Tre anni di ristrutturazione senza ospiti

Tre anni di lavori e nessun ospite

Giulia posò la tazza sul davanzale e sentì come Marco si fermava nel corridoio dietro di lei. Lo percepì con la schiena, anche se era voltata verso la finestra. La pausa che seguì era così densa che ci si poteva annegare.

Hai messo la tazza sul davanzale, disse infine. Non era una domanda, ma una constatazione.

Sì, Marco, ho messo la tazza sul davanzale.

Lì cè la superficie laccata. Il caldo lascia il segno.

Lo so.

Allora perché?

Giulia si voltò. Lui aveva quarantotto anni e li dimostrava tutti: né di più, né di meno. Stava sulla soglia della cucina, con addosso la sua maglietta grigia da casa, e lo sguardo fisso su una livella che teneva fra le mani. La portava sempre con sé tutte le domeniche, come altri fanno con il cellulare.

Perché non ho più dove poggiarla, rispose lei. Il tavolo è coperto dal cellophane. Laltra sedia sta a gambe in su. Il pavimento del corridoio non è ancora asciutto dopo il primer. Io bevo il tè in piedi davanti alla finestra, Marco. È il terzo anno che bevo il tè così.

Lui guardò la tazza. Poi lei. Poi di nuovo la tazza.

Ti metto una sottotazza.

Non serve.

Ma poi lascia il segno.

Che resti pure.

Lui socchiuse leggermente gli occhi. Il modo in cui la fissava quando non era certo se stava scherzando o meno. A dirla tutta, ormai nemmeno Giulia ne era più sicura.

Giuli, ma che…

Basta, disse lei a voce bassa, come un sasso lanciato in uno stagno silenzioso. Basta, Marco.

Lui ci mise un attimo a capire. Chiese:

Basta cosa?

Sto facendo le valigie.

La pausa si fece eterna. Da qualche parte, oltre la finestra, una macchina suonò il clacson, poi tutto tornò al silenzio. Marco abbassò la mano con la livella.

Per il davanzale?

No. Non per il davanzale.

Giulia finì il tè e rimise con fermezza la tazza sulla superficie laccata, di proposito, senza alcuna traccia di rimorso.

Lei aveva quarantacinque anni. Faceva la contabile in una piccola ditta, amava leggere prima di dormire, teneva sulla scrivania un piccolo cactus lo aveva chiamato Federico e da moltissimo tempo non invitava amiche a casa. Da tre anni, per la precisione.

Andò in camera da letto.

Tre anni prima, quando acquistarono quellappartamento di due stanze al quinto piano di una palazzina in una via tranquilla di Torino, Giulia era stata felice. Felice sul serio, fisicamente felice. Ricordava quando, insieme a Marco, stavano in piedi in quelle stanze vuote, con la carta da parati sfatta e i pavimenti malridotti, e lei guardava fuori, verso i tigli autunnali. Ecco, pensava questa è casa nostra.

Anche Marco era diverso, allora. O perlomeno a lei sembrava. Girellava nelle stanze, prendeva le misure col metro, annotava tutto su un quaderno, con negli occhi quella scintilla che lei aveva tanto amato: la sicurezza di chi sa quello che vuole e sa come ottenerlo.

Guarda, Giuli, le mostrava con orgoglio uno schizzo a quadretti. Qui faremo la zona giorno. La cucina open space col soggiorno. Qui mettiamo delle mensole integrate fino al soffitto. Vedi? E qua illuminiamo tutto con faretti regolabili.

Bello, diceva lei sinceramente.

Facciamo tutto con calma, tutto da soli, e per sempre.

Questo per sempre era da ascoltare con maggiore attenzione. Capire che dietro si nascondeva più di una semplice voglia di risparmiare sulla manodopera.

I primi sei mesi furono unavventura. Vivevano nei lavori. Giulia cucinava sulla piastra elettrica perché il gas non era ancora allacciato. Dormivano sul materasso a terra perché il letto non cera modo dappoggiarlo. Mangiavano nei piatti usa e getta perché non cera dove lavarli. Era scomodo, un po romantico, tutto sommato sopportabile. Allora.

