Dopo mezzanotte

Dopo mezzogiorno

Non capisci cosa stai facendo, sussurrò Chiara, chinandosi verso il padre. Papà, ti prego. Non oggi.

Giuseppe Romano non guardava la figlia. Il suo sguardo era fisso dallaltra parte del grande tavolo, dove sedeva Alberto Salvati, titolare della Edilizia Salvati, padre dello sposo, uomo in un elegante abito blu notte, con gemelli doro. Lo guardava come si guarda finalmente qualcosa che si è cercato per tutta la vita.

Siediti, Chiaretta, disse lui piano. Sta solo qui vicino e non dire niente.

Il ristorante Imperiale in via delle Camelie era pieno. Soffitti alti a stucchi, tovaglie bianchissime, bicchieri di cristallo, fiori freschi in vasi bassi su ogni tavolo. Cinquanta invitati, tutti lì per il fidanzamento. I camerieri in giacca nera si muovevano tra i tavoli con la leggerezza di ombre. Cera profumo di rose e qualcosa daltro, un aroma ricercato che Chiara non sapeva riconoscere.

Era seduta tra il padre e il suo fidanzato. Matteo Salvati, ventotto anni, tre più di lei, le aveva poggiato la mano sulla sua. La sua mano era calda.

Tutto bene? le sussurrò lui.

Sì, rispose lei. Ed era quasi vero.

Un anello con un piccolo diamante brillava al suo anulare destro. Matteo glielo aveva messo unora prima, davanti a tutti, tra gli applausi. Allora Chiara aveva sentito una leggerezza strana, come se fosse in bilico su uno strapiombo: non paura, solo tanta vertigine.

Il padre sedeva dritto, il viso impassibile. Indossava la solita giacca grigia, la stessa che aveva messo alla maturità di Chiara e poi ai funerali della moglie. Ora, anche lì.

Papà, ripeté lei, questa volta senza sussurrare. Vieni fuori un attimo, parliamo.

Lui scosse la testa. Prese un bicchiere dacqua. Bevve lentamente.

Intorno, la festa continuava. La madre di Matteo, Elena Marinelli, bellissima donna di cinquantacinque anni tutta in ordine, raccontava alla vicina di un viaggio a Praga. Alberto Salvati rideva, versava vino agli ospiti, gesti ampi e sicuri. Era visibilmente soddisfatto, lo si capiva da ogni movimento.

Chiara aveva venticinque anni. Era cresciuta a Torino, nel quartiere San Paolo, in un bilocale al quinto piano con gli impianti vecchi e i vicini del piano di sopra che ogni domenica spostavano mobili. La madre era morta tre anni prima, sei mesi dopo un ictus. Il padre, ex capocantiere, ora si arrangiava, lavori saltuari. Vivevano insieme, in modo semplice, a volte molto semplice.

Aveva conosciuto Matteo per caso, a una mostra di design urbanistico, dove era capitata grazie a unamica con biglietti gratis. Lui stava accanto al plastico di un nuovo complesso abitativo, discutendo con un anziano signore. Chiara osservava il plastico, non lui. Matteo lo notò, le si avvicinò, chiese cosa la incuriosisse tanto.

Poi presero un caffè al piano terra, nel piccolo bar della mostra, e continuarono a passeggiare sul lungo Po. Le ore passarono. Chiara non sapeva ancora chi fosse il padre di lui. Lo scoprì dopo. Ma allora non importava più, perché ormai pensava già a Matteo ogni giorno.

Il padre conobbe Matteo dopo sei mesi. Fu gentile, composto, quasi affabile. Ma una notte Chiara lo sorprese in cucina, la luce accesa, il telefono in mano, lo sguardo perso.

Papà?

Vai a dormire, Chiaretta, le aveva detto. Va tutto bene.

Ma lei non era tornata a letto. Metteva su il bollitore, gli chiedeva cosa fosse successo.

Niente, aveva risposto lui. Solo ricordi.

Non le disse altro.

Adesso, al banchetto, Chiara osservava il padre e sentiva dentro qualcosa stringersi. Non per paura, ma per la consapevolezza che qualcosa stava per accadere, qualcosa che non si poteva più fermare.

