Ultimatum allitaliana
È tutta colpa tua! Tua, tua, tua!
La voce della donna rimbombava per tutta la via di Firenze, squillante come il campanone del Duomo e carica di quellesasperazione tipica delle discussioni di famiglia. Il viso era una tragedia greca: lacrime che scorrevano impetuose su guance paonazze, gli occhi lanciavano dardi di rabbia, mentre la bocca urlava col pathos dellAida alla prima della Scala. Pareva proprio non sentire ragioni, completamente assorbita da quel melodramma.
Dun balzo scattò verso il giovane davanti a lei, tendendo le mani come se volesse strappargli il piumino e scuoterlo finché non le fosse passato almeno mezzo giramento. Le dita tremavano, si aprivano e chiudevano, e in quello sguardo cera un dolore così intenso che per un attimo Michele si sentì invadere dal disagio.
Lui però fu rapido come Gattuso a un derby: si scansò con la destrezza di chi è abituato alle sfuriate, facendo persino un mezzo gesto davanti alla fronte, come a dire: Ma questa è fuori!. E dentro cresceva linsofferenza: ma davvero, pensava, tutta la responsabilità deve cadere su di me?
Se non fosse stato per te, la mia bambina starebbe bene! gridò la donna, ancora con le lacrime agli occhi, le spalle che tremavano come certi tiramisù sgonfi. La voce si spezzava a ogni parola, manco stesse intonando unaria disperata. Le hai rovinato la vita, lo capisci?! Tu!!
Questo è solo il vostro punto di vista, replicò Michele, gelido come un espresso dimenticato al bar , e la sua faccia si incupì. Ormai aveva capito chi aveva davanti: la madre di Giulia. Ma quelle accuse gli parevano il massimo dellingiustizia! Una rabbia sorda gli montava dentro: lui di certo non meritava di finire nel pubblico ludibrio. Io non lho mai costretta a niente. Tutto si è svolto secondo la sua volontà. Giulia voleva attenzione, tutto qui. Non le è riuscito il teatrino, e adesso la colpa sarebbe mia?
Non permetterti di parlare così di lei! TU sei il responsabile! la donna aveva di nuovo locchio da battaglia ed era pronta a gettarsi su di lui.
A fermarla fu il figlio un ragazzo alto e con la faccia da nottatacce passate sui libri, borse sotto gli occhi così profonde che ci poteva tranquillamente mettere dentro una colazione da bar. La prese con decisione per il braccio, con unaria di chi certe scene ormai le vede più spesso del telegiornale delle otto.
Mamma, andiamo, per favore disse piano, comprensivo ma anche stanco fino alle ossa . Perdiamoci questione, davvero.
Tua sorella in ospedale e tu non dici niente a questo qui? la signora non mollava, scalciando via dalla presa del fratello. Cè chi pensa che le mamme italiane siano melodrammatiche; questa avrebbe potuto dar lezioni a tutte. Sarebbe stato da spezzargli due dita, almeno! Come ha potuto maltrattare così Giulia?!
E che c’entro io adesso? mugugnò il figlio, voltandosi leggermente e facendo una smorfia sarcastica: si vedeva che di queste tiritere naveva sentite fin troppe. Forse sarebbe stato meglio educare meglio la piccola Giuli e così nessuno si sarebbe fatto male!
A quel punto, una voce squillante e un po beffarda irruppe da un angolo:
Oooh, che succede? Qui mi perdo sempre i migliori pettegolezzi!
Michele, dentro di sé, si mise le mani nei capelli: ma poteva mai esserci testimone peggiore di Flavia? Leggenda vivente tra i corridoi dellUniversità di Firenze, sapeva tutto di tutti (pure il caffè preferito dei docenti): memoria delefante e lingua affilata, le chiacchiere passavano sempre prima da lei che da Radio Maria. I professori stessi, si racconta, cambiavano strada se la vedevano arrivare.
