Promesse damore tra orario e cappuccino
A ripensarci oggi, mi sembra di vedere ancora quella scena: seduta alla scrivania dellufficio in centro a Firenze, una pila di scartoffie davanti, cartelle da sistemare, fatture, note spese da spuntare con pazienza da ragioniera di provincia. Era una giornata luminosa di luglio i raggi del sole filtravano tra le veneziane lasciando righe dorate sul tavolo dove sistemavo i miei faldoni in silenzio. Lunico suono era il sommesso ticchettio della tastiera del collega della stanza accanto e qualche voce attutita che veniva dal corridoio.
Fu allora che squillò il telefono, forte e inaspettato. Feci un sobbalzo. Sul display lampeggiava Mamma. Restai interdetta: mia madre di solito chiamava solo alla sera, mai a metà pomeriggio. Erano appena le tre. Cosa potrà essere successo?
Risposi subito.
Bianca, tesoro, puoi venire urgentemente a casa? disse mamma con una voce che riconobbi subito: un misto di agitazione e urgenza. È davvero importante!
Un nodo mi si formò dentro. Gettai unocchiata alle carte sparse. Avrei potuto restare in ufficio ancora almeno un paio dore, ma la voce di mamma non ammetteva repliche.
Che è successo? Stai male? le chiesi, cercando di mantenere la calma ma sentendo lansia crescere.
No, sto bene, stai tranquilla. È solo che dobbiamo parlare Subito. E questa fretta non era da lei.
Mi arresi: misi tutto in cartella, infilai il telefono e il portafoglio nella borsa, indossai la giacca leggera. Andai dal mio capo, un uomo di cuore e comprensivo: spiegai la situazione e lui mi lasciò uscire senza problemi. Nel tragitto verso luscita prenotai come sempre un taxi con lapp. Mentre attendevo che arrivasse, richiamai mamma. Volevo chiederle se servisse qualcosa No, vieni soltanto e basta, tagliò corto lei.
Lattesa fu breve. Salita in macchina, diedi lindirizzo dellappartamento in viale dei Mille e il cuore batteva già più forte. Guardai fuori dal finestrino durante i quaranta minuti di tragitto: Firenze passava in carrellata, i palazzi color ocra, ragazzi in bicicletta, insegne dei bar. Ma nella mia testa, solo mille domande.
Forse era successo qualcosa a zia Caterina? O magari qualche problema al lavoro Si era lamentata di un cliente difficile la sera prima. Oppure riguardava la salute della nonna? Nessuna ipotesi mi convinceva davvero.
Arrivata sotto casa, pagai il tassista in euro e salii in fretta al terzo piano. La porta si aprì ancora prima che infilassi la chiave nella serratura.
Finalmente! Mamma mi trascinò dentro per mano, trafelata.
Un odore familiare mi avvolse subito: quello tipico dei panini dolci che mamma preparava nelle occasioni speciali, con la vaniglia e la scorza di limone. Eppure, nonostante il profumo festoso, si respirava una strana tensione.
Che succede? chiesi entrando nel salotto.
E lì, davanti al tavolo rotondo con la tovaglia bianca e le tazzine da caffè, vidi una scena che non avrei mai previsto. Seduto dritto sulla sedia cera Stefano, il figlio della storica amica di mamma, sorella di latte più che vicina di casa. Era ancora più impacciato di quando da piccola lo chiamavo il pigrone. Cercava invano di rassettare il colletto della camicia, gli occhi bassi e le mani sudate. Accanto a lui, raggiante come ad un matrimonio, cera la zia Caterina.
Ciao Bianca, si fece coraggio Stefano, alzandosi. Da quanto tempo non ci vedevamo.
Per me potevano passare altri dieci anni, tagliai corto, difendendomi dietro uno scetticismo che non lasciava scampo. Mamma, perché tutta questa urgenza?
Mia madre, fingendo di non cogliere la mia fretta, sistemava il bordo della tovaglia, la bustina di zucchero, il piattino.
