Senza tante parole

Senza inutili parole

Ricordo ancora quel periodo della mia vita come se fosse adesso, anche se sono ormai passati anni; le luci soffuse di una trattoria nel cuore di Bologna, la consapevolezza che qualcosa stava cambiando. Ero accomodato, rilassato sulla sedia dopo una cena abbondante; davanti a me, Bianca portava alle labbra un calice di Falanghina. La luce morbida delle lampade cadeva sul suo viso, esaltando quella grazia delicata così tipica. Un leggero rossore le accendeva le guance, e negli occhi brillava un riflesso ambrato, quasi a catturare la calda penombra del locale.

Allora, sei contenta? chiesi, cercando di mantenere la voce lieve, come se la domanda fosse nata spontanea, senza nessun peso.

Bianca posò con attenzione il bicchiere sul tavolo e il suo sorriso illuminò il volto.

Certo. Sai sempre dove portarmi. Qui è così accogliente, rispose, lanciando uno sguardo attorno alla sala.

Annuii in silenzio, concorde. In quel locale non cera traccia di sfarzo ostentato, niente lusso gridato: tutto era studiato per creare unatmosfera pacata e raccolta. La luce non infastidiva, la musica di sottofondo era discreta, perfetta per parlare. I camerieri si muovevano con esperienza, senza fretta, lavorando con quelleleganza semplice che si trova solo in certi posti.

Negli ultimi sei mesi avevo portato Bianca in quel ristorante almeno cinque volte. Ogni volta, quella serata si chiudeva con un senso di piacevole soddisfazione, non solo per la cucina ma per quellaura particolare che ci avvolgeva. E quando arrivava il conto, non esitavo mai: pagavo, senza neppure guardare la cifra. Solo dopo mi accorgevo di aver speso magari 90 o 100 euro, ma non ci pensavo.

Sai, iniziò Bianca, giocherellando con il tovagliolo tra le dita sottili, pensavo Perché non facciamo un weekend fuori città? Sento il bisogno di staccare un po la spina.

Vedremo, risposi con cautela, cercando di non mostrare i miei dubbi. Ultimamente il lavoro è un inferno, lo sai anche tu.

Lei si rabbuiò leggermente, tradendo una piccola delusione. Ma subito tornò a sorridere, come se volesse cancellare lattimo appena passato.

Lo so. Sei sempre così responsabile, disse, con un tono che mescolava dolcezza e indulgenza.

Il cameriere, con la solita calma, si avvicinò col menù dei dolci in mano. Senza attendere, feci un cenno:

Siamo pronti: portaci il vostro tiramisù speciale. E ancora una bottiglia del vino di prima.

Il cameriere, con una nota di garbo, annuì e si allontanò.

Nel frattempo, Bianca tracciava cerchi invisibili con il dito sul bordo del calice: un gesto lento, distratto, che ruppe la melodia sommessa della sala. Mi guardò, negli occhi quel lampo di preoccupazione che solo chi conosci bene sa riconoscere.

Oggi sei distante, disse piano, abbassando la voce, come se temesse di essere ascoltata da altri.

Alzai le spalle, cercando di ostentare noncuranza.

Solo stanchezza, risposi. Il lavoro è un delirio.

E non era una bugia: le ultime settimane erano state massacranti tra riunioni, scadenze, notti insonni. Ma non era solo quello.

Qualche giorno prima, mi ero imbattuto quasi per caso nel profilo social di Bianca di cui nulla sapevo. Niente di sconvolgente: foto, citazioni, commenti di amici. Ma in mezzo avevo visto immagini che mi avevano lasciato unamarezza indefinibile. Bianca, sorridente, accanto ad un uomo elegante in abito scuro. Le didascalie giocose ma incisive: Il più attento, Il mio ispiratore. E le date coincidevano con giorni in cui lei mi diceva di avere impegni e di non poterci vedere.

Allinizio avevo scacciato il pensiero. Colleghi, amici, incontri casuali Ma poi osservai meglio. Notai un altro uomo, nei commenti a una foto scattata proprio in quel ristorante, lì dove ci trovavamo. Sei sempre splendida, aspetto la nostra prossima serata, scriveva un certo Marco, aggiungendo un cuore.

