Liberazione

Diario di Riccardo

Stamattina il telefono ha squillato così allimprovviso che quasi sono saltato giù dal letto. Erano le cinque e quarantacinque, la stanza ancora immersa nel buio: le tende pesanti schermavano la debole luce del mattino e solo il display del telefono rischiarava un po’ loscurità. Ho preso in mano il cellulare, gli occhi ancora mezzi chiusi, e lho portato allorecchio senza capire bene che stesse succedendo.

Sì, mamma? Cosè successo stavolta?

Dallaltro capo, la voce di mamma era tremante, spezzata come da un pianto troppo trattenuto:

Ricky hanno portato papà al San Carlo! Infarto!

Mi sono tirato su di scatto, stringendo il telefono così forte che le nocche sono diventate bianche. Il sonno in un attimo sparito, come spento da un interruttore. Avevo solo un gran vuoto gelido in petto, e in testa una specie di ronzio sordo.

Ho capito, ho risposto, cercando di controllare la voce, anche se dentro ero tutto un nodo.

Riesci a venire? la domanda di mamma era piena di quella speranza fragile, quasi disperata. È in terapia intensiva, la situazione è grave Ho tanta paura

Non lo so, mamma. Sinceramente, non sono sicuro di voler venire, ho risposto dopo qualche secondo di silenzio. La mia voce mi suonava strana, distante, quasi fosse unaltra persona a parlare. Sai benissimo comè il rapporto tra me e lui.

Dallaltra parte solo un lungo, angosciante mutismo. Sentivo il respiro spezzato, intriso dansia di mamma. Dopo quella pausa infinita, la sua voce, quasi sussurrando:

Ma Riccardo, è tuo padre

E quindi? Ho sentito quanto fosse fredda la mia voce, e quasi me ne sono stupito. Questo non gli ha impedito di farmi vivere linfanzia come un incubo. Perché dovrei adesso provare compassione? Anche se non dovesse farcela non piangerò.

Ho chiuso la chiamata, ho lasciato cadere il telefono sul letto e sono rimasto lì con lo sguardo fisso al soffitto. Padre che parola pesante. Eppure, in tutti quegli anni, da lui non ricordo niente di buono. Anzi, più passavano gli anni, più i problemi aumentavano.

Quando ho davvero imparato a odiare mio padre? Quella giornata non la scorderò mai.

Avevo dieci anni. Tornavo a casa da scuola con un disegno tra le mani: la nostra famiglia in una piccola casa colorata, tutti con il sorriso. Volevo farglielo vedere, sentirmi dire Bravo, Riccardo. Lui era già a casa, ma già ubriaco come fin troppo spesso accadeva. Lodore di vino stantio riempiva laria.

Stava stravaccato sulla poltrona, la faccia arrossata, la bottiglia in mano. Quando mi sono avvicinato timido e gli ho passato il foglio, lha appena guardato, poi lha buttato verso il tavolo con un verso sprezzante.

Ma sei scemo? la voce cavernosa, già impastata dalla rabbia. Tutta la giornata a lavorare e tu mi vieni con queste cagate?

Ho provato a dirgli che avevo fatto del mio meglio, che era per lui Non mi ha lasciato parlare. Si è alzato di scatto, mi ha preso per una spalla e mi ha letteralmente sbattuto verso la porta.

Vedi di non farti più vedere qui dentro finché non impari a portarmi rispetto! il suo urlo rimbombava nelle pareti.

Mi sono ritrovato giù sul pianerottolo, solo con la mia uniforme sottile, in pieno dicembre milanese: fuori gelava, ma il freddo quasi non lo sentivo, piangevo bussando e chiamando papà. Dallaltra parte, solo le sue grida:

Sparisci! Tu non sei mio figlio!

Sarò rimasto là fuori più di unora, finché la vicina la signora Teresa tornando da lavoro, mi raccolse tutto infreddolito e in lacrime. Mi fece entrare in casa sua, mi coprì di panni caldi e mi preparò la cioccolata Ma mi presi una polmonite così tosta che rimasi in ospedale più di un mese. Tutto fu messo a tacere in fretta: mamma, pur di non far intervenire i servizi sociali, raccontò che ero uscito da solo e la porta sera chiusa per sbaglio

Avevo quattordici anni quando sono tornato da scuola con il premio per la miglior media in matematica nel quartiere. Lho portato a casa, quasi avendo paura dessere contento. Papà era lì, sprofondato sul divano con una birra.

