Mio marito viveva in camera, il mio amante in salotto
Giulio, non ti agitare, ascolta con attenzione. Adesso Gabriele viene a vivere con noi. Si trasferisce questo fine settimana.
Abbassai il giornale, senza credere a quel che avevo sentito.
Dici sul serio? E dove dovrebbe stare, sul balcone?
In salotto, ovvio. Il divano si apre. Abituati, caro. Così sarà meglio per tutti.
Lucia era fermata alluscio della cucina, appoggiata allo stipite, con quellespressione di chi annuncia semplicemente lacquisto di una nuova lavastoviglie. Mi tolsi gli occhiali, mi massaggiai lattaccatura del naso. Era ormai una vecchia abitudine, quando mi sentivo nervoso. Li rimisi, fissandola ancora una volta. Forse avevo capito male? Sessantanni compiuti da poco, ludito non è più quello di una volta.
Lucia, ho capito bene? Vuoi che questo Gabriele viva qui, nella nostra casa?
Non questo Gabriele, si chiama Gabriele, mi corresse lei, e nella voce si sentì una nota di ferro. Sì, qui. La casa è grande, a te va bene la tua stanza. A me la mia. Lui si sistema in salotto. Perché mi guardi così?
Rimasi senza parole. La testa un tumulto. Siamo sposati da trentacinque anni, trentacinque! Lavorai una vita intera come tecnico alla Fincantieri, in pensione ormai da tre anni. Lucia insegnava musica alla scuola elementare Armonia, dirigeva il coro. La nostra era sempre stata una vita silenziosa, magari un po noiosa, come lei diceva spesso. Io leggevo il giornale, costruivo modellini di aerei, fumavo la pipa sul balcone la sera. Lei sferruzzava o seguiva le fiction. Una vita normale da coppia anziana. I figli adulti, ognuno con la propria famiglia. Il maschio a Bologna, la femmina a Milano. Ci sentivamo a Natale e a Pasqua.
Poi, sei mesi fa, Lucia era cambiata. Nuovo rossetto, profumi costosi, sempre col telefono in mano. Le chiedevo che succedeva, lei cambiava discorso. Una sera, me lo disse. Aveva incontrato qualcuno. Gabriele. Camionista, dieci anni più giovane. Si era innamorata, diceva, voleva vivere la vita, finché si poteva. Rimasi spiazzato, provai a parlarle, ma era irremovibile. Mi propose il divorzio, io non volli. Speravo le passasse. Una crisi di mezza età, ma a cinquantotto anni, che crisi!
E ora eccoci qui.
Lucia, capisci cosa mi chiedi? È assurdo. Accettare il tradimento è una cosa, ma far entrare lui in casa con me presente?
Presente, assente, che cambia? fece spallucce. Passi la vita in camera tua. Fallo ancora, noi con Gabriele vivremo da persone normali. Lui è una brava persona. Affidabile. Non come qualcuno
Strinsi i pugni sotto il tavolo. Avrei voluto gridare, sbattere qualcosa. Ma non era da me. Disciplina, carattere, educazione. E poi a cosa serviva? Lei aveva già deciso.
Non accetto, dissi deciso. Anche questa è casa mia. Non permetterò che viva qui uno sconosciuto.
Sconosciuto? rise amara. Per te, forse. Per me ormai è di casa. E comunque la proprietà è di entrambi: che vuoi vietare? Se vuoi, divorziamo e dividiamo tutto, vediamo chi si trasferisce. Ma io resto con Gabriele, in ogni caso.
Allora capii di essere finito in trappola. Vendere casa? Cercare unaltra sistemazione con una pensione che a malapena basta per vivere? Andare dai figli? No, loro hanno la loro vita. E poi, perché dovrei lasciare io la mia casa? Ogni chiodo, ogni scaffale, li ho messi io.
Quindi è deciso, concluse Lucia, girandosi per andare via. Sabato arriva con i bagagli. Cerca di comportarti bene, non fare scene.
Restai solo in cucina, lo sguardo perso nel vuoto. Il modellino dellATR-72, ancora da finire, ammuffiva sul davanzale. Mi versai il tè, accesi la pipa, anche se Lucia aveva sempre proibito di fumare in casa. Stavolta, chi se ne importa.
Sabato mattina fui svegliato dal campanello. Era lui, Gabriele. Alto, robusto, con lo zaino e il borsone. Avrà avuto quarantotto anni, proprio come diceva Lucia. Faccia vissuta, mani da lavoratore. Jeans, camicia a quadri. Sorrise, tese la mano.