Flavia si avvicinò con passo deciso e un gran sorriso da adesso voglio proprio vedere dove andiamo a parare. Smise di giocherellare con la tracolla della borsa e, con la faccia di chi finge di non aver già inteso tutto, si fece vicino:
Dai, su, racconta! chiese, inclinando un po la testa con occhi luccicanti di curiosità . Se non mi dici nulla, me lo invento, tanto la fantasia non mi manca lo sai!
Michele sbuffò pesantemente, passandosi una mano tra i capelli e lanciando unocchiata di sconforto alla mamma-non-più-di-Giulia e suo figlio che, nel frattempo, stavano discutendo sottovoce poco lontano. Sapeva già che Flavia era come i paparazzi: non te la scrolli mica di dosso.
Non molli eh? domandò, un filo esasperato.
La ragazza negò con la testa, occhi vispi e sguardo che prometteva di archiviare ogni dettaglio per futuri racconti.
Va bene si arrese Michele, abbassando il tono della voce con fare cospiratorio , ma promesso: non lo racconti nemmeno al barista del Caffè Gilli. È qualcosa che spero resti fra noi. Ci stai?
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Tutto era iniziato qualche settimana prima, fra un caffè amaro e laltro. Da un po Michele sentiva che con Giulia le cose stavano prendendo una piega storta. Un grumo nello stomaco grande come una porzione di lasagne avanzate. Giorno dopo giorno, quella sensazione cresceva senza pietà. Gli sembrava ormai di parlare non più con una ragazza, ma con una voragine di insicurezze e richieste, tipo la fontana di Trevi piena di monete solo che qui, invece di euro, bisognava gettarci attenzioni, complimenti, dichiarazioni a raffica. Ovviamente nessuna mai sufficiente.
La verità, a Michele le crisi isteriche di Giulia avevano scocciato parecchio. Ogni piccolo screzio diventava una scenata da telenovela napoletana: drammi su drammi, non ce la faccio più, niente ha più senso, senza di te la vita è vuota. Apice della demenzialità: le continue minacce di farla finita. Allinizio, povero lui, ci credeva pure; tremava, provava a rassicurarla, a promettere. Poi, piano piano, aveva capito che era solo una strategia: ogni volta un ricatto emotivo. Ed era lì che, dentro di lui, qualcosa si era rotto: la pazienza, forse; o quellingenuità che ti fa credere nellamore formato fotoromanzo. Si ritrovava sempre più spesso a pensare che il loro rapporto fosse diventato come una pizza surgelata: la forma c’era, il gusto ormai era sparito.
Nell’ultimo periodo le minacce erano quasi quotidiane. Poi era la risposta lenta a un messaggino, poi un like sospetto a una foto. E se non diceva ti amo prima di dormire, cerano crisi esistenziali con dettagli da manuale di psicodramma… Ormai Michele sapeva a memoria lo spariglio della messa in scena: lacrime, insulti, suppliche, silenzi da funerale… riprendi tutta la sequenza dal principio. Era diventato il suo tormentone personale.
Finché, una sera, Giulia si era presentata sotto casa senza nemmeno mandare un messaggio. Michele era tranquillo in camera, stava giocando alla PlayStation (convinto che nulla potesse andare storto almeno verso le dieci di sera), quando iniziò a suonare il campanello come se in casa ci fosse rimasta la pasta sul fuoco. Michele si affacciò allo spioncino e la vide: agitata, occhi che lanciavano scintille, con il telefono ancora in mano, evidentemente appena aveva letto il suo messaggio: Forse dovremmo prenderci una pausa, che dici?.
Michele! Non puoi lasciarmi così! gridava, martellando la porta col pugno. La voce tremolava, rotta dallansia. Se mi lasci, giuro che faccio una cavolata! Mi hai sentito? Non sto scherzando!
