Semplicemente andare avanti con la vita

Continuare a vivere

Cara pagina di diario,

Quando ripenso alla mia infanzia, spesso mi viene in mente quel pomeriggio estivo nella veranda della nostra casa di campagna vicino a Firenze. Io, una bambina vivace con i capelli raccolti in due codini spettinati, correvo avanti e indietro tra le sedie di vimini ridendo di gusto. Il sole filtrava tra le tende bianche e mi sentivo felice come solo una bambina può esserlo. Ricordo ancora quando ho visto Francesco, il migliore amico di mio fratello Lorenzo, che si avviava tranquillo verso il giardino. Mi sono fermata di colpo, quasi senza fiato, poi lho rincorso e gli ho afferrato la mano con tutta la forza delle mie piccole dita. Guardandolo dal basso, con linnocenza che solo una bambina sa avere, gli ho urlato tra le risate:

Non ti lascerò mai andare! Quando sarò grande, ti sposerò io! Devi solo aspettarmi!

Francesco si è fermato e per un attimo mi ha guardata con stupore. Poi il suo volto si è addolcito e ha sorriso, sistemandomi i capelli con una delicatezza che ho sempre custodito nel cuore.

Ti aspetto, piccola Giulia, mi ha risposto con una voce in cui cera più affetto che serietà. Ma tu adesso devi studiare e ascoltare mamma e papà. Solo così potrai diventare la mia fidanzata.

Lho guardato a lungo, come se stessi valutando seriamente quellaccordo. E poi ho annuito con entusiasmo.

Sarò la migliore, promessa!

La luce di quel giorno sembra brillare ancora negli angoli più nascosti della mia memoria. Odore di gelsomino, suono di risate, speranze ingenue che mi sembravano tutto il mio futuro.

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Oggi tutto sembra così diverso. Siedo nella mia stanza, circondata da libri di matematica che sfoglio distrattamente. Fuori si sta facendo buio e in casa regna un silenzio insolito, rotto solo dal mormorio della voce di Lorenzo che parla al telefono nella stanza accanto. Senza volerlo, mi avvicino alla porta per cercare di capire di cosa parlano. Quando sento il nome di Francesco, il mio cuore si stringe. Lorenzo dice qualcosa di una cena, un bar e di quel sorriso. E capisco che sta parlando di una nuova ragazza. La nuova ragazza di Francesco.

Non realizzo neanche quello che faccio: di colpo sono davanti alla porta, nervosa come mai prima, con lorecchio appoggiato al legno freddo. Mi ripeto che forse ho frainteso, che magari sto immaginando tutto. Ma quando Lorenzo esce e mi vede, non posso trattenermi:

Francesco ha una ragazza? chiedo subito senza mezzi termini. La voce mi trema e cerco di sembrare indifferente.

Lorenzo mi guarda e sospira. Nei suoi occhi cè una tristezza consapevole, quasi rassegnata. Lo so che si è accorto di come guardavo Francesco, di come cambiavo espressione ogni volta che lo nominava o vedevo una sua foto online.

Ancora con questa storia, Giulia? sbuffa lui appoggiandosi allo stipite. Hai sedici anni, ormai queste cotte dovresti averle lasciate alle spalle. È solo una simpatia da bambina.

Lo fisso, incrocio le braccia e sento crescere dentro di me una piccola rabbia ostinata.

Non è vero! ribatto, scuotendo la testa così forte che i capelli mi si sparpagliano sulle spalle. Non capisci niente! Lui si innamorerà di me, vedrai! Non è una cosa da bambini, è un vero sentimento!

Cerco di convincerlo, ma soprattutto cerco di convincere me stessa. Ricordo ogni sguardo che Francesco mi lanciava per scherzo, ogni sorriso, ogni sfiorarsi di mani, e mi illudo che tra noi possa esserci qualcosa di reale.

Lorenzo non replica subito. Mi scruta a lungo, forse vorrebbe trovare le parole giuste, ma poi capisce che è inutile. Quello che provo ormai va oltre una cotta adolescenziale. Francesco è diventato il cuore di tutto quello che sognavo.

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Stamattina, appena la luce ha rischiarato la stanza, sono praticamente volata in cucina. Mi sentivo così leggera che persino le scale mi sono sembrate un gioco. Ero così radiosa che anche mamma ha notato il mio sorriso prima di accorgersi del profumo del caffè appena fatto. Ma io non vedevo altro che Lorenzo, seduto al tavolo col giornale.