Giulio, piacere. Gabriele. Immagino tu sappia tutto.
Non gli strinsi la mano. Mi feci da parte per lasciarlo entrare. Lucia saltò fuori dalla sua stanza, tutta raggiante.
Vieni, Gabriele! Hai visto, Giulio ci accoglie!
Accoglie. Bella parola. Zitto zittino, mi rifugiai in cucina. Sentii che trafficavano nellingresso. La giacca di Gabriele appesa accanto alla mia vecchia giacca. Impressionante.
Giulio, ci porti un tè anche a noi? gridò Lucia.
Fate da soli, risposi.
Sentii che mostrava a Gabriele il divano letto, dove sistemare le sue cose. Poco dopo, entrarono in cucina. Mi chinai per andarmene, ma Gabriele mi chiamò.
Giulio, dai, senza rancori, su. Strano per tutti, ma siamo adulti: potremo convivere.
Mi girai. Era seduto al mio tavolo, in casa mia, sorridendo con bonomia. Lucia versava il tè nella mia tazza preferita, quella con scritto Miglior Tecnico.
Conviveremo? Tipo, tu nella mia casa con mia moglie?
Giulio! sindignò Lucia. Basta offese.
Non è unoffesa: è la verità, mi levai gli occhiali, li pulii sul fazzoletto.
Ci farai labitudine, tagliò Lucia. La gente si abitua a tutto.
Per una settimana mi chiusi in camera mia. Letto, scrivania, scaffale con i miei modellini. Prima era la stanza di nostra figlia, ma ormai ci aveva messo radici solo la mia solitudine. Sentivo la loro vita attraverso il muro. Ridevano, parlavano, guardavano la TV. Gabriele si alzava presto, cantava sottovoce in bagno, poi andava alla ditta di trasporti Velocitá, tornava per cena. Lucia cucinava, apparecchiava. Mi chiamava qualche volta, ma rifiutavo: pane e salame in camera.
Ma non si poteva evitarli per sempre. Casa una, bagno uno, cucina una. Un mattino uscii per fare due uova sode. Loro già in cucina. Gabriele, con il mio giornale.
Buongiorno, mormorai.
Finalmente un buongiorno anche da te, disse Lucia. Vuoi colazione con noi?
No, faccio io.
Presi una pentolina più piccola, rompo le uova. Vicini al fornello, scena di tragicommedia domestica. Io le mie uova, lei la pancetta. Gabriele continua la lettura del mio quotidiano.
Giulio, dovè la tua pipa? chiese a un certo punto.
Mi girai. Lui mi fissava incuriosito.
Ce lho io. Non la do.
Taccagno! rise. Pensavo di fare amicizia
Non siamo amici, lo fulminai. E mai lo saremo.
Giulio, non essere così, intervenne Lucia. Gabriele cerca solo desserti amico.
Spensi il fornello. Gettai la padella nel lavello e me ne andai senza colazione. Seduto sul letto, i pugni chiusi, sentivo addosso lumiliazione. La vergogna di esser fantasma in casa mia.
Passò qualche giorno e Gabriele iniziò davvero a prendere il possesso della casa. Appese una mensola allingresso, cambiò la disposizione dei mobili in salotto. Il mio vecchio paralume, comprato un secolo fa, lo portò sul balcone, non centra col resto. Lucia non protestò, anzi:
Ha ragione Gabriele. Qui dentro serve una ventata nuova. Sembra un museo!
Provai a ribattere. Nessuno mi sentiva. Una sera in bagno trovai i suoi oggetti: bagnoschiuma dal profumo acido, schiuma da barba. Accanto ai miei si facevano spazio con prepotenza. Gli odori estranei, la sua roba sul divano, il suo odore in tutta casa. Chiudevo la porta della mia camera, ma i rumori attraversavano i muri. Risate, discorsi, la musica. Sentivo persino i baci o il fruscio dei vestiti. Alzavo il volume della radio.
Gli altri condomini se la ridevano. Qui i pettegolezzi viaggiano veloce. La signora Ada del terzo piano mi fermò sulle scale.
Giulio, come stai? Abbiamo saputo Coraggio, caro mio.
Salivo senza rispondere. Ovunque sentivo sguardi pieni di pena, curiosità o biasimo. Un giorno la signora Santina del piano di sotto mi chiamò:
Giulio, ma mandalo via quellimbucato! Luomo deve comandare in casa!
