Lezioni di vita

Lezioni di vita

Questa mattina sono seduta davanti al mio diario, la mente piena di pensieri che si rincorrono senza sosta. Tutto è cominciato qualche giorno fa, quando sono andata a trovare mia suocera, la signora Loredana Bellini. Di solito, entro con il sorriso, scherzando e chiedendo delle sue giornate; ma in quelloccasione ero troppo turbata, e mi sono limitata a togliermi le scarpe, raggiungere la cucina e sedermi in silenzio al tavolo, fissando distrattamente il tavolo di marmo.

Lei è subito apparsa preoccupatadopo tanti anni mi conosce bene, e capisce al volo quando qualcosa non va. Si è avvicinata e, con fare materno, mi ha chiesto:

Ma che cè, cara? È successo qualcosa ad Aurora? Solo a pronunciare il nome di mia figlia nei suoi occhi è brillata unansia sincera. Sta male? Ha problemi a scuola? Qualcuno la tormenta?

Ho alzato gli occhi e le ho accennato un sorriso stanco, ma era un sorriso senza luce. Ho scosso la testa, mentre la tensione mi stringeva lo stomaco.

No, la piccola sta bene. È solo che temo di perdere il lavoro.

Loredana si è rilassata un po, ma non troppo. Il tema restava serio, e lo sguardo con cui mi fissava lo confermava.

Ma come, tesoro? Finora andava tutto bene, no?

Mi hanno proposto una promozione ho confessato, stringendo il manico della tazzina come fosse unancora. Non posso rifiutare: mi licenzierebbero. Solo che la nuova posizione richiede continui viaggi daffari. Come faccio con Aurora? È ancora piccola, ha bisogno di sua madre.

Avrei voluto trattenermi, ma non ce lho fatta. Mi sentivo a pezzi, tra la voglia di andar avanti e il senso di colpa. Allora Loredana mi ha poggiato una mano sulla spalla e mi ha sorriso con quella dolcezza tutta sua:

Ma lasciala pure da me, a cosa serve la nonna se non a questo? Sono in pensione, posso occuparmene senza problemi.

Ho fissato mia suocera scettica: in passato non era mai stata così propositiva, preferiva restare ai margini, commentare sulla salute di Aurora e poco altro. Cosera cambiato?

Non ho voluto indagare troppo a fondo, mi sono limitata a chiederle:

Ne è davvero sicura? A volte io potrei non tornare neanche per settimane

Non ha esitato, la sua voce era ferma ma serena:

Ho tirato su tuo marito, saprò badare anche a lei. Non temere.

Quelle parole mi hanno quasi strappato una risata amara. Quante volte avrei voluto dire la mia riguardo alleducazione di mio marito, Danieleabbrutito dal divano, il telecomando costante compagno, sprezzante verso tutto ciò che richiede impegno. Ci andava solo con la macchina, adorava le gare clandestine fuori Firenze assieme agli amici. Ogni venerdì, appena scattava la sera, ecco pronte rombanti auto sulle strade deserte della campagna toscana, incuranti del freddo o della pioggia.

Mio marito, Daniele Bellini, era convinto di essere invincibile. Sfidava tutto e tutti, fino a quella notte tragica: lennesima gara, una curva affrontata troppo veloce, la macchina che slitta, schianto sul palo della luce. Un boato e basta.

Io quel giorno non lo dimenticherò mai. Loredana si spense, perse peso, i capelli ingrigirono di colpo. Ma il tempo lenisce ogni cosa, e poco alla volta la vita è andata avanti. Tante volte mi sono chiesta: e se fosse sopravvissuto, ma in sedia a rotelle? Ce lavrei fatta? Forse, in fondo, è stato meglio così: niente strascichi, niente sofferenze inutili.

Ora, guardando Loredana, ho provato una gratitudine sincera. Dopo tanto dolore, era pronta a prendersi cura ancora di una bambina con la stessa dedizione.

Davvero, grazie le ho detto sottovoce, stringendo forte la tazza di tè. Prometto che cercherò di passare più tempo possibile con Aurora!

Lei ha scosso il capo sorridendo:

Non pensarci, vai tranquilla al lavoro. Aurora è anche mia nipotina, ci penso io, tu costruisciti un futuro.

Cera in quella voce una certezza che mi ha sciolto lultimo nodo in gola. Forse, davvero, andrà tutto bene?

***

Per alcune settimane è filato tutto liscio. Aurora trascorreva le sue giornate tra i compiti e i racconti di nonna, poi la sera tornava a casa con me. O, più spesso, restava da Loredana quando i miei viaggi di lavoro si prolungavano. Io riuscivo solo a parlare in fretta dei suoi compiti e dare qualche consiglio. Mi consolava sapere che la nonna avrebbe vigilato sulle sue necessità.

