Ossessionata dal sogno
Dai, ascolta la nonna! Pensaci bene: che cosa possono offrirti i tuoi genitori? continuava a convincere il nipote Caterina. Un piccolo appartamento, una Panda degli anni Novanta e nientaltro. Invece da Gianluca vivresti come un principe! Camera tutta per te, ultima generazione di computer, una bici da paura Tutto quello che vuoi!
Sandro guardava la nonna con una tenerezza quasi compassionevole. Gli sembrava che la nonna non si rendesse proprio conto di quello che diceva. Accarezzandole la mano, chiese ingenuamente:
Nonna, ti senti bene? In televisione dicono sempre che la sanità è al top curano qualsiasi male! Vuoi che chieda alla mamma di portarti in ospedale? Così ti tranquillizzi davvero, dai?
Caterina rimase spiazzata. Sgranò gli occhi, evidentemente non si aspettava quella piega.
Ma Sandrino, perché pensi che io sia malata? Sto una favola!
Il ragazzo aggrottò la fronte.
Allora perché dici certe stranezze? Perché dovrei lasciare mamma e papà per trasferirmi da zia Gianna? E poi lei ehm, scusa, ma è proprio strana. Nemmeno da ospite mi va di andarci.
Caterina difese subito la figlia con prontezza, come se dovesse annientare ogni dubbio di Sandro.
Ma figurati! Gianna è solo molto premurosa!
Mi obbligava a mangiare quella orrenda zuppa davena senza zucchero! sbottò Sandro, rabbrividendo al ricordo. E la scorsa estate, con quaranta gradi, mi metteva il golfino! Poi mi infilava a letto dopo pranzo, come se avessi ancora cinque anni! Nonna, ma davvero, è assurda! lindignazione gli risuonava in ogni parola. Non capiva proprio da dove saltassero fuori quelle regole fantasiose.
Caterina non intendeva desistere. Era convinta che sua figlia fosse la regina delle madri modello.
Lavena è un toccasana! ribatté, fissandolo convinta. Gianna la cucina apposta senza zucchero per i tuoi denti. E il golfino cera vento freddo! Tu ti saresti raffreddato e i tuoi genitori, lo dico con affetto, sono poco attenti a queste cose! parlava con la sicurezza di chi la sa lunga e non ammette repliche.
Con trenta gradi allombra? Ma nonna, ho dodici anni. Anche lo sportello del medico dice che è pericoloso surriscaldarsi! E comunque, non ne voglio più parlare. Zia Gianna è proprio particolare. Mamma neanche risponde più alle sue chiamate tanto sa già che si dovrebbe sorbire una super-lezione su quanto sia tutto sbagliato e papà ormai non la fa nemmeno entrare!
Caterina storse la bocca. Doveva ammettere che qualche ragione il nipote ce laveva, ma la figlia aveva sempre ragione!
Gianna ha letto centinaia di libri di psicologia e pedagogia! alzò persino la voce, un po più del dovuto. Lei sa di sicuro come crescere un ragazzo sano, educato e di successo. Tua madre diciamo che non si impegnerebbe così tanto!
Sandro cercava di restare calmo, anche se si sentiva il sangue ribollire. Quante volte avrebbe dovuto spiegarle che non aveva bisogno di rieducatori domestici? Con un sospiro profondo, cercò di diplomarsi:
Vado bene a scuola, faccio sport, sono sempre in forma
Non fece in tempo a finire che Caterina scattò come una freccia, indignata:
Karate! Uno sport pericolosissimo! Come ha potuto tua madre lasciarti fare questa follia? Non si era ancora ripresa dai lividi visti al nipote, sera quasi messa a urlare: Tiratelo subito via da quella palestra! È una totale irresponsabilità!
In quel momento entrò in casa Anastasia. Colse subito laria pesante e, senza perdersi, afferrò la mano del figlio. Sandro balzò dal divano come se scappasse da un mostro e si incollò alla mamma in cerca di scudo.
