Festa in famiglia — ingresso senza confini

Festa in famiglia ingresso senza confini

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Ecco Stefania prese con cautela un frammento della vecchia ceramica di Faenza e, senza avere il coraggio di buttarlo, lo appoggiò sul davanzale. Zia Lidia, perdonami sussurrò nel vuoto.
La sua casa profumava di shampoo, prosecco e, chissà perché, di arance. Eppure nessuno aveva sbucciato arance la sera prima. Sul tappeto dietro al divano spuntava una corona di plastica piena di paillettes. Nel cassetto del tavolino cera una sciarpa di seta con la scritta Addio al nubilato da sogno.

E lì, timidamente sotto il termosifone, aspettava un guanto di gomma rosa con fiocco spelacchiato: sembrava avesse tentato la fuga dandosi alla macchia.

Stefania, in vestaglia spiegazzata con il fiocco sfilacciato, attraversava la stanza con un sacco dellimmondizia in mano. Ogni passo era accompagnato da un lieve crepitio di incarti di caramelle.

Sul davanzale, un calice con il fondo incrostato di vino color rubino. Nel vaso, invece di fiori, tre cannucce di plastica con stelline argentate. Sulla parete una ghirlanda di cuori di carta, uno spiccatamente morsicato.

In cucina lattendeva limpresa più ardua.

Sul tavolo troneggiava lultima metà di una torta a strati. La crema era colata come neve sciolta, ai lati spuntavano candeline storte a forma di 3 e 8anche se la sera prima non si celebrava un compleanno, solo una serata tra ragazze.

Nel lavello, bicchieri intrisi di rossetto. Accanto, piattini tristi con tracce secche di hummus. Su una sedia, il mazzo di carte da lettura: metà rivolte in su, metà in giù, come a voler celare un destino sgraziato

***

Stefania prese una carta: il re di quadri, che la guardava con stanca superiorità. La sera prima, tra quelle carte, le ragazze avevano letto matrimoni imminenti, traslochi e larrivo di misteriosi stranieri. Bisbigliavano, per poi scoppiare a ridere e brindare con Prosecco alle profezie.

Si chinò a raccogliere una paillettes da terra e, tirando da sotto il divano, trovò una calza di pizzo di qualcunaltrareliquia dei balli sullo sgabello. Stefania scosse la testa e si spostò in camera, almeno lì sembrava regnare un po di quiete.

La stanza, in realtà, non era in disordine quanto il resto. A parte tre cuscini a terra e la coperta accartocciata come una lumaca gigante. Tirò su il cuscino dalla sua parte del letto e, sotto, trovò un foglietto rosa.

Le si strinse il cuore.

Sarà il solito biglietto lasciato da qualche Andrea del bar per una delle amiche di Ornella? Ma la calligrafia era familiare: lettere grandi, rotonde, tutte le o trasformate in palline.

Sei la miglior padrona di casa del mondo! Ornella.

Stefania rimase incantata a guardare il punto esclamativo, che pareva tremare. Sorrise. La miglior padrona di casa con un vaso rotto di zia Lidia e paillettes anche nella doccia, dove la mattina ogni lavata diventa un fuoco dartificio.

Quante volte lho promesso: mai più mormorò, sedendosi sul bordo del letto.

***

Qualcosa scricchiolò sgradevole sotto il piede.

Scostò la ciabatta e vide, sistemato con cura, un mandarino perfettamente integro, la buccia lucida. Era attaccato con un elastico a uno stuzzicadenti, su cui cera scritto: perché la vita sia dolce.

Ieri lavevano presa in giro con questo brindisi, ora il mandarino sembrava una beffa.

Il telefono vibrò. Sullo schermo: Ornella (il nostro uragano).

Ma certo disse Stefania alla stanza vuota, prima di rispondere sforzandosi di darsi tono. Pronto?

Stefi! la voce era caciarona, come se la festa continuasse altrove. Sei una dea, davvero! Le ragazze sono pazze di te! È rimasta solo Lisa la manicure, ricordiamo come hai fatto scappare lo spirito dellarmadio!