Michele, dietro la porta, serissimo, stringeva la mascella così forte che sembrava volesse frantumarsi i denti a forza di autocontrollo. Da una parte, gli sarebbe venuto distinto aprirle, abbracciarla, dirle che sarebbe andato tutto bene. Dallaltra, il cervello gli urlava di lasciar perdere: se cedeva, si ritrovava dentro alla telenovela per altre ore, tra scenate e ricatti.
Dovresti davvero farti aiutare le rispose, con la ruvidezza di chi ne ha davvero abbastanza . Seramente. Non voglio più essere trascinato in queste cose. Basta così!
Michele! Non puoi! strillava lei, dando una pedata che si rimangiò immediatamente: un dolore acuto la fece piagnucolare. Sospirò, raccolse quel che restava della dignità e provò a risistemarsi. Michele, per favore, apri! Almeno parlami, un minuto!
Proprio in quellistante, dal piano di sotto, si sentì un passo lento; saliva la signora Carla, la vicina, ottantanni portati con dignità, chignon dordinanza e occhiali calati sul naso, sguardo che non perdona.
Ma che modi sono questi, bella mia? disse, piantandosi davanti a Giulia . Sembri una sceneggiata napoletana! Una ragazza perbene certe cose non le fa.
Senta, lasci stare! rispose Giulia, facendo la dura ma arrossendo visibilmente. Dentro, però, quelle parole erano arrivate dritte come un cucchiaio di brodo caldo in una giornata umida: a modo loro, le avevano fatto male. Si drizzò la schiena e borbottò qualcosa, ma ormai la marmellata era spalmata: si sentiva ridicola, ma non voleva cedere.
Si voltò di scatto, e con passi di tacchi rabbiosi rimbombò sulle scale, visibilmente urtata, scrollando via rabbia e vergogna. Ma frullandole in testa già cresceva il piano: mica poteva lasciargliela vinta a quel modo! Michele NON poteva permettersi di lasciarla così! Lo sapeva bene lui: lei se l’era già immaginato, nel vestito bianco in quella bottega di San Lorenzo, davanti a una corona di parenti, e quellanello fine fine visto alla gioielleria del Ponte Vecchio. Altro che addio, ora sistemiamo tutto per bene, si ripeteva scendendo le scale.
Ore dopo, a Michele arrivò un messaggio strano quanto la sua voglia di rimettere mano ai libri di Diritto. Era in cucina, ancora con lo zucchero nel tè ormai freddo, a scrollarsi di dosso la giornata, quando il telefono si illuminò.
Era Giulia: lunghissimo messaggio molto cuori, infinite ripetizioni. Michele, non ce la faccio più, non ti incolpo di nulla (certo, come no), ti amo troppo, non so vivere senza di te Il tutto scritto con il flusso e lo stile tipico della tragedia shakespeariana a sfondo Whatsapp. Michele però sapeva che Giulia neanche beveva: qui non cera vino, era solo ansia pura.
Finale: richiesta di aiuto, per favore vieni, non posso restare sola. Michele lesse e rilesse. Lottava tra preoccupazione e la consapevolezza che questa era lennesima, collaudata mossa da scacchista emotiva.
Se cedo ora, pensò, è finita: manipolami pure, comodamente. Deciso, cercò il numero della madre di Giulia, le scrisse due righe spiegando e rilanciandole i messaggi. La signora rispose preoccupata, promettendo che sarebbe andata lei a vedere. Finalmente, pensò Michele con sollievo, la situazione era passata a qualcuno con qualche competenza.
Così, rimesso tutto in riga, si rimise sui libri. Cerano esami da preparar, quiz da memorizzare (e la paura di una bocciatura, che un po ti fa superare pure il mal di cuore). Per bloccare la testa, spense il telefono: via notifiche, stop chiamate, nessun rischio di distrazioni di sorta. Non poteva nemmeno immaginare quello che stava succedendo, intanto.
Le ore volarono. Tra schemi, date, codici, nemmeno una pausa per il caffè. Solo tardi, molto tardi, quando anche a Santa Maria Novella calava il buio, Michele rimise mano al telefono.
