Bouquet di fiori in vaso

Martedì, 9 aprile

Marco, sei sicuro che i tuoi arrivano oggi? Perché non li chiami per ricordare lora?

Lo specchio dellingresso rifletteva la mia figura con le mani un po tremanti mentre indossavo lultimo orecchino. Non lavrei mai ammesso, ma ero agitata. Oggi compio trentanni. Un traguardo tondo, importante. Volevo che tutto fosse perfetto: niente discussioni, niente occhiatine, niente di quellansia sottile che mi fa sentire sempre fuori posto.

Marco è uscito dalla cucina con in mano una tazzina di caffè. Lui ha trentadue anni. Riesce a fare tre cose per volta: bere il caffè, sbirciare il telefono e, nella sua testa, ascoltare anche me.

Li chiamo dopo, non preoccuparti.

Non sono preoccupata, chiedo e basta.

Verranno, te lassicuro. Mia madre mi ha detto che arrivano per le tre.

Sono appena le dodici e mezza. Devo ancora finire la tavola, sistemare la torta, cambiarmi decentemente

Marco mi guarda davvero, per un momento.

Sei già bellissima.

Dai, Marco.

Che?

Non distrarti. Telefonale.

Sospira, poggia la tazzina e compone il numero. Io torno in cucina: non volevo sentire quella voce distante e gentile di mia suocera, il suo modo di rispondere, laria sempre pacata. In tre anni ho studiato ogni dettaglio.

I miei rapporti con Margherita la mamma di Marco non sono mai sbocciati. Mai una lite vera, ma neanche vera intesa. Tanti sorrisi cortesi, mai spontanei. Domande che sembrano premurose, ma sono prove velate. Mi sono sempre sentita quella non giusta, la moglie fuori posto.

Lei si chiama Margherita Rossi, sessantuno anni, contabile in uno studio edile, sempre composta e precisa. Non alza mai la voce: è questa la cosa più difficile. Se qualcuno grida puoi ribattere, ma chi resta calmo ti fa bollire dentro e non puoi farci nulla.

Mio suocero invece mi piace. Salvatore Rossi, sessantaquattro anni, pensionato, ex ingegnere. Ama il calcio e le lasagne. È schietto, buono. Può dirmi con semplicità: Anna, oggi la pasta è divina oppure Marco, sei testone, ascolta tua moglie!. Non si cura delle sfumature, vive e lascia vivere.

Marco rientra in cucina.

Allora?

Arrivano alle tre. Tutto ok.

Tutto qui?

Tutto qui.

Trigolo le verdure sul tagliere.

Non ti ha chiesto niente? Magari del regalo?

Anna, non ti agitare per queste cose.

Non mi agito. Solo mi chiedo se porteranno almeno dei fiori. Per cortesia

Li porteranno.

Lo dici tu.

Sono persone normali, Anna.

Non rispondo. Mi concentro a tagliare con cura i pomodori. Mi aiuta a calmarmi.

La verità è che la giornata era cominciata proprio bene. Marco mi ha svegliata alle otto, che è già un miracolo per lui: nei fine settimana dorme fino alle dieci. Apre gli occhi e lo vedo lì, gigante con la maglietta larga e i capelli arruffati, con una scatolina in mano.

Buon compleanno, Anna.

Mi siedo sul letto, sorpresa.

Da quanto non dormi?

Mi sono alzato presto, per te. Che altro motivo serve?

La scatolina contiene un anellino sottile, dargento, con una pietra azzurra. Acquamarina? Non lo distinguo, ma dimentico tutto il resto: è bellissimo. E lo ha scelto lui, si vede subito. Sarebbe stato proprio il mio tipo di anello.

Marco

Non piangere, eh? Abbiamo un patto.

Non piango, davvero.

Lo indosso: sul medio della destra calza perfetto, come fatto apposta.

Come hai fatto a capire la misura?

Ho preso uno di quelli tuoi, quello che non usi mai.

Spione.

Agente segreto.

Scoppio a ridere e lo tiro con me sul letto. Restiamo a chiacchierare del nulla. Per esempio che forse bisogna cambiare le tende in camera e che il gatto della vicina la signora De Luca miagola sempre più forte di notte. Una mattina piena, come solo certi giorni speciali sanno essere.

Poi lui va a preparare la colazione, io resto a fissare il mio anello. Trentanni non sono così inquietanti: sono solo un numero. Ho un marito che amo, una casa nostra, un lavoro decoroso. E penso: oggi davvero devessere una bella giornata.