Sul fondo, qualcuno gridò: Dille che partorisco SOLO a casa tua! e risate di gruppo.

Grazie Stefi aggiunse Ornella più pacata. Tu lo sai, si sta bene da te, è casa.

Stefania fissava il mandarino nella ciabatta.

Già, sussurrò. È casa mia

Ok, non ti disturbo. Riposati, regina dei buffet! click, di nuovo silenzio.

***

Stefania si tolse gli occhiali, li mise vicino al biglietto di Ornella. Nello specchio dellarmadio vide una donna di cinquanta anni, il viso stanco ma con occhi verdi ancora giovani, i capelli raccolti alla buona, da cui spuntava una paillettes. Una sola, testarda.

Arrivò un altro videochiamata, stavolta era Giulia la figlia.

Sospirò, passò una mano tra i capelli, la paillettes non veniva via.

Sì, tesoro? accettò la chiamata. Giulia sorseggiava caffè, capelli spettinati.

Mamma! Giulia la scrutava. Sapevo! Ancora paillettes sul gatto?

Su di me, correse Stefania. Il gatto si è nascosto dopo i balli e le carte di ieri. Forse è ancora dentro il cassetto della biancheria

Raccontò i dettagli.

Mamma, Giulia sorrise, poi divenne seria. Ti ascolti? Il gatto si nasconde, ceramica in frantumi, mandarini nelle ciabatte Non riusciresti a dire no a Ornella?

Stefania sentì che nella voce della figlia cera dolcezza e stizza insieme, come due pendoli.

Lei sta passando un brutto periodo, rispose meccanica.

E tu non lo passi? la interruppe morbida Giulia. Quando è stata lultima volta che ti sei rilassata SENZA avere ospiti?

Stefania guardò il guanto rosa sotto il calorifero, il biglietto, la casa silenziosa piena delle risate altrui.

Non lo so disse pianissimo. Forse mi sono nascosta pure io. Col gatto.

Giulia ridacchiò basso.

Mamma, ti voglio bene. Ma pensa a te. La prossima volta, solo tè fra noi due. Niente carte, niente paillettes.

Lo schermo lampeggiò, un attimo di sospensione.

Vedremo, sottovoce Stefania.

Ma per la prima volta quella parola non suonò come lennesimo certo, Ornella, ma come linizio di qualcosa di diverso.

***

La prima volta Ornella era arrivata così da Stefania allinizio della primavera, quando fuori cera ancora neve sporca e sul davanzale nascevano timidi germogli.

Stefi, apri, porta pace! gridò, prima ancora di suonare. Ho portato una torta!

Stefania le aprì e Ornella, con profumo di vaniglia e vento freddo, piombò in cucina con una teglia enorme.

Torta rustica alle verze, come la faceva la nonna! già andava avanti senza sfilarsi le scarpe. Ma questa casa tua sembra uscita da un catalogo dinterni!

Stefania sorrise timida, sistemandosi una sciarpa sul gancio. Il suo bilocale in un palazzone, la poca roba ordinata, le tende abbinate, il plaid fatto dalla mamma, la cucina col piano in legno, i vasi pieni di fiori.

Tanto calore, dicevano tutti. Per Stefania era vero orgoglio.

Dai, togliti il cappotto, disse, prendendo la torta. Ma è pesantissima!

Come la vita mia! rise Ornella, ma aveva una luce negli occhi. Stefi, senti, ho pensato Da me fece cenno verso la sua casa vecchia non cè spazio, la cucina è uno sgabuzzino, sopra urlano, sotto martellano. Ma qui da te

Girò su sé stessa in cucina.

Qui cè aria, aria! allargò le braccia. Peccato restarci sola Dai, facciamo una mini-serata? Solo io, tu e le mie amiche Giusi e Marina. Ti piaceranno!

Le parole peccato restare sola le punsero il cuore.