Cos’hai da sorridere? schernì subito.

Ho vinto lolimpiade di matematica, risposi piano, sperando di raggiungere in fretta la mia camera.

E che ci vai a fare? Una ragazza normale dovrebbe pensare a trovarsi un ragazzo, non a ste cazzate! Ma poi chi vuoi che ti voglia, così come sei?!

Non risposi. Strinsi tra le mani il diploma, e chiuso in camera piansi per la delusione, per la rabbia, per la vergogna. E per un po, vivendo da invisibile in casa, mi chiedevo perché mamma continuasse a non dire nulla.

A sedici anni, ricordo il mio primo gesto di ribellione, quando finalmente provai a difendere mamma. Era andata come sempre: papà tornato cupo dal lavoro, lei aveva bruciato appena le patate. Per lui era la scusa perfetta.

Incapace! urlò, spingendo via il piatto. Non servi a nulla!

Poi, adottando il suo solito copione, le afferrò i capelli, prese la cintura

Basta! gridai io. Ci prova sempre, fai solo male!

Lui non aspettò un attimo: la cintura colpì anche me. Da quel giorno feci il possibile per passare il minor tempo possibile in quella casa. Studiavo da amici, restavo spesso dalla professoressa di lettere, che mi trattava come un figlio e mi dava rifugio. Avrà scritto decine di volte ai servizi sociali, ma niente cambiava.

Dopo unora di tentennamenti mi sono convinto a vestirmi e andare in ospedale. I jeans, un maglione, quattro colpi di pettine ai capelli. Dopotutto mamma aveva bisogno di me.

Ho percorso il corridoio del reparto di terapia intensiva, osservando le targhe delle porte, finché ho riconosciuto la sagoma di mamma seduta su una sedia di plastica, le mani attorno a un fazzoletto umido di lacrime. Appena mi ha visto, si è sollevata e mi è corsa incontro.

Figlio mio mi ha abbracciato, singhiozzando. Menomale che sei qui.

Lho abbracciata, ma non riuscivo a soffocare il senso di fastidio. Non contro di lei, povera donna, ma per tutta questa finzione, questa necessità di far finta che mi importasse davvero, di dover recitare il ruolo del figlio premuroso.

Come sta papà? le ho chiesto, scostandomi un po per guardarla dritta negli occhi rossi.

I dottori dicono che è grave Cuore sfinito la voce rotta, nuove lacrime. Eppure non era sempre così Te lo ricordi anche tu, no?

Ho trattenuto un sorriso amaro. Certo, ricordo ancora quei rari attimi dinfanzia, le domeniche in cui papà mi lanciava in aria, rideva forte, cantava canzoncine sceme. O quando mi reggeva il sellino della bici, io pedalavo tremante e lui urlava: Bravo, vai che ti tengo!.

Ma quei ricordi belli sono stati spazzati via in fretta da anni di rabbia, ubriacature e paura. Scoloriti come i disegni lavati dalla pioggia, lontani e imprendibili.

Mamma, lasciamo perdere ora, le ho detto piano, ma fermo. Che dicono i medici?

Bisogna aspettare. E pregare

Ci siamo seduti in silenzio sulle sedie, osservando ogni dottore che usciva dalla zona riservata, mamma che si alzava scattante a ogni camice bianco, poi tornava giù delusa quando nulla cambiava.

Dopo due ore, finalmente, un giovane medico si è avvicinato.

I parenti di Filippo Caruso?

Mamma si è quasi alzata in piedi di scatto.

Sì! Mio marito!

La situazione si è stabilizzata. Resta molto grave, servirà una lunga degenza e riabilitazione.

Posso vederlo? Solo per qualche minuto ha supplicato.

Sì, uno alla volta.

Sono rimasto a fissare mio padre, sdraiato immobile con fili e tubi. Non era il mostro che mi faceva tremare, ma solo un uomo, pallido e debole, quasi piccolo sotto le lenzuola bianche.

Avrei potuto almeno sfiorargli la mano, dirgli una parola Nulla: sono rimasto immobile a fissarlo, senza provare niente né rabbia né pietà.

Beh, eccoci qua ho detto infine, piano, come se parlassi a me stesso. Anche se a dire il vero non so se volevo davvero vederti.