Poi qualcosa cambiò. Lentamente, come il terreno che lentamente scivola sotto le fondamenta.

Marco lavorava ai lavori ogni weekend, e anche in settimana se prendeva un permesso. Era capocantiere di mestiere, sapeva più di materiali e tecniche di molti artigiani. Era una fortuna. Una benedizione, persino. Ma il problema non era la competenza.

Il problema era che semplicemente non riusciva a fermarsi.

Allinizio Giulia non ci fece caso. La prima volta che iniziò a sentire che qualcosa non andava fu circa otto mesi dopo linizio dei lavori, chiacchierando con lamica Elena al bar.

Ma allora, avete quasi finito? Voglio finalmente venire a trovarti, mi hai promesso lasagne.

Poco ancora, rise Giulia. Marco dice che entro Natale finiamo sicuro.

Trascorsero il Capodanno nei lavori. Nessun ospite, perché in salotto cerano cavalletti e pannelli di cartongesso. Sullunico tavolo quasi finito mangiarono insalata russa in due, in una cucina quasi pronta. Quasi.

Marco, lanno prossimo una vera festa, ok? propose lei mentre versava lo spumante.

Certo, rispose lui. Finisco il soffitto in salotto, poso il parquet, poi possiamo festeggiare per bene.

Il soffitto lo finì a marzo. Ma intanto bisognava rifare gli impianti del bagno il precedente installatore aveva fatto un errore e Marco non riusciva a sopportarlo. Poi venne il turno della finestra del balcone: la schiuma aveva lasciato unantiestetica fessura di tre millimetri. Marco la scoprì con lo spessimetro.

Scherzava allora, Giulia, Mio marito combatte contro i tre millimetri e le amiche ridevano. Lei rideva con loro. Faceva ridere.

A maggio posavano il parquet, col sole che consentiva di lavorare a finestre aperte. Giulia aiutava a portar doghe, passava gli attrezzi, puliva con laspirapolvere da cantiere. Marco lavorava silenzioso e preciso come un chirurgo. Controllava ogni fila col laser e la livella. Diverse volte smontò tavolati appena stesi perché il margine non era perfetto.

Marco, ma tanto non si vede provò a dire lei una volta.

Io lo vedo, rispose senza alzare il capo.

Fu la prima volta che nelle sue parole lei sentì qualcosa che la fermò. Non la ferì, solo la fermò. Rimase lì, con lo straccio in mano, a fissare la sua nuca curva, con dentro una strana sensazione. Come se avesse colto qualcosa di fondamentale, ma ancora non sapesse cosera.

Il parquet lo terminarono a giugno. Era davvero bellissimo. Rovere chiaro, fuga sottile, geometria perfetta. Giulia passò la mano, sincera:

Bello.

Poi lo verniciamo col prodotto giusto, disse lui. Tedesco, resistente ai graffi.

Quando?

Settimana prossima.

Settimana prossima scoprì che un battiscopa in un angolo non aderiva mezzo millimetro. Verniciatura rimandata.

Quellestate Giulia chiamò Elena, le chiese di vedersi. Sedute alla terrazza di un bar, mentre sorseggiavano tè freddo, Elena domandò:

Allora, a quando linaugurazione?

Presto, rispose Giulia. E tacque.

Qualcosa non va?

No. Solo che… Sai, Elena, inizio a pensare che lui non finirà mai.

Ma lo fanno tutti gli uomini, ci mettono secoli.

No, tu non capisci. Non è una questione di trascinare. È come se non volesse finire. Come se, finché ci sono i lavori, avesse una scusa. Per non invitare nessuno, per non sistemare i mobili, per non vivere davvero.

Elena la guardò, seria.

gliene hai mai parlato?

Ci provo. Ma ogni volta mi dice che è poco ormai, che poi sarà perfetto.

