famiglia. Davvero, non lo so.
Lei rimase in silenzio. Una nuvola bianchissima scivolava lentamente sopra il parco.
Otto giorni, disse infine.
Grazie.
Non ringraziare prima del tempo. Non prometto di non chiamarti dopo tre ore.
Resto raggiungibile. Anche Federica.
Marco se ne andò in fretta. Troppo in fretta, come chi teme che lo fermino. Baciò i bambini sulla testa, disse qualcosa su zia Francesca che è la migliore, lasciò sul bancone un foglio con istruzioni vergate di fretta, e dopo un quarto dora la porta fu chiusa.
Francesca rimase lì, in ingresso.
Pietro e Matilde la fissavano.
Lei fissava loro.
Allora, disse.
Allora, approvò Pietro.
Avete fame?
Voglio succo, disse Matilde.
Di quale?
Quello arancione.
Darancia?
No. Quello arancione. Il succo arancione.
Francesca aprì il frigorifero. Dentro solo due tipi di acqua minerale, un contenitore di verdure tagliate, yogurt Bellevis e una bottiglia aperta di vino bianco. Nessuna traccia di succo per bambini. Mai pensato a comprarne e, del resto, mai aveva avuto motivo per pensarci.
Andiamo a fare la spesa, annunciò.
Evviva! gridò Pietro, così forte che leco risuonò nel salone. Tre metri di soffitto servivano anche a questo.
Francesca rabbrividì.
Il supermercato era nelledificio accanto, cinque minuti a piedi. In quel tragitto Matilde perse il coniglio di peluche quattro volte, Pietro premette tutti i tasti dellascensore, compreso quello dallarme, e raccontò a Francesca la storia di un certo Luca, compagno dasilo che sapeva sputare attraverso i denti a due metri di distanza. Ne seppe più di Luca di quanto avesse mai desiderato.
Spese in abbondanza: quattro tipi di succhi, latte, pane, yogurt alla fragola, pasta, cotolette di pollo confezionate, mele, banane e biscotti colorati, che Pietro aggiunse al carrello di nascosto. Lasciò i biscotti, piccolo compromesso che poche settimane prima non si sarebbe mai concessa.
Il primo giorno scorse tutto sommato liscio. Se si esclude Matilde che versò il succo darancia sul tavolino e Pietro che di slancio picchiò contro la porta piangendo per cinque minuti. Francesca non sapeva consolare i bambini. Gli diede un bicchiere dacqua e disse che sarebbe passato. Funzionò.
Alle nove si rifiutarono di andare a letto. Alle dieci anche. Alle dieci e mezza Francesca lesse a Pietro il libro dellorso che cercava i lamponi due volte, perché lui lo chiese. Matilde già dormiva abbracciata al coniglio. Francesca restò a guardarla per venti secondi, poi la prese in braccio e la portò sul divano letto della camera degli ospiti. La bambina era leggera, calda, come un sole in miniatura.
Francesca tornò in cucina, si versò una tisana dalla borraccia Livingston, aprì il portatile. Mancavano tre giorni alla presentazione, cerano ancora due slide da sistemare, lintroduzione da provare.
Restò a sorseggiare il suo infuso, ma non riusciva a concentrarsi.
Il giorno dopo cominciò alle sei e trentasette. Ricordava lora precisa, perché vide lorologio del telefono Livingston mentre un fragore veniva dal salotto.
Pietro si era alzato e costruito una fortezza con i cuscini del divano Estelle, anche il plaid era a terra, e lui stava nel mezzo, mangiando biscotti direttamente dal pacco recuperato nel secondo ripiano della credenza. Biscotti ovunque.
Buongiorno, disse lui.
Buongiorno, rispose lei.
Sai fare i pancake?
Le frittelle?
Sì, rotonde, col sciroppo dacero.
Non ho sciroppo dacero.
Peccato.
Fece il porridge di grano saraceno. Pietro mangiò senza lamentarsi. Matilde arrivò alle otto, assonnata, con il coniglio e si sedette sullo sgabello:
Voglio la pappa come Pietro.
Andava tutto abbastanza bene.