Si ricordò delle sere solitarie coi gomitoli sul divano, la tv accesa a volume basso, con Giulia lontana e i parenti che si ricordano di lei solo a Natale.

Una serata? confermò. Beh, perché no ho già la torta pronta.

Ornella sgranò gli occhi.

Quindi accetti? Pensavo ti avrei dovuto corrompere! rise. Sabato allora? Niente scuse, chiamiamola addio al nubilato di prova.

Stefania mise la torta in forno. Sabato sembrava lontano, quasi irreale.

Va bene, acconsentì. Una cosa semplice.

Sei un tesoro! Ornella labbracciò così forte che a Stefania si incastrarono le ossa. Siamo quasi sorelle!

Quasi, pensò Stefania, ingoiando il boccone insieme a un pezzetto della torta futura.

***

Anche quella Pasqua venne da Stefania. Ovviamente fu Ornella a deciderlo.

Da Stefi è sempre festa vera! predicava. Ha la colomba perfetta, uova colorate, e il suo gatto che controlla tutto.

In verità, il micio la gatta Mirka sembrava più portinaia stanca che arbitra di tutto:

Ornella arrivò con tre amiche in più.

Abituata alle cene di famiglia tranquille, Stefania si sentì sopraffatta quando in corridoio vennero a calpestare in quattro, tra una chiassosa col cappotto giallo, una alta col chiodo e una minuta dai grandi sorrisi.

Lei è Elena, lei Ilaria, lei Marta, presentò Ornella. Ragazze, questa è Stefania, la maga del comfort e delle torte.

Stefania si agitava: sistemava scarpe, offriva pantofole, faceva i calcoli in testa sedie, due colombe, undici uova, insalate, brodo di gallina per fare scena.

Tutto sembrava poco. Già dopo unora Ornella stava chiamando altre due: Katya e Giulia sono qui vicino, le invito! Portano loro le uova!

Stefania voleva protestare ma il timer del forno scattò; e così, in un attimo, si trovò le uova in tripla fila e la casa piena.

***

La festa diventò in fretta una fiera.

Le ragazze discutevano di impasti veri, di forni delle nonne, e una, Elena, con un gestaccio, rovesciò marmellata sulla tovaglia bianca.

Ops! si giustificò, Porta bene?

Ornella fu presa dal ridere, poi tutte insieme. Stefania tamponò la macchia, ormai indelebile.

Si laverà, disse.

Lanciando uno sguardo grato, Ornella la fissò come se Stefania non avesse soltanto salvato una tovaglia ma una casa intera.

A sera, la mensola era invasa da uova colorate, la ghirlanda di carta troneggiava, sandali sparsi ovunque. Ornella alzò il bicchiere di Marsala e annunciò:

Amiche! Da Stefania è sempre festa vera!

Applausi. E Stefania sentì che quella festa vera le batteva nel petto come niente di vano. Il suo piccolo regno era diventato palcoscenico di qualcosa di importante.

***

In realtà, da bambina le feste vere erano da Ornella.

Ornella era la regina: socievole, il carisma del quartiere, le sfilate col vestito della mamma, i club segreti sotto le scale. Le nonne la chiamavano la nostra attrice.

Stefania era lopposto: precisa, timida. A casa puntuale, libri restituiti senza pieghe, scarpe sempre pulite.

Stefi, sei la nostra secchiona diceva zia Lidia. Stai un po dietro a Ornella, magari impara qualcosa.

Da adolescenti si separarono: Ornella tornò presto con aneddoti sulle discoteche, Stefania si iscrisse a ragioneria e poi a lavorare in ufficio. Si vedevano solo alle tavolate di famiglia.

Poi zia Lidia morì. Dopo funerale e liti con parenti, le due cugine restarono in cucina a parlare fino a notte, sciogliendo lamaro col tè zuccherato.

Da che mamma non cè, Ornella guardava nel vuoto, non capisco cosa voglia dire sentirsi a casa.

Stefania, che aveva già vissuto anni senza la madre, rispose:

La casa resta. Solo che cambia. È diversa, non peggiore.