Non riuscivo più a scacciare quel tarlo. Cercai di distrarmi, assaporando il vino e il calore che si diffondeva nel mio corpo, ma i pensieri tornavano sempre lì.

Non feci scenate. Non pretesi spiegazioni, non urlai accuse tra le luci soffuse della trattoria. Decisi solo che era ora di mettere un punto. Ma non con una fuga silenziosa; volevo che quel momento restasse, per lei, qualcosa di netto, di definitivo.

La cena volgeva al termine. Il cameriere portò il conto salato, come normale in un posto così. Presi la cartellina in pelle, la aprii con calma come per controllare limporto, ma sapevo già a memoria quanto dovevo. Incrociai lo sguardo di Bianca, stavolta senza sorriso né indulgenza.

Sai cosa cè? Stasera pago solo per me. Il tuo conto lo saldi tu, dissi con voce neutra, come se nulla fosse.

Bianca arrossì di colpo. Le mani si serrarono nervose sopra la tovaglia. Cercava le parole, ma nessuna sembrava adatta.

Giulio, non è uno scherzo? riuscì solo a mormorare, cercando di mantenere la calma.

Non sto scherzando, replicai, sempre a voce bassa. Appoggiai la cartellina davanti a lei. Sei senza soldi? Telefona a qualcuno. Magari a quel Marco. Credevi che non avrei saputo nulla? Che potevi prendermi in giro?

I suoi occhi si fecero grandi. Una scintilla di rabbia e stupore balenava forte come se le avessi detto una verità scomoda e inattesa.

Non capisco di chi parli, mormorò, la voce tremante, consapevole che quel tentativo di difesa era fallace.

Peccato, mi limitai a dire, alzandomi dalla sedia. Io vado. Vedi tu come te la cavi.

Presi dal portafoglio un paio di banconote, lasciandole esattamente quanto bastava per la mia parte. Poi mi voltai e, senza fretta, mi diressi verso luscita.

Alle mie spalle sentii Bianca discutere concitata col cameriere; la sua voce saliva, incrinandosi. Ma non mi girai. Passeggiai verso la porta sentendomi sempre più leggero, senza rabbia, ma con la quieta consapevolezza che, finalmente, avevo detto ciò che dovevo.

Uscito sulla strada, respirai a fondo. Qualcosa in me si scioglieva, come se si levasse un peso dalle spalle.

Camminai lentamente sul marciapiede. I lampioni gettavano coni di luce gialla sullasfalto bagnato; le vetrine dei negozi scintillavano. La gente si affrettava, coppie ridevano e facevano progetti. La città proseguiva la sua corsa, ed era giusto così.

Riflettevo, allora, su quanto sia strana la vita. Solo un mese prima, ero certo che Bianca fosse quella giusta Non perfetta, ma la mia. Ricordai le ore passate a scegliere per lei un nuovo telefono, le conversazioni con il commesso per il colore più adatto, la gioia quando mi ringraziava con entusiasmo e mi abbracciava dopo averle regalato labbonamento alla spa. E poi ancora: il sorriso quando indossava quegli orecchini doro così sottili, fatti apposta per il suo stile.

Quanto tempo avevo dedicato ad attendere le sue chiamate, a mettere da parte i miei impegni solo per vederla felice. Ora, capivo che era stato solo un gioco non il mio, il suo. Non sentivo dolore o collera, solo unamarezza lieve, come quel fondo di caffè lasciato troppo a lungo nella tazzina.

Il cellulare vibrò in tasca. Un messaggio da Bianca: Questo è stato meschino. Bastava dirlo che era finita.

Davanti alla vetrina di una libreria, guardando i dorsi colorati dei romanzi antichi, risposi: Lho appena fatto.

Premetti invio e spensi il telefono. Non desideravo più parole, né spiegazioni.

Avevo davanti una lunga sera e, per la prima volta dopo tanto, sentii di poterla vivere come volevo. Magari entrare in quel bar dove mi conoscevano, ordinare qualcosa da bere e guardare distrattamente fuori dalla vetrata. O tornare a casa, far partire la musica che a lei non piaceva mai e, finalmente, dormire senza preoccuparmi di accompagnarla al lavoro al mattino. Oppure chiamare Andrea, il vecchio amico che non sentivo da mesi, e proporgli di uscire per una birra e due chiacchiere.