Poi sono iniziati i primi segnali: chiamate cautelose da parte degli insegnanti, note ufficiali sul diario. Aurora spesso non svolgeva i compiti, i voti scivolavano in basso, le assenze aumentavano con la scusa del mal di pancia o di una dimenticanza.

La preoccupazione saliva, puntuale, a ogni nuovo richiamo. Provavo a parlarne con Aurora, ma lei minimizzava: Tutto bene, mamma, non ti preoccupare. E il tempo per una chiacchierata vera non lo trovavo mai.

Una sera, esausta, sono andata da Loredana e, dopo aver mandato Aurora in camera, mi sono rivolta a lei con una supplica che pareva una preghiera:

La prego, mi aiuti a controllare che Aurora faccia i compiti. Gli insegnanti si lamentano di continuo! Io torno a casa tardi, appena finisco di cenare è quasi ora che vada a dormire.

Loredana ha lasciato i ferri da maglia e, alzando un sopracciglio, mi ha risposto con la solita calma:

Non ti preoccupare, va tutto bene con la scuola. Non tutti devono essere dei geni, no? Anche Daniele non brillava, ma è diventato un uomo a modo.

E lì ho sentito unondata di rabbia rabbrividire dentro. A modo? Daniele? Ma ho taciuto: litigare con lei sarebbe stato un suicidio. Lei avrebbe potuto ribellarsi, rifiutarsi di occuparsi di Aurora. Come avrei fatto con il lavoro, la casa, tutto quanto?

Ho sospirato profondamente, combattendo la frustrazione:

Vorrei solo non perdesse il passo con le lezioni, le servirà per il futuro

Loredana mi ha accarezzato la mano:

Tutto bene, cara mia. Le cose si sistemano.

Ho stretto la tazza, sforzandomi di restare calma.

La prego, provi a dedicare un po di tempo, almeno nei pomeriggi in cui sto via deve sostenere lesame fra poco. Lo sa quanto è importante, vero? Se ora perde terreno, recuperare sarà difficile.

Loredana ha sbuffato, lasciando la Gazzetta su cui era concentrata.

Basta così. Aurora sta andando bene, non ti perdere dietro queste ansie inutili. Non voglio che passi tutto il tempo sui libri: ha bisogno di uscire, vedere gli amici, crescere serena. Gli esami li farà, vedrai.

Il tono non lasciava spazio a discussioni. Si è rimessa sulla sua lettura come se la conversazione fosse terminata.

Non mi restava che tacere, almeno per ora. Trasferire Aurora da lei alla mia casa sarebbe stato un salto nel vuoto: sarebbe rimasta sola tutto il giorno. Sarebbe stato addirittura peggio.

Mi sono ripromessa che avrei resistito ancora qualche anno. Solo qualche anno, e poi avrei potuto riportare Aurora a vivere da me. Immaginavo una routine nuova, tempo da passare assieme, magari scoprendo luna il mondo dellaltra. Ce lavremmo fatta. Era una mia illusione…

***

Sono passati due anni. Alla fine sono riuscita a ottenere un orario di lavoro regolare: niente più viaggi daffari, solo la routine quotidiana di Milano. Non cera più alcun motivo per cui Aurora dovesse dormire dalla nonna così spesso.

Una sera, tornata a casa prima del solito, le ho parlato dal cuore:

Auri, ora posso essere sempre a casa. Che ne dici se vieni a stare qui, e vai a trovare la nonna nei weekend come volevi da piccola?

Lei ha increspato le labbra con aria contrariata, ma ha acconsentito:

Va bene.

In realtà, non pensava davvero di cambiare abitudini. Dopotutto, anche se a casa mia, con me impegnata tra lavoro e commissioni, era più o meno libera come prima. Del resto, la nonna laveva convinta che i voti a scuola non erano poi così importanti. Bastava essere brave persone! Ed era ciò che Loredana ripeteva con insistenza.

Limportante è trovare un bravuomo e sistemarsi, diceva sempre con convinzione.

Ma il mio punto di vista era diverso. Così ho iniziato a insistere:

Prima i compiti, poi puoi uscire. Ok?

Aurora mi ha guardato stranita, quasi incredula:

Ma dai, mamma! Non vale, io so già tutto, un sei va più che bene.

Sei?! Mi si è stretto il cuore:

Se vuoi superare lesame, devi studiare ogni giorno, consolidare quello che impari.

Ma mamma! protestava. La nonna mi ha detto che nella vita conta sapersela cavare, non imparare a memoria i libri. Voglio solo uscire come tutte le mie amiche.