E da lì si ricominciarono a sentire, prima per le pratiche e le divisioni, poi solo per farsi compagnia.

Ornella trascinò Stefania nella sua esistenza come un vortice.

Che facciamo, viviamo da parenti parallele? obiettava. No! Vengo io da te, tu da me!

Ma Stefania, nella casa di Ornella, andò pochissimo, chiusa a scuse di lavoro o stanchezza. Ornella, invece, si presentava sempre.

***

Col tempo, la formula da Stefania divenne regola fissa.

Ovviamente da Stefi! esclamava Ornella pianificando qualsiasi cosa. Da me, la cucina è un ripostiglio; da lei cè il sogno di ogni influencer!

Capodanno? Da Stefania! Lucine da sogno, insalata russa che sembra una torta.

Pasqua? Idem.

Compleanno di Marta? Da Stefania, ovvio, il dolce sembra una scultura.

Sera tanto per? Cè comfort e si mangia benissimo solo da lei!

Allinizio a Stefania piaceva: la sua casa diventava centro di vita, la scelta delle tovagliette, gli esperimenti di cucina, la soddisfazione per i complimenti.

Ma la situazione divenne opprimente. Gli ospiti oramai si auto-invitavano.

Stefi, sono Elena. Ieri ero lì con Ornella, possiamo passare io e Ilaria? Ornella è in salone! Sei in casa?

Una volta, la porta suonò la terza volta in una settimana: cera Nadia, vecchia conoscenza che un tempo le aveva fatto un grosso torto. Stefania voleva dire Ornella ha sbagliato, non aspetto nessuno, ma fece entrare Nadia.

Vieni, le disse. Vuoi un tè?

La strofinaccia in mano, strizzata come una fune.

***

La prima piccola ribellione fu quasi infantile.

Vuoi rovinare la festa? Compra biscotti scadenti, si disse.

Di solito, prendeva quelli artigianali dal fornaio. Stavolta, prese i più economici al supermercato, quelli che si sbriciolano ancora prima di arrivare in tavola.

Che vedano che qui non è un ristorante, pensò sistemandoli.

La serata fu comunque un successo. Le amiche di Ornella ridevano, mangiavano altri stuzzichini portati da loro.

A un tratto, Marta appese le sue collane di plastica alla maniglia della porta dingresso, dimenticandole. La mattina, Stefania le trovò lì, si apprestò a metterle nella borsa per gli oggetti persi, ma suonò di nuovo il campanello.

Stefi! Ornella saltò dentro, vide le collane e scoppiò a ridere: Anche le maniglie fanno festa da te!

Stefania voleva controbattere, ma cera troppa gioia sincera in Ornella. Sospirò solo:

Una festa
Tutto, ormai, sembrava una festa perenne.

***

Particolare fu laddio al nubilato che Ornella chiamò serata magica.

Questa sera si legge il futuro, scrisse in chat aggiungendo anche Stefania. Stefi, tu sei loracolo, col bollitore parlante!

Stefania scoppiò a ridere guardando il suo bollitore incrostato.

Una delle ospiti, Elena, portò tarocchi, candela e uno specchietto ornato.

Stavolta comunichiamo con gli spiriti, dichiarò solenne.

Stefania rise nervosa.

Con chi? Qui cè solo lo spirito del minestrone

Dai, Stefi! rideva Ornella. È un gioco.

Spense le luci, accese la candela. Mirka, la gatta, da sotto il termosifone, si rifugiò sul davanzale con la coda gonfia.

Elena dispose le carte. Ora domande alluniverso

Stefania si sentiva fuori posto. Guardava le ombre del fuoco sul volto delle ragazze e, per la prima volta, pensava che le domande crucialiamore, soldi, viagginon la toccavano.

Allimprovviso, saltò la corrente: prima una lampadina, poi tutto il palazzo.

Oddio, un gridolino.

È un segnale! sussurrò Elena. E urla entusiaste.