Figlia mia, ne abbiamo parlato con Caterina: vi conoscete dallasilo, siete entrambi adulti ormai, lavorate, siete maturi…
E dunque? Che centro io? Ho lasciato il lavoro a metà, ho deluso i colleghi tutto per cosa?
Zia Caterina intervenne subito: Stefano ha trovato un ottimo lavoro, ha casa sua… è un ragazzo serio, fa la spesa da solo, guida la macchina!
Voglio solo che parliate, provò a spiegare mamma. Che vi conosciate meglio di come vi ricordate.
Sentii il disappunto crescere. Queste manovre per trovarmi il fidanzato giusto mi avevano sempre irritato: come se non fossi capace di decidere da sola. Cercai di restare calma.
Mamma, capisco che ti preoccupi per me, ma la mia vita è affar mio. Deciderò io con chi stare.
Stefano arrossì visibilmente, aggiustandosi ancora una volta il colletto.
Non essere così brusca, disse sommessamente. Parliamo almeno, non capita mai di vedersi… Magari possiamo riscoprirci?
Lo guardai negli occhi senza astio. Ti ho sempre trovato poco interessante e non è cambiato nulla. Non posso fingere il contrario solo perché ve lo siete messe in testa voi due.
Però potremmo provare sussurrò lui.
Mi scappò quasi da ridere non per cattiveria, ma per la goffaggine della situazione. Sei una brava persona, Stefano. Ma lamore non si fa a tavolino. Non succede perché altre due persone lo ritengono corretto.
Appena mi resi conto che la rigidità dentro di me si allentava, mi alzai per andare.
Meglio che vada, presi la borsa, ci passai la tracolla sulla spalla. Mamma, non puoi costringermi a queste scene. È meglio parlare chiaro subito.
Bianca! Mamma cercò di trattenermi, mi toccò il braccio. Calmati, abbiamo solo pensato che fosse una bella occasione…
Ne riparliamo dopo. Quando avrai voglia di ascoltarmi davvero. Ora devo tornare. E, per favore, non organizzate più questi teatrini. Mi hai fatto preoccupare per niente.
Uscendo per le scale, sentivo ancora la voce di mamma che mi rincorreva. Sul marciapiede laria era fresca di pioggia, profumata di terra bagnata. Camminai nel piccolo parco dietro casa, lo stesso dove giocavo bambina: madri con passeggini, vecchietti sulle panchine, bambini che lanciavano barchette di carta nelle pozzanghere.
Il telefono vibrò ancora. Mamma, lessi. Risposi con calma.
Perché sei scappata così? Dovevamo almeno parlarne…
Non posso accettare un fidanzamento per via della vostra amicizia ventennale. Sono scelte mie, non vostre, le dissi senza rabbia.
Ma non ti ho chiesto di sposarlo subito! si alterò un poco. Solo di conoscerlo meglio. È affidabile, non beve, lavora, è perbene…
Non lo metto in dubbio. Ma non vuol dire che vada bene per me.
Allora chi andrebbe bene? sentivo il peso nel suo tono. Sono tre anni che non ti fidanzi, il sabato sei sempre sola…
Forse va bene così. Magari non mi va di scegliere qualcuno solo perché è il momento giusto per voi, non per me.
Preferisci lavorare fino a notte e non conoscere il mondo? Bianca, io voglio solo vederti felice.
La mia felicità magari non somiglia a quella che sogni tu, sussurrai sedendomi su una panchina sotto i tigli. Sento di lavorare con piacere, mi godo la mia autonomia. Non ricerco affannosamente qualcuno per forza.
Ci fu un lungo silenzio.
Scusami, non volevo forzarti, ammise infine mamma. Ma temo che un giorno resti sola
Ti capisco. Ma niente più sorprese di questo tipo, promesso? Sai quante cose mi sono immaginata in mezzora di taxi?
Promesso. E se davvero trovi qualcuno che ti interessa, parlane subito con me. Non tenertelo dentro.
Tranquilla, te lo prometto. Ora torno a lavorare. Ti voglio bene, mamma.
Anchio, stella mia.
Dopo aver chiuso la chiamata, mi fermai a guardare il cielo. Tra le nuvole si aprivano spiragli dazzurro, tra i rami bagnati le prime luci del tramonto indoravano le facciate dei palazzi.