Lui non si è mosso, il torace sollevato dal respiro regolare. Mi sono seduto accanto al letto.

Mi sono chiesto per anni perché mi trattavi così ho sussurrato. Ho cercato scuse, mi sono domandato se la vita ti avesse spezzato, se cerano motivi. Non li ho trovati. Forse da giovane eri diverso, quello che mi teneva in braccio e mi insegnava a pedalare. Ma per me resterai sempre luomo grazie al quale ho imparato lodio.

La mano stretta a pugno, per non farmi sopraffare dalla debolezza.

Sono cresciuto, papà ho detto, amaro. E la cosa peggiore è che tu mi hai spezzato: non ho voglia di rapporti, non sogno figli, non credo più allamore. Perché tutto da piccolo era solo dolore e umiliazione. Grazie di cuore.

Una punta fugace di pietà si è fatta strada in me ma subito è sparita, lasciando solo fredda chiarezza.

Che tu sopravviva o meno, non fa la minima differenza ho concluso. Sono qui solo per mamma, quella che ancora spera tu possa cambiare. Ma io io voglio solo che lei sia felice, anche se dovrò fingere che tutto va bene.

Mi sono alzato, lultimo sguardo al suo volto smorto.

Addio, papà. O forse no, non so ho detto uscendo.

Mamma mi aspettava fuori, sguardo pieno di speranza in cerca di buone notizie.

Come sta?

Hai visto anche tu, in questi pochi minuti Non è cambiato granché ho risposto, e ho accennato un sorriso storto. Ma così tranquillo e ammutolito mi piace quasi di più.

Mamma singhiozzò di nuovo, poi si sforzò di sorridere.

Non dire così! È sempre tuo padre! Ha voluto solo il meglio per te, stava solo cercando di educarti

Non dissi niente. Conoscevo quello sguardo pieno di ostinata speranza: mamma continuerà a illudersi, a trovar motivi per crederlo capace ancora di cambiare. Ma non mi sentivo di contraddirla: volevo solo che quella giornata finisse in fretta.

Uscendo dallospedale, il sole mattutino mi ha colpito dritto negli occhi, così diverso dalla luce fredda e spenta dei corridoi. Mi sono fermato alla macchinetta automatica per un caffè, cercando di darmi una scossa. Ho tirato fuori il cellulare, digitato il nome di Gabriele.

Con Gabriele lavoriamo nello stesso ufficio ormai da più di un anno, e negli ultimi tempi ci siamo avvicinati sul serio. Nessuna storia romantica: solo caffè insieme, qualche chiacchiera fuori orario, pranzi in pausa. Con lui posso essere me stesso, senza maschere.

Il telefono ha squillato un paio di volte:

Pronto?

Gabry, posso passare da te? Vorrei solo stare in compagnia parlare, o anche non dire niente basta non restare solo.

Un secondo di silenzio, e poi la sua voce calda:

Ma certo, vieni quando vuoi. La porta è aperta.

Ho spento, afferrato il bicchierino ormai tiepido: il retrogusto amaro del caffè mi ha rimesso un po’ in piedi. Forse non era ancora tutto perduto. Forse esiste, da qualche parte, qualcosa di buono e rassicurante.

Sul percorso verso casa di Gabriele mi sono fermato da “Panificio Trionfale”, il suo preferito, vicino alle colonne di San Lorenzo. Lì lodore caldo di pane e dolci mi ha quasi confortato: ho preso i suoi cornetti allamarena e qualche muffin al cioccolato, per sicurezza. Davanti allo specchio dietro il bancone, il mio riflesso era stanco, ma negli occhi già meno gelo rispetto al mattino.

Non sapevo cosa avrei detto a Gabriele. Non volevo tirarlo dentro ai miei drammi, né cercare comprensione a tutti i costi. Avevo solo il desiderio profondo di sentire accanto qualcuno che non avrebbe giudicato, che non mi avrebbe ferito.

Arrivato sotto casa sua la porta davvero aperta sono entrato piano. Gabriele è venuto incontro in tuta e maglietta, spettinato e sorridente.

Ciao, mi ha abbracciato forte. Che succede?

Mi sono fermato in quellabbraccio, lasciandomi andare al suo calore tranquillo. Lodore del suo caffè, la biancheria pulita Mi sono appoggiato alla sua spalla e ho detto piano:

Papà è in ospedale. Infarto.

