«Non volevo un figlio!» – ha gridato Alessio alla moglie durante un acceso litigio, ignaro che il loro bambino stesse ascoltando dietro la porta. (Racconto)

Non volevo un figlio! urlò Alessandro a sua moglie nel mezzo di una lite accesa, senza sapere che loro figlio era dietro la porta. (Racconto)

Ho queste cose da raccontarti, senti. Era un venerdì notte, già passata mezzanotte. Laura era davanti ai fornelli, a girare svogliatamente una minestra ormai fredda. Sapeva già, dal rumore della porta dingresso sbattuta, che sarebbe arrivata una discussione.

Non dormi? la voce di Alessandro era infastidita, come se la colpa del suo ennesimo rientro tardivo fosse di lei.

Laura si voltò lentamente. Suo marito era sulla soglia della cucina, con la camicia sbottonata e il profumo di unaltra donna addosso, insieme alla solita scia di fumo.

Filippo chiedeva di te. Non sapevo cosa dirgli.

Non dovevi dirgli niente fece lui, aprendo il frigo e tirando fuori una bottiglia di acqua frizzante. Ho lavorato fino a tardi.

Fino alluna di notte? Di venerdì? Laura si sorprese della propria voce; di solito ingoiava in silenzio bugie e ritardi, senza storie o domande scomode.

Dai, non cominciare, per favore bevve direttamente dalla bottiglia, senza guardarla. Ho un progetto complicato, tanto lavoro.

Che progetto, Ale? Tuo padre stesso mi ha detto che in ufficio non ti vedono da una settimana.

Alessandro si bloccò. Poggiò la bottiglia e la guardò come non lavesse mai vista prima.

Sei andata da mio padre? A lamentarti?

Non mi sono lamentata, è stato Giuseppe che mi ha chiamato. Mi ha chiesto se andava tutto bene. Io non sapevo cosa rispondere.

Fantastico sospirò ironico Alessandro . Oltre tutto adesso ci si mettono pure i miei genitori.

Nessuno ti sta addosso la voce di Laura era stanca. Voglio solo capire che fine abbiamo fatto. Eravamo felici, ricordi?

Alessandro non rispose. Aggirò la cucina per andarsene e Laura sentì montare quella stretta di dolore che ormai portava sempre dentro.

Alessandro, aspetta. Per favore, parliamone, senza urla e senza accuse. Io ti amo. Voglio aggiustare le cose, per noi, per Filippo.

Basta discorsi adesso, ti prego. Sono sfinito.

E quando vuoi parlarne? Sono mesi che ci evitiamo! Rientri tardi, esci presto. Perfino per il compleanno di Filippo, settimana prossima, non hai chiesto nemmeno cosa vorrebbe.

Lui si voltò. Per un attimo negli occhi spuntò un barlume di rimorso, ma durò un secondo.

Il regalo glielo prendo io. Farò qualcosa di bello.

Non gli serve un regalo. Gli serve suo padre.

E ce lha. E suo padre campa questa famiglia! Vivi in una casa a tre camere, non ti manca niente! Cosaltro vuoi ancora?

Laura fissò il marito, ripensando a quanto era cambiato. Alle superiori, Alessandro era diverso: dolce, timido, sempre presente. Passavano i pomeriggi a chiacchierare sulle scale davanti al liceo, a sognare un futuro insieme. Lui sognava di diventare architetto; lei voleva organizzare eventi per bambini, lavorare con i piccoli.

Poi tutto si era incastrato in fretta: maturità, la gravidanza, il matrimonio. Era stato Giuseppe, il padre di Alessandro, a pretendere il passo. Nella nostra famiglia si fa così, si risponde alle proprie responsabilità, come ho fatto io, aveva detto. Il matrimonio fu una cerimonia per pochi intimi. Laura ricordava la madre piangere mentre la preparava: Avresti potuto studiare, laurearti…. Ma a lei sembrava che lamore sarebbe bastato. Che Alessandro le sarebbe rimasto accanto sempre.

Giuseppe li aiutò molto: la casa, il lavoro in azienda per il figlio, parti dal basso, come ho fatto io, ripeteva. Laura cercava di essere la nuora perfetta, madre devota, padrona di casa ordinata. La nascita di Filippo aveva stretto tutto luniverso attorno a quella culla.

I primi anni erano stati belli, pieni di fatica e sogni normali. E Alessandro lentamente riusciva a fare carriera. Giuseppe li aiutava, ma senza esagerare: Si deve guadagnare da sé la stima.

Il cambiamento era arrivato due anni prima, quando il padre aveva allargato gli affari e dato ad Alessandro la direzione di un nuovo progetto: posto importante, stipendio buono, macchina aziendale. Laura era felice per lui, finché non erano iniziati gli aperitivi dufficio, le cene di lavoro, le notti fuori. E Alessandro era diventato nervoso, scostante, assente. Come se tutto quel piccolo mondo costruito insieme adesso non gli interessasse più.