Ma tu vuoi il perfetto?

Giulia rimase in silenzio.

Voglio casa. disse infine. Solo casa.

Quella sera, Marco le mostrò i campioni di colore per le pareti: una ventina di bianchi, caldi, freddi, azzurrini. Tutto variazioni di bianco. Lei li guardava e vedeva solo bianco.

Giuli, le disse lui, la differenza è fondamentale alla luce naturale.

A me va bene tutto, mormorò stanca.

Lui scelse. Come sempre.

E fu così, quasi senza accorgersene, che il suo parere venne chiesto sempre meno, poi mai. Se suggeriva una piastrella, lui spiegava perché quella scelta era tecnicamente peggiore. Se proponeva il divano lì, lui la correggeva con lapp per larredo. Se diceva mi piace, lui ma è più giusto così.

Lei smise di dire mi piace. Perché mai.

Nellottobre del secondo anno, venne a trovare Marco il vecchio amico Riccardo da Milano. Aveva avvertito: una notte sola. Giulia fu felice, veramente felice. Prese il buono, mise a posto.

Marco disse che Riccardo non poteva dormire da loro, perché in camera cerano lavori in corso.

Non cera nessun lavoro. La camera era perfetta. Giulia lo sapeva.

Marco, quali lavori?

Pausa.

Il pavimento va sistemato in un punto. Cè odore di colla.

Non cè alcun odore.

Dai, non vorrai che Riccardo veda la casa così?

Così come?

Non pronta.

Giulia lo guardava, sentendo la terra fuggirle da sotto i piedi, nel senso reale. Perché aveva appena capito: lui si vergognava. Vergognava della casa che aveva fatto lui stesso, perché non era ancora quella nella sua testa. E mentiva pur di non mostrarla.

Va bene, disse lei. Non aggiunse altro.

Riccardo venne, si sedettero in cucina a chiacchierare, uscì a cena con Marco e dormì in albergo. Giulia aveva cucinato ma cenò da sola.

Quella notte non riuscì a dormire. Guardava il soffitto, perfetto, bianco, senza un alone. Perfetto sopra il letto, nella stanza dove ospiti non entravano da due anni.

Arrivò linverno: la mamma di Giulia si ammalò dinfluenza. Nulla di serio, ma era sola, e Giulia la raggiungeva due volte a settimana dallaltra parte della città. Ogni tanto dormiva dalla mamma. Marco non si lamentava: era immerso a verniciare la finestra del balcone con un prodotto speciale.

Un pomeriggio Giulia tornò prima del solito, lo trovò seduto per terra nel corridoio con una lente dingrandimento. Studiava lunione tra battiscopa e muro.

Tutto ok? chiese togliendosi il cappotto.

Cè un gioco qui, borbottò lui.

Lei non chiese quanto gioco. Non serviva, spiegava tutto in millimetri.

Hai mangiato oggi?

Pausa.

Non mi ricordo.

Neppure stamattina?

Credo.

Lei andò in cucina, fece un piatto di pasta e un uovo. Lui arrivò, si sedette.

Grazie.

Prego.

Mangiarono in silenzio. Fuori nevicava. Sul tavolo cera un catalogo con campioni di maniglie per larmadio che avevano iniziato a discutere un anno prima.

Marco, mormorò lei, raccontami qualcosa. Non dei lavori.

Lui la guardò, come se le avesse chiesto una lingua straniera.

Tipo cosa?

Qualunque cosa. Comè andata oggi, che pensi, che cosa ti ha colpito, qualcosa di divertente, qualcosa di triste. Basta che non siano giunti e materiali.

Lui provò a pensarci sul serio. Lei vide che era sincero. Cercava di ricordarsi o inventare qualcosa che non fosse edilizia. Non ci riusciva.

Non so, ammise infine. Forse niente.