Non sapevo ancora come sarebbe andata.

La colazione è semplice ma perfetta: uova strapazzate con pomodorini, pane tostato con burro, caffè. In tavola mette una piccola ciotola con tre tulipani gialli. Li ha presi stamattina dal fioraio vicino alla stazione, lo so, li vedo lì ogni mattina andando al lavoro Ma ora sono sul nostro tavolo e il cuore mi si scalda.

Gli ospiti sono alle tre dice, spalmando il pane. Abbiamo tre ore tutte nostre.

Mi manca la torta. Magari due ore.

E poi la tavola.

Unora, va.

Anna

Che cè?

Aiutami e va meglio.

È stato davvero bravo. Spolvera in salotto, mette a posto le sedie in più, trova la tovaglia di nozze che da anni non uso perché troppo bella per tutti i giorni.

La mettiamo oggi? chiedo.

È festa.

Allora sì.

La tovaglia color crema, con i fiorellini ricamati ai bordi, era ancora nuova. Mentre la stendo, penso che abbia aspettato proprio il giorno giusto.

La torta una torta di mele, la cosiddetta charlotte la preparo io. Mele dellalbero di papà, grattugiate con cannella, tutto infornato. In cucina profuma di casa vera, di affetto.

Anna, non devi agitarti per i miei dice Marco, seduto allo sgabello. Ti vogliono bene.

Lo so.

Dici che lo sai, ma ogni volta che arrivano sei tesa.

Davvero?

Sì. Sembra che aspetti il peggio.

Mescolo limpasto, guardo fuori.

Ricordi Capodanno scorso? Quando tua madre disse che avevo messo troppo poco sale nellinsalata?

Era solo sale.

Sì, ma trova sempre qualcosa. O il sale, o le tende, o il fatto che sono ingrassata o invece sono dimagrita.

Marco resta zitto poi dice solo:

Non è per cattiveria.

Lo so. Ma mi pesa lo stesso.

Mi abbraccia da dietro:

Oggi andrà bene. Te lo prometto.

Mi appoggio a lui, respiro. Gli credo, per un istante. O almeno faccio finta. A volte è la stessa cosa.

Alle due vado a cambiarmi. Labito blu notte che ho comprato qualche giorno fa, semplice ma elegante. Proprio quello che sognavo di mettere per i miei trentanni. Un po di trucco, rossetto rosato, i profumi che mi regalò Laura per il compleanno prima: Giardino destate. Un tocco di fiori, di sole.

Marco mi vede ed esclama:

Oh!

Che vuol dire oh?

Niente, sei bellissima.

Lo dici sempre.

E ogni volta è vero.

Sorrido. La torta è pronta: profuma di cannella e mele. Sistemo la tovaglia, posate, bicchieri, il vino non costoso, ma neanche da supermercato. Tutto come si deve.

Apparecchi la tavola da vera artista mi dice Marco.

Lo faccio volentieri.

Alle tre in punto il campanello suona. Margherita arriva sempre precisa. Indossa la giacca bordeaux con i pantaloni, impeccabile. Salvatore, più rilassato, mi abbraccia:

Auguri, Annina! Trenta è un bel numero!

Grazie, Salvatore.

Dai, chiamami Salvatore, mica sono un estraneo.

Margherita mi bacia piano, evitando il rossetto.

Buon compleanno, Annina. Trenta anni è la primavera della vita.

Grazie. Venite, la tavola è pronta.

Salvatore si illumina:

Complimenti, che pranzo! Marco, sei fortunato.

Lo so, papà.

Margherita guarda la tavola. Nessuna critica, solo uno sguardo attento:

Molto bella, Anna. La tovaglia è elegante.

Quella del matrimonio, sì.

Avete fatto bene a usarla.

Ci sediamo, Marco versa il vino.

Alla festeggiata! esclama Salvatore.

Beviamo. Mi sento sciogliere dentro. Forse davvero tutto andrà bene.

Anna, come va il lavoro? chiede Salvatore, servendosi linsalata.

Bene. Abbiamo consegnato un nuovo progetto, ora respiro.

Che tipo di progetto?

Linterior design di un centro commerciale a Milano.

Complimenti, devessere stimolante.

Margherita ascolta, poi dice:

Anna, non hai mai pensato a cercare qualcosa di più vicino a casa? Andare fino a Milano ogni giorno non è faticoso?