Mamma mia si è scostato appena, per scrutarmi negli occhi, quasi cercasse dentro di me segni di sofferenza vera. E tu come stai?

Non sto. È questo che mi spaventa di più: il nulla ho risposto, con le spalle basse.

Vieni, ti preparo vero caffè. Altro che macchinetta.

In cucina, ha messo i cornetti sul piatto, servito due tazze fumanti, e non ha fatto domande. Aspettava solo che fossi pronto.

Abbiamo bevuto in silenzio, ciascuno assorto nei propri pensieri. Poi mi sono fatto coraggio.

Lo dico da una vita: ho paura di diventare come lui.

Gabriele ha versato altro caffè senza parlare, lasciando che le parole uscissero da sole.

Temevo di trasformarmi nello stesso tipo di persona: uno che fa male agli altri, che umilia e distrugge ho continuato. Ma, in realtà, sono solo diventato uno che ha paura di tutto. Della vicinanza, della fiducia, della possibilità che qualcuno possa farmi del male

Nel mio tono tutta la stanchezza di chi, anni e anni, ha vissuto in difesa.

Lui mi ha sfiorato la mano: calore sincero.

Tu non sei lui. Sei completamente diverso, ha detto piano.

E tu come fai a saperlo? Tu non mi hai mai sentito urlare quando perdo la pazienza, non hai visto come mi arrabbio al lavoro per sciocchezze

Lo so perché ti guardo ogni giorno, ha risposto, tranquillo. Ti vedo aiutare i nuovi arrivati in ufficio, preoccuparsi per i progetti cui tieni. Vedo come parli della tua gatta, come ti illumini parlando delle cose che ti appassionano. Questo è prendersi cura. Non puoi diventare come lui.

Sorriso appena uno vero, stavolta.

La gatta è lunica che mi vuole bene senza condizioni, ho provato a stemperare.

Non è lunica, credimi, ha replicato serio. In ufficio tutti ti stimano, hai molti amici, persino le vecchiette del palazzo ti adorano!

Sono rimasto in silenzio, il caffè fra le mani. Era tutto così semplice, lì con lui, mentre il profumo del cornetto allamarena si mischiava a quello del caffè.

La cosa strana sai qual è? ho sussurrato. Non mi vergogno del fatto che non provo nulla per mio padre. Mi è indifferente che si salvi o meno. A volte penso che forse sarebbe meglio se non tornasse più.

È comprensibile, ha risposto Gabriele sereno. Nessuno può costringerti a provare certi sentimenti. Nessuno ha il diritto di dirti cosa dovresti sentire.

Mamma si aspetta che resti accanto a lui, che lo accudisca Ma io non ce la faccio a fingere.

Va bene così, ha concluso. Non sei obbligato a perdonare nessuno, né a fare la parte del figlio perfetto. Hai diritto alla tua vita.

Un sospiro profondo, le spalle che finalmente si rilassano un po. Lansia si scioglie piano.

Da piccolo sognavo che un giorno si sarebbe scusato. Che avrebbe capito tutto il male che ha fatto. Ma ora so che non succederà mai. E se anche sopravvissuto, non cambierà nulla.

E tu non sei più quel bambino ha detto, ora sei più forte. Sai proteggerti, anche se non te ne rendi ancora conto.

Mamma ci spera ancora ho sussurrato.

Forse ne ha bisogno, ha riflettuto lui versandosi dellaltro caffè. Se non credesse al cambiamento, non saprebbe come tirare avanti. Ognuno trova il suo equilibrio come può. Tu scegli la verità, lei la speranza: ed entrambe sono valide.

Lho guardato con gratitudine. Che fortuna avere un amico così.

Sai sempre cosa dire?

No, ha sorriso. Ma ascolto. E penso sia questo che serve a chi soffre: essere ascoltato, non giudicato.

Abbiamo finito i cornetti nel silenzio affettuoso della cucina. Dopo, ho sentito che la stanchezza mi cadeva addosso come una coperta bagnata.

Posso restare qui stanotte? ho chiesto a bassa voce. Non voglio tornare a casa. Non adesso

Certo, la camera degli ospiti è tua. Io mi metto sul divano.

Grazie. Sei il miglior amico che potessi avere.

Ha sorriso e ha acceso la TV; a malapena abbiamo seguito la commedia trasmessa. Solo stare accanto, scambiarci a tratti due chiacchiere banali, era già balsamo. Il silenzio fra di noi era piacevole, mai imbarazzante.