Basta, Caterina! tuonò Anastasia, stringendo Sandro a sé. Se vuoi vedere tuo nipote, smettila con queste invenzioni! Basta! Tra le denunce ai servizi sociali e tutte queste sciocchezze che racconti a Sandro e su Gianna, non voglio neanche iniziare! Pensate forse che sia intoccabile?
Caterina impallidì per un attimo, poi assunse la classica espressione di chi si sente martire.
Mi preoccupo solo dei bambini! Gianna vuole solo fare del bene! Lei ha sempre sognato davere figli, e tu tu le hai distrutto il sogno! La sua voce era accusatoria, anche se si tratteneva dal gridare. Continui imperterrita!
Anastasia la fissò risoluta, come a dire: io non ci casco più.
Si faccia adottare un figlio! Con tutto quello che guadagna può permetterselo! Se continuate a mettervi in mezzo, vi scordate i nipoti. Arrivederci! strinse la mano di Sandro, soddisfatta dessersi finalmente presa lultima parola.
Che coraggio… Provare a corrompere il bambino con regali costosi e la camera privata! E poi dire che noi non pensiamo al suo futuro! Anastasia guardava la suocera infilarsi il cappotto e si tratteneva a fatica dal darle una spinta dincoraggiamento fuori dalla porta.
Sandro si avvicinò alla mamma e le strinse la mano con un sorriso caloroso. Nei suoi occhi cera quella consapevolezza precoce di chi capisce più di quanto dovrebbe a quelletà.
Dai, mamma, non ci pensare le disse, stringendola in un abbraccio. È tutta colpa della zia Gianna. La nonna vuole solo aiutarla!
Anastasia sospirò, scompigliandogli i capelli.
Vabbè, vai in cucina. Ho preso una torta. Prendiamo un tè e ce la godiamo!
Sandro si rianimò subito e corse verso la cucina pregustando la merenda, mentre Anastasia lo seguiva con lo sguardo, tornando con la mente alla discussione di poco prima. Sapeva benissimo che tutto il problema, in fondo, era Gianna.
Gianna aveva 32 anni e viveva nella bambagia grazie ad un matrimonio fortunato. Ad ogni incontro non mancava occasione per sfoderare la sua superiorità: Guarda la mia borsa nuova, Abbiamo appena fatto una settimana a Dubai, Avete visto che vestiti moderni che porta mio marito?. E intanto lanciava occhiatine maliziose alla modesta felpa di Sandro o alla giacca della cognata. Gianna lo faceva con grande finezza quasi invisibile ma il succo era chiaro: la sua vita era mille volte meglio.
Cera solo un piccolo, minuscolo, gigantesco dettaglio a guastare tutto: non poteva avere figli. Nei suoi ventanni si era data alla bella vita, ma i medici lavevano poi informata che non se ne parlava più. Il marito aveva già due figli dal primo matrimonio e sembrava non farsene un cruccio, ma per Gianna era una tragedia greca. Le girava in testa come un disco rotto la voglia di maternità, e ormai era disposta a qualsiasi idea fuori di testa. Aveva deciso che Sandro poteva essere la toppa perfetta al buco della sua vita.
Le cose precipitarono appena Anastasia ebbe il secondo figlio. Improvvisamente Gianna parlava sul serio: il nuovo nato, secondo lei, doveva essere affidato a lei. La insistenza era diventata inquietante la ripeteva con una convinzione che aveva dellincredibile.
Stasio il marito di Anastasia prese la faccenda di petto: Gianna non doveva più mettere piede in casa loro. Era deciso a difendere i bambini con le unghie e con i denti!
Fu allora che intervenne il marito di Gianna. Nessuno seppe cosa si dissero, forse una lezione magistrale sulla realtà, ma Gianna si calmò per un paio di mesi. Aveva persino chiesto ufficialmente scusa al fratello! Tutto sembrava risolto, ma la pace durò poco
Dopo poche settimane, ecco la nuova genialata. Un giorno trovò Anastasia a casa della suocera e, serissima, le si avvicinò:
Fammi un bambino! Pago quanto vuoi! Vi comprate un bellappartamento, invece di stare in quella topaia!