Il lavoro mi piace, Margherita.

Capisco, volevo solo sapere.

Non cè problema.

Silenzio per qualche secondo. Salvatore interviene:

Il pollo lo hai cucinato tu?

Sì.

Passami la ricetta, mia moglie non lo fa più così.

Salvatore… protesta Margherita con calma.

Che ho detto? È buonissimo, tutto qui!

Mi scappa da ridere. Vado a prendere altro pane, Marco sotto il tavolo mi stringe la mano. E sto subito meglio.

La conversazione scorre: i problemi dellidraulico del vicino di Salvatore, la fiction che segue Margherita, la nuova piazza nel paese appena inaugurata.

Dopo mezzora, Margherita, con molta naturalezza, dice:

Ah, siamo venuti senza regalo. Pensavamo di darti dei soldi, ma non è mai il momento giusto Deciderai tu, magari, cosa ti serve davvero.

Alzo lo sguardo.

A primo impatto non provo rabbia o delusione. Solo un vuoto. Era il mio compleanno. Trentanni. Sono a casa mia, cucino per loro, e sento siamo venuti senza regalo come fosse la cosa più normale al mondo.

Capisco riesco a dire piano.

Dimmi pure dopo cosa desideri, o ti diamo qualcosa.

Va bene, Margherita.

Oggi non era il momento.

Annuisco, bevo un sorso. Guardo fissamente il bordo della tovaglia, gli occhi persi a metà tra loro e la finestra.

Sento lo sguardo di Marco su di me.

Salvatore si accorge in ritardo e mastica il pane in silenzio.

Altra fetta di pollo? chiede, per spezzare.

Nessuno risponde.

Margherita si serve altra insalata, precisa, composta. Sembra convinta di aver detto tutto nel modo giusto. La sua calma glaciale è la cosa più dura da sopportare. Un scusa, un piccolo disagio, forse avrebbero cambiato qualcosa. Ma lei fa finta di nulla.

Margherita dico, e la mia voce mi sorprende per quanto è stabile Posso chiederti una cosa?

Certo, Anna.

Lo sapevi già che non avresti portato un regalo?

Breve pausa.

Ne abbiamo parlato, sì. Abbiamo pensato che fosse meglio sapere cosa ti serve.

Quindi lo sapevi, già da prima.

Ma Anna, non mi sembra grave. Ce ne occuperemo nei prossimi giorni.

Non dico sia grave metto giù la forchetta È che se lo sapevo non ci avrei pensato. Non avrei aspettato niente.

Quindi aspettavi?

Margherita ora la voce mi trema dentro anche se fuori sono composta Oggi compio trentanni. Ho aspettato questo giorno per tutto un anno. Ho preparato tutto da sola. Il regalo non sono i soldi basta anche solo un fiore. Un segno.

Anna, sei una donna adulta dice, per nulla toccata. Non sono queste sciocchezze che contano.

Quel donna adulta mi scatta dentro.

Sì, esatto. Donna adulta. E mi faccio gli auguri da sola.

Mi alzo e porto i piatti in cucina. Non scappo, ma dovevo allontanarmi. Guardare dalla finestra, osservare i bambini che giocano in cortile. Il cielo coperto, ma niente pioggia.

Anna…

Marco entra in cucina. Chiude la porta.

Come stai?

Bene.

Non è vero.

Marco, torna dai tuoi.

Anna…

Mi giro verso di lui.

Non voglio rovinare il mio giorno. Torna di là, io arrivo e sarà tutto ok. Va bene?

Lei ha sbagliato.

Lo so.

No, sul serio. Era una mancanza di rispetto.

Basta, Marco. Vai, ti prego.

Mi guarda, poi esce, lo sento aprire la porta del salotto.

Subito sento la sua voce, bassa, controllata:

Mamma, devo dirti una cosa.

Mi blocco.

Marco, che cè? la voce di Salvatore.

Mamma, quello che hai detto ad Anna non è stato giusto. Per il regalo. Nel giorno del compleanno. Non si fa.

Ma dai, Marco, non è grave. Abbiamo detto che lo portiamo dopo.

Non è il regalo. È il modo in cui lhai detto. E quando le hai risposto sei adulta, dopo che aveva mostrato che ci era rimasta male. È normale che ci sia rimasta male.

Silenzio.

Adesso difendi tua moglie davanti a tua madre?

Non è difenderla. È riconoscere che ha ragione.

