Mamma, ha telefonato zia Vera. Chiede se può fermarsi da noi per una settimana. Porta suo nipote a fare delle visite, ha dei problemi alla schiena. Cosa le dico? Caterina posò una tazza di tè davanti alla madre, mentre passava con il panno a spolverare i mobili.
Le pulizie a casa della mamma erano toccate a Caterina sin dai tredici anni. Da quando la mamma era tornata a frequentare luniversità per finire quella benedetta tesi, che aveva parcheggiato per anni per dedicarsi alla figlia.
A Caterina queste attenzioni erano costate tanto. Locchio vigile della madre, tra orari scanditi allinfinito tra corsi, allenamenti e lezioni, non le concedeva tregua. Mentre le altre ragazzine giocavano a palla in cortile, lei studiava scale musicali o dipingeva nature morte, sospirando e domandandosi se la libertà fosse mai esistita per qualcuno come lei.
La pressione era tale che si ammalava più spesso delle coetanee. Paradossalmente, anche questi giorni nonostante la febbre Caterina li aspettava con ansia: poteva restare a letto con un libro, la madre le lasciava una caraffa di spremuta e qualche mandarino, le posava una mano fresca sulla fronte e si defilava rapida dalla stanza, borbottando:
Speriamo di non prendere questa schifezza pure io, Cate! Non posso ammalarmi, io!
Caterina si rilassava solo sentendo la porta chiudersi, agguantava il suo amato Gerald Durrell e leggeva fino sera, senza ironiche ramanzine materne tipo:
Cate, al mondo cè altro oltre ai romanzi! Bisogna diventare persone complete!
Forse fu per questo che, quando la mamma decise che le sarebbe stato utile imparare a gestire la casa, Caterina non fece resistenza. Avrebbe significato restare più tempo possibile in casa, senza dover correre da una parte allaltra della città. Spesso, però, Caterina si fermava a metà delle faccende, seduta per terra sul tappeto ancora da aspirare, con il libro in mano e laspirapolvere acceso a fianco. Il tempo volava, e ogni tanto sua madre rincasava trovando la casa in subbuglio.
Cate! Ma hai finito di pulire o no? Che roba è questa?! quasi inciampava in secchi e scope, la signora Giulia. Figlia mia, ci vuole serietà!
Caterina, realizzando di essersi persa, finiva alla belle meglio le faccende, canticchiando tra sé le poesie di Montale o Ungaretti.
Le poesie be, erano la sua passione, anche se sua madre le considerava una perdita di tempo.
Tra i suoi compiti cera pure ricevere gli ospiti non invitati, cioè parenti che la madre sopportava poco ma non poteva rifiutare per senso del dovere familiare.
Sempre ‘sti parenti in giro! Ma basta!
Frase ricorrente della mamma, che però pronunciava solo credendo di essere sola. Col tempo Caterina aveva capito che, se zia Valentina la sorella maggiore, grande ironica e sempre col sorriso lavesse sentita, avrebbe fatto un putiferio. Per zia Vale la famiglia era sacra e guai a chi vi metteva becco.
La storia della famiglia, infatti, era stata proprio Valentina a raccontargliela il giorno dei suoi sedici anni, quando la madre, presa dal lavoro, si era del tutto dimenticata del compleanno. A Caterina però la cosa non dispiaceva: sognava di riservarsi una piccola festa privata, libera dai brindisi e dai convenevoli degli adulti. Zia Vale approvò lidea, le diede qualche euro e le promise che la mamma non avrebbe mai saputo niente.
Cate, confido in te, eh. Non farmi pentire della fiducia. Comportati bene!
Seguirono le solite battute di zia Vale, che la prendeva in giro persino sullamore o sulle compagne che, a quanto pareva, non erano poi tanto ingenue come sembrassero alle mamme.
Poteva forse Caterina tradire la fiducia della zia? Mai nella vita!
Così, dopo la festa, Caterina aveva pulito la casa dalla cima ai piedi, che neanche la nonna avrebbe trovato un difetto. Da allora la madre decise che, in termini di pulizie, nessuno avrebbe potuto sostituire la figlia.
E Caterina continuava. Prima durante il liceo, poi alluniversità e anche dopo essersi sposata. Tornava una volta a settimana a casa della mamma, portava la spesa, sistemava tutto nellenorme appartamento dove tra vecchi corridoi e scaffali di libri rischiavi pure di perderti se non eri pratico della planimetria.
Quellappartamento era del ramo paterno: il padre di Caterina, giovane di famiglia di professori, era stato promesso a Giulia, la ragazza di provincia, cresciuta in città grazie alla nonna paterna dopo che il figlio padre di Giulia era sparito in circostanze mai chiarite.
La madre di Giulia, un personaggio da romanzo, aveva ceduto la figlia minore alla nonna, sicura che a Roma sarebbe cresciuta meglio.
E così fu. Giulia fu tirata su con valori rigidi, scuola francese, pattinaggio artistico, sempre educata e mai un capriccio. La madre biologica la vedeva due volte lanno. Era la nonna che comandava, ripetendo:
La tua famiglia è qui, bambina! Quelli sono solo parenti.