Anastasia restò di sasso, con lo sguardo tra il terrorizzato e il disgustato. Cercava di capire se fosse uno scherzo. No, Gianna era serissima.
Lidea di fare da madre surrogata a Gianna suonava ad Anastasia come fantascienza. Lei immaginava il piccolo dentro di sé, i calci, le notti insonni, le gioie e le paure e poi: passare tutto a unaltra. Un incubo.
Il suo rifiuto però rese Gianna ancora più ostinata. Le telefonate si moltiplicavano, le offerte aumentavano. Ogni giorno una promessa nuova: Ti sistemiamo la famiglia!, Farai studiare i figli dove vuoi!
Poi Gianna passò agli atti pratici. Si presentava sotto casa di Stasio e, senza farsi scrupolo, restava fuori ore intere nella speranza che qualcuno cedesse e si mettesse a trattare. Quella determinazione faceva quasi paura: sembrava pronta ad accamparsi sotto la finestra.
Anastasia capì che doveva muoversi. Pensò che solo Caterina la suocera avrebbe potuto metterci una pezza. Cercò di parlarle pacatamente, spiegando quanto la situazione fosse inquietante, magari suggerendo che a Gianna sarebbe servito uno bravo. La risposta fu una scrollata di spalle:
Non cè nulla di male nella richiesta di una figlia. Siamo famiglia, la famiglia si aiuta!
Disse queste parole con lo stesso tono di chi raccomanda di chiamare lidraulico: nulla di strano, tutto normalissimo.
Anastasia aveva evitato a lungo il confronto, ma la situazione era ormai insopportabile. Alla fine sbottò:
Non posso più avere figli! confessò, fissando Caterina negli occhi. La voce era piana, ma carica di stanchezza. Non è un capriccio: i medici mi avevano sconsigliato già il secondo. Andare avanti significa rischiare di finire su una sedia a rotelle. Da me non otterrà mai nulla. Ditele di smetterla. Se vuole, si rivolga ad una clinica specializzata!
Non le piaceva affatto dover esporre informazioni così personali, ma ormai non cerano più alternative.
Caterina aggrottò un po le sopracciglia, poi assunse il tono della casalinga che parla di cambiare le tende:
Capisco Peccato. Sarebbe stato più facile controllare tutto così. Con unestranea non si può mai sapere. Va be, allora rilassati.
Anastasia trattenne listinto di sbattere la porta e uscì con il massimo livello di dignità. Solo a casa si concesse uno sfogo vero e raccontò tutto a Stasio: telefonate ossessive, offerte assurde, commenti gelidi della suocera. Stasio ascoltò senza interrompere e poi garantì: questa storia la sistemo io.
In effetti, dopo il confronto con Anastasia e un altro con Stasio, Gianna abbandonò (per ora) il progetto bambino. Ma non riuscì a starsene con le mani in mano.
La sua energia trovò un nuovo scopo: istruire fratello e cognata sulla perfetta educazione dei figli. Aveva letto decine, anzi, centinaia di libri sul tema! Ormai si sentiva meglio di un pedagogista. Sfornava consigli non richiesti ad ogni visita: cosa far mangiare ai bimbi, come vestirli, come spronarli, come punirli Ogni visita si trasformava in un mini-seminario sulle ultime teorie pedagogiche, anche se nessuno gliele aveva chieste.
Passarono quattro anni e Gianna si inventò unidea che, nella sua testa, era un vero colpo da maestro: conquistare Sandro, il nipote. Un ragazzino già abbastanza grande da apprezzare i vantaggi di vivere dalla zia, ma ancora giovane da essere formato come si deve. Lei si vedeva già mentre lo ricopriva di regali, lo portava in vacanza, lo viziava. Di lì a poco, secondo lei, Sandro si sarebbe innamorato follemente di questa nuova vita dorata e avrebbe scelto di stare con lei per sempre.