Ascolto. Non volevo origliare, ma i piedi restano fermi lì.

Salvatore, hai sentito tuo figlio? dice Margherita.

Margherita, stavolta non ha tutti i torti ammette Salvatore. Anchio pensavo ai fiori.

Salvatore!

Dai, Margherita. Un po di attenzione. Avrei comprato almeno una torta.

Respiro piano, riempio un bicchiere dacqua, sistemo i capelli e torno in salotto.

Il silenzio cala. Torno al mio posto.

Servo la torta? rompo io il ghiaccio.

Anna inizia Margherita.

Tutto a posto, grazie. Non voglio farne un dramma. Porto la torta.

Servo la charlotte. Taglio, distribuisco fette steamando calma.

Salvatore assaggia, mastica piano:

Anna, bravissima, davvero buona.

Grazie.

Margherita sorseggia il tè senza parlare. Marco guarda prima me e poi sua madre. È evidente che non sappia cosa aggiungere.

Stiamo ancora lì, venti minuti forse. Nessuno di cattivo umore semplicemente qualcosa si è spezzato nellaria.

Dopo un po Margherita posa la tazza:

Credo che andiamo. Si sta facendo tardi.

Sono appena le quattro e mezza. Fuori cè ancora luce.

Come volete rispondo.

Grazie per tutto. Era tutto buono.

Prego.

Salvatore si alza, si stiracchia.

Marco, accompagna mamma e me.

Certo, papà.

E io resto da sola in soggiorno. Sento che si preparano nellingresso. Sussurri tra loro, la porta che si chiude.

Il silenzio.

Resto con una fetta di torta e guardo i fiorellini della tovaglia.

Marco torna dopo poco. Si siede al suo posto, la faccia tra le mani.

Se ne sono andati.

Ho sentito.

Silenzio.

Anna.

Non hai bisogno di dire nulla.

Cosa?

Non serve spiegare. Né lei, né tu. Solo stai qui zitto un minuto.

Riposo.

Dal cortile arriva il fruscio di una macchina, la finestra sbattuta. Il frigorifero che ronza.

Mi dispiace sussurro nel vuoto.

Lo so.

Non per il regalo. Non è quello.

Lo capisco.

Avrebbe potuto dire solo scusa. O niente. Invece mi ha detto sei adulta. Mi ha fatto male.

Marco annuisce.

Glielo dirò, più avanti.

Aspetta. Ancora no. Quando sarò pronta.

Si alza, mi raggiunge, mi prende la mano.

Voglio che sia comunque un buon compleanno per te.

Lo è. Cè stato tanto di bello. La mattina era splendida.

E lanello?

E lanello. Guardo la mano. È bellissimo.

E la torta

Quella mi riesce sempre bene.

Mi stringe la mano.

Ho unidea.

Quale?

Andiamo via.

Dove?

In quel bar sulla via, LArcobaleno. Oppure solo a fare due passi.

Marco, sono in abito elegante.

Così vai in un locale elegante. Trovo che sia perfetto.

Ci penso.

La cucina però è da sistemare.

Domani.

Marco

Lascia stare. Non succede nulla.

Il pollo va in frigo almeno.

Un attimo e lo sistema io.

Lo guardo, mi rilasso. In quegli occhi trovo qualcosa che mi rassicura. Basta questo.

Andiamo, allora.

Lui mette via gli avanzi, io indosso il cappotto, prendo la borsa, mi guardo un attimo allo specchio per sistemare il trucco. Mi sistemo la sbavatura con il dito.

Pronta?

Pronta.

Allascensore odore di vecchio. Guardo i pulsanti, penso a niente.

Fuori si sta bene: aria fresca di aprile, odore di terra e di prime foglie. I lampioni già accesi e il cielo che si fa grigio.

Cè una bella luce, stasera.

Sì.

Camminiamo piano. Mi tiene sottobraccio. E io non mi stacco.

LArcobaleno è un piccolo bar con tavolini di legno, la musica soft. Ci ero stata una volta, anniversario nostro, e latmosfera mi aveva conquistata. Nulla di esagerato, giusto il necessario per sentirsi bene.

Poca gente, scegliamo il tavolino allangolo. Si sente un po di jazz. Una coppia legge un libro, mi fa sorridere. In un bar, con i libri.

Che vuoi? chiede Marco.

Vino rosso.

Solo quello?

Se hanno un tagliere di formaggi, grazie.