Di nuovo, Matteo le posò la mano sulla sua.

Sei pallida, sussurrò lui. Ti senti male?

No, rispose lei. Sto bene.

Alberto Salvati si alzò in piedi. Con il bicchiere alto iniziò un discorso sui giovani, il futuro, la gioia di quella unione. Voce piena, una di quelle che sono abituate a farsi ascoltare. Elena lo guardava con quellespressione che Chiara non sapeva interpretare: né calda, né fredda, solo distante.

Finito il brindisi, con i bicchieri che tintinnavano, anche Giuseppe Romano si alzò.

Non di scatto, ma con calma. Prese dalla giacca una busta, la posò davanti a sé.

Signor Salvati, iniziò, una voce ferma, ma in sala calò il silenzio. Vorrei dire due parole.

Salvati lo fissò con un velo di sorpresa, poi annuì educato.

Prego, Giuseppe

Romano, precisò lui. Non ci conosciamo di persona come dovremmo.

La sala era immobile. Anche i camerieri si erano fermati.

Quindici anni fa, cominciò Giuseppe, voce tesa come una corda, avevo una piccola impresa edile. Dodici persone, lavori modesti ma legali. Ho costruito tutto in otto anni.

Chiara tratteneva il fiato.

Nella primavera del 2009 ho firmato una partnership con una società, Costruzioni Unite. Un intermediario si occupava della cosa. Dopo tre mesi ho scoperto che lintermediario operava per conto di altri. Tutti i beni della mia azienda passarono di mano, tutto legale sulla carta. Dietro le carte cera la Salvati. Dietro Salvati, cera lei.

Salvati rimaneva impassibile. Solo la mano si strinse sul calice.

Ho perso tutto. Azienda, soldi. Poi il lavoro. Poi la salute. Mia moglie, la voce del padre tremò appena lo seppe nello stesso anno. So che ci sono tante cause per un ictus, ma io ne conosco solo una. Lei non sopravvisse a quella perdita.

Prese dalla busta dei fogli. Li posò sul tavolo.

Ci sono le copie. Contratti, estratti, scambi di e-mail. Gli originali sono dallavvocato. Non voglio soldi. Non farò causa. Voglio solo che lei, seduto a questo bel tavolo, sappia che io conosco la verità.

Alzò gli occhi verso Salvati.

So chi è. E ora anche mia figlia lo sa.

Prese il cappotto dallo schienale. Lo indossò con calma. Abbottonò i bottoni.

Signor Romano, disse Salvati, e cera in lui qualcosa di inedito, non rabbia, non stupore, questa è una grave accusa. Se lei pensa…

Non penso, lo interruppe Giuseppe. So.

E si avviò verso luscita.

Chiara lo seguì con lo sguardo. Poi sentì la mano di Matteo al polso. Non la stringeva, semplicemente la posava sopra, quasi senza volerlo.

Chiara, le disse piano. Non sapevo nulla. Devi…

Lei lo guardò. Il suo volto smarrito, sincero. Poi Salvati, piegato a sussurrare qualcosa al vicino. Elena fissava il vino con lo sguardo vuoto.

Chiara si sfilò lanello.

Lo appoggiò sulla tovaglia bianca.

Si alzò. Prese la borsa. Uscì.

Chiara! gridò Matteo, alzandosi.

Ma lei già usciva dalla sala, nella testa la voce piatta del padre: So chi è. E ora anche mia figlia lo sa.

Fuori pioveva, pioggia fredda dottobre, sottile e insistente. Il padre era fermo sui gradini, si abbottonava il colletto.

Chiara si avvicinò. Gli prese il braccio.

Camminarono così, in silenzio. I capelli, le spalle, le mani fradice di pioggia. Chiara non pianse. Camminava accanto al padre, sentiva il suo braccio e pensava allanello di diamanti rimasto solo su una tovaglia bianca, là dentro, tra i lampadari di cristallo e il profumo di rose.