Stefania accese il telefono per fare luce: in quel momento, unombra le sfiorò i piedi. Mirka il micio stufa di confusione, con un miagolio selvaggio, corse nella camera e si chiuse nel cassetto dellarmadio.

È un segno, sospirò Stefania. Agli spiriti, qui, manca lo spazio.

La luce tornò presto: era stato il vicino col trapano. Ma la gatta rimase nellarmadio quasi un giorno intero.

Quando finalmente uscì, arruffata e sporca di polvere, Stefania le fece una carezza:
Su, Mirka, toccherà nascondersi insieme?

Mirka sbuffò e tornò in cucina tra due paillettes.

***

La decisione non arrivò subito.

Stefania passava il tempo davanti al telefono, cursore che lampeggiava sul nuovo messaggio.

Digitò: Ornella, la prossima festa falla da te. Subito cancellò.

Provò altre versioni:

Non ce la faccio più

Ornella, niente party da me, per un po

Troppe feste a casa, basta

Tutto sembrava o troppo gentile, o troppo duro. Nella mente, i soliti Dai Stefi, tu sei buona, Fai volentieri, A te non pesa.

Inspirò profondamente, posò il telefono e si guardò allo specchio.

Ornella, la prossima volta festeggiate a casa tua.

La voce le tremava.

Niente scuse si impose. Ho diritto anchio.

Si mise dritta, come su un palcoscenico.

Ornella, disse fissandosi negli occhi, sono contenta delle nostre serate, ma non posso più reggere tutte le feste in casa. La prossima, a casa tua.

Ma la voce si incrinava sempre.

Niente ma, la corresse in mente la voce di Giulia. Non devi giustificarti.

Tornò al telefono, scrisse lentamente:

Ornella, sono davvero stanca. La prossima la fate tu, ok? Ho bisogno di riposarmi.

Il dito tremava su invia. Dentro, paura di perdere tutto, di essere accusata di freddezza.

Premette invio. Poi, Ora tocca dirlo a voce.

Si esercitò davanti allo specchio:

Ornella, sono a pezzi, non posso sempre accogliere tutti

Ornella, ti voglio bene ma non sono il salotto per chiunque

Ornella, serve mettere dei limiti.

Ad ogni limite, la voce si affievoliva. Al riflesso non vedeva una burbera, ma una donna che imparava a dire NO, parola straniera che rimaneva in gola.

Poi, alla terza prova, nei suoi occhi comparve una nota nuova: determinazione.

Ok, disse. Vado da lei. Da LEI.

***

Stefania andò da Ornella senza avvisare.

Lei viene sempre da me con pizze e amiche, senza chiedere. Allora posso anchio, si disse.

La casa di Ornella era in un ex palazzo signorile: soffitti alti, intonaco scrostato, buca delle lettere piena di volantini.

Salì le scale ampie, annusando odori di detersivo misto a minestrone.

La porta di Ornella si riconosceva da un fiocco di alloro finto e una targhetta di legno: Qui vive un miracolo. Prima sembrava tenero. Ora un po triste.

Bussò. Silenzio. Premette il campanello, la suoneria lamentosa. Dopo un po, passi e voce roca:

Chi è?

Sono io, rispose Stefania. Stefania.

Il chiavistello fece resistenza, poi si aprì un po.

Ornella guardava da dietro la porta, tuta slabbrata, un solo calzino, laltro in mano, capelli spettinati.

Stefi? Ma senza avvisare?

Tu avvisi quando vieni da me? rispose serena Stefania.

Ornella esitò ma la fece entrare.

La casa le diede un pugno non con i mobili, ma con la solitudine.

Niente tappetino, scarpe accatastate, bastone della scopa appoggiato, una pozza secca sul pavimento.

Nel salone: un vecchio divano, coperte e abiti ammucchiati, bottiglie vuote e lattine, il portatile sullo sgabello, cenere di sigaretta.

Tazze sporche, una a terra riversa, una sul tappeto col caffè secco dentro. Sul davanzale, bicchieri usa e getta e un limone sgonfio.