Quella notte Giulia fissava il buio, chiedendosi: quando un uomo vivo è diventato solo funzioni? O era sempre stato così e lei non lo vedeva? No, non sempre. Ricordava un altro Marco. Lui che in viaggio verso il lago Maggiore le riconosceva le costellazioni con il dito. Le mostrava Cassiopea, il Grande Carro, le Pleiadi, ricordi? Lei vedeva.

Che fine hanno fatto le Pleiadi?

Al terzo anno smise di dire alle amiche che ormai ci siamo, manca poco. Era una menzogna. I lavori finivano e ricominciavano. Marco scovava nuove imperfezioni. O cambiava decisione: la piastrella comprata era risultata fragile; la vernice, una volta asciutta, non era quella giusta; la maniglia era ottima ma la cerniera cigolava con il freddo. Ogni imperfezione segnava un altro ciclo.

Giulia si comprò una piccola abat-jour da tavolo. Semplice, con paralume di stoffa. La mise lì vicino al letto. La sera Marco vide, chiese:

Da dove viene?

Lho presa oggi.

Ma abbiamo detto faretti a incasso.

Voglio leggere prima di dormire.

I faretti saranno meglio.

Quando?

Non rispose.

Appunto, disse lei. I faretti arriveranno, ma io voglio leggere ora.

La lampada restò una settimana. Poi Marco portò una lampada in metallo dalla cantina e la mise lì, dicendo che la resa luminosa era superiore.

La lampada di Giulia finì sullarmadio. Poi su una mensola. Infine lei la ripescò in cantina, tra i sacchi di malta.

Non disse più nulla. Semplicemente la rimise sul comodino.

Marco la spostò ancora.

Lei la rimise.

Silenzio. Ma quella lampada stava lì. Era una piccola vittoria. E una piccola tragedia. Perché in una casa normale, in un rapporto normale, non sarebbe stata né vittoria né tragedia. Solo una lampada.

Ad aprile del terzo anno, Giulia scrisse un messaggio a Elena: Ma ti va di andare via qualche giorno? Tipo in un agriturismo. Senza mariti.

Elena rispose subito: Lo voglio! Quando?

Andarono in un piccolo albergo vicino al lago di Como, per quattro giorni. Giulia prese ferie, Marco si mostrò sorpreso, ma non contrariato. Era immerso nella ristrutturazione del bagno di servizio.

Nella stanza dellalbergo, con mobili in legno un po scrostati, un copriletto a fiori e la finestra che odorava di bosco umido, Giulia capì dessere felice. Sul serio. Si sdraiò sul copriletto, guardò la crepa sul soffitto e scoppiò a piangere.

Elena era accanto, non chiese nulla.

Vivo in un museo, confessò Giulia fissando il soffitto. Un museo bellissimo, perfetto. Morto.

Dopo un attimo Elena chiese:

Gliene hai parlato?

Sì.

E?

Dice che manca poco, che poi andrà meglio. Dice sempre che manca poco.

Forse servirebbe uno psicologo. Insieme.

Non ci andrebbe. Marco pensa che lo psicologo sia per chi ha veri problemi. Lui ha solo… lavori in corso.

Giulia capì cosa le mancava: quella fessura della finestra, il bosco, il copriletto a fiori comprato senza pensarci, solo perché piaceva. La vita.

Dopo quattro giorni tornò a casa. Cera odore di stucco. Marco laspettava nellingresso entusiasta per aver finito la nicchia nel bagno. Lei guardò:

Bene.

Vedi? Ora è tutto simmetrico. Prima il lato destro era più largo di centimetro e mezzo.

Vedo.

Ci ho pensato una settimana per farlo senza rovinare le piastrelle. Poi ho trovato il modo.

Bravo.

Giulia andò a cambiarsi. Si sdraiò, fissò il soffitto. Perfetto.

A giugno ebbero la conversazione che lei ricordò bene. Era domenica, sera, le otto. Marco dipingeva la cantina. Giulia preparava la cena e sentiva Marco tra scatoloni e nastro da pittore.

Marco! gridò.

Cosa? rispose da lontano.

Cena pronta tra venti minuti.

Mh.