***

Lamica Marta, con cui era cresciuta dai tempi della scuola, le lasciò le chiavi del suo piccolo appartamento in via del Mercato. Marta era andata a lavorare a Padova, lappartamento rimaneva vuoto. Una sola stanza, cucina minuscola, finestra sul cortile con sotto tre cassonetti e un vecchio sorbo.

Il giorno dopo Chiara cambiò numero di telefono. Prese una SIM nuova, con sopra solo cinque contatti: il padre, Marta, la signora Lucia, la vicina del padre, lex compagna di corso Paola e un numero della ASL. Il vecchio cellulare lo mise in un cassetto.

La prima settimana quasi non uscì di casa. Passava ore sul divano a guardare il soffitto. Ogni sera chiamava il padre. Lui parlava poco, ma aspettava la sua chiamata. Si sentiva.

Poi si fece forza. Non perché fosse passato, ma perché doveva agire.

Il lavoro arrivò tramite le conoscenze di Paola. Un piccolo negozio di fiori, Margherita, in via Primavera, a tre minuti a piedi. La titolare, Assunta, sessantadue anni, donna grande, mani veloci e viso schietto, prese Chiara senza tante domande.

Sai lavorare coi fiori? chiese.

Un po, rispose Chiara. Imparo presto.

Va bene, fece Assunta. Allora impara.

Il negozio era stretto e lungo. A sinistra il frigo con i fiori, a destra mensole di piante in vaso, al centro il banco con filo di ferro, nastro, forbici e pezzi di carta da imballaggio. Cera sempre odore buono, un po umido e dolce. Chiara arrivava alle otto e andava via alle sei. Tagliava steli, componeva mazzi, prendeva ordinazioni, lavava secchi.

Assunta non chiese nulla del suo passato. Era una di quelle persone che capiscono tutto con uno sguardo e non fanno domande inutili. Solo dopo due settimane disse:

Sei dimagrita, Chiara. Devi mangiare meglio.

Mangio, rispose lei.

Balle, disse Assunta. Oggi ti ho portato la pasta e fagioli. Cè in frigo.

Chiara pranzò con la pasta e fagioli e, seduta sullo sgabello nel retro, per la prima volta in settimane si mise a piangere. Senza lacrime, ma dentro sentì qualcosa cedere e sciogliersi.

I giorni passavano. Ottobre diventò novembre, novembre era grigio e ventoso, con neve che si scioglieva subito a terra. Chiara indossava sempre lo stesso cappotto marrone, un po lisa sul gomito. La sera leggeva, a volte guardava qualcosa sul telefono. Chiamava il padre.

Il padre si faceva sentire. Diceva che tutto bene, che aveva trovato qualche lavoro, che la signora Lucia gli preparava i dolci. La voce era viva, serena. Solo a volte, alla fine, prima di salutarla, faceva una pausa. In quella pausa, Chiara stringeva il telefono con entrambe le mani.

Come va, papà?

Bene, Chiaretta. Tu?

Sto bene anchio.

Non si credevano ma facevano finta.

Di Matteo cercava di non pensare. Ma era difficile. Tornava nei momenti più impensati: tagliando rose, punzecchiata da una spina; vedendo un uomo con la stessa giacca; mentre si addormentava. Ricordava le sue mani, la voce, il modo in cui le occhiavano quando pensava che lei non se ne accorgesse. E lei, invece, se ne accorgeva sempre.

Ma lanello era sulla tovaglia bianca. La madre sotto terra. E il padre di notte in cucina, solo a fissare il vuoto.

Scegliere tra tutto questo e il resto. No. Non era mai stata una scelta vera. Solo la strada che andava percorsa.

Tre mesi volarono. Più in fretta del previsto. Dicembre portò la vera neve, il freddo, le notti che calano già alle quattro, quando il negozio sembra ancora più piccolo e caldo.

Un pomeriggio entrò una donna.

Allinizio Chiara non sollevò lo sguardo, continuava a tagliare i tulipani. Poi alzò gli occhi.

La donna aveva la sua età, forse poco di più. Alta, nel cappotto grigio chiaro, capelli castano miele, perfetti. Profumo dolce, pesante. Chiara riconobbe subito la fragranza.

Buongiorno, disse la sconosciuta. Cerco Chiara Romano.