Laura, ora non posso la voce di Alessandro la riportò al presente . Vai a dormire.

E tu?

Rimango in studio. Devo lavorare.

Uscì. Laura sentì il clic della porta e rimase sola, nella cucina grande e luminosa, con una minestra fredda e una tristezza che le strozzava la gola.

La mattina dopo Alessandro sparì di buonora, senza nemmeno fare colazione. Laura si svegliò con Filippo che si infilava sotto le coperte accanto a lei, cercando calore.

Mamma, perché papà non ha salutato?

Aveva fretta, tesoro. Doveva lavorare.

Ha sempre fretta sospirò Filippo. Andiamo al parco oggi?

Certo, dove vuoi tu.

Alla nuova area giochi! Ci sono le altalene nuove.

Laura osservò il figlio. Sette anni, capelli biondo scuro come il padre, occhi grandi e grigi come i suoi. Un bambino sensibile, affettuoso. Così somigliante a quellAlessandro che lei aveva amato.

Si vestirono e uscirono, sotto un sole di primavera. Il parco era pieno di voci e bambini. Filippo corse subito alle altalene. Laura sedette sulla panchina, tra altre mamme, ascoltando distrattamente le chiacchiere.

Il tuo lavora sempre? le domandò una signora paffuta, la signora Rosa.

Sì, sempre in ufficio la risposta di Laura fu poco convinta.

Sono tutti uguali sospirò Rosa. Mio marito anche: tardi a casa, mai una parola, poi si stupisce se gli faccio il muso.

Pure il mio intervenne una ragazza con il passeggino lui pensa che pagare le bollette basti a essere padre.

Laura sentiva quella tristezza comune alle altre, ma rimaneva zitta. Nessuna aveva la ricetta magica. Ognuna portava avanti la sua croce.

Mamma! Guarda, senza mani! gridò Filippo dalla giostra.

Bravo, amore! Laura lo salutò agitando la mano tra le lacrime che le inumidivano gli occhi allimprovviso.

Quando Filippo dormiva, la sera, Laura sgranava vecchie foto: il matrimonio, un giorno assolato; la nascita di Filippo, Alessandro che lo tiene quasi tremando. Le vacanze la prima volta al mare, i castelli di sabbia. Quando si era rotto tutto? Quando erano diventati estranei?

Alessandro rincasò alle undici e mezza. Laura, già a letto senza dormire, lo sentì rincasare, passare di nuovo in studio. Mai in camera.

La domenica Laura chiamò Giuseppe, il suocero. Gli raccontò tutto, in lacrime.

Laura, so già tutto. Alessandro si è perso… Giuseppe sospirò.

Non vive più con noi. Cioè, cè, ma non cè. Filippo chiede di lui, e io non so che dirgli.

Da quanto va avanti questa storia?

Più di un anno ormai.

Il suocero le prese la mano.

Ho sbagliato io a spingerlo troppo. Gli ho dato troppo, troppo presto. Non era pronto. Fece una pausa, sorseggiò il caffè. Anche in ufficio ormai non serve a nulla. Sta spesso fuori, delega tutto a un vice.

Laura ascoltava, ferita e umiliata.

E poi… Cè pure dellaltro. Non vorrei dirtelo, ma lo devi sapere. Credo che abbia una storia con la sua segretaria. Si chiama Sonia.

Dentro Laura si spezzò qualcosa. Aveva sospettato: il profumo, la freddezza Ma sentirlo dire era unaltra cosa.

E ora cosa dovrei fare io? Lo amo. O forse lo amavo. Ma cè Filippo. Dove vado?

Non te ne vai tu, Laura. Questa è anche casa tua. Fatti rispettare.

Ma non voglio che Filippo cresca senza un padre.

Crescerà comunque senza padre, se Alessandro resta così. Un papà assente fa solo male.

Laura aveva la testa in tempesta. Se desse un ultimatum e Alessandro scegliesse laltra?

Senti me, Laura, disse Giuseppe tu vali. Non fare solo sacrifici, la famiglia è anche rispetto e vicinanza. Filippo ha bisogno di vedere che la madre sa farsi valere. E poi ora che lui va a scuola, tu riprenditi i tuoi sogni. Iscriviti alluniversità, io ti aiuto io.

Si sentì spalancarsi una finestra sul futuro.

Proprio in quel momento lingresso sbatté. Era Alessandro.

Papà? Che ci fai qui?

Son venuto a vedere mio nipote. E tua moglie. Tu dove sei stato?

Lavoro.

Di domenica? Curioso.

Cè il progetto

Siediti. Dobbiamo parlare.

Seguì una discussione pesante, tra accuse e silenzi. Il padre, per la prima volta, si schierò dalla parte di Laura.