Il display, appena acceso, sembrava lalbero di Natale: notifiche a pioggia, soprattutto chiamate e messaggi tutti dalla mamma di Giulia.
La tensione montò tipo pressione da pentola: messaggio secco Giulia è in ospedale. I medici sono riusciti a intervenire. Ora è fuori pericolo.
Un pugno in pieno stomaco. Michele rimase lì, come un leone incantato dalla luna. Quindi era vero? Aveva davvero fatto una cosa simile, non per finta, ma davvero? Gli tornò davanti agli occhi il ricordo di ieri: Giulia fuori dalla porta, occhi stanchi, voce rotta. Era come se solo adesso vedesse tutto con chiarezza distaccata, ma con senso di colpa a livelli da confessionaleun alternarsi di rimorso, ansia, spaesamento.
Non fece in tempo a riordinare le idee che il telefono vibrò di nuovo: È COLPA TUA! Solo per colpa tua!. Le mani di Michele si strinsero attorno al telefono, occhi sbarrati. Tentò di respirare a fondo per non perdere la pazienza.
Composse il numero della madre di Giulia, sentendo le dita tremare più del solito.
Vieni in ospedale! Vieni a chiedere scusa in ginocchio! ringhiava la donna. Si sentiva ogni goccia del suo dolore e della sua rabbia, ogni pianto represso nei corridoi dellospedale di Careggi. Una pena che a tratti compatì perfino Michele, almeno nei suoi rari momenti di debolezza, ma questa accusa gli sembrava davvero ingiusta.
Ma non esageriamo, eh! ribatté Michele, la voce inceppata dalla rabbia . Non chiederò mai scusa per cose che non ho causato. Le avevo chiesto di farsi aiutare da uno psicologo che vi posso dire? Non sono mica uno specialista! Non intendo sacrificare la mia vita per una ragazza che si diverte a farmi sentire in colpa ogni giorno!
Sei TU il responsabile! Lhai ridotta così, tu! urlava la donna.
Ora basta! tagliò corto Michele, secco, traendo un respiro profondo per contenere il nervosismo . Giulia si è inventata tutto, come al solito. Se avesse voluto davvero be, non avrebbe mandato tutti quei messaggi drammatici. Avrebbe fatto e basta. Vi prego, basta, non chiamatemi più! E, sfiancato, si mise a respirare forte, poggiato al muro, contando fino a dieci come consigliava la dottoressa alla mutua.
Ma la signora non mollava, la voce si propagava ancora dallo smartphone:
Ma capiscimi, ragazzo, se non la sposi finisce male. Se ti sposi va tutto a posto, vedrai, ritorna comera prima. Devi farlo. Per lei. Per tutti noi. Se la lasci adesso non si riprende più, mai! Devi prenderti questa responsabilità!
Michele rimase esterrefatto. La proposta pareva una roba da film con Totò: per rimediare a tutto sposa mia figlia? Un matrimonio-forzato modello Ottocento? Strinse il telefono fino a quasi spaccarlo come le noci a Natale, la rabbia a mille.
Ma veramente? chiese a denti stretti, sussurrando quasi . Mi sta chiedendo di sposarla perché mi ha minacciato di ammazzarsi? Ma le pare una soluzione?
Non chiamarlo ricatto! gridò la donna . È per salvarla, lo capisci?! Solo tu puoi sistemare le cose dopo che le hai distrutto la vita! Lei senza di te si spegne, capito? Tu sei il suo universo.
Sì, forse, sono il suo universo, ma secondo lei sposandola magicamente le passa tutto? rispose Michele, stavolta con voce tesa . Guarda che non è amore, è dipendenza. Quello che vuole non è un marito, è uno psicoterapeuta, una badante, un redentore! E nessuno dovrebbe sposarsi per paura invece che per desiderio.