Sono io, rispose Chiara, dritta.

La donna la guardò con qualcosa dindefinibile nello sguardo: non rabbia, non pietà, quasi, eppure altro ancora, forse soddisfazione.

Mi chiamo Elisa. Non ci conosciamo, ma abbiamo una persona in comune. Matteo Salvati.

Chiara rimase zitta.

Volevo solo avvisarti, continuò Elisa, che io e Matteo siamo di nuovo insieme. Stavamo già insieme prima di te, forse non lo sapevi. Ora Ci sposiamo a febbraio. Mi sembrava corretto dirtelo, perché tu non creassi illusioni.

Chiara la guardò: il bel viso, gli orecchini pesanti, le mani nei guanti di pelle sottile, strette sulla borsetta un po troppo.

Grazie, disse piano Chiara. Ho capito.

Elisa annuì, si voltò, uscì.

La porta si richiuse. Il campanello sopra la porta trillò.

Chiara rimase ferma, un tulipano tra le dita. A lungo. Fuori nevicava.

Poi posò il fiore. Andò nel retro. Si sedette. Rimase lì finché Assunta, la titolare, non venne a chiederle se fosse successo qualcosa.

Niente, rispose Chiara. Tutto bene.

Assunta le portò del tè, lo posò sul tavolo. Tornò di là, senza far domande.

Ecco, quello era il gesto che serviva.

***

Una settimana dopo Chiara andò allASL.

Aveva prenotato la visita già da novembre, poi rimandato e rimandato ancora, convinta che fosse solo stress e che passasse da sé. Non passava.

La dottoressa, giovane col viso stanco e mani precise, fece domande, prescrisse analisi, ordinò di tornare tra tre giorni.

Tre giorni dopo Chiara era seduta davanti a lei.

Siamo intorno alla decima settimana, disse la dottoressa. Tutto normale. Deve cominciare i controlli regolari.

Chiara tornò a casa in autobus, guardando fuori: strada, neve, lampioni, gente con sacchetti. Una sera come tante. Sembrava di essere sempre la stessa, quasi invisibile.

Dentro sentiva tutto immobile, come uno specchio dacqua appena ghiacciato.

A casa si svestì, mise su il bollitore, si buttò sul divano tenendosi i calzini ai piedi. Guardava il soffitto.

Dieci settimane. Ottobre. Il fidanzamento era stato a inizio ottobre.

Pensò a lungo. Poi ancora. Poi si fece un tè che bevve alla finestra, osservando nel cortile il sorbo ricoperto di neve, le bacche rosse ancora attaccate.

Il pensiero maturò in tre giorni. Lo girò e rigirò. Pensò al padre. Alla madre. A cosa avrebbe detto lei, sempre schietta anche troppo. Avrebbe detto qualcosa di semplice e chiaro, che avrebbe rimesso tutto in ordine.

Ma la madre non cera più.

Il quarto giorno Chiara chiamò il padre.

Papà, devo dirti una cosa.

Dimmi pure, rispose lui. La voce era pronta, tranquilla.

E lei glielo disse.

Seguì un lungo silenzio. Poi il padre chiese:

E tu, come stai?

Sto bene, rispose Chiara. Ho deciso. Farò da sola. Non voglio niente da nessuno.

Ancora silenzio.

Va bene, Chiaretta, rispose il padre. Io sono con te.

E basta. Nessuna domanda, nessun consiglio, nessuna lezione. Solo io sono con te.

Bastava.

***

Gennaio portò il vero inverno. Un tubo nel bagno scoppiò e dovettero chiamare lidraulico, uomo sui quaranta, in ritardo di due ore che borbottò molto ma sistemò tutto. Prese i soldi e se ne andò.

Chiara ordinò dei libri in posta, su gravidanza e primi mesi, voluminosi, pieni di segnapagina. Studiava la sera, annotava a matita. Quando Assunta ne vide uno nellangolo, fece solo un cenno e il giorno dopo le portò calze di lana nuove.

I piedi sempre al caldo, disse.

Assunta

Non discutere, tagliò lei. Mettile.

Chiara obbediva.