Grazie del consiglio, tagliai corto.
Ma che dovevo fare? Cacciarlo a suon di urla? Sessantanni, il cuore malandato. Lui giovane e forte. E Lucia schierata con lui. Una crisi coniugale degenerata in un incubo.
Una sera, seduto in cucina, sentendo le loro risate dal salotto, Lucia entrò, prese dal frigo una bottiglia di vino.
Giulio, ti disturba?
Che cambia? Prendi pure.
Riempì due bicchieri, prese una ciotola di pecorino e se ne andò. Nel frigo, tutti i loro cibi. La mortadella che piaceva a Gabriele. Gli yogurt di Lucia. Io avevo solo due scatolette, relegate in fondo.
Mi avvicinai alla finestra. Davanti, le luci di Genova saccendevano. In città famiglie normali, senzaltra presenza in casa: marito e amante sotto lo stesso tetto è roba folle. E invece la mia realtà.
In camera, ripresi il modellino daereo. Le mani tremavano, impossibile lavorare. Accesi la pipa, il fumo saliva in alto. Pensai alle domeniche nel parco con Lucia, ai suoi biscotti, alle serie TV viste insieme. Era una vita monotona, forse, ma era la mia. Era la nostra.
Adesso? Aspettavo, barricato in camera, la fine.
Il peggio arrivò quando Gabriele si comportò da vero padrone. Un mattino lo trovai ai fornelli, nel mio accappatoio a quadri, quello che usavo da quindici anni.
Cosè sta storia? dissi, indicando la vestaglia.
Ah, questa? abbassò lo sguardo. Lucia me lha data. Ha detto che a te non serve più.
Come sarebbe a dire?! È mia!
Riprendila, se vuoi! iniziò a slacciarla.
Tienila. Me ne andai in camera. Udii la risata di Lucia.
Poco dopo, mentre cercavo un libro in salotto, li trovai abbracciati sul divano. Non si vergognarono della mia presenza.
Giulio, ti serve qualcosa? chiese Lucia.
Prendo un libro.
Presi il volume di Pirandello, loro continuarono ad accarezzarsi. Poi si baciarono, davanti ai miei occhi. Un bacio lungo, tenero. Rividi la scena come da fuori, col libro in mano, senza parole. Lucia mi sorrise.
Sei ancora qui?
Vado, mormorai.
In camera, immobile sul letto. Le mani tremanti. Lumiliazione massima. Non solo tradito; sfidato, deriso.
Ripensai al matrimonio, trentacinque anni fa. Io in abito, lei in bianco. I figli nati, cresciuti. Io operaio, lei insegnante. I sogni. E questo è il futuro?
Ai figli, ovvio, non dissi nulla. Nemmeno Lucia spiegò niente. Perché crucciarli? Hanno la loro vita. Andrea a Bologna, Paola a Milano. Mi chiamano ai compleanni. Dico sempre tutto bene. Che altro potrei dire? Tua madre vive col suo amante e io faccio lospite a casa mia?
Le settimane scorrevano. Fuggivo i loro sguardi, uscivo la mattina presto, solo, camminavo lungo i vicoli, alla biblioteca comunale, tornavo la sera. Ma inevitabilmente ci si incrociava.
A cena li sentivo ridere dalla cucina mentre masticavo pane raffermo e latte condensato nella mia camera, una volta ottima cucina italiana relegata a cibo da pensionato solo.
Qualche giorno dopo Lucia entrò da me.
Giulio, quandè che la smetti con questa storia?
Quale storia?
Il muso. Dai, siamo adulti, puoi anche comportarti civilmente.
La guardai.
Lucia, hai portato in casa tua il tuo amante. Come dovrei reagire?
Potresti accettare. Capire che le persone cambiano. Io sono cambiata. Voglio unaltra vita.
E io?
A te bastano i modellini, la pipa, il giornale, rise amara. Sei sempre stato così. Noioso, prevedibile. Non ne posso più.
Mi affacciai alla finestra.
E allora perché hai passato trentacinque anni con me?
Perché allora non avevo scelta. Ora sì.
Chiuse piano la porta. Mi rimase quel vuoto. In petto, dolore, rabbia, impotenza. Magari è vero: sono stato noioso. Lavoro, casa, famiglia. Nessuna passione. Pensavo bastasse. Scoprivo che no.