Lalluvione arrivò martedì alle due. Francesca era alla scrivania a modificare la presentazione. I bambini giocavano nella vasca da bagno, aveva permesso loro di far navigare barchette di carta ricavate da vecchie bollette, trovate da Pietro. Sembrava sicuro.
Poi il silenzio durò troppo. Alla fine si alzò per bere e vide una scia lucida insinuarsi da sotto la porta del bagno lungo le piastrelle.
Oh no, disse, con quella voce che si usa quando ormai è tardi.
Il rubinetto era spalancato. Avevano fatto troppo i marinai: le barchette non avevano bloccato il tappo, ma la nave ammiraglia incastrata nel foro aveva fatto disastro. Lacqua fuoriusciva da almeno dieci minuti.
Spense il rubinetto. Guardò il disastro. Poi chiuse gli occhi.
Il campanello però suonò venti minuti dopo, mentre ancora asciugava il pavimento, pensando che le sue pantofole Bellevis sarebbero state perse per sempre.
Chi è?
Il vicino, settimo piano.
Aprì: uomo sui quarantanni, alto, spettinato, in jeans casalinghi e maglione blu. Esprimeva tranquillità. In mano il telefono, schermo verso di lei una foto di soffitto macchiato dallacqua.
Sono Andrea. Appartamento settantadue.
Francesca. Ottantaquattro. Sospirò. Lo so, i bambini…
Capito. Ripose il telefono. Vuole una mano?
Lei lo fissò. Aspettava la filippica, la minaccia di chiamare lamministratore, di pretendere i danni. Pronta al confronto, abituata a quei discorsi per mestiere.
Ha detto Vuole una mano? chiese.
Sento ancora lacqua muoversi. Ho un phon industriale e un mocio professionale.
Spuntò Pietro da dietro.
Tu sei il vicino di sotto? È colpa nostra che ti si è allagato?
Colpa vostra, sorrise Andrea, senza malizia. Ma le barche andavano bene?
Un portaerei! gridò Pietro entusiasta.
Molto bene.
Entri pure, decise Francesca.
Dimenticò molti dettagli quellora. Andrea aiutò ad asciugare il pavimento senza lamenti o critiche, talvolta lasciando a Pietro lo straccio, che prese seriamente il compito. Matilde sorvegliava dalla porta, elencando zone rimaste umide, e sempre con precisione.
Il soffitto ha subìto danni? chiese Francesca a lavori ultimati.
Un po. La pittura era già rovinata, si asciugherà.
Le pago la sistemazione.
Vediamo. Sorrise, come a dire non è la fine del mondo. Sono qui con i bambini da due giorni?
Il secondo, sì.
Sono suoi?
Nipoti. Io, no… Non ho figli.
Annì. Guardò Pietro armeggiare col telecomando già dimentico dellalluvione.
Allora un consiglio: in bagno compri un tappo di sicurezza. Ne vendono di ottimi, per esperienza. E chiuda il rubinetto bene.
Lo terrò a mente.
Buona fortuna. Prese il mocio. Sulluscio si voltò: Settimo piano. Mi chiami, se serve.
Perché è così calmo? sfuggì a Francesca.
Lui rifletté un istante.
A urlare il soffitto non si asciuga più in fretta.
Se ne andò. Lei rimase, appoggiata alla porta. Il sole tramontava. In cucina Matilde voleva metà dei biscotti rimasti, Pietro si opponeva.
Francesca divise i biscotti in silenzio. Gli sguardi dei bambini erano pieni di rispetto.
Mercoledì preparò la presentazione mentre i bambini vedevano i cartoni in salotto, tablet carico, mele e cracker sul tavolo. Sembrava tutto sotto controllo.
Alle undici la videoconferenza iniziò. Francesca con giacca elegante sopra la maglietta, pc, cuffie. Collegati da Bologna, Roma e Torino: sette persone in tutto.
Per i primi quindici minuti tutto andò liscio. Spiegazione della nuova linea Estelle, risposte ai primi dubbi.
Al sedicesimo minuto la porta si aprì.
Zia Fra! urlò Matilde (sentito anche al piano di sotto, volendo) Pietro ha preso il mio coniglio!