Ho provato a spiegare, con tutta la pazienza che avevo ancora in corpo:

Non ti sto impedendo di divertirti, ma prima il dovere. È una regola.

Una regola?! Non cerano regole simili a casa della nonna! Lei non mi costringeva mai!

Ho sentito che sarebbe stato più duro del previsto, ma non potevo tirarmi indietro. Ho lavorato duramente proprio per poter occuparmi di lei in prima persona.

Aurora, ho detto con calma e fermezza adesso viviamo insieme. E qui abbiamo delle regole: prima i compiti, poi il resto.

Certo! Io vado a fare due passi!

Mentre prendeva la giacca, sono arrivata alla porta e le ho sfilato le chiavi dalla mano.

Tu non esci! Adesso mi dai il cellulare e ti metti a studiare.

Aurora si è fermata. Si è stretto le braccia al petto, la testa alta, per sfidarmi:

Non ci penso proprio. Mi aspettano, non puoi impedirmelo.

Ho abbassato la voce, ma il mio sguardo era fermo:

Posso eccome, sono tua madre.

È allora che si è messa a ridere, una risata amara, che si è piantata dritta nel cuore.

Tu? Madre? Ma per favore! Sei stata una madre assente, proprio come quelle che lasciano i figli ai nonni e si fanno i fatti loro E ora pretendi pure di comandare?

Un colpo secco allo stomaco. Lho guardata, incredula. Davvero era questa limmagine che aveva di me, dopo tutto quello che avevo fatto per garantirle una vita dignitosa?

Aurora, la voce mi tremava, ma sono riuscita a parlare non ti ho mai lasciata davvero. Ho sempre lavorato per il nostro bene, per permetterti di avere ciò che desideravi.

Non mi piaceva vivere dalla nonna! ha urlato, gli occhi lucidi di lacrime. Detestavo che fossi sempre lontana. Non chiamavi mai davvero!

Mi sono trovata con la gola chiusa, incapace di replicare, anche solo per spiegare che ogni centesimo era per lei.

Pensavo fosse giusto così, ho appena sussurrato.

Sì, come sempre, tu sai tutto meglio di tutti. Preferisco vivere dalla nonna! Almeno lei mi ascolta!

È corsa via sbattendo la porta della sua stanza. Sono rimasta ferma nellingresso, stringendo tra le mani le chiavi di casa e il suo cellulare. Riprendere il controllo, dopo tutto questo, sembrava impossibile…

Aurora, da sola nella stanza, ha aperto larmadio e cominciato a gettare le sue cose nel trolley. Non prestava attenzione alle mani che le tremavano.

Non mi manca niente, ha sussurrato. Qui nessuno mi capisce, nessuno mi vuole.

Ha cacciato dentro magliette a caso, fermandosi solo un attimo prima di chiudere la valigia. Uno sguardo alla scrivania piena di libri e quaderni.

I compiti non sono affare della mamma! ha detto quasi per convincersi. So badare a me stessa!

Con uno strattone ha chiuso lo zaino, infilando le ultime cose. È scesa nel corridoio e, dopo un attimo di esitazione, si è fatta forza. Non mi fermeranno. Ho ragione io!.

In cucina sentiva i rumori dei piatti, mamma che lavava, assente. Neppure un tentativo di rincorrermi. Non le importa proprio, ha pensato amaramente, tirando la porta dingresso.

Mi sono seduta sul divano, sentendomi svuotata. Sapevo che convivere con Aurora sarebbe stato difficile… ma sentirla urlare, vederla andarsene sbattendo la porta, tutto ciò mi ha spiazzata.

La rabbia e limpotenza mi stringevano il cuore. Come poteva pensare che io non fossi sua madre? Una cattiva madre, una cuculo Non sapevo come uscirne.

Avevo solo unultima speranza: chiamare Loredana.

Dopo pochi squilli, la voce calma di mia suocera:

Dimmi pure.

Ho lasciato andare la rabbia e il dolore:

Loredana, che cosa ha fatto a mia figlia? Non vuole più vedermi, mi ha urlato che non sono sua madre!

La sua risposta è arrivata gelida, quasi infastidita:

Avrai sicuramente iniziato subito con i compiti e le regole, giusto? Te lho detto mille volte: lascia vivere la bambina, lasciala godersi la gioventù!

Ho sentito la rabbia scorrere come una scossa, ma ho replicato:

Le regole non sono un capriccio! Come pensate che arriverà agli esami, aiuta a costruirsi il futuro così? Le avete distrutto la vita con questa leggerezza! Non lascerò correre.

Loredana taceva per qualche istante, poi la sua voce si fece dura come il marmo:

Se Aurora viene da me, vuol dire che con te non vuole stare. Limitati a mandarmi i soldi ogni mese, così eviti problemi anche al lavoro.