Ordina lui. Mi tolgo il cappotto, osservo il locale. Cè unaria lenta, quasi sospesa. La musica, le chiacchiere basse.

Marco

Mh?

Hai fatto bene a difendermi davanti a lei.

Mi guarda.

Hai sentito?

Sì, ma non è colpa mia. E ti ringrazio: oggi significava molto per me.

Fa un cenno. Sa che, di solito, non amo quando prende posizione tra noi, ma quella era la volta giusta.

Secondo te adesso è arrabbiata?

Forse, ma è un suo diritto. Anche io sono arrabbiata.

Giusto.

Può darsi che ci vorrà un po per aggiustare. Ma siamo adulti: ognuno i suoi sentimenti, no? È sano.

Arriva il vino, i formaggi. Bevo un sorso.

Buono.

Son contento.

Scegli sempre bene?

Vado a caso, lo sai.

Rido. Non perché sia divertente: solo mi sento meglio, finalmente.

Ti posso fare una domanda, sinceramente?

Vai.

Capisci davvero perché io con lei fatico così tanto?

Ci pensa.

Forse solo in parte, Anna. È mia madre. La vedo con occhi diversi. Tu noti cose a cui io non faccio più caso.

Già. Lei non è cattiva, Marco. Nemmeno un po. Semplicemente è abituata a essere quella che sa tutto. E io sono quella diversa. Faccio tutto in modo diverso. Altro cibo, altri gusti, altro lavoro. Unaltra donna.

Ma sei meravigliosa.

Lo so sorrido. Ma sono altro. Lei fatica.

Si abituerà col tempo.

Sono già tre anni che proviamo.

Anna.

Sì?

Io sto dalla tua parte. Te ne sei accorta oggi, vero?

Lo guardo. Sul serio, stavolta.

Sì. E non lo dimentico. Conta molto, Marco.

Restiamo in silenzio. Il jazz ci tiene compagnia. La coppia legge un po, discute su un personaggio. Fuori passa un signore col cane.

Raccontami qualcosa di bello chiedo.

Di bello?

Sì, una cosa qualsiasi.

Pensa un attimo.

Al lavoro oggi Enrico ha quasi rotto la stampante.

Come?

Ci ha infilato una moneta. Non si sa perché.

Ma dai…

Dice che gli è caduta per sbaglio. Nessuno gli crede.

Scoppio a ridere.

E si dice adulto…

Ha trentacinque anni, è ingegnere. Ma nelle stampanti ci mette pure le monete.

Vedi? Ognuno coi suoi problemi.

Restiamo lì ancora unora. Beviamo vino, chiacchieriamo di tutto: lestate che arriva, le gite da fare, il gatto rumoroso della signora De Luca.

Sento che la tristezza si assesta, resta lì ma va meglio. So che non dimenticherò le parole di Margherita, né la sensazione di vuoto. Ma ora mi basta il calore di questo bar, il vino, la presenza silenziosa di Marco, i trentanni che so di aver vissuto comunque bene.

Torniamo? mi chiede.

Sì, andiamo.

Fuori è più buio. Lo prendo sottobraccio.

A casa silenzio. La tavola come lavevamo lasciata. La torta coperta, i bicchieri. La tovaglia con i fiori.

Si pulisce domani dico, scalza.

Si pulisce domani, conferma lui.

Vado in camera, accendo la luce soffusa del comodino. Mi cambio. Sciolgo i capelli, mi siedo sul divano.

Molti messaggi sul telefono. Laura mi tempesta di smile e promette una telefonata nel week-end. Marta mi scrive: “Trenta! Sei la migliore!” Mamma lascia un messaggio vocale. Lo ascolterò domani.

Poi ne spunta uno da Salvatore.

Breve: Anna, scusaci. Dovevamo almeno portare i fiori. Domani Margherita ti chiama. Buon compleanno ancora. Sei speciale.

Rilego due volte. Poi poso il telefono.

Marco?

Sì?

Tuo papà mi ha scritto.

Entra in soggiorno.

Cosa dice?

Si scusa, dice che Margherita chiamerà domani.

Marco fa un mezzo sorriso.

Allora andrà tutto bene.

Guardo lanello. Poi la lampada, poi la finestra dove i palazzi brillano di lontano.

Vedremo. Né rabbia, né sollievo. Solo incertezza.

Marco si avvicina, si siede accanto. Accende la tv quasi muta. Solo le immagini.

Questo compleanno…

Già.