I giorni seguenti mi gettai nel lavoro dellagenzia: occhiaie, nottate sugli schermi, progetti da consegnare, mille dettagli da verificare con clienti e colleghi. La sera tornavo a casa sfinita, mangiando una piadina davanti alla tv. Eppure, quando tutto si faceva silenzioso, ripensavo alla goffa riunione di famiglia e a quanto avrei voluto che mia madre avesse subito compreso il mio modo di essere donna e figlia.
Poi arrivò il venerdì. E nella posta trovai un invito del collega: Faccio gli anni, cena al caffè degli Artisti, porta chi vuoi! Sorrisi: lidea mi allettava. Avevo proprio bisogno di staccare.
Così, quella sera, mi presentai in un locale accogliente con mattoni a vista, luci calde e divani di velluto, alle porte di Firenze. La festa era già in corso; nella sala, odore di pasticcini alla crema e caffè, il rumore di bicchieri e la musica jazz di sottofondo.
Il festeggiato mi accolse con grida allegre. Bianca! Sei venuta davvero!
Mi indicò un tavolo accanto alla vetrina. Mi misi seduta e poco dopo un giovane dal sorriso contagioso prese posto accanto. Ciao! Sei Bianca, vero? Io sono Matteo, lavoro in analisi dati.
Rimasi stupita che conoscesse il mio nome. Piacere! Sì, io sono in gestione progetti.
Ho lavorato alle stime del vostro progetto con Globalechno, spiegò lui. Siamo già quasi colleghi!
Parlammo fitto, tutto con disinvoltura: lui mi fece ridere più di chiunque avessi incontrato di recente. Non era solo brillante e acuto, ma capace di ascoltare con leggerezza, senza giudizio.
Quando la confusione aumentò, Matteo si avvicinò dicendo: Usciamo per due passi? Qui ormai non si sente più nulla.
Accettai volentieri. Fuori laria era finalmente limpida. Camminammo vicino al Lungarno, tra passanti e luci che si riflettevano sul fiume. Matteo mi raccontò dei suoi viaggi tra Sicilia, Basilicata e Grecia, della passione per la fotografia e delle avventure vissute durante le vacanze estive. Lo ascoltavo, rapita, quasi dimenticandomi dellorologio.
Tu dove sogni di andare? mi chiese infine.
Il mare di Ventotene mi manca. Basta il rumore dellacqua per sentirmi felice Peccato che ci riesca solo raramente.
Mi sorrise di rimando. Proponiamo: il prossimo anno insieme? Senza fretta. Un viaggio condiviso
Sorrisi anchio, a cuor leggero. Perché no Con calma, però.
Domani un caffè insieme? Solo per parlare, senza pressioni
Accettai. Sentivo dentro un calore improvviso, come se finalmente qualcosa avesse trovato il suo posto.
Quando rincasai, ancora le scarpe ai piedi, il telefono riprese a squillare: Mamma scritto in grande sul display. Questa volta, risposi quasi con gioia.
Ciao, mamma. Sto proprio bene. Sono uscita con dei colleghi per una festa. E… ho conosciuto Matteo.
Davvero? Raccontami tutto!
È brillante, divertente, non si fa problemi a scherzare sulle proprie debolezze e non chiede ricette alla mamma ad ogni problema…
Stavolta anche lei rise, sincera.
Sono felice per te, allora. Vedi che non era tutto vano preoccuparsi?
Forse non del tutto. Ma adesso lasciami fare a modo mio. Se succede qualcosa di davvero importante, te lo racconterò io.
Promesso, figlia mia. Ti voglio bene.
Anchio, mamma.
Appoggiai il telefono e restai seduta sul divano. Guardai le luci gialle dei lampioni riflettersi sulle finestre di Firenze; la notte scendeva silenziosa, ma io ero finalmente serena. Non sapevo come sarebbe andata, ma avevo la certezza che, lasciando fare alla vita (e magari anche a un po di cuore), ogni cosa avrebbe trovato il suo tempo e la sua giusta misura.