Nel tardo pomeriggio ho chiamato mamma.

Come va lì? Scusami se sono dovuto andare via.

Va bene, Ricky. Ho fiducia, la sua voce era spenta ma serena. Dicono che è stabile. Pressione e cuore normali.

Mi fa piacere, ho risposto, sinceramente più sollevato di non dover correre di nuovo in ospedale. Domani vengo? Vedremo

Va bene. Riguardati tesoro.

Dopo la chiamata sono rimasto alcuni minuti a fissare il vuoto, come se stessi togliendomi la polvere dagli occhi.

Tutto ok? mi ha chiesto Gabriele.

Lei regge. Io ormai non so più cosa sento. Solo un grande miscuglio: stanchezza, rabbia, colpa. Non ci capisco più niente.

Respira. Giorno per giorno, mi ha detto sottovoce. Non devi trovare le risposte subito. Oggi basta andare avanti.

Il giorno dopo ho deciso di tornare in ospedale: mettere un ultimo punto.

In camera regnava il silenzio. Papà stava meglio: il volto meno grigio, occhi aperti che però non cercavano i miei. Sono rimasto in piedi accanto a lui.

Ciao, ho detto. È lultima volta che passo. Sei ancora qui, forse ti porterai dietro una lezione.

Sono rimasto in attesa di una reazione niente, sempre lo sguardo nel vuoto. In quel niente però, ho trovato un po di pace.

Non ti perdono, ho detto piano. Ma voglio provare a lasciarti andare. Non voglio più trascinarmi questa zavorra dietro. Solo così potrò essere libero.

Sono rimasto lì qualche secondo, poi ho sussurrato:

Addio.

Fuori il sole splendeva, i bambini giocavano, la città si risvegliava: le mamme con i sacchetti della spesa, i ragazzi sui monopattini. Mi sono reso conto che la mia vita poteva davvero continuare. Disillusa forse, ma finalmente libera dal peso del passato.

Ho inviato un messaggio a Gabriele: Posso venire da te di nuovo? Ho bisogno di parlare.

Unora dopo ero di nuovo nella sua cucina. Mi ha versato un tè, si è seduto di fronte a me, senza forzare nulla.

Ho cominciato a raccontare. Allinizio parlando lentamente, ma poi le parole uscivano da sole: linfanzia, la paura di diventare come lui, il modo in cui ho imparato a chiudermi. Ma stavolta nessuna lacrima, solo una sorta di sollievo.

Credo che potrei iniziare a vedere uno psicologo, ho detto fissando il fumo del tè. Voglio imparare a vivere davvero. Senza sentirmi sempre in colpa. Voglio imparare a fidarmi almeno di me stesso.

Ottima idea, mi ha risposto senza giudicare. Posso darti il numero di una persona di fiducia.

Grazie, ho sorriso, sentendo dentro di me finalmente qualcosa di nuovo, qualcosa di sincero. Non avevo mai raccontato tutto ciò, così, senza vergogna. Avevo sempre paura che parlarne mi facesse sembrare debole.

Invece non cè nulla di cui vergognarsi, ha detto Gabriele con fermezza. Non sei tu il colpevole. Non devi giustificare come affronti ciò che hai passato.

Ho annuito. Nel profondo so che il cammino è ancora lungo, ma sento già che lo sto iniziando.

E adesso, che farai? ha chiesto Gabriele con dolcezza.

Non so, ho risposto guardando fuori dalla finestra. Ma so cosa non farò più: non aspetterò che cambierà, non mi rimprovererò per quello che non provo, non avrò paura di essere felice. Non vivrò più chiuso nel senso di colpa.

È un ottimo punto di partenza, mi ha risposto con il suo sorriso migliore.

Sì, ho guardato il tramonto infuocare i tetti di Milano, e in quel momento ho sentito davvero che un nuovo inizio era possibile.

Oggi, la lezione che porto con me è che, per essere davvero liberi, serve trovare la forza di guardare in faccia il proprio passato, accettare le ferite e concedersi il permesso di andare avanti. Nessuno può obbligarti a perdonare o a sentire ciò che non provi. Ma la libertà più grande è lasciar andare chi ci ha fatto del male e cominciare, finalmente, a vivere.