Dopo venti minuti non venne. Dopo quaranta nemmeno. Giulia bussò.

Si fredda tutto…

Cinque minuti.

Dopo cinque minuti, niente.

Lei mangiò da sola, sparecchiò, lavò i piatti. Lui uscì alle dieci e mezza, vide la tavola vuota.

Oddio, non mi ero accorto dellora, borbottò.

Lo so.

Vuoi che riscaldi?

Fai tu.

Andò in camera, si sdraiò, prese un libro. Quando lui arrivò, domandò senza alzare lo sguardo:

Marco, sei felice?

Pausa lunga.

Be, sì. Credo.

Sicuro?

Giuli, che domanda è?

Una domanda normale.

Si sdraiò accanto, stette zitto. Poi disse:

Ora che finisco la cantina, sistemo il balcone. Bisogna isolare sotto il pavimento. E questa volta sarà davvero tutto finito.

Lei chiuse il libro.

Hai appena risposto alla domanda.

Come?

Ho chiesto se sei felice. Mi hai parlato del balcone.

Lui non seppe che dire. Stettero in silenzio.

Buonanotte, disse Giulia.

Buonanotte.

Non spense subito la luce. Guardava il soffitto, ascoltava il suo respiro vicino, e pensava che in unaltra vita, in questa stessa stanza, forse starebbero parlando di altro. Di una serie vista insieme, di una battuta detta dalla mamma, del nuovo menù del bar sotto casa. Qualcosa, purché ci fosse parola.

In questa vita cera invece silenzio. Perfetto, come il soffitto.

Quella mattina, mentre poggiava la tazza sul davanzale, si ricordò di quella conversazione. E capì che la parola basta era pronta da tempo. Aveva solo atteso una tazza per uscire.

Prese i suoi oggetti con metodo e senza piangere. Solo il proprio: qualche libro, trucchi, vestiti, la lampada col paralume di stoffa, documenti, caricatore, il cactus Federico portato mesi prima dal lavoro perché in casa non cera una pianta viva. Marco non aveva mai detto niente contro il cactus. Non lasciava aloni.

Marco stava sulla porta della camera, la guardava impacchettare.

Giuli.

Sì.

Parliamone.

Di cosa?

Come di cosa, stai facendo la valigia.

Sì.

Per via della tazza?

Marco, dai. Lo sai benissimo.

Io no, davvero.

Lei si fermò, lo guardò. Era alto, in piedi sulla soglia senza la sua livella, e sembrava smarrito. Sinceramente smarrito. Non lo vedeva così da una vita.

Marco, disse sono tre anni che viviamo qui.

Sì.

Non abbiamo mai fatto una cena normale con ospiti. Nemmeno una. In tre anni.

Perché la casa non è ancora…

Perché la casa non è ancora pronta, sì. E non lo sarà mai davvero. Capisci?

Lui non rispose.

Troverai sempre qualcosa da rifare. È il tuo modo di essere. Non è sbagliato, ma io non ce la faccio più. Sono stanca di vivere in un cantiere.

Tra poco…

No, disse lei piano ma decisa. Non tra poco. Non è questione di tempo. È che sono tre anni che vivo da te da ospite in casa mia. Sono stata attenta a non graffiare, a usare le sottotazze, a spostare la mia lampada. Non ho mai invitato amiche, perché ti vergognavi dei lavori non finiti. Io…

La voce le tremava ma si fermò, respirò.

Voglio vivere. Solo vivere. Con i graffi sul pavimento, le macchie di caffè sul davanzale. Gli ospiti la domenica. La tua vecchia giacca sulla sedia. Tutto quello che rende una casa viva. Noi non siamo stati capaci.

Stette zitta. Poi lui chiese sottovoce:

Dove vai?

Da mamma, per ora.

Per quanto?

Non lo so.

Chiuse la valigia, prese Federico. Passò accanto a lui, si mise il giubbotto, le scarpe, senza guardare il parquet perfetto sotto i piedi.

Giuli, la chiamò lui.