Passarono giorni a somigliare uno allaltro. Ogni tanto pensavo di essere già morto e nessuno me lavesse detto.
Un mattino trovai una nuova scarpiera nellingresso. Al posto della vecchia.
Cosè quella roba?
Lha portata Gabriele. Dice che la vecchia era orrenda.
Me laveva costruita mio padre dissi piano.
Ma era un catorcio. Almeno ora è elegante.
Elegante. Mi sentii un peso addosso. Prendi la giacca, esci, vai dove ti portano i piedi. Finivo al Parco della Villetta, il luogo delle nostre passeggiate dun tempo. In silenzio su una panchina. Non sentivo il freddo. Senza più una vera casa.
Tornai, tardi quella sera. Loro già a letto. Mi sedetti in cucina, solo, con una tazza di tè. Fu lì che capii che non avevo dove fuggire. Era il mio destino, lì avrei portato la mia croce, perché quello ero io: paziente, ostinato, forse debole, ma incapace di mollare tutto e basta.
Il giorno dopo, la colazione: Gabriele seduto a capotavola, il mio posto da sempre. Accanto alla finestra.
Puoi spostarti? chiesi.
Mi guardò sorpreso.
Perché mai?
È il mio posto.
Giulio, ma davvero cimporta? commentò Lucia. Che differenza fa?
Per me la fa.
Gabriele non si mosse.
Mi trovo comodo qui, disse. Siediti di là.
Mi allontanai, i pugni serrati. Avrei voluto strapparlo via. Lui più forte, più giovane. E Lucia con lui. Trovai rifugio in camera. Piansi di gusto come non mi capitava da decenni. Forse da quando morì mia madre. Ora usciva tutto: la vergogna, il dolore.
Da quel momento smisi di lottare. Restai chiuso in camera, uscendo solo per necessità. Lucia ogni tanto veniva a chiedere come andava, rispondevo appena. Gabriele tentava il dialogo. Lo ignoravo.
Smisi anche di lavarmi, trascurandomi. I modellini lasciati a prendere polvere. Le letture ignorate. Solo, in silenzio, con la mia pipa.
Un giorno Lucia entrò senza bussare.
Giulio, io e Gabriele ci sposiamo.
Mi voltai.
Sposarvi? Io che dovrei fare?
Divorziamo, ovviamente. Sto preparando i documenti.
E la casa?
Si divide. La tua quota ci fai quel che vuoi. O vai dai figli.
Mi sedetti.
Quando?
Fra un mese. Abbiamo già fissato.
Uscì senza attendere risposta. Rimasi fermo, a ragionare su quel futuro. A sessantanni, cuore malmesso, una pensione misera. Che ne sarebbe stato di me?
Mi guardai allo specchio: capelli bianchi, rughe profonde, occhi spenti. Vecchio, dimenticato. Mi tolsi e rimisi gli occhiali. Solita abitudine.
Non chiusi occhio neanche quella notte. Dal salotto filtrava la loro voce, i loro discorsi e le risate. Ero il problema, e da lì a poco sarei sparito.
Allalba, in cucina, solo davanti al tè e alla finestra. Fuori, la solita Genova. Qui dentro, il teatro assurdo continuava.
Lucia entrò, ancora in camicia da notte, mi si sedette di fronte.
Dobbiamo parlare, disse.
Che altro cè da dire?
La casa si vende, insomma. Finché non sistemiamo, troviamo un modo civile di convivere. Non puoi startene in camera per sempre.
Non vedo il problema, a voi va bene così.
Gabriele sostiene che isolarsi fa male. Dovresti uscire ogni tanto, chiacchierare.
Sorrisi amaro.
Ora ti prendi cura di me? Comè tenero.
Non fare il sarcastico. Lui è un uomo buono. Potreste pure andare daccordo, se
Diventare amici dellamante della mia moglie? Lucia, ti ascolti?
Pensavo ormai ti fossi rassegnato. Si va avanti.
Mi sono arreso, Lucia. E che dovrei fare?
Lei mi posò una mano sulla mia.
Mi dispiace, Giulio. Ma non posso vivere diversamente.
Guardai quelle dita. Un tempo stringevano la mia mano con amore. Ora erano solo educazione. Un pezzo di prosa della vita.
Lucia, dissi piano, cerco di capire dove ho sbagliato. Forse sono stato noioso? Non ti ho dato attenzioni? Ma ho lavorato, mantenuto la casa, allevato i figli. Credevo fosse amore: prendersi cura, restare fedeli.