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Liberazione
Un Uomo per un’Ora. Il papà di Barbara è mancato all’improvviso. Nessuno se lo aspettava. In soli tre mesi, se n’è andato via per colpa di una malattia maledetta. Eppure ha lottato fino all’ultimo respiro. Aveva un sogno: vedere la sua unica figlia sposata e felice. Purtroppo, non è successo. Il papà di Barbara è morto d’inverno, subito dopo Natale. “Almeno non ha rovinato per sempre le feste della ragazza,” dicevano i vicini scuotendo il capo con tristezza. Il suo sogno, però, non si è mai realizzato, perché Barbara non aveva nessuno. Beh, a parte quel corteggiatore conosciuto su Internet, con cui si scriveva pigramente da anni. Ma non erano mai andati oltre un paio di appuntamenti al mese. E il papà sapeva di lasciare la figlia da sola, nel mondo. La mamma di Barbara li aveva lasciati quando Barbara era bambina ed era partita per lavorare in Italia. All’inizio mandava soldi, giochi e dolci prelibati da Firenze, ma nel tempo, i pacchi e le lettere sono diventati sempre più rari. L’ultima lettera della madre, Barbara l’ha ricevuta a dieci anni: la mamma aveva trovato l’amore con un certo Lorenzo, un italiano, e viveva ormai nella sua villa fuori città. Chiedeva al papà di Barbara di non scriverle più, perché suo marito era molto geloso. Chiedeva di essere compresa, che non avrebbe più potuto inviare né regali né lettere. “In ogni caso tua figlia resta col suo vero padre, che dovrebbe provvedere a tutto, invece di vivere sulle spalle di una donna,” scriveva la madre. Il papà di Barbara, però, non aveva mai chiesto nulla alla ex. Loro due si arrangiavano come potevano. Lavorava come elettricista, idraulico, operaio edile, pur avendo una laurea. Ma tutto quello che poteva, nonostante le ristrettezze, lo dava a Barbara. Mai una lamentela, mai un vizio; spesso si privava anche delle cose più semplici come scarpe o vestiti nuovi. “Gli idraulici mica vanno al lavoro in giacca e cravatta,” diceva a Barbara già adulta ogni volta che la figlia cercava di comprargli un maglione o un portafoglio di pelle. “Lo regalerai a tuo marito. Vedrai che gli piacerà. Io posso lavorare tra i tubi anche con gli stracci vecchi.” Alla fine dei quaranta giorni dopo la sua morte, le giornate di Barbara erano diventate tutte uguali. Aveva ordinato una messa per il papà e poi era tornata a casa a piedi: le mancavano le sue chiacchiere, i cartoni che guardavano insieme, anche se non erano più bambini, la cura e l’attenzione, come quando il padre la aspettava davanti all’ufficio per non farla bagnare nei giorni di pioggia con la sua vecchia sgangherata Lada. Era quasi sera, pioveva, il ghiaccio diventava fango sotto i piedi. Barbara stava per arrivare a casa, quando, nel grigiore di fine inverno, notò una piccola luce arancione: un minuscolo gattino rosso, tremante dal freddo, che miagolava tristemente davanti al portone. “Chissà chi l’ha buttato fuori,” pensò Barbara con dolore. Si guardarono negli occhi; capì che se non l’avesse portato via con sé, il povero animale sarebbe morto. E di un’altra morte, Barbara proprio non ne voleva sapere. Lo raccolse, lo infilò sotto il cappotto e il micino iniziò subito a fare le fusa, strofinando il musetto sulla mano di Barbara. “Hai fame?” chiese la ragazza. Il gatto la guardò con occhi così intelligenti che le vennero i brividi. Barbara si rassicurò da sola. “Sarà la fame. Quando si vuole vivere, si guardano le cose in un modo diverso…” Col gattino in casa la solitudine si sentiva meno. “Meglio in due che da sola,” decise Barbara, posando la ciotola del micio e accendendo il suo cartone animato preferito, quello che vedeva sempre col papà. Ma stranamente, il gatto, sebbene affamato, prima di mangiare si mise a guardare attento lo schermo, seguendo ogni movimento del protagonista. Solo allora, con la ciotola nella giusta posizione per vedere e mangiare, il gattino si buttò sul cibo. “Proprio come papà,” pensò per un attimo Barbara. Osservando meglio, notò che il