La pancia ancora si notava poco sotto il cappotto invernale. Ma in bagno, la mattina, Chiara la vedeva gonfiarsi. Ci metteva la mano.

Non pensava se fosse maschio o femmina. Non pensava al nome. Era presto o troppo difficile, non sapeva. Limportante era vivere giorno per giorno, lavorare al negozio, chiamare il padre, leggere, guardare dalla finestra il sorbo.

Di Matteo cercava di non pensare, ma ora era ancora più difficile. Perché cerano motivi che non le facevano dimenticare. Avrebbe voluto che lo sapesse? Non avrebbe saputo dire. A volte sì, a volte, di notte, no.

Ma Elisa aveva detto: matrimonio a febbraio. Quindi ormai non importava.

Se lo ricordava sempre, quando serviva.

Febbraio passò e nessun matrimonio ci fu, almeno che lei sapesse. Ma neanche cercò. Non chiese, non guardò.

Marzo portò il disgelo. Dai tetti iniziarono a gocciolare le prime acque. Nel cortile comparvero le prime pozze nere, con schegge di ghiaccio tuttattorno.

A quel punto Chiara era chiaramente incinta. Il vecchio cappotto non chiudeva sulla pancia, dovette comprarne uno nuovo, largo, verde scuro, al mercato, spendendo pochi euro. Assunta le affidò incarichi che si potevano fare da seduti: ordini via telefono, catalogare spese in un quadernone, aggiornare la vetrina online. Chiara le fu grata, anche se non lo disse ad alta voce, perché Assunta non voleva tante parole.

Il padre arrivò in marzo. Stette una settimana. Portò patate, cipolle, vasetti di marmellata fatta dalla madre. Finché erano nella sua casa, lui non li aveva toccati; ora li portava alla figlia. Chiara aprì un vasetto, spalmandolo sul pane e risentì per un attimo lodore di casa di sua madre tanto forte che dovette uscire dalla stanza.

Il padre non disse niente. Si mise a lavare i piatti.

Una volta andarono a camminare piano lungo il Po, tra lacqua che si scioglieva e le foglie dellanno prima. Il padre le dava il braccio e parlava di cose minime: il gatto della vicina, la signora Lucia che si era messa a studiare francese guardando una serie tv senza sottotitoli.

Ma perché a sessantacinque anni? sorrideva Chiara.

Così dice lei, replicava il padre. Che è il momento giusto.

Risero. Proseguirono.

Alla fine Giuseppe si fermò. Guardò il fiume.

Tu non ti penti? chiese. Non servivano dettagli. Entrambi capivano.

Chiara ci pensò, sul serio.

No, rispose. Non mi pento.

Lui annuì. Non aggiunse altro.

***

Aprile fu pazzerello. Ora caldo come destate, ora neve bagnata che spariva a mezzogiorno. Chiara faceva le visite, portando sempre il tesserino sanitario in borsa, seguiva la dieta prescritta, non sollevava pesi. Assunta sorvegliava personalmente.

La pancia era ormai grande. I movimenti scomodi, il sonno difficile. Di notte si girava e pensava: al padre che da quindici anni si era portato dentro quel segreto, alla madre, viva e vera, che sapeva ridere forte, arrabbiarsi in silenzio, sedersi accanto senza dire niente e farti stare meglio. Chiara sentiva la sua mancanza dopo tre anni ancora acuta, ostinata.

Pensava alla figlia. Che sarebbe cresciuta lì, nella casetta col sorbo e i cassonetti fuori. Che avrebbe lavorato e lavrebbe tirata su e sarebbe bastato. Vedeva altre donne fare così, da sole. Era dura, ma possibile.

Verso metà aprile Chiara aprì il cassetto e prese il vecchio telefono. Non per chiamare, solo così. Lo accese. Tanti chiamate perse, tutte di Matteo. Lultima a dicembre.

Spense il cellulare. Lo rimise nel cassetto.

Non rispose. Non richiamò.

Ma rimase a lungo lì davanti.

***

Poi ci fu una telefonata che ricordò a lungo.

Lamica Paola scrisse su WhatsApp: Chiara, lo sai che Elisa, quella che è venuta da te, ha mentito? Nessun matrimonio, nulla. Matteo è solo, dicono.