Era una casa abbandonata a se stessa.

***

Non guardare così, sbottò Ornella. Non ho ancora sistemato dopo tutto.

Dopo cosa? domandò calma Stefania.

Dopo la mamma, il lavoro dopo la vita.

Ornella si trasferì in cucina: minuscola, frigorifero vecchio, lavandino pieno di piatti, padella con patate annerite, sacchetto della spazzatura mai buttato.

Volevo chiamarti, disse, sistemando il bollitore impolverato. Ma

Stefania teneva la borsa abbracciata; nella mente, limmagine di casa sua che faceva da contraltare.

Capì che per Ornella, lappartamento di Stefania era lunico vero rifugio dal proprio sgabuzzino.

Sei venuta per dirmi qualcosa? chiese Ornella.

Sì, rispose Stefania. Poi, sì anche per vedere di persona.

***

Credevo fossi ancora arrabbiata, bisbigliò Ornella, sedendosi.

Lo sono, ammise Stefania. Ho superato il limite.

Appoggiò la borsa, senza togliere le lattine dal tavolo.

Ma volevo capire.

Capire che cosa?

Perché qui è così e invece tutto il sentirsi a casa accade solo da me.

Ornella rise amaro.

Perché da te cè una casa vera. Qui sembra tutto finto. Da che la mamma è sparita, io mi sento solo unospite. Qui non è veramente mio.

Stefania pensò ai primi mesi senza sua madre, quando aveva rivoluzionato i mobili per sentirsi finalmente padrona del proprio nido.

Da te Ornella fissava il vuoto, è tutto al posto giusto, la coperta, le tazze, il gatto. Sembri sapere sempre che fare Mi sembra di non aver paura lì, per una volta.

Stefania avvertì il cuore aprirsi di colpo alla compassione.

Pensavo ti facesse piacere il caos, le feste, disse Ornella. Non vedevo o non volevo vedere che magari portavo il mio disordine anche nel tuo mondo.

Stefania deglutì.

E così continuò sommessa, non ti sei accorta che la mia casa diventava il prolungamento del tuo disordine?

Ornella abbassò il capo.

Quando sono sola mi terrorizzo, confessò. La sera sento la voce della mamma che mi critica. Invito gente, scappo da te, perché solo lì mi sento al sicuro.

Stefania si sedette davanti a lei, parole meno dure del previsto.

Ornella, disse con fermezza gentile, mi dispiace tu ti senta così sola e che la mia casa sia il tuo rifugio. Ma non posso essere lunico cuscino per tutte le tue fughe.

Ornella annuì, occhi lucidi.

Proviamo a cambiare, propose Stefania.

***

Cambiamo come? mugugnò Ornella tirando su col naso.

Facciamo a turno. Una volta da me, una da te. Ma solo piccoli gruppi, non tutte insieme. E non ogni settimana: una volta al mese.

Vuoi venire qui, così? indicò lo stato della casa.

Propongo di non usare più solo la mia casa ma rendere anche la tua un posto da festa.

Stefania le sorrise.

Iniziamo piccolo. Solo noi. Niente ospiti. Niente giochi o paillettes. Tanto meno sedute spiritiche. Solo io e te.

Frittelle? domandò Ornella, tornata ragazzina per un istante.

Anche frittelle.

***

Iniziarono.

Allinizio impacciate: Stefania prese la spazzatura, Ornella raccolse le tazze, Stefania riempì il lavello.

Non sono nata casalinga, ammise. Mia madre mi ha insegnato. Tu hai imparato a modo tuo.

Ornella lavava le tazze con concentrazione, come ad un esame.

Presto, la cucina profumava di olio e zucchero. Con le frittelle nel piatto, Ornella sembrava finalmente sé stessa.

Mentre mangiavano, suonarono.

E adesso? chiese Ornella.

Stefania guardò dallo spioncino. Sorrise.

È solo Giulia, disse.

Giulia entrò, osservò la situazione, e sorrise.

Oh, anche zia Ornella ha le paillettes ora, scherzò.