Mi ha chiesto di uscire! ho gridato quasi saltando dalla gioia. Mi ha portato un regalo per il compleanno una scatolina con il mio nome inciso e poi ha detto che ora che sono maggiorenne può dirmi che mi ama. Francesco mi ama, Lorenzo!

Continuavo ad aggiustarmi i capelli, come se temessi di non essere perfetta per quel momento. Era come se tutta la felicità del mondo scorresse nelle mie vene.

Lorenzo ha messo giù la tazzina ed è venuto ad abbracciarmi. So che in fondo sapeva che sarebbe successo. Aveva sempre avuto un occhio su di noi due, anche quando Francesco si informava di nascosto su qualunque dettaglio mi riguardasse, dai miei fiori preferiti fino ai programmi del fine settimana.

Se sarà felice, allora sono contento anchio. Mi aveva detto spesso Lorenzo pensando a Francesco. Sapeva che era un ragazzo serio, affidabile, che si meritava la mia fiducia.

Quel giorno mi sono sentita amata, protetta. Avevo la sensazione che tutto fosse finalmente al posto giusto, che potesse esistere un futuro limpido davanti a me. E anche il micio Nando che ronfava sul davanzale sembrava festeggiare insieme a noi

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Poi è arrivato quel giorno maledetto. Lospedale di Pisa aveva le pareti spentamente color crema, le luci fredde, un odore di disinfettante. E io, seduta su una sedia di plastica nel corridoio, non vedevo più nulla intorno. Sentivo solo il ricordo di ieri sera, quando io e Francesco discutevamo su quale composizione scegliere per il nostro matrimonio. Lui scherzava, mi prendeva in giro sul tulle e sulle tende; io progettavo ogni dettaglio, felice come non mai. E invece oggi non cera più. Un incidente stradale. Unauto fuori controllo e la sua vita la nostra vita spezzata in un attimo. Senza logica. Niente, nessuno può spiegare come si possa perdere tutto in un attimo.

Lorenzo è arrivato con gli occhi rossi, il volto scavato dal dolore. Mi si è seduto accanto, mi ha stretto le spalle con la mano che tremava.

Giulia, ha sussurrato così piano che pensavo quasi di non sentirlo parlami, per favore.

Ho girato la testa verso di lui, ma la voce era spenta, senza vita.

Parlare di cosa?

Lorenzo ha abbassato lo sguardo.

Di qualsiasi cosa Ti prego, non tener tutto dentro, almeno piangi

Ma non ci riuscivo. Le lacrime non venivano, la tristezza era talmente forte da togliere il fiato alla mia anima. Ho solo alzato le spalle.

Non ho più lacrime. E non ho voglia di vivere.

Lorenzo ha stretto le mie spalle con più forza e, anche se non riusciva a nascondere la sua sofferenza, ho visto nei suoi occhi una determinazione a non lasciarmi sola. Eppure io ero già diventata come invisibile: seduta per ore, muta, come una statua. I medici hanno deciso per un calmante. Senza quasi accorgermene, da qualche parte nel sonno, il dolore si è momentaneamente spento.

Al risveglio ero nel mio letto, nella casa di sempre. Ho sentito parlare papà e Lorenzo in salotto, la voce di mamma appena rincasata dal lavoro carica di preoccupazione.

Ho paura per lei, diceva Lorenzo Giulia è sempre stata tutta per Francesco, non voleva nessuno vicino Che ne sarà di lei adesso?

Il tempo guarisce, ha risposto mamma. Ma sapeva bene anche lei quanto quella frase fosse vuota di senso.

Mi sono fingersi addormentata perché non sapevo come reagire, come accettare la loro premura quando io mi sentivo vuota, come un contenitore svuotato di ogni significato.

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Nove giorni quaranta giorni il tempo si è messo ad avvolgermi come la nebbia dinverno sui colli toscani. Ero sempre lì, seduta sul davanzale della finestra, le ginocchia strette al petto, lo sguardo verso il cortile dove tutto mi urlava dentro. Persino la vecchia panchina sotto il platano era diventata un simulacro della nostra felicità: proprio lì Francesco mi aveva chiesto di sposarlo. Ricordo come tremava nel darmi lanello, come ridevamo nervosi.