gatto aveva le guance cosparse di macchie rossastre, proprio come le lentiggini del papà, e dietro le orecchie una grossa chiazza simile alla voglia che aveva sempre il padre. Anche gli occhi grigio grandi le ricordavano quelli di lui. Però Barbara non era superstiziosa e allontanò subito quei pensieri. Stanca, cenò al volo e si addormentò profondamente con il micio arrotolato a fianco come una piccola palla di fuoco. *** Morire non era stato spaventoso. Spaventoso era lasciare le cose in sospeso. E la questione principale era sua figlia! Come poteva lasciarla, sola al mondo, lei che sapeva essere forte solo in apparenza? Ma il suo sogno — vedere dei nipotini, raccontar loro storie, insegnare a costruire cose con le mani — non si sarebbe avverato… Sentì il sollievo dell’anima che si stacca dal corpo, un vortice di luce, calore, pura accettazione, amore assoluto. Tutto era Uno: piante, rocce, aria, cielo, stelle… Dio. Era parte di Dio e Dio era tutto. Ma poi si ricordò di Barbara. Non poteva lasciarla; doveva tornare. “Qualunque cosa, devo tornare!” decise. All’istante la luce sparì ed eccolo in un giardino come quello di sua nonna, con tutti i parenti a salutarlo tra grandi preparativi. C’era un misterioso stagno, con una fila di anime che si immergevano, tendevano verso qualcosa di nuovo e ignoto. “È una porta, figlio,” spiegò il nonno. “Chi vuole tornare a casa, si tuffa nelle acque.” “E posso tornare anch’io?” “Certo, ma non nello stesso corpo. Dovrai cambiare abito; all’attraversamento troverai tutto.” Il nonno lo benedisse e senza che la nonna lo vedesse lo spinse verso quell’acqua profonda, fredda, accogliente. ** Il telefono svegliò Barbara e il suo nuovo amico, Fiamma, così aveva chiamato il gattino. Era il suo corteggiatore di sempre. — Vieni a trovarmi? Ho preso il tuo vino preferito. — No, oggi non posso. Ho trovato un gattino, ha bisogno di me. Magari un’altra volta. Dopo la telefonata Barbara si voltò verso Fiamma. — Sarò sola per tutta la vita? Beh, ora ci sei tu… Mentre piangeva per la fatica e per la stanchezza, il micio le leccò il volto con dolcezza, riuscendo finalmente a consolarla. Al mattino, decise di portare il portatile rotto in riparazione; si mise il cappotto a quadri sopra il pigiama con i pinguini e uscì. Ma Fiamma scappò e si infilò in cantina. Barbara lo inseguì e lì trovò un giovane idraulico, proprio come suo padre; gentile, con gli stessi attrezzi, che si offrì subito di aiutare. Ritrovarono Fiamma e poi… — Credo di aver chiuso le chiavi in casa… — Nessun problema, signorina. Le apro la porta. In mezz’ora, la casa fu di nuovo aperta e il giovane sistemò anche la serratura. — Non so come ringraziarla. — Salvo volentieri le belle signorine — disse scherzando. Barbara non aveva soldi per pagarlo, ma propose i vecchi attrezzi del papà. Il ragazzo sorrise, emozionato. — Anche suo padre era un tuttofare? — Idraulico, proprio come lei. — In realtà, io sono “un uomo per un’ora”. — Cioè? — A richiesta, aggiusto e riparo tutto ciò che serve in casa, come farebbe un marito. Due anni fa sono arrivato da un paesino per fare l’insegnante, ma ho capito che con le mani lavoro meglio e ci si arrangia sempre… La somiglianza col padre la toccò come un déjà-vu. Il ragazzo le lasciò il bigliettino da visita e si offrì di accompagnarla in centro per riparare il computer. La giornata passò e, rientrata a casa, Barbara scoprì con orrore che il gatto aveva ridotto il portafoglio del giovane a brandelli. Ricordandosi del biglietto, lo chiamò per restituirlo. Lui venne subito, sorridente, con una bustina di giochi per il gatto e dolcetti per lei. — Ho anche un portafoglio nuovo, era per papà… spero che vada bene anche per lei. Ridevano insieme, sorseggiando il tè. — A proposito, le goccia il rubinetto della cucina? Posso darci un’occhiata adesso, se vuole! Quella sera, nella casa di Barbara regnava una pace inaspettata. E solo Fiamma, strizzando gli occhi soddisfatto, sembrava davvero sorridere. Forse è proprio così che sorride Dio.