Eh? chiese Ornella.

Guarda la lampada infilò Giulia.
Tutte alzarono lo sguardo. Sulla plafoniera brillava una stellina dargento, evidentemente traslocata con i vestiti.

Stefania rise.

Vedi? Adesso brilliamo tutte. Ma stavolta le paillettes sono scelte, non invadenti, concluse Giulia.

Stefania sentì scorrere dentro una nuova serenità. Era ancora arrabbiata, ma ora cera una scelta. E anche Ornella aveva la sua.

Nella piccola cucina, mangiando frittelle insieme, sentirono la gioia di una festa semplice e autentica. Non cera più una regina del buffet né la miglior padrona di casa. Solo Stefania, Ornella e Giulia.

***

La vita ci porta spesso a spalancare le porte senza curarci dei nostri stessi confini, nella speranza che ospitare gli altri riempia i nostri vuoti. Ma si può essere accoglienti davvero solo quando impariamo a dire basta senza paura, scegliendo come e con chi condividere la nostra casa e il nostro cuore. Nella vera festa, conta il calore del rispetto reciproco, non la quantità degli invitati.

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Festa in famiglia — ingresso senza confini
TUTTI NOI L’ABBIAMO GIUDICATA Mila stava in chiesa piangendo già da quindici minuti. Ero sorpresa di vederla lì: “Che ci fa questa tipa qui?” pensavo. Non me l’aspettavo davvero. Non conoscevo Mila, ma la vedevo spesso: abitiamo nello stesso condominio e passeggiamo nello stesso parco. Io con i miei quattro figli, lei con i suoi tre cani. Tutti noi l’abbiamo sempre giudicata. Noi — cioè io, le altre mamme coi bambini, le signore sedute sulle panchine, i vicini e persino, immagino, i passanti occasionali. Mila era bellissima, sempre vestita all’ultima moda, e sembrava leggera e sicura di sé. — Ecco, un altro uomo nuovo, — borbottava la signora Lina dal suo posto davanti al portone. — Il terzo, — annuiva l’amica Silvia, gettando uno sguardo invidioso mentre Mila partiva con l’ennesimo accompagnatore nella sua macchina di lusso. Il figlio della Silvia, il quarantacinquenne Paolo, non ha nemmeno una Panda usata. — Piuttosto che cambiare uomo, dovrebbe fare un figlio, il tempo passa! — si inseriva il nonno Carlo, di solito in disaccordo con le signore, ma sull’argomento “Mila” erano tutti uniti. Più tardi l’intera panchina commentava soddisfatta che anche quest’ultimo compagno di Mila fosse scappato, concludendo: “Per forza, sarà una poco di buono! E sicuramente la sua casa puzza di cane!” Ma a non sopportarla eravamo soprattutto noi, le mamme con figli. Mentre noi correvamo dietro ai nostri bambini attraverso scivoli, altalene e cespugli, Mila passeggiava tranquilla con i suoi “bastardini” e sorrideva come se si sentisse superiore: noi, vittime della maternità, e lei libera di godersi la vita. — Si vede che è una tipa da “no kids”. Sono tutte così, — diceva la mia amica Federica, mamma di tre maschi. — I ricchi hanno le loro fissazioni: cagnolini, gattini, criceti, — annuiva la gravida Anna, cercando di recuperare la sua bimba scalmanata dall’albero. — È solo un’egoista che pensa a viaggiare, mentre io è il settimo anno che non vedo il mare, — sospirava Marina, madre di cinque. — Già, già, — annuivo io, sempre d’accordo con tutte. Poi correvo a soccorrere la mia Tonina col ginocchio sbucciato che piangeva nel parco. — Tutti questi cani… meglio un bambino, — sentenziò una volta una nonna col nipote. — Non sono affari vostri! — si voltò Mila, ma si trattenne e proseguì a testa alta, coi suoi cani. — Che maleducata, — le