Matilde, disse Francesca a bassa voce, sto lavorando.
Dice che è brutto!
È brutto! dalla sala.
Chiedo scusa, un secondo, sorrise Francesca nella webcam.
Premette pausa, uscì. Pietro tirava per lunico orecchio rimasto, Matilde per il corpo. Li fece mollare la presa, il coniglio cadde e Matilde lo raccolse, stringendolo.
Pietro, puoi vedere i cartoni in silenzio?
È finito.
Ne cerchi un altro.
Quale?
Quello che arriva.
Cè la pubblicità.
Lo guardò dritto. Prese il telecomando, mise un canale per bambini con un cartone sugli animali-parlanti, tornò al pc.
Otto minuti dopo, nuovo ingresso. Pietro, questa volta solo, si mise accanto alla scrivania, zitto.
Lei continuò a parlare.
Devo fare la pipì, annunciò davanti a tutta la platea.
Risate. Il direttore di Bologna per primo. Poi tutti.
Francesca sentì salire un leggero rossore, cosa insolita per lei ormai da tempo.
Pietro, il bagno lo conosci.
Lo so. Era per avvisarti.
Vai pure.
Uscì. La presentazione non fu formale come previsto, ma funzionò: il partner romano dichiarò di avere tre figli e di capire benissimo. Linteresse per la linea Estelle restò alto, fissarono un altro incontro.
Francesca chiuse il portatile, rimase seduta. Non era arrabbiata. Era strano: credeva di doverlo essere, ma per la prima volta non lo era.
Fece panini al formaggio per i bambini. Pietro approvò. Matilde ne mangiò metà, perché impegnata a parlare col suo coniglio.
Alle quattro Andrea bussò.
Ho portato il tappo per la vasca, mostrò una bustina trasparente.
È andato apposta in negozio?
Dovevo comprare il pane comunque.
Avanti.
Non lo aveva programmato, semplicemente lo disse. Andrea si tolse le scarpe, Pietro lo riconobbe:
Sei tu che ci hai aiutati!
Proprio io.
Ti si è asciugato il soffitto?
Quasi. Ancora un paio di giorni.
Bene.
Giochi a Jenga? Ho la Jenga! Papà lha messa nella borsa.
Gioco.
Andrea finì seduto al tavolino Estelle, tra Pietro e Matilde (che non sapeva giocare ma si inventò il ruolo di tifosa col coniglio come mascotte). Andrea giocava serio, con rispetto per il gioco, cosa che i bambini capirono.
Francesca cucinava, ma in realtà guardava.
Attento, suggeriva Andrea a Pietro, questo blocco laterale viene via meglio.
Come fai a saperlo?
Le torri hanno sempre un punto debole, basta trovarlo.
Anche nella vita?
Andrea rifletté.
Più o meno sì.
Cenarono insieme. Andrea restò senza chiedere, aiutò a cuocere le cotolette e affettò il pane meglio di lei. Ardito, ma efficace.
Da tanto vivi qui?
Tre anni. Vi ho visto traslocare lanno scorso.
Sei attento.
Solo una coincidenza, stavo uscendo per andare in studio.
Che lavoro fai?
Ingegnere strutturale, in uno studio darchitettura. Non affascinante come sembra: nessuno chiede se è bello, solo se regge.
Ma è più importante.
Andrea la guardò come a dire che non lo sente spesso quel pensiero.
Già, rispose.
I bambini andarono a dormire presto, senza storie. Andrea finì il tè, ringraziò per la cena e si alzò.
Buonanotte, nei saluti.
Buonanotte. E grazie. Non solo per il tappo…
È nulla, il resto… anche meno.
Mi fa piacere che non ti sei arrabbiato martedì.
Un attimo dattenzione in più nei suoi occhi.
Te la cavi bene, disse. Per essere la prima volta.
Come fai a saperlo?
Si vede nella cura con cui muovi ogni cosa. Sembri reggere un vaso di cristallo.
Lei scoppiò a ridere, sinceramente.