La scelta era mia. Ed era un bene. Un bene vero.

********************

La mattina dopo, mi svegliai prima della sveglia. La casa silenziosa, solo il rumore lieve della città che si stava destando. Mi stiracchiai e mi resi conto che, dentro, non sentivo più quella stanchezza, quel peso costante. Finalmente provavo una leggerezza nuova, come quando finalmente esce il sole dopo giorni di pioggia.

Restai sotto la doccia a lungo. Lacqua calda mi rilassava, cancellando le ultime tracce di nervosismo. Chiusi gli occhi lasciando che il suono continuo mi cullasse: per una volta, senza ansia o bisogno di spiegare qualcosa a qualcuno.

Uscito dal bagno, preparai del caffè forte. Laroma riempì la cucina, riportandomi ai ricordi delle mattine serene, quelle senza urgenza. Con la tazza in mano, andai sul balcone.

Fuori era una mattina limpida. Giù in strada, il traffico era già intenso, le risate dei bambini si spandevano dal cortile tra le scuole, e nellaria si mescolavano lodore di pioggia e quello del caffè appena tostato dalla torrefazione allangolo. Misi a fuoco la città che si animava lentamente, soddisfatto di essere spettatore e non protagonista.

Vicino a me sul tavolino, il telefono. Lo lasciai spento ancora per un po, assaporando quellattimo senza notifiche o messaggi che potessero riportarmi al giorno prima.

Solo verso mezzogiorno mi decisi ad accenderlo. Subito comparvero ad una sfilza di notifiche: qualche mail di lavoro, una manciata di aggiornamenti dalle app, un messaggio non letto da Bianca. Esitai sopra quel nome, poi lo spunsi via senza aprirlo. Tutto ciò che cera da dire era stato già detto.

Preferii invece comporre il numero di Andrea, il mio compagno duniversità.

Pronto, rispose lui con la solita esuberanza. Da quando non ci vediamo? Ti va una birra stasera?

In pochi minuti decidemmo di trovarci nel nostro classico bar vicino allufficio, quello delle pinte di Moretti e delle lunghe chiacchierate di fine giornata.

Quando arrivai, Andrea era già seduto allangolo migliore. Aveva già ordinato due birre, conoscendo bene le mie preferenze. Mi accolse con un sorriso largo e uno sguardo complice.

Allora, racconta, esordì non appena mi sedetti. Ti vedo diverso. Più rilassato, direi. Cosa è successo?

Il suo sguardo era vigile ma non invadente; da sempre era abile nel farmi parlare senza forzarmi.

Feci un sorso di birra, lasciando che il sapore amaro mi schiarisse le idee.

Ho chiuso con Bianca.

Andrea sollevò il sopracciglio, leggermente sorpreso.

È stata lei?

No. Ho preso io liniziativa, risposi pacatamente e gli raccontai la serata precedente, senza troppo entrare nei dettagli.

Andrea ascoltava attento, annuendo ogni tanto, pensieroso. Poi, finito il racconto, giocò col bicchiere tra le dita e sorrise:

Coraggioso. Forse anche necessario. Sei proprio sicuro che ti tradisse?

Ormai sì. Non ho dovuto scavare più di tanto per capirlo.

Cosa farai ora? mi chiese, sincero.

Vivrò, risposi semplice, sentendo una forza nuova nelle mie parole. Lavorerò, uscirò con gli amici, magari mi concedo una vacanza. Vediamo.

Non ci fu enfasi, solo la naturale determinazione di chi ha smesso di scusarsi.

Giusto, commentò Andrea, soddisfatto. Sai che cè in programma un festival jazz pazzesco a Roma, organizzato da mia cugina. Vieni con me, dai, ci svaghiamo un paio di giorni.

Roma musica Unaltra città. Subito pensai alle sue strade larghe, ai palazzi antichi, al suono del sax la sera mentre ci si perde tra i vicoli. Perché no? Dopo mesi passati a pensare sempre al passato, per la prima volta sentivo di potermi concedere qualcosa di nuovo.