Chiara lesse. Rilesse.

Le rispose: Grazie, Paola.

Nientaltro. Paola capì e non insistette.

Chiara chiuse il telefono. Andò alla finestra: il sorbo era ormai spoglio, con grappoli secchi di bacche rosse. Alcuni passeri saltavano sui rami.

Dunque Elisa aveva mentito. Nessun matrimonio, nessun abito da sposa. Solo una visita in quel negozietto, profumo pesante, mani strette alla borsa.

Perché? Chiara capiva. O credeva di capire. Per chiudere la porta a ogni ripensamento.

Tanto non cera nessuna porta.

Rimase ancora un po alla finestra. Poi mise su il tè.

***

Maggio portò il primo vero tepore. Chiara usciva spesso nei giardini vicino, sedeva su una panchina se non pioveva. Le foglie nuove erano di un verde trasparente. I piccioni camminavano per i vialetti indifferenti a tutti.

Ormai mancava poco. Ogni visita la dottoressa diceva tutto bene. Chiara comprò una culla, di legno, arrivò smontata: la montò da sola la sera, sbagliando qualche passaggio, ma riuscì. La mise contro il muro, restò lì a guardarla.

Il padre sarebbe arrivato alla fine, quando serviva. Aveva messo a posto col lavoro. Anche la signora Lucia voleva venire, ma lui aveva promesso che ci avrebbe pensato lui.

Assunta lavorava a maglia qualcosa di piccolo e giallo. Chiara lo notò entrando nel retro: Assunta nascose il lavoro dietro la schiena, fece finta di niente.

Cosè quello? chiese.

Nulla, fatti i fatti tuoi, fece Assunta.

È giallo.

E allora?

Grazie, disse Chiara.

Assunta fece un gesto seccato e tornò di là.

Alla fine di maggio cadde una nevicata improvvisa. Non forte, ma vera, con fiocchi grossi sui prati già verdi. Si sciolse in poche ore, ma nel mentre Chiara rimase alla vetrina a guardarla.

Quella sera, mentre si preparava per rincasare, infilandosi il cappotto verde scuro ormai stretto, la porta si aprì di nuovo.

***

Allinizio non lo riconobbe. Guardava per terra, lottando con un bottone che non si chiudeva più. Poi alzò la testa.

Matteo era sulla porta.

Indossava una giacca scura, senza cappello. I capelli ancora bagnati dalla neve di prima, pareva più magro oppure era solo unimpressione.

Si guardarono qualche secondo.

Chiara, disse lui.

La voce la riconobbe subito. In quei sette mesi aveva cercato di dimenticarla, senza riuscirci.

Assunta si dileguò in punta di piedi nel retro. Una buona donna.

Come mi hai trovata? domandò Chiara.

Ho cercato a lungo, rispose. Solo a lungo.

Lei tacque. Lo osservava.

Potrei non spiegarti tutto subito, parlò ancora Matteo, ma te lo spiego, sarebbe scorretto altrimenti. Ho lasciato lazienda. Ho rinunciato alleredità. Lho detto a mio padre. Da ottobre non parliamo più. Fece una pausa. Ho avviato una piccola impresa mia, con persone di fiducia. Richiede tempo ma lavoro.

Chiara ascoltava.

Non mi sono sposato con Elisa, proseguì. Non so cosa ti abbia detto, ma no. Noi è finita da un pezzo, già prima di te.

Lo so, sussurrò Chiara.

Matteo ebbe un attimo di sorpresa. Annui.

Ti ho cercata ovunque. Hai cambiato numero, non trovavo lindirizzo. Ho chiesto a conoscenti, amici degli amici. Paola mi ha detto che lavoravi qui.

Paola, ripeté Chiara.

Chiara, disse lui. Io

Si fermò. Perché vedeva.

Lei la pancia non provò a nasconderla. Era lì, il cappotto aperto per via del bottone che non si chiudeva più. Otto mesi e mezzo, ormai evidente.

Lui restò a fissare a lungo.

Poi si inginocchiò.