Non è amore: è dovere. Lamore è unaltra cosa. Fuoco, passione. Quel che ho con Gabriele.
A cinquantotto anni?
Letà che importa?
Scossi la testa, tornai in camera. Quando è stato lultima volta che mi sono sentito felice? Non ricordavo più.
Le giornate si susseguivano lente. Gabriele lavorava, Lucia sistemava. Io vagavo come un ectoplasma. Una mattina trovai nellingresso una scarpiera nuova. Al posto della vecchia.
Cosè?
Lha portata Gabriele. La vecchia era marcia.
Era un regalo di mio padre
Era un catorcio. Ora è tutto più bello.
Bello. Mi venne da piangere. Uscii, mincamminai per la città vecchia. Una panchina in Piazza della Vittoria, silenzio, mente vuota. Era finita. Non fisicamente: interiormente. Ero morto, ormai.
Tornai a casa tardi. Loro già a letto. In cucina, solo una tazza di tè. Le notti ormai sempre insonni.
Il giorno dopo, uscii di casa allalba. Voglia di essere solo per qualche minuto. Tè, seduto alla finestra. Le vite degli altri, normali, proseguivano: qui dentro, il mio teatro tragico.
Entrò Lucia.
Giulio, ci dobbiamo metter daccordo. Anche tu devi sistemarti. Fino alla divisione, vediamo di essere civili. Non puoi stare sempre chiuso in camera.
Perché no? Vi va bene così.
Gabriele ci tiene a che tu abbia ancora una vita sociale. Fa male isolarsi.
Ormai sei tu che ti preoccupi di me? Che magnanimo.
Dai, smettila. Gabriele è buono. Potreste anche diventare amici.
Amico dellamante di mia moglie? Ti ascolti?
La bocca serrata di lei, il mio sguardo altrove.
Lucia, dissi, tutti sbagliamo qualcosa. Forse sono stato noioso, banale. Ma io ci credevo nella vita semplice, nella sicurezza, nella fedeltà.
Non è amore, quello. Lamore è passione. Quello che ho con Gabriele.
Alla tua età?
Basta.
Tornai a chiudermi. Così passavano i giorni. Non vedevo la via duscita.
Arrivò la notifica di divorzio. Lucia me la pose in camera.
Devi firmare. Ho già firmato io.
Lesi i moduli in silenzio. Scioglimento del matrimonio, divisione dei beni. Formule fredde per la rovina di una vita.
E se non firmo?
Ricorrerò al giudice. Giulio, non fare tragedie inutili. Fra noi tutto è finito.
Annuii. Firmai. Un tratto di penna e una storia lunga una vita era evaporata. Lei ringraziò, con voce quasi tenera.
Ti auguro buona fortuna. Troverai la tua serenità.
A sessantanni? Dopo questo?
Perché no? La vita non finisce qui.
Uscì. Rimasi seduto a lungo. Che serenità, cosa mi restava? Una stanzetta in affitto in periferia, gli ultimi anni da solo. Era la mia sorte.
Passarono settimane. La casa finì in vendita. Vennero diverse coppie a vederla; unagente immobiliare guidava la visita, Lucia e Gabriele sorridevano ai potenziali acquirenti. Io rimanevo barricato in camera, non volevo vedere nessuno. Lagente provò a bussare.
Possiamo mostrare la stanza ai clienti?
No.
Ma
No.
Andò via. Lucia mi rimproverò, ma io mimportava più niente.
Una sera, Gabriele si sedette davanti a me in cucina.
Giulio, vorrei parlare da uomo a uomo.
Dimmi.
Lo so che ti ho rovinato la vita. Ma non lho fatto apposta, è stato lamore, sai? Ho incontrato Lucia, ci siamo innamorati. Mi dispiace averti fatto male.
Ma il danno lhai fatto, replicai.
Sì. Ma Lucia per me è tutto.
Terminai il tè e mi alzai.
Gabriele, vuoi che ti comprenda? Che ti dia la benedizione? Scordatelo.
Non chiedo niente. Volevo solo dirtelo, da uomo a uomo.
Uscì. Io restai a fissare il tavolo. Che ironia.
La casa si vendette rapidamente, una coppia giovane in attesa di un figlio. Prezzo accettabile, pratiche svelte. Avevano bisogno di una casa grande. Lucia e Gabriele sistemavano i loro scatoloni, la mia parte bastava a prendere una stanza in periferia. Cominciai a guardarmi intorno. Tutto tristissimo.