Affare fatto, dissi.

Grande! esultò Andrea e con un colpo di mano sul tavolo ruppe lultima tensione della serata. Finalmente ti rivedo in forma!

Gli sorrisi, sentendo che quella rinascita interiore non sarebbe più svanita. Non di colpo, ma come la primavera dopo un inverno che sembrava interminabile.

Una settimana dopo, eravamo davvero a Roma. Il festival fu sorprendente: camminavamo per la città annusando laria delle trattorie, ascoltavamo musica apparire da una piazzetta allaltra. Ovunque jazz, blues, giovani band alle prime armi e veterani. Seduti nei bar del centro, gustavamo maritozzi e caffè, improvvisando scelte culinarie e ridendo delle nostre idee bizzarre. Una sera, riparati sotto il tendone di una bancarella durante un acquazzone improvviso, osservammo la gente correre nellilarità generale. Le scene più buffe erano le nostre preferite.

Una sera, davanti a un bicchiere di amaro e con il Lungotevere che scuriva dietro il vetro, mi sorpresi a non pensare più a Bianca. Finalmente. Sedevo lì, ascoltando musica e lasciando che il calore della città mi abbracciasse. Per la prima volta, provai contentezza senza un motivo complicato. E in quellistante, capii che stavo bene davvero.

Che hai in mente? mi chiese Andrea, sollevando il bicchiere.

Nulla. Mi sento di nuovo libero, risposi semplicemente, guardando fuori.

Lui sorrise, genuinamente.

Allora brindiamo alle cose nuove.

Ci scambiammo un brindisi, il tintinnio dei vetri contro la notte di Roma e il suono del sax che, da qualche parte, accompagnava il nostro silenzio e la nostra rinascita.

****************************

Tornato a Bologna, non caddi subito nella solita routine. Mi concessi qualche cambiamento: uscite più frequenti con amici, una passeggiata al parco dopo il lavoro, la telefonata improvvisa per un invito non programmato.

Barcamenandomi tra novità e abitudini, mi iscrissi finalmente in piscina: desideravo imparare a nuotare sul serio, non semplicemente galleggiare. Le prime lezioni furono faticose, ma ad ogni bracciata sentivo la mente liberarsi e il corpo rafforzarsi.

E decisi anche di studiare lo spagnolo: non per lavoro o viaggi imminenti, ma per puro piacere. Comprai un libro, mi iscrissi a un corso online; allinizio i suoni stranieri mi sembravano impossibili, ma lentamente presi gusto alle nuove parole. Mi addormentavo la sera guardando film in lingua, felice dei piccoli progressi.

Al lavoro, nuovi progetti mi stimolavano. Tra colleghi cresceva la collaborazione e mi sentivo valorizzato, non più prigioniero della noia.

Nel weekend, spesso raggiungevo gli amici per una grigliata tra i colli. Si rideva, si ricordavano aneddoti, si sognava qualche viaggio estivo. Quegli incontri pieni di semplicità erano tra i miei preferiti: mi piaceva sentire quel senso di comunanza, quellessere parte di qualcosa.

La sera, nel parco vicino casa organizzavano spesso proiezioni di vecchi film allaperto. Mi accoccolavo sullerba con il mio plaid e un thermos di tè caldo, godendomi la magia di un film sotto le stelle, il profumo del prato umido, le risate degli sconosciuti quando la commedia toccava un punto esilarante. Un piccolo rito che mi riempiva il cuore.

Guardando le luci della città tra gli alberi, sapevo che la vita non era solo il passato o il futuro. Ma anche quei piccoli momenti: il calore del tè tra le mani, il plaid sulle spalle, la musica distante. Ed era proprio questo il bello.

Verso la fine dell’autunno, con l’aria già pungente e i primi maglioni pesanti, arrivai al solito cineforum del parco per una commedia anni 60. Alla fine della serata, mentre la gente iniziava a disperdersi, una voce mi raggiunse.

Scusi… Era una voce femminile, delicata.

Mi voltai e la vidi: una ragazza bionda, avvolta in una sciarpa colorata, occhi chiari e sorriso caldo.