gridò dietro la vecchietta. …Guardai Mila che piangeva in chiesa ancora per qualche istante e poi uscii. — Aspetti, — sentii alle mie spalle. Era Mila, che mi seguiva nel cortile della chiesa. — È lei che passeggia sempre al parco con le quattro figlie? — Sì… e lei con tre cani. — Sì. Posso parlare con lei? Sa, la guardo sempre con le sue bambine, guardo le altre mamme, e vi ammiro tanto… — arrossì. — Lei?!? — rimasi stupita, quasi pronta a pensare: “Ma come, lei non è una tipa da figli, è una egoista!” Mi tornarono in mente i suoi sguardi… Così abbiamo fatto conoscenza, sedute sulla panchina. Mila ha parlato… parlato tanto, e piangeva. Si vedeva che aveva solo bisogno di confidarsi. …Mila cresceva in una bella famiglia unita. Da sempre sognava tanti figli. Si sposò per amore, ma dopo due gravidanze finite male e la diagnosi di infertilità, il marito sparì. Il secondo fece lo stesso, dopo lunghi tentativi e una tragedia. Alla fine, anche l’ultimo compagno fuggì appena sentì parlare di figli. Gli piaceva l’auto di Mila, il suo stipendio, ma un bimbo proprio no. — Avrei dato qualsiasi cosa pur di avere un figlio! — Credevo che amasse solo i cani, — dissi, un po’ imbarazzata. — Sì, li amo, — sorrise Mila, — ma questo non vuol dire che non ami i bambini. Per non sentirsi sola, prese con sé Teo. Poi arrivò Mike, che le affidarono gli amici. E infine raccolse Fenia per strada durante l’inverno. “Meglio avrebbe fatto ad avere un bambino,” mi tornò in mente la frase di quella nonna. “I suoi orologi biologici stanno scadendo,” sussurrò una volta il nonno Carlo guardandola. Mila aveva già quarantuno anni, anche se ne dimostrava trenta. Decise di adottare un bambino. Si affezionò subito a Nicolò, un bimbo di sei anni che corse da lei chiedendo: “Vuoi essere la mia mamma?” “Sì,” rispose Mila. Ma non glielo diedero: la mamma naturale soffriva di una malattia mentale, ma non aveva perso la patria potestà. — È stato un colpo, — ricorda Mila. — Un bimbo che soffre, ha bisogno di una famiglia, e non si può fare niente… Poi conobbe la piccola Elena, quattro anni, già rimandata indietro due volte da chi provava ad adottarla. Raccontavano che Elena, riportata alla casa famiglia dalla sua seconda “mamma”, le si aggrappava alla gonna piangendo: “Mammina, ti prego, non lasciarmi! Non lo farò più!” Alla domanda di Elena “Anche tu mi rimanderai indietro?” Mila rispose con le lacrime: “No, non ti lascerò!” Ma anche con Elena sorsero degli ostacoli. “È mia figlia, e lotterò per lei,” disse Mila. Quel giorno era la prima volta in chiesa. Il parroco le parlò a lungo: — Andrà tutto bene! Coraggio! — e Mila sorrise. Siamo tornate a casa insieme. — Penserà che sono arrogante e superba, — disse Mila, — ma sono solo esausta di dover sempre spiegare tutto a tutti… Mi invitò con le bambine a casa sua, a giocare con i suoi cani. Accettai, e lo farò. Ma più avanti. Intanto, mi vergognavo. E pensavo: “Perché in noi c’è così tanta cattiveria? Da dove viene il peggio che pensiamo degli altri?” Vorrei tanto che a Mila, questa donna straordinaria che tutti noi abbiamo giudicato, andasse tutto bene. Che Elena le corresse incontro dicendo: “Mamma!” e sapesse che ormai nessuno la toglierà più dalle sue braccia. E che insieme a loro saltellassero felici Teo, Mike e Fenia… E magari, davvero, arrivi anche un bravo compagno per Mila. E magari una sorellina o un fratellino per Elena… A volte accadono miracoli, no? E che mai nessuno osi più dire loro una parola cattiva…