Sul pavimento grigio del piccolo negozio di fiori. Proprio davanti a lei.

Matteo, disse lei.

Fammi finire. Aveva la voce cambiata. Più bassa, più ferma. Non ti chiedo di perdonare lui. O me. O dimenticare. Non sto qui a dire cosa è giusto. Non lo so. So solo una cosa: voglio essere qui, accanto a te. A entrambi.

Chiara era immobile.

Fuori tornava a nevicare. Silenziosa, leggera.

Alzati, disse lei. Per favore, alzati.

Lui obbedì. Ora erano vicinissimi. Più che nei sette mesi precedenti.

Devi capire, disse lei piano.

Capisco.

Non credo. Mattia. Ascolta. Mio padre ha perso tutto per colpa di tuo padre. Otto anni della sua vita, e mia madre. Non subito tutta ma anche lei. Ecco, non passerà mai solo perché tu te ne sei andato. Resterà.

Sì, disse lui. Resterà.

Non so la voce di Chiara era fioca, quasi piatta, non so se riuscirò a guardarti senza vedere anche quello. Voglio essere onesta.

Ti sento, rispose lui.

Non ti sto dicendo no, aggiunse lei. Sto dicendo che non lo so.

Lui tacque.

E nemmeno “sì”, concluse. Non ancora.

Non ancora, ripeté lui piano.

Dal retro un lieve rumore, la tazza di Assunta posata sul tavolo. Poi di nuovo silenzio.

Chiara sentì dentro di sé un movimento. Ormai familiare, ma sempre sorprendente. Posò distinto la mano sulla pancia.

Matteo guardò la sua mano, poi il suo volto. Negli occhi aveva qualcosa che lei non riuscì a sostenere a lungo.

Posso iniziò lui.

No, rispose lei. Non con durezza, solo un no.

Lui annuì. Aveva capito.

Dove alloggi? chiese lei.

In albergo, qui vicino.

Rimarrai a lungo?

Vedrò, disse. Non ho fretta.

Chiara abbottonò la parte alta del cappotto, quella che chiudeva.

Domani ho una visita presto, disse. Devo riposare.

Ti accompagno.

No.

Almeno fino allangolo.

Lei rifletté un istante.

Fino allangolo, accettò.

***

Uscirono dal negozio. Assunta spuntò alla porta: Chiara, prendi lombrello!

Non serve, rispose lei.

Serve sempre!

Chiara fece un gesto di saluto. Assunta rientrò.

Nevicava appena, quasi trasparente. Si scioglieva sulle mani, sulla giacca di Matteo, sul cappotto di lei. I marciapiedi erano scuri, lucidi sotto ai lampioni.

Camminarono zitti. Vicini, ma senza toccarsi.

Come la chiamerai? chiese lui verso metà isolato.

Non lho ancora deciso.

Maschio o femmina?

Femmina.

Non aggiunse altro. Continuò a starle accanto.

Allangolo Chiara si fermò.

Da qui continuo da sola, disse.

Va bene, rispose lui.

Si guardarono.

Matteo, disse lei.

Sì?

Tuo padre risponderà mai, dico davvero?

Lui esitò.

Non lo so, ammise. Ho fatto tutto quello che potevo io. Il resto non dipende da me.

Chiara annuì, assorta.

Chiamami domani, disse. Dopo mezzogiorno.

Lui non ebbe reazioni visibili. Solo qualcosa in lui si fece più sommesso, più vero.

Dopo mezzogiorno, promise.

Chiara si voltò. Proseguì nel viale. Le foglie bagnate sullasfalto, la neve lenta, per nulla tipica di maggio.

Non si girò.

Ma sapeva che lui stava ancora allangolo, a guardarla allontanarsi. Sarebbe rimasto lì, finché non fosse sparita dietro la curva.

A volte basta questo per un inizio. Non tutto, non la felicità, non risposte a domande antiche e future. Solo abbastanza per domani, dopo mezzogiorno, rispondere al telefono.

Girò langolo.

Il lampione tremava al vento. La neve cadeva sulle nuove foglie, sciogliendosi senza nemmeno posarsi.

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Il Tesoro di Famiglia