O cambi, o perdi tutto. Lavoro, macchina e la casa resta a Laura. Se vuole, ti lascia, e tu resti con niente.

Non potete farlo!

Posso eccome. La casa è intestata a lei.

Quando il padre se ne andò, lui si sfogò di nuovo con Laura. Accuse, rabbia, sdegno.

Tu hai rovinato tutto! Sei andata a piangere da papà!

No, Ale. Sei stato tu. Tu che hai voluto scappare da questa famiglia

Io non volevo un figlio! gli scappò urlare.

In quel momento il mondo sembrò fermarsi. Laura si aggrappò a una sedia, incredula.

Ripeti sussurrò.

Non così… Non intendevo…

Non volevi Filippo!

Allora avevo solo diciannove anni, non pensavo a niente.

La tensione salì, finché un singhiozzo li gelò: Filippo era sulluscio, in pigiama, occhi gonfi.

State litigando di nuovo. Papà, vai via da noi?

Alessandro si abbassò al livello del figlio.

Filippo, non hai capito, io

Sì che ho capito lo interruppe il bambino . Ho sentito che non mi volevi.

Non è vero! Volevo solo dire che avevo paura, allora ero giovane

Se mi amassi, saresti con noi!

Scappò in camera sua sbattendo la porta.

Alessandro rimproverò Laura di aver rovinato tutto con la sua insistenza, prese la giacca e sparì, lasciandoli soli nella notte.

Laura corse dal figlio. Filippo piangeva in silenzio nel letto.

Amore, papà ti vuole tanto bene. Solo che è confuso. Ti ha amato da subito, solo che era giovane e spaventato, ma ora ti ama!

Perché non gioca mai con me?

Ora è un momento difficile, ma tu gli sei sempre nel cuore.

Mamma, vi separate?

Non lo so, piccolo.

Non voglio. Voglio papà con noi.

Laura lo abbracciò cercando di non piangere davanti a lui.

Per giorni Alessandro non si fece sentire. Laura lo chiamava, lui non rispondeva. Filippo chiedeva, Laura mentiva: Al lavoro. Una bugia sempre più fragile.

Poi, una sera, Alessandro rientrò. Era distrutto, occhi rossi, parlava sconclusionatamente di Sonia, che nel frattempo laveva lasciato dopo che suo padre gli aveva tolto il posto e lauto. Si vedeva che aveva toccato il fondo.

Hai bisogno di una doccia gli disse Laura, cercando di arginare la situazione e di un caffè.

Lasciami stare. Tutto mi ha stancato.

Filippo non deve vederti così.

Tanto mi odia.

Non ti odia. Ti ama e ti aspetta.

Alessandro la guardò. Davvero?

Sì. Ma basta parole, servono fatti.

Lui andò in bagno, poi bevve il caffè in cucina, in silenzio.

Scusami sussurrò infine.

Sei pronto a dimostrare che vuoi davvero questa famiglia? chiese Laura.

Ci proverò.

Ma la mattina dopo se ne era già andato.

Stremata, Laura chiese di nuovo un incontro a Giuseppe.

Divorzia fu la risposta. Ti aiuto io con tutto.

E Filippo?

Starà meglio così.

Laura voleva aspettare, dargli ancora una possibilità. Lo scrisse ad Alessandro: Vediamoci domenica. Parliamone sul serio.

Rincontrarsi fu come respirare dopo giorni sottacqua: Alessandro sembrava finalmente disposto ad ascoltare, ma ammise: Non so più cosa voglio. Vorrei tornare, ma ho paura di non farcela. Laura pose una condizione: Fino a quando non capisci, vivi fuori di casa. Per Filippo. Dimostra, non promettere.

Da allora, piano piano, Alessandro iniziò a cambiare. Ogni giorno chiamava Filippo, passavano insieme i fine settimana, andavano al parco. Laura, nel frattempo, si iscrisse davvero alluniversità, iniziò a lavorare come animatrice per bambini e ritrovava entusiasmo. Filippo era fiero della madre. Alessandro le raccontava della sua nuova vita da operaio. Dura, poco lusso, ma reale.

Un pomeriggio di primavera, dopo mesi di visite e piccoli passi, Laura decise che Alessandro si era guadagnato una seconda occasione. Non per le parole, ma per i fatti. Trascorrevano tempo insieme, si ascoltavano, ridevano. Non era la favola perfetta, ma era la loro verità, conquistata centimetro per centimetro.

Un sabato al parco, guardando Filippo ridere sulle giostre tra loro due, Alessandro le prese la mano.

Possiamo riprovarci davvero?

Sì rispose Laura con un sorriso piccolo ma fiero. Ma alla pari. Cresciamo insieme.

E da allora, ogni domenica, la loro piccola storia italiana di vita vera ricominciò, senza illusioni, ma finalmente insieme.

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