Pochi giorni prima dello sfratto finii di preparare la mia roba. Tutto stava in tre scatoloni e una valigia. Sessantanni dentro poche casse. Chissà che tristezza.
Il giorno della partenza feci un giro daddio per la casa. In salotto, quanti capodanni, quanti compleanni Ora ci sarebbe stata unaltra famiglia.
Lucia uscì dalla sua camera.
Vai via?
Sì.
Ti auguro fortuna.
Grazie.
Ci fissammo, ormai estranei. Ricordai i baci del mattino, gli abbracci, la nascita dei figli. Ma tutto era finito.
Addio, Lucia.
Addio, Giulio.
Mi allontanai, giù per le scale. Il furgone mi aspettava.
Si parte? chiese lautista.
Andiamo.
Guardai il palazzo per lultima volta. In quelle finestre vivevano ormai loro. Loro due, felici. Io iniziavo una nuova vita. Una stanza decadente in periferia, solitudine e silenzio. Eppure, dopo pochi metri, un sollievo improvviso. Era finita quellincubo. Avrei vissuto nellincertezza, sì, ma senza umiliazione.
Portai su le scatole, quinto piano senza ascensore. La stanza minuscola, ma pulita. Una sola finestra, vista cortile. Bambini giocavano sotto. Sistemai i libri, i modellini daereo. Lentamente divenne casa mia.
Lucia non si fece più sentire. Ma una settimana dopo chiamò Paola.
Papà, mamma mi ha detto che vi siete separati.
Sì, tesoro.
Come mai?
È una lunga storia. Un giorno ti racconterò.
E dove vivi? Vengo a trovarti?
Non serve, Paola. Qui sto bene. Mi arrangio.
La ascoltavo distrattamente. Non volevo pesare su di lei. Aveva la sua famiglia.
I giorni scorrevano. Andavo spesso al parco, mi preparavo la cena da solo, guardavo la TV in bianco e nero. I vicini erano silenziosi, nessuno disturbava.
Col tempo, mi abituai. Un giorno, in biblioteca, incontrai una donna della mia età, Gina. Anche lei divorziata, stava sola. Parlavamo di libri, ogni tanto passeggiavamo insieme. Nessuna storia, solo compagnia.
Eppure, certe sere, il pensiero tornava. Lucia. Gabriele. Quella casa. Faceva male, ma ogni volta un po’ meno.
Passarono mesi. Sistemai benino la stanza, comprai una poltrona nuova. Gina mi veniva a trovare, portava crostate. A volte si univa la signora Rosa, la vicina, per un tè.
Una sera Lucia mi telefonò dimprovviso. La voce turbata:
Giulio, sono io.
Dimmi.
Con Gabriele è finita. Se nè andato. Dice che sono troppo vecchia per lui.
Non sapevo cosa dire.
Giulio, mi senti? Mha lasciata! Dopo tutto quello che ho fatto!
Sì, ti ascolto.
Sto male, non so come fare.
Singhiozzava. Ma io provavo solo un vuoto dispiacere, senza piú ira né gioia schadenfreude.
Lucia, mi dispiace. Ma non posso aiutarti.
Giulio
hai fatto una scelta. Ora vivila.
Spensi il telefono. Seduto sulla poltrona, pipa alla mano. Non provavo alcuna soddisfazione. Solo silenzio.
Guardai fuori: nevicava, i bambini facevano a palle di neve sotto il lampione. Sorrisi: la vita continuava, per tutti.
Qualche giorno dopo passeggiai con Gina. Dopo la biblioteca, lei mi invitò per un tè. Ci scambiammo confidenze, delle nostre vite da anziani nuovi. Una bella amicizia.
E così i giorni passavano, uno dopo laltro. Adattato alla mia nuova esistenza piccola, solitaria, ma solo mia.
Certe sere rivedevo tutto nella memoria, tutto linizio: Giulio, ora Gabriele vive con noi. Abituati.
E invece mi ero abituato: non a vivere con loro, ma senza di loro. Senza quella casa, senza più la vecchia vita. E non era la fine: era linizio. Linizio della mia nuova esistenza.
Quella storia, ormai, era rimasta tra quelle mura. E poteva rimanerci.
Spensi la luce, mi misi a letto. Domani sarebbe stato un altro giorno. La vita continuava. Sempre.