Ho notato che vieni sempre qui al cinema, proseguì. Anche tu appassionato?

Rimasi interdetto per un attimo: la sua voce aperta, lo sguardo sincero. Ricambiai il sorriso.

Sì, soprattutto sotto le stelle. Qui si sente tutto più vero, risposi.

Già, annuì. In sala non è lo stesso. Qui sembra di vivere la storia dal vivo.

Tese la mano.

Mi chiamo Francesca, disse.

Ci fu un attimo di esitazione, ma fu solo un riflesso nostalgico: ricordo di un nome familiare del passato. Le strinsi la mano; la sua era calda, decisa.

Giulio.

Continuammo a parlare, prima di film e registi preferiti, poi di parchi, caffè, città da scoprire. Francesca mi raccontò che si era appena trasferita in zona e stava ancora imparando a conoscere il quartiere. Io condivisi le mie scoperte: una pasticceria con i migliori cannoli, una libreria di libri usati in via Saragozza, una minuscola galleria darte.

La chiacchierata scorreva liscia, senza sforzo. Restammo insieme fino a che il parco si svuotò.

Alla fine, Francesca guardò lorologio, sospirando.

Devo andare, domani lavoro presto.

Un impulso improvviso mi spinse a non lasciarla andare così.

Che ne dici di prendere un caffè uno di questi giorni? Conosco un posto con una cioccolata calda strepitosa.

Sorrise, sinceramente.

Volentieri. Scambiamoci i numeri.

Appuntai il suo nome in rubrica, lei fece lo stesso.

Quando la vidi allontanarsi, la sciarpa e i capelli dorati illuminati dai lampioni, provai una sensazione nuova: speranza. Non di quelle che legano il futuro a unillusione, ma fatta di piccole cose, un tepore semplice che riempie il petto.

Senza pensare troppo, la sera dopo le scrissi: Ciao! Che ne dici di un film sabato? Magari in un vero cinema, ormai sembra che il tempo voglia solo pioggia. La risposta arrivò subito: Sì! Però scegliamo una commedia: ridere fa bene.

Sorrisi tra me e me. Era un entusiasmo discreto, leggero.

Sabato era una giornata fresca, ma limpida. Francesca arrivò puntuale; aveva scelto dei jeans e un maglione color tortora. Senza imbarazzo, entrammo nella sala e ordinammo due confezioni di popcorn al caramello.

Durante il film, ci accorgemmo subito di ridere agli stessi momenti, di lanciarci sguardi e sorrisi a ogni battuta ben riuscita. Era subito naturale.

A fine spettacolo, usciamo in strada senza fretta. Iniziammo a passeggiare chiacchierando di libri, di lavoro, di sogni e viaggi. Francesca mi raccontò della sua passione per Agatha Christie, io le confessai il mio amore per i saggi di astronomia. Parlammo di Barcellona e della sua idea di visitare il Giappone un giorno.

Le dissi: Chissà, magari un giorno andremo insieme.

Lei esitò, poi sorrise: Sarebbe bello.

Continuammo verso il lungoreno, fermandoci a guardare le luci sullacqua. La sera era tranquilla, solo qualche musica in lontananza.

Grazie per questa serata, disse, fissandomi dolcemente. Mi sono sentita bene.

Anchio, risposi, stringendole la mano quasi senza pensarci.

Rimanemmo lì, le dita intrecciate leggere, senza bisogno di dire altro.

Al momento dei saluti, ci guardammo unultima volta, certi che avremmo voluto rivederci. Sapevo che non era una fine, ma un nuovo inizio: semplice, pieno di fiducia, di possibilità. Avrei voluto mille altre serate così, fatte solo di passi a due per la città, sogni e parole al chiaro di luna.

***********************

E così, tempo dopo, Francesca ed io ci ritrovammo spesso insieme: un caffè, un film, una passeggiata o una mostra. Ognuno con la propria storia, senza illusioni, ma con la voglia sincera di condividere il presente.

Fuori, la pioggia continuava a rigare i vetri. Dentro, la vita ricominciava davvero lenta, cauta, ma profondamente vera. E non cera bisogno di molte parole per capirlo.

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