Ma tu non capisci! Cambierà, lo so che cambierà, io la conosco bene la mia Giulia, deve solo sentirsi sicura! Se la molli così si butta giù per sempre. Tu sarai responsabile per tutto quello che le succede dora in poi! Avrai la coscienza sporca a vita!
Michele serrò gli occhi, ancora scosso. Dentro sentiva la lotta tra residuo affetto, compassione, senso di colpa e la certezza che cedere gli avrebbe rovinato la vita.
Non la sposerò, disse calmo, scandendo le parole . Adesso e mai più. Non posso sacrificare la mia vita solo per paura o compassione. Giulia deve affrontare i suoi problemi con chi può davvero aiutarla. Io non sono il messia, né lo psicanalista di servizio. Stop, fine recita.
Sei privo di cuore! urlò la donna dallaltra parte. Hai rovinato mia figlia, adesso te ne lavi le mani! Nemmeno immagini quello che hai fatto Lei non si riprenderà mai! Le hai tolto la speranza!
La vera speranza è un bravo psicologo, replicò Michele, ormai dacciaio . Non si può e non si deve trattenere una persona che non ti vuole, né cementare col matrimonio tutti questi problemi. Sarebbe solo procrastinare linevitabile.
Dallaltro lato silenzio. Solo qualche singhiozzo, un respiro profondo e rotto, e le parole uscite con amarezza:
Tanto non lhai mai amata lhai solo usata finché ti faceva comodo, adesso che è difficile la butti via come niente fosse. Come se fosse un fazzoletto sporco!
No, l’ho amata davvero, rispose Michele, calmo come se avesse appena finito un rosario . Ma non posso vivere in un incubo. Per lei è diventata una lotta continua per tenermi, per me una paura costante del prossimo disastro. Non è più amore.
Sei solo un vigliacco sussurrò la donna, il tono sibilante.
Vigliacco è chi rovina due vite per paura di affrontare la verità concluse Michele, stavolta deciso . Il matrimonio non è una panacea. Liberateci tutti, per favore. Addio e basta chiamate.
Spense e lasciò scivolare il telefono sulla scrivania, esausto. Dentro aveva lo stomaco in subbuglio come dopo una carbonara mal riuscita. Prese fiato piano, cercando di scrollarsi il senso di colpa e la rabbia. Finalmente, dopo un po, sentì laria tornare nei polmoni e si lasciò andare, come a volersi liberare del tutto.
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Eh, questa la storia, chiuse Michele, lo sguardo perso fuori dalla finestra, dove il cielo sopra Firenze si faceva denso e scuro, come un barattolo di Nutella lasciato aperto. La voce era piatta, le spalle abbassate. Passò una mano fra i capelli, quasi a voler dare una scrollatina anche ai pensieri.
E tra parentesi, il fratello di Giulia è dalla mia parte. Diceva che lo sapeva già, che Giulia era incline a queste scenette, solo che stavolta si era superata. Dovrebbero fare un caso di studio, altroché
Flavia rimase in silenzio qualche secondo, a torturarsi la punta di una ciocca castana. Lo guardò con sincera empatia, che, insomma, non è cosa da poco per una collezionista di pettegolezzi. Nemmeno una domandina per scovare uno scoop aggiuntivo.
Eh, ti è capitata una compagnia bella tosta commentò lei, abbassando la voce, finalmente seria. Ma guarda che hai ragione tu. Un matrimonio per obbligo è una trappola, altro che soluzione. Giulia dovrà imparare a vivere senza ricatti, mentre la madre dovrebbe capire che i problemi non si risolvono col libretto di famiglia. Dai retta a me, metti entrambi in black list. Sennò domani stai ancora qui a farti mangiare l’anima tra sensi di colpa e messaggi chilometrici.
È proprio quello che farò sussurrò Michele, sentendo il peso sullo stomaco che finalmente si alleggeriva. Stirò la schiena, respirò forte e, per la prima volta dopo settimane, sentì di nuovo aria buona nei polmoni.