Sì.

Io… Non sapevo che fosse così.

Lo sapevi, rispose lei. Solo che non ci avevi mai pensato.

La porta si richiuse con un click. Discreto. Come tutto in quella casa.

Lui rimase.

Marco rimase in corridoio un minuto, poi andò in soggiorno e si sedette sul divano. Ce ne avevano messo tre mesi a scegliere il tessuto. Era robusto, non si consuma, non si attacca la polvere. Si sedette in quel soggiorno perfetto e guardò intorno.

Lappartamento era bello. Bellissimo. Pareti chiare col tono giusto. Parquet senza una fessura, soffitto senza giunzioni. Mensole fino al soffitto, dritte al millimetro. Luci regolate a dovere, nessuna ombra fastidiosa. Finestra del balcone senza spifferi. Piastrelle bagno perfette.

Guardava tutto questo e sentiva qualcosa di strano. Non orgoglio. Una specie di nausea, ma più in alto.

Sugli scaffali cerano pochi libri rimasti. Guardò i dorsi e si domandò quando era stata lultima volta che aveva visto Giulia leggere. Sul divano, con una luce decente, di sera. Non prima di dormire, nascosta, ma leggere per davvero. Tanto, tantissimo tempo fa.

Si alzò. Andò in cucina. La tazza era ancora lì, sul davanzale. Nessun segno. Il tè freddo da ore.

La prese, la lavò, mise nello scolapiatti. Si fermò. Andò in camera. Si sdraiò sul letto vestito, cosa inedita. Guardò il soffitto. Perfetto.

Rimase lì ore. O minuti. Il tempo aveva perso senso. Poi si alzò, andò in cantina. Secchi di vernice, reti, pacchi di materiale e attrezzi ordinatissimi. Prese una mattonella campione che aveva portato in cantiere per confrontare. La rigirò tra le mani. Rimise a posto.

In cantina non cera niente di superfluo. Solo lui.

La sera scaldò qualcosa, mangiò senza gusto, lavò il piatto. Nella casa regnava un silenzio totale. Prima c’era sempre qualcosa: lavori, rumori, odori di primer o vernice. Ora niente. Solo silenzio perfetto in stanze perfette.

Provò ad accendere la TV. Guardò un film venti minuti, non capì nulla, spense.

Poi guardò a lungo il nome di Giulia in rubrica. Non chiamò. Pensava.

Non pensava a come riportarla indietro. Pensava a quello che aveva detto. Degli ospiti. Della lampada. Del sentirsi ospite. Quella parola lo colpì. Ospite. In casa propria.

Si ricordò di Riccardo. Di quando aveva mentito per la stanza da letto. Perché? Non se lo era mai domandato davvero. Si diceva: la casa non è pronta, non mi sento a mio agio. Ma non era vero. Era vivibile da più di un anno. Solo che non era quella che si era promesso. Non era abbastanza perfetta.

Aveva promesso a se stesso la casa perfetta. E ci lavorava, senza mai finirla, perché la perfezione non si raggiunge. Non è come il soffitto lo tingi e basta. È lorizzonte. Più vai avanti, più è lontana.

Giulia lo aveva imparato. Lui no.

O almeno non voleva imparare.

Si alzò, girovagò per casa accendendo le luci. In salotto si soffermò sulle mensole.

Lì tutto era calcolato. Libri in ordine daltezza, oggetti decorativi distanziati con precisione. Ogni cosa al posto suo, niente di superfluo, tutto funzionale e bello.

Al centro della terza mensola, un piccolo cuore di vetro arancione, irregolare, artigianale. Giulia lo aveva preso due anni prima al mercato di Porta Palazzo. Allepoca Marco aveva detto: Cosa serve? Solo polvere. Giulia: A me piace. Lui non rispose e rimase lì. Una concessione, poco più.

Ora lo prese in mano. Scaldava. Forse era solo unimpressione.