Ora anche quella panchina era rimasta sola.

Giulia, vuoi mangiare qualcosa? la voce di mamma arrivava lieve e preoccupata.

La sentivo avvicinarsi, potevo percepire la sua paura, le sue mani fredde sul mio braccio. Ma io non riuscivo a ricambiare nulla, nemmeno uno sguardo.

Devi mangiare, insisteva. Ieri non hai toccato cibo, non puoi andare avanti così

Non devo niente a nessuno.

Per un attimo è rimasta in silenzio, poi è uscita e nel corridoio ho sentito la sua voce bisbigliare a Lorenzo.

Ho parlato con la dottoressa Bianchi, ci serve aiuto. Da soli non ce la facciamo.

Lorenzo ha annuito. E si è preoccupato ancora di più nel vedermi disperdere giorno dopo giorno come acqua tra le dita.

Quella notte, dopo ore passate ad ascoltare il ticchettio dellorologio sul comodino, finalmente mi sono addormentata. E lui, Francesco, è venuto a trovarmi nei sogni. Mi ha sorriso serio, quasi rimproverandomi:

Giulia, guarda come sei ridotta non puoi andare avanti così.

Istintivamente ho provato a toccarlo, ma lui sembrava fatto di nebbia. Piangevo silenziosa.

Non ce la faccio senza di te

Sei più forte di quanto pensi. Devi andare avanti, devi vivere. Troverai giorni buoni, giorni dolorosi, ma io ci sarò sempre tra le stelle. Se avrai bisogno, chiamami. Io ti risponderò.

Quando mi sono svegliata avevo la faccia bagnata e la gola stretta. Ho urlato, un urlo rotto, devastato. In un attimo sono arrivati mamma, papà e Lorenzo e mi hanno abbracciata tutti insieme, senza domande, solo con la loro presenza.

E nel pianto gli ho sussurrato:

Prometto che ci proverò

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Arrivò il giorno di prendere una decisione. In salotto, con il tè ormai freddo sui piattini, Lorenzo ha preso la parola.

Forse è meglio trasferirci. Per Giulia questa casa è solo un peso, ogni angolo la ferisce ancora di più.

Io non ho risposto, guardavo il cielo dalle finestre bagnate di pioggia. Ma dentro di me qualcosa si muoveva.

In unaltra città sarà più facile ricominciare, ha detto mamma nuovi luoghi, nuove persone forse riusciamo a trovare un po di pace.

Potremmo andare a Bologna, suggerisce Lorenzo un mio amico lavora lì e mi ha promesso di aiutarmi, e per Giulia ci sono buoni corsi alluniversità.

Mi sono vista riflessa nei ricordi: le risate sul marciapiede, le passeggiate mano nella mano, la scuola, i glicini in fiore al cancello. Ma ogni ricordo era ancora più doloroso.

Accetto. Andiamo via.

Quelle parole erano piene di paura quanto di speranza. Ma erano mie. E per la prima volta da mesi avevo preso una decisione.

Le settimane successive le ho vissute come uno spettatore, vedendo mamma e Lorenzo che impacchettavano la casa. Io osservavo da lontano, toccavo ogni oggetto come se dovessi lasciar andare una parte di me. Lultimo giorno, sul balcone, ho salutato il cortile e mi sono promessa che avrei resistito.

La nuova città mi ha accolta tra le sue strade rumorose e i suoi cieli grigi. Bologna era un posto tutto da esplorare e nella mia stanza nuova ho trovato, paradossalmente, una sensazione di libertà. Niente più ricordi che mi inseguono dietro ogni porta, solo la possibilità di ricominciare.

Non è stato facile. Spesso mi sembrava tutto vuoto, tutto troppo diverso, e la notte i sogni tornavano a portarmi il sorriso di Francesco. Ma giorno dopo giorno ho iniziato ad accorgermi delle piccole cose: i primi tulipani nel parco, il sorriso cortese della barista di piazza Maggiore, una piacevole chiacchierata a lezione.

Non ho dimenticato Francesco, e mai lo dimenticherò. Continuare a vivere non significa tradire il mio amore per lui. Significa, anzi, rispettare la sua ultima richiesta. Ricominciare, uscire, lasciar entrare il sole e il dolore insieme.

Perché lui sarebbe orgoglioso della mia forza.

Perché, nonostante tutto, io sto provando davvero a vivere.

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