Ma la realtà era un po diversa. Sandro, non solo non accennava il minimo interesse, ma scappava come il vento ogni volta che Gianna provava ad avvicinarlo. Anche una rapida visita si trasformava in una tortura: quella casa ordinatissima lo imbarazzava, le cose costose e fredde gli mettevano a disagio, i discorsi infiniti sulla goduria di quella vita lo facevano solo sognare la fuga verso casa. Gianna proponeva: Rimani qui oggi? lui si trovava mille scuse: compiti, amici, mal di testa finta.
A corto di risorse, Gianna coinvolse la madre. Caterina si buttò nella sfida come in una ricetta complessa: promesse, elogi, ripetizione del mantra la famiglia si aiuta. Ma pure lei, niente da fare. Sandro era irremovibile: la sua famiglia era mamma e papà, punto.
Allora Gianna e Caterina passarono alle maniere forti. Iniziarono a scrivere lettere ai servizi sociali: Anastasia e Stasio, secondo loro, erano genitori scadenti, la casa non era adatta, le frequentazioni sospette, addirittura dicevano che i bambini subivano violenze. Le denunce erano redatte con una precisione quasi notarile, come se stessero smascherando una cellula criminale.
Ovviamente, i servizi sociali andarono a fondo: visite, colloqui, ispezioni. Niente di quanto sostenuto dalle zie guerriere fu confermato. Sandro e suo fratello erano in perfetta salute, ottimi voti, casa accogliente, ambiente sereno. Tutto inutile! Ma Gianna non demordeva e continuava a convincere la madre a insistere.
Anastasia, intanto, viveva compressa tra allarmi e ansie. Ogni squillo di telefono, ogni apparizione a sorpresa della suocera la mettava sullattenti. Le veniva voglia di divorziare, cambiare città, magari scappare in Sicilia senza lasciare tracce. Ma la verità era che amava troppo Stasio e la loro stramba ma solida famiglia.
Una sera, dopo che i bambini erano andati a letto, Stasio le sussurrò:
Resisti ancora un po. Ho parlato con il direttore per un trasferimento in unaltra sede. Lazienda ne ha in tante città. Fra un mese, cambiamo aria e nessuno saprà dove siamo.
Anastasia gli lanciò uno sguardo esausto. Si, ottima notizia, ma
Tua sorella ha i soldi e la faccia tosta per rintracciarci ovunque mormorò con amarezza. Non molleranno mai. Metteranno il naso in ogni decisione, controlleranno tutto. Quanto tempo potremo resistere?
Stasio la abbracciò forte, cercando di trasmetterle sicurezza, anche se ne aveva bisogno lui stesso.
Lascia fare al marito di Gianna. Gli ho fatto capire che non conviene continuare così. Per certa gente, la reputazione conta sul serio.
Anastasia non chiese particolari. Sapeva solo che Stasio le avrebbe protetti. Finalmente sentiva una fiammella di speranza: forse stavolta era davvero finita questa guerra.
Per giorni, il pensiero della partenza si fece sempre più reale. Anastasia salutava mentalmente ogni angolo del quartiere: il parco delle passeggiate, la torrefazione della colazione al bar, il cortile dove Sandro giocava con i suoi compagni. Sapeva che ci sarebbe voluta tutta la grinta del mondo per ricominciare da capo, soprattutto per Sandro: lui a dodici anni aveva trovato amicizie, soddisfazioni in palestra, insegnanti in gamba.
Una sera le si sedette accanto e Anastasia, cauta, chiese:
Sandro, lo capisci perché dobbiamo trasferirci, vero?
Lui la guardò dritto negli occhi. Nessun risentimento, solo comprensione.
Certo mamma. Un po mi dispiace lasciare la palestra e i miei amici, ma se così finiamo con tutte queste storie e le denunce, va bene. Siamo una famiglia, e la famiglia resta insieme.
Parole così calde che Anastasia si sciolse. Lo abbracciò, sentendo una pace dimenticata da troppo tempo.