Pensò a tutto questo per tre giorni. Camminava per casa senza far nulla, mangiava svogliato, dormiva male. Al lavoro era assente, sbagliò dei calcoli e dovette rifarli. Un collega gli chiese se era tutto a posto. Lui: Sì, sì.

Il quarto giorno scrisse un messaggio.

Giuli, possiamo parlare?

Lei rispose dopo unora: Sì.

La chiamò. Lei rispose al secondo squillo.

Ciao, disse.

Ciao.

Come stai?

Bene. Da mamma va tutto bene.

Pausa. Sentiva il suo respiro e non sapeva come iniziare. Non era mai stato bravo con queste cose. Lei sì.

Giuli, ho pensato in questi giorni.

Sì.

Sai già che voglio dire?

Più o meno.

Giuli, capisco di aver… mancato qualcosa. Anzi, di aver seguito la cosa sbagliata.

Lei taceva.

Parlo degli ospiti. Della lampada. Ho capito, adesso sì. Non prima.

Perché me lo dici?

Perché vorrei che tornassi.

Pausa lunga.

Marco

Non dico adesso. Te lo dico sinceramente. Voglio che tu torni. E voglio provare a ricominciare. Non so se ci riesco, ma lo voglio.

Lei tacque a lungo. Sentì che spostava qualcosa, forse una tazza. Sul davanzale o sul tavolo, non importava.

Sai che ci provo non basta? chiese lei alla fine.

Lo so.

Sai che non posso tornare a vivere come prima?

Sì.

Non credo. Non offenderti, ma è la verità. Ora sei spaventato, dici le parole giuste. Ma cambiare non è colpo di martello.

Lo so.

Allora, cosa proponi davvero?

Lui ci pensò su.

Propongo di vederci. Dal vivo. Non al telefono.

Ok, disse dopo una pausa. Va bene.

Si incontrarono in un bar. Un posto normale, sedie traballanti, menu scritto alla lavagna. Giulia aveva il suo giubbotto beige, un po stanca ma serena.

Presero un caffè. Marco la guardava pensando che era da anni che non la osservava così: e basta.

Come sta la mamma?

Meglio. Ha comprato fiori, si dedica alla semina. È felice davermi avuta un po con sé.

Sono contento.

Stettero in silenzio.

Marco, disse cè una cosa che devi davvero capire. Non sono i lavori il problema. Non il fatto che tu li voglia fare bene. È che hai confuso il mezzo col fine. La casa dovrebbe essere lo strumento per vivere, non il fine.

Sì, disse.

Lo dici per dire o hai capito?

Ho capito.

Come lo so?

Lui prese la tazza. La girò tra le mani. La posò.

Non puoi saperlo, rispose onesto. Nemmeno io so quanto cambierò. So solo che così non va. Finché ceri, sembrava tutto gestibile. Quando sei andata via, la casa è rimasta solo una bella scatola vuota.

Giulia lo fissò.

Bella scatola, ripeté piano.

Sì.

È già qualcosa averlo compreso.

Torni?

Lei guardò fuori. Pioveva, i passanti si affrettavano sotto le tettoie, davanti al supermercato cerano i primi vasi di tulipani: rossi, un po strapazzati dal vento.

Posso provare, disse infine. Ma a certe condizioni.

Dimmi.

Primo: per un mese niente lavori. Neanche una vite, un campione, un catalogo. Viviamo.

Daccordo.

Secondo: domenica prossima invitiamo Elena con Paolo e Riccardo, se può. Tavolata, si mangia e si parla. A casa nostra, così comè.

Lui annuì.

Terzo: se ricominci a fare tragedia per ogni graffio, io te lo dico chiaro. E tu dovrai ascoltare.

Ok.

Non sono solo parole, è difficile sul serio.

Lo so, disse lui. Per me è difficile. Ma ci provo.

Giulia lo guardò ancora negli occhi, come per vedere oltre le parole. Poi disse:

Va bene.

Rientrarono a piedi, anche se piovigginava. Vicini, senza tenersi ma quasi, lei con Federico in tasca, lui con la borsa. Giulia si fermò un attimo sotto casa, guardò la facciata al quinto piano.