Quando lui se ne andò, rimase in ingresso, come la prima sera. Ma questa volta la sua solitudine sembrava diversa.
Giovedì e venerdì filarono più serenamente. Francesca non trasaliva più a ogni rumore. I rituali con colazione e succo divennero normali. Matilde amava sedersi accanto a lei nei momenti di lavoro, disegnando con i suoi bloc-notes. Famiglie di conigli, con tanto di nomi.
Questa è mamma coniglio, spiegava Matilde disegnando, questo è papà, e questo piccolo si chiama Bottoncino.
Perché?
Perché è rotondo come un bottone.
Saggia scelta, rispondeva Francesca.
Venerdì sera Andrea tornò con un vecchio gioco da tavolo chiamato Città del mondo. Era evidentemente degli anni Ottanta, i bambini non sapevano coserano quei posti sulle carte, ma giocavano con entusiasmo.
Da dove viene?
Era mio. Uno di quei ricordi portati via durante i traslochi senza sapere perché.
Hai fatto bene.
Giocarono seduti per terra. Francesca non ricordava lultima volta che aveva toccato il parquet così. Matilde, stanca, si sistemò sotto il braccio di Francesca e si addormentò durante la partita. Senza che lei lo notasse, la abbracciò per sostenerla. Andrea se ne accorse, senza commentare.
Sabato stavano al parco, unidea di Andrea che Francesca accolse. Pietro trovò subito una pozzanghera e ci passò in mezzo. Francesca porto a casa le scarpe fradicie, lui camminava in calzini, zuppi, indifferente.
Non ti dispiace?
Di cosa?
Le scarpe sono tutte bagnate.
Asciugheranno.
Parli come Andrea.
Andrea è forte. Zia Fra, ma è tuo amico?
È il vicino.
È lo stesso?
Non proprio.
Perché?
Non seppe rispondere. Andrea camminava portando Matilde sulle spalle, spiegandole gli alberi lei lo ascoltava con concentrazione.
Domenica arrivò la telefonata di Marco. Voce diversa, più leggera.
Come vanno?
Vivi rispose Francesca, Pietro è passato nella pozzanghera, Matilde ha disegnato quarantasette conigli.
Marco rise.
Ce la fai.
Ce la faccio. Marco, voi?
Una breve pausa.
Molto meglio. Grazie.
Bene, fece una pausa. Sono contenta.
La seconda settimana fu pacifica. Francesca ormai sapeva che Pietro detesta i pomodori ma il minestrone lo mangia, se non gli dici che dentro ci sono. Che Matilde vuole la finestra leggermente aperta di notte. Che verso le otto diventano lagnosi, meglio non discutere ma proporre nanna. Piccole certezze imparate vivendo, non scritte sulle istruzioni.
Andrea passava ogni sera. A volte portava qualcosa, a volte solo la sua presenza. Chiacchieravano mentre i bimbi si sistemavano. Di lavoro, città, libri. Lui leggeva molto, sorprendente per un ingegnere. Lei pure, ma nellultimo periodo solo documenti.
Cosa leggi ora?
Nulla. Solo lavoro.
Non vale.
Lo so.
Se vuoi porto qualcosa.
Porta.
Le lasciò un romanzo di una scrittrice giapponese, una storia di una figlia che, sistemando le cose della madre morta, si rende conto di non averla mai veramente conosciuta. Francesca leggeva mezzora ogni sera, il miglior momento della giornata.
Mostri il lavoro?, chiese Pietro giovedì.
Come?
Il tuo ufficio.
Lavoro qui, nello studio.
Lo so. Fammelo vedere.
Glielo mostrò: portatile, cataloghi Estelle, un piccolo cactus sul davanzale.
Sei felice?
In che senso?
Nella vita, col lavoro.
Sì, penso di sì. Amo il mio lavoro.
Papà dice che si deve lavorare per essere felici. Altrimenti non ha senso.
È saggio tuo padre.
Già. Zia Fra, perché vivi da sola?
Così è capitato.
Non volevi qualcuno?
Ero abituata. Mi stava bene.
Stava?
Stava.