La collera mi ha quasi soffocata. Le ho rinfacciato leducazione data a Daniele, finita con una tragedia, e la totale mancanza di responsabilità.

Silenzio, poi la replica fredda:

Aurora vive per scelta sua da me. Tu pensavi solo alla carriera. Ecco quello che sei: una madre che pensa ai soldi. Mandali e basta.

Ho chiuso la chiamata, la stanza colma di silenzio e vuoto. Guardavo il telefono, domandandomi come si fosse arrivati a tanto.

***

Non vedevo quasi più mia figlia. Aurora si rifiutava persino di rispondermi al telefono. Ogni tentativo finiva in monologhi carichi di odio o in silenzi glaciali.

Mi rimaneva solo un filo che ci legava: il conto corrente. Ogni mese, un bonifico a leiquanto bastava per le piccole spese personali. Altri soldi alla nonna, come promesso.

Quando sono arrivati i risultati degli esami, non mi sono stupita: Aurora aveva bocciato quasi tutto. Nessuna possibilità di entrare in un istituto tecnico, tanto meno alluniversità.

Un giorno Aurora si è ripresentata in ufficio, a Milano. Ha camminato sicura verso la mia scrivania e, senza tanti preamboli, mi ha detto:

Mi paghi un corso privato? Ho già scelto, serve soltanto che tu mi iscriva.

Ho posato i documenti, lho guardata. Vedevo solo orgoglio ferito nei suoi occhi, nessuna consapevolezza.

No, ho detto gelida, neanche per sogno. Quante volte ti ho avvertita? Quante volte ti ho suggerito di rimetterti in riga? Passavi le giornate tra amiche e serie tv. Adesso cogli le conseguenze.

Aurora è impallidita, ma subito si è aggrappata allorgoglio:

Ma per te sono solo pochi euro! Non ti sei mai occupata di me sul serio, fallo almeno adesso!

Ho trattenuto le lacrime. Le ho risposto solo:

Occuparti di te non significa pagare i tuoi sbagli. Significa insegnarti a essere responsabile delle tue scelte. Sei cresciuta, Aurora. È ora che impari.

Lei si è alzata di scatto, rossa in volto:

Sei solo cattiva! Non ti è mai importato nulla!

Ho incrociato le mani sul tavolo, senza cedere:

Se ti fossi almeno un po interessata, sapresti che tra tre mesi sarò in maternità. Dovrai arrangiarti: nulla più dalla mia parte.

Aurora sgranò gli occhi e urlò:

Maternità? Ma sei matta? Non voglio un fratello! Così mi togli pure leredità?

Lho fissata dritta negli occhi:

Nessuna eredità per chi non rispetta. Tutto il mio resterà a mio figlio. Tu stessa hai detto che io non sono tua madre.

Aurora impallidì, balbettando. Ho chiamato la segretaria:

Martina, chiama la sicurezza.

Un omone si è fatto avanti, in silenzio.

Sei grande abbastanza per decidere da sola, ho aggiunto, la nonna ti basta, a me hai voltato le spalle. Al compimento dei 18 anni, non riceverai più nulla. Adesso basta!

Aurora ha raccolto la borsa, scoccando unultima occhiata dodio, poi è scappata via. La porta ha sbattuto come uno schiaffo. Ho chiuso gli occhi, ripetendomi che era la scelta giusta.

La segretaria, discreta, mi ha chiesto:

Tutto bene, dottoressa?

Ho annuito.

Sì. Avanti, riprendiamo col lavoro.

***

Passarono altri due anni. Aurora, ormai diciottenne, era convinta che la vita fosse la sua corsa ad ostacoli, e mia che la mamma avrebbe risolto tutto sempre.

Un giorno si è concessa una mattinata di shopping: voleva un vestito nuovo da Rinascente. Ha inserito la carta di credito nel bancomat. Nessun euro sul conto. Nulla. Sbigottita, ha afferrato il telefono. Nessuna risposta; il mio numero era inesistente.

In preda alla rabbia, si è recata dove ricordava fosse il mio vecchio ufficio. Allingresso, ha chiesto della dottoressa Bellini. La receptionist le ha sorriso comprensiva:

La dottoressa ha lasciato questa busta, nel caso venisse qualcuno che la cercava.

Aurora ha aperto il piccolo plico bianco e ha letto la nota vergata con la mia calligrafia:

Tantissimi auguri per i tuoi diciottanni, Aurora. Basta aspettare dagli altri: fatti strada con la tua testa.

È rimasta lì, tra la folla distratta di Milano, la lettera tra le mani, sentendo che il mondo di prima, quello in cui tutto le veniva perdonato, era ormai alle spalle. Adesso era sola davvero.

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