Allora, comè arrivare a trentanni?

Non lo so ancora. Chiedimelo tra un anno.

Mi prende la mano, gliela lascio.

Restiamo così, in silenzio. I piatti da lavare, la torta, il malumore che non se ne va ma rimbalza. Lanello al dito e il messaggio di Salvatore.

***

Mercoledì mattina, undici e mezza.

Sono in pigiama, sto sistemando i piatti quando Marco apre la porta: Margherita è lì, da sola. Un mazzetto di crisantemi bianchi e qualche rametto verde, dal fioraio della stazione, si vede subito.

Esco dalla cucina.

Ci fissiamo negli occhi.

Anna dice Margherita. Sempre la stessa voce ma stavolta più dolce. Sono qui Tieni.

Allunga il mazzo.

Faccio un passo avanti, prendo i fiori.

Grazie, Margherita.

Ieri non sono stata corretta. Ho sbagliato.

Pausa.

Ho capito.

Ci sei rimasta male.

Sì.

Ma lo dico piano, senza rancore.

Margherita annuisce piano.

Posso entrare?

Certo, vieni.

Entriamo in cucina. Metto lacqua per il tè.

Marco, il tè anche per te?

Sì, arrivo.

Apro il mobile, prendo la piccola brocca blu ricevuta al matrimonio. Metto i crisantemi, la lascio sul davanzale.

Margherita guarda la brocca.

Bella questa, vero?

Regalo di matrimonio anche questa.

Ne avete tanti, dei ricordi delle nozze.

Abbiamo voluto conservarli.

Beviamo il tè insieme, i discorsi sono cauti, un passo alla volta.

Avviso Salvatore che va tutto bene dice Margherita. Era in pensiero.

Va bene.

Vi vuole bene, Anna. Tutti e due.

Lo so. È una bella persona.

Silenzio.

Anche io cerco di fare il meglio sussurra lei, piano, come a se stessa.

La guardo. Stavolta cè qualcosa di umano, vero. Il suo cerco è nudo, sincero. È semplicemente il suo modo di amare.

Lo so. Anchio ci provo, Margherita.

Ci guardiamo, e mi sembra un vero passo.

Finito il tè, si prepara a uscire. Si mette il cappotto, mi guarda ancora:

Buon compleanno, Anna. I trentanni sono il migliore inizio.

Grazie, davvero.

Quando se ne va, resto qualche secondo nellingresso. Poi torno in cucina.

I crisantemi sono sul davanzale, semplici, un po goffi. Ho tolto il cellophane, lasciato il nastro. Fiori semplici, comprati forse senza pensarci. Ma sono qui.

Marco mi abbraccia piano.

Come va?

Meglio.

Avete parlato?

Sì, un po’. Per quanto si poteva.

È già qualcosa.

È già qualcosa, ripeto.

Restiamo in silenzio.

Marco tu sai che penso ultimamente?

No. Cosa?

Che i rapporti in una famiglia sono come un esame che dai un po tutti i giorni. A piccole dosi. Non si supera mai per sempre.

Filosofa di domenica mattina!

Qualche volta, capita.

Mi bacia i capelli.

Facciamo colazione?

Uova strapazzate?

Con i pomodori!

Ci sto.

Gli prendo la mano. Proprio come ha fatto lui ieri, sotto il tavolo, quando tutto era appena iniziato.

I fiori stavano lì, nella brocca blu. Il sole, che raramente bacia il nostro cortile, quella mattina filtrava proprio sulla finestra, e i crisantemi sembravano un po meno timidi.

Forse non significa nulla. O forse tutto quello che serve.

***

La sera chiamo Laura. Risponde subito:

E allora, comè andata la festa?

Lunga storia!

Ho tempo. Come ti senti?

Resto in silenzio un secondo.

Sai Laura, io e Margherita non siamo mai state davvero in sintonia. Ma oggi qualcosa si è spostato, forse. Si va avanti a piccoli passi, piano, senza drammi. E forse è proprio questo che conta, no? Non mollare quando ci si resta male. Continuare, a piccoli passi.

Ma allora sei cresciuta in un solo giorno?

O forse mi sono solo stancata di arrabbiarmi.

Ci sta anche quello.

Sorrido.

Laura, che ne dici, vieni il prossimo fine settimana? Senza un motivo. Solo per il piacere.

Con la torta alla cannella?

Con la cannella. Ti aspetto.

Arrivo, Annina. Arrivo davvero.

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