Bella casa, disse.

Sì, annuì.

Salirono in ascensore. Lui aprì. Lei entrò per prima. Andò in soggiorno, posò Federico sul davanzale, diretto, senza sottovaso.

Marco guardava Federico sul davanzale laccato.

Non disse nulla.

Giulia andò in cucina. Sentì il rumore dellacqua, poi lo scatto del bollitore.

Marco si sedette sul divano, guardò le mensole. Il cuore di vetro era ancora lì, ma fuori allineamento.

Non lo spostò.

La domenica chiamarono Elena. Lei disse finalmente e rise euforica. Riccardo non poté, ma promise di venire la volta dopo. Paolo portò una bottiglia, Elena un dolce, Giulia fece le lasagne promesse tre anni prima.

Si cenò in soggiorno. Marco notò che una tazza era fuori asse. La ricollocò. Poi si fermò. Lasciò dovera.

A tavola era rumoroso e un po stretto. Elena urtò il genere, del vino rosso macchiò la tovaglia. Sussulto generale. Marco sentì una stretta dentro. Guardò Giulia.

Giulia lo fissava. Senza ansia, senza paura. Solo lo guardava.

Lui prese un fazzoletto e tamponò la macchia.

Non importa, disse.

Elena tirò un sospiro. Giulia sorrise piano.

Dopo cena restarono a lungo, tra chiacchiere e risate e tè. Quando tutti andarono via era già notte. Giulia lavava, Marco asciugava. In silenzio, ma era un altro silenzio.

Forse la macchia non viene via, disse Giulia.

O fa niente, rispose.

Lei lo guardò, gli passò un piatto.

Marco, sussurrò.

Dimmi.

È stato bello stasera.

Sì. Davvero bello.

Fecero ordine. In soggiorno le tazze erano lì, la tavola con la macchia di vino, il cuore di vetro sulla mensola, Federico sul davanzale.

Marco guardava tutto questo. Pensava che dovrebbe lavare la macchia domani, prima che sia tardi. Che il vaso senza sottovaso lascerà segni. Che una tazza era ancora storta.

Poi pensò che Giulia aveva riso due volte: prima quando Elena raccontava del suo gatto, poi al brindisi pasticciato di Paolo. Rideva come una volta, come nei primi anni, quando lui la guardava e pensava: ecco, è lei.

Giulia andò in camera. Si fermò sulla soglia.

Vieni?

Arrivo.

Marco guardò ancora una volta la stanza. Guardò la macchia, Federico, il cuore di vetro.

Spense le luci.

Si sdraiò accanto a lei. Giulia stava già leggendo. La sua lampada di stoffa faceva luce morbida.

Giuli.

Mh?

Mi ascolti davvero quando parlo di giunti e millimetri?

Abbassò il libro e lo fissò.

Ti ascolto.

A cosa pensi in quei momenti?

Lei ci pensò sul serio.

Penso che allora sei molto lontano.

Sì, ammise. Forse sì.

Lei riprese a leggere.

Lui restò a pensare che non sa se ci riuscirà. Che tre anni sono lunghi, qualcosa è cambiato in lei e in lui, che è come una crepa nel muro: si può stuccare, renderla invisibile, ma il materiale non è più lo stesso. Questo lo sapeva meglio di chiunque.

Pensò fino a cedere al sonno. Poi, già tra il sogno e la veglia, gli venne un pensiero: domattina prenderà Federico e lo metterà su una sottotazza, perché altrimenti sul laccato resterà il cerchio.

Aprì gli occhi.

Il soffitto era sempre lo stesso. Perfetto. Senza una crepa.

Vicino a lui Giulia voltava pagina.

Li richiuse. Federico può aspettare fino a domani mattina.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

twelve + 12 =

Tre anni di ristrutturazione senza ospiti
Superare la violenza domestica: La storia di Marina e la sua lotta per la libertà