Lultimo giorno arrivò rapido. Marco tornò la domenica con Federica, molto più serena che in passato. Abbracciò i figli a lungo, Matilde si strinse a lei a oltranza.
Francesca, disse Federica, non so come ringraziarti.
Non è necessario.
Sono stati bravi?
Si sono comportati da bambini. Ed è giusto.
Un certo stupore negli occhi di Federica, come se si aspettasse una risposta diversa.
Prepararono le borse. Matilde piangeva un po, Francesca la abbracciò, promettendole che torneranno. Pietro salutò con una stretta di mano serissima, e poi, ridendo, labbracciò rapido prima di correre dal padre.
La porta si chiuse.
Francesca restò in ingresso.
Nessun cappottino blu di Matilde sullattaccapanni. Solo il suo, scuro.
In casa regnava il silenzio.
Sul divano un cuscino spiegazzato, dove Pietro guardava il tablet la mattina. Sul pavimento, accanto al tavolino, un disegno dimenticato: famiglia di conigli mamma, papà, Bottoncino e una figura dai capelli gialli, firmata: zia Fra.
Francesca prese quel foglio. Rimase a tenerlo qualche istante.
Poi in cucina, mise su il bollitore, riempiendolo dal filtro Livingston. Cercò la sua tazza preferita. Tutto al proprio posto, ordinato, silenzioso. Proprio come le piaceva.
Aspettava la sensazione di sollievo, quella che di solito arrivava dopo pranzi con la famiglia, assemblee, qualunque evento rompesse i suoi ritmi. Sollievo dal ritorno a sé.
Eppure, niente.
Solo il foglio, e un silenzio diverso. Più che quiete, una pausa dopo la musica: quando la musica finisce, e non sei sicura che sia meglio così, ma ti accorgi che qualcosa è cambiato.
Seduta a bere il tè, guardò il parco e pensò.
Pensò a Pietro che chiedeva se fosse felice. A Matilde che le si era addormentata addosso, di venerdì, coi piedi sul parquet Estelle, e lei non aveva tolto il braccio. A comera il suo studio prima che Pietro ci desse importanza, e comera diventato dopo.
Pensò ad Andrea.
A come tagliava il pane dritto. A quel suo essere saldo che non era indifferenza, ma sostegno, portante. Al fatto che ogni sera era lì, senza mai chiedere nulla in cambio, solo presenza.
Notò che negli ultimi giorni non si era più svegliata di notte pensando al lavoro. Strano: era stato il suo pensiero fisso per cinque anni.
Alle sei si alzò, si lavò, indossò il suo maglione blu preferito. Prese il telefono, poi lo lasciò. Poi lo riprese.
Non chiamò. Scese in ascensore al settimo, suonò la settantadue.
Andrea aprì subito. Nessuna sorpresa sul volto, solo premura.
Sono andati via, disse Francesca.
Ho sentito la porta.
Silenzio.
Già.
Vuoi venire per un tè? Ho appena fatto bollire lacqua. Magari la rifaccio.
Volentieri.
Salirono insieme. Francesca mise acqua fresca nel bollitore. Andrea si sedette allo stesso sgabello dove aveva iniziato tutto Marco. Ma adesso era unaltra storia.
Sai disse Francesca , oggi è il primo giorno da nove che non ho nulla da fare. Non so come gestire questa libertà.
È positivo o negativo?
Semplicemente strano.
Ti ci abituerai al nuovo strano.
Cosa intendi per nuovo strano?
Prima eri abituata da sola. Poi di nuovo non lo eri, in modo diverso.
Parli per esperienza.
Sono stato sposato sei anni. Ora da tre non più. Ci vuole un po ad abituarsi al silenzio vero: quello da solo e quello insieme, sono due cose ben diverse.
Lei fissava la tazza.
Ho sempre pensato che il silenzio fosse libertà. Che vivere da sola fosse una scelta.
Anche le scelte ogni tanto si rivalutano.
Lhai rivalutata?
Ci sto provando. Mi aiutano i bambini dei vicini e i loro allagamenti.
Risero insieme. Autentici, non educati.
Andrea.
Sì.
Mi piaci. Volevo dirtelo.
Lui la fissò.