Nel giro di una settimana trovarono incredibilmente in fretta un acquirente per il vecchio appartamento (Quella catapecchia? Non la darai via nemmeno in cambio di una teglia di lasagne!, aveva sibilato Gianna). Firmarono tutto in tempo record: pratica, commercialista, atto notarile Tutto filò liscio.
Mancava davvero poco. Nuove strade, nuove scuole, nuove possibilità. Era dura, ma almeno ora cera uno spiraglio.
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Buonasera di nuovo, signora Anastasia, salutò lassistente sociale, una donna sulla cinquantina con la piega perfetta e il sorriso gentile, già conosciuta per le visite precedenti. Sembrava persa tra il dovere e il disagio: sarebbe volentieri altrove.
Ancora Caterina? sospirò Anastasia, indicando la cucina. Era abituata, ma la circolazione si irrigidiva ogni volta. E che avremmo combinato stavolta? domandò, preparando subito il caffè.
Se non sbaglio, ieri Caterina è passata da voi? chiese la donna, accettando il caffè. Pochi genitori erano così ameni quando si presentava lei.
Sì, di nuovo a indottrinare Sandro sul trasloco dalla zia Gianna. Come può immaginare, totale buco nellacqua. Lui non vuole saperne.
Allora, questa mattina Caterina si è presentata ai servizi sociali, disse, pesando bene le parole. Ha mostrato una foto di Matteo, vostro figlio, con un graffio in fronte e ha dichiarato che voi usate metodi violenti.
Anastasia sentiva la rabbia salire a mille, ma respirò a fondo.
Ma va! scattò, ma subito si riprese. Le faccio vedere una cosa.
Si precipitò nellaltra stanza, tornò con il portatile, fece partire il video.
Sul monitor compariva Matteo, scatenato come sempre, che scivolava dalle braccia della nonna, correva appresso allindifferenza e crash! andava a sbattere col viso sulla sedia. Anziché consolelo, la nonna si affrettava a scattare una bella foto al nipotino piangente.
Lassistente sociale guardò tutto in silenzio, ogni tanto lanciando uno sguardo significativo.
Beh, in effetti con una suocera così si lasciò sfuggire, finendo il caffè. Temo che non si fermerà mai.
Anastasia chiuse il portatile con una calma che non aveva dentro. Mancavano pochi giorni. Era davvero finita.
Ce ne andiamo tra un paio di giorni, disse piano, fissando fuori dalla finestra. Ormai li vedrà solo in foto, i nipoti
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Quando Gianna scoprì che il suo (ennesimo) piano era naufragato, perse le staffe. Passeggiava avanti e indietro, stringeva i pugni, si mordeva le labbra:
Non può essere finita così! Devo parlare con Stasio, fargli capire
A quel punto entrò il marito. Pacato ma inflessibile.
Gianna, basta. È ora di fermarsi.
Ma tu non capisci! Io voglio solo
Ti capisco eccome la interruppe. Ma se continui, ci separiamo. Non scherzo.
Gianna si pietrificò. Così, di botto.
Mi stai minacciando?
No, rispose lui dritto. Ti avverto soltanto. Mi hanno avvertito che, se non la smetti, avrò problemi seri. Scegli tu.
Non concluse la frase, non ce nera bisogno. Gianna si lasciò cadere sulla sedia, la rabbia che lentamente si scioglieva in pura stanchezza. Sapeva bene che quando lui parlava così, era il caso di credergli
Intanto Caterina restava ore a fissare fuori dalla finestra, rimuginando su tutto. Ripensava a quanta energia aveva speso a sostenere Gianna, a quanti tentativi aveva fatto con Sandro Forse ho esagerato? pensava, giocherellando con la tovaglia.
Ogni volta che sulla strada vedeva bambini che giocavano, pensava a Sandro e Matteo, alle loro risate. Prima poteva vedere i suoi nipoti, coccolarli, aiutarli a fare i compiti. Ora tutto questo era finito.
Restava solo una fotografia polverosa sul mobile. E il cuore stretto di una nonna, ormai, che vedeva i nipoti solo da lontano.