Bene. Anche tu mi piaci. È da quando mi hai chiesto perché ero calmo che lo penso. Nessuno laveva mai chiesto.
È un motivo strano.
Ho motivi strani.
Si fermarono a chiacchierare a lungo, fino a notte. Di lavoro, città viste dallalto, bambini, il disegno dei conigli, la musica finita. Lui non aveva fretta di andare e lei non ne aveva di farlo andare.
Salutandola, le prese la mano, un secondo.
Buonanotte, Francesca.
Buonanotte.
Francesca si appoggiò alla porta. Ora era diverso. Quel silenzio era caloroso.
Prese il disegno di Matilde dal pavimento, lo mise sulla mensola, vicino al vaso. Quegli occhi di conigli disegnati e la zia dai capelli gialli la osservavano. Un po storti, magari, ma cera riconoscibilità.
Passa un anno.
La casa è cambiata. Poco, ma chi la conosce lo nota. Nello scaffale in basso stanno libri dai colori vivaci, lasciati dai nipoti. Sul davanzale, accanto al cactus, altri tre vasi uno storto, evidentemente innaffiato con troppo zelo da Matilde. Nellingresso, due cappotti: il suo blu, uno maschile grigio.
Sul tavolino Estelle, il catalogo di Andrea aperto su schemi. Sotto, una tazza di caffè e un libro con segnalibro.
Francesca è alla finestra, guarda il parco arancione dautunno che ha imparato ad amare.
Ormai il pancione si vede. Cinque mesi. Si abitua ogni giorno di più giorno dopo giorno, come si fa con la normalità che diventa centrale.
La porta si apre.
Stanno arrivando, annuncia Andrea dalla cucina. Marco ha scritto, sono in auto.
Mezora e sono qui.
Pietro ti ha già chiamato?
Tre volte. Vuol sapere se può guardare i cartoni sul tablet o se si va in parco.
Si può fare tutto.
Glielho detto.
Andrea mette su il bollitore. Guarda Francesca.
Tutto a posto?
Sì, i piedi un po gonfi. Ma bene.
Siediti.
Eccomi.
Sai, pensavo: un anno fa oggi sono andati via. Io ero sola, aspettavo che il silenzio mi rasserenasse.
E poi?
Non è successo.
E sei venuta da me.
Mi aspettavi?
Non lo so. Speravo.
Campanello insistente, come solo i bambini sanno fare.
È Pietro.
Di sicuro.
Vai tu ad aprire, io mi alzo lentamente.
Andrea va alla porta.
Zia Fra! si sente già dalla soglia. Siamo arrivati! Andiamo al parco? Ci sono le foglie? E il tuo pancione?
Pietro, lascia aprire agli altri.
Sono già entrato.
Matilde arriva silenziosa. Cerca subito Francesca con gli occhi, la raggiunge, la abbraccia senza dire nulla. Poi si scosta, seria.
Zia Fra, il mio coniglio è qui?
Sì, in camera degli ospiti.
Immaginavo.
In ingresso, chiasso. Marco abbraccia Andrea, Federica parla con Francesca della strada. Pietro corre già via, un unico tonfo: il libro dellorso e dei lamponi.
Zia Fra! Hai tenuto il libro!
Certo.
Lo leggerai alla piccola?
Sì.
Ok, annuisce soddisfatto, la cosa più giusta del mondo. Andrea, parco? Foglie?
Foglie.
Andiamo!
Prima il tè, dice Francesca.
Dici sempre così.
Lo dirò ancora.
Va bene. E la fissa con quella sincerità che non è cambiata in un anno. Zia Fra, ora sei felice?
La casa risuona di voci, risate di Federica, Matilde che cerca il coniglio, il bollitore, la città fuori, lautunno nel parco, e dentro di lei qualcuno che si fa sentire con piccoli colpetti.
Francesca guarda Pietro.
Sì, risponde.
La felicità non è la perfezione, né la quiete assoluta. È accogliere il cambiamento, lasciarsi sorprendere e condividere anche il caos e limperfezione, perché è questo che dà vita e calore alla casa e al cuore.