Col tempo Giulia era diventata una donna decisa, lontana dallo stile delle sorelle più grandi. Quando anche lei si innamorò, ce la mise tutta per sistemarsi bene. Scelse Sandro, futuro marito, già al secondo anno di università. La nonna diplomatica fece la sua parte per ingraziarsi i parenti acquisiti. Solo Valentina venne alla cerimonia, messa in un angolo dalla stessa Giulia per evitare spiacevoli sorprese.
Zia Vale, seduta nel suo angolino, osservava incantata la scena, tra chiacchiere délite e sorrisi di circostanza.
Dopo una cerimonia da sogno, i suoceri si trasferirono nella loro casa in campagna, lasciando ai novelli sposi il grande appartamento romano.
Godetevi la casa disse la suocera a Giulia e fatemi presto una nipotina!
Ma Giulia non aveva fretta. Organizzata allestremo, pianificava tutto. Quando scoprì per sbaglio di aspettare un figlio, andò nel panico.
Non voglio diventare madre ora! pianse tra le braccia di Valentina, fresca di laurea e medico alle prime armi.
Fai come te la senti le rispose la zia con sorellanza. Ma ricorda: se decidi di tenerlo, è una scelta che ti cambierà la vita, e non sempre in peggio.
Dopo mille ripensamenti, Giulia decise di portare avanti la gravidanza e, da lì in poi, fece tutto lei. Aveva promesso che la sua Caterina sarebbe diventata perfetta grazie a quelleducazione rigorosa, alla quale tutta la famiglia partecipava (almeno finché visse il padre, uomo mite e silenzioso, che se ne andò in una sera come se niente fosse).
Dopo la sua morte, i nonni paterni restarono a sostenere Giulia e la nipote ma decisero di vivere in campagna definitivamente. Quando fu il momento, Giulia vendette quella casa tanto amata, liquidò la figlia:
Cate, per quanto mi riguarda, la campagna non fa per me. Vendi e comprati una casa tua, che è meglio!
Ma Caterina non ne era convinta, e lultima volta che ci andò, si trattenne a lungo in veranda, abbracciando la tazza di tè e piangendo, prima di prendere qualche oggetto caro come ricordo.
Caterina, invece, si sposò per amore scelta avallata solo dalle zie.
Hai trovato un ragazzo oro, commentava zia Vale lavando i piatti in cucina dopo lincontro con la famiglia dello sposo cosa vuoi di più, Giulia? Giovani, ma cresceranno insieme!
Parli tu, Vale! Tu non pensi al futuro. La nostra Caterina ha una bella dote: casa, macchina, un po di risparmi. Ho fatto di tutto per garantirle il meglio! E lui? Solo una laurea e sogni! Ma con i sogni, si campa?
Valentina a quel punto sbatté un piatto e urlò abbastanza forte da farsi sentire anche in strada:
Ma la sposi o le sposi la dote? Guarda che la felicità mica si compra allEsselunga!
Alla fine, però, solo la voce calma di Valentina fu ascoltata. Caterina e il marito si presero una casa loro, con mutuo e mille pensieri ma senza dover sottostare alle opinioni materne. E per la prima volta, poterono farsi una vera idea della famiglia che volevano costruire.
Comunque, tutti i sabati Caterina passava a trovare la madre: portava la spesa, faceva le faccende, e soprattutto aggiornava la madre sulle novità di parenti, cugini e zie.
Anche quella volta, la signora Giulia abbassò gli occhiali e fissò la figlia.
Allora, che mi rispondi della zia Vera? Hai già la risposta pronta?
Non saprei, mamma. Ho detto che avrei chiesto prima i tuoi programmi.
Potevi dire subito che non ci sto, e che non ci sarò!
Ma dai, ma che dici?!
Quello che penso! Non ne posso più di avere la casa come una stazione. Da quando tuo padre non cè, mi arrivano tutti: ognuno con le sue urgenze, come se io non avessi nulla da fare!
Mamma cara, ma tu che impegni hai? Ormai sei in pensione, non ti occupi nemmeno dei nipoti!
Ehi, Cate! Che discorsi!
E che cè di male? Laltra volta ti ho chiesto di stare con Arianna qualche ora e mi hai risposto che non avevi tempo. Mi sono arrangiata e me la sono portata perfino in clinica, dove lavora la zia Vale! E lei, almeno, non si è lamentata. Anzi, ha solo chiesto come mai tu non avessi voglia di aiutare. Ha detto che ti manca il senso di famiglia.
Ma quella ormai non si trattiene più!
E ci credo! Lei è la maggiore, ha sempre tenuto insieme la famiglia, soprattutto da quando la nonna è mancata. Siamo state noi a eleggerla capofamiglia, ricordi?
Sì, ma che non esagerasse! Non ha il diritto di parlare così nemmeno dei parenti.
Invece tu puoi dire alla zia Vera che è una parente povera?
Povera! Macché! sbottò Giulia, afferrando una caramella. Vera ha una villa che noi ci sogniamo!
Sì, ma quella casa se lè sudata mattone dopo mattone. E a chiamarla signora non mi viene proprio, a dire il vero. Non ce la farei mai. Io non sarei mai in grado di lavorare come fa lei.
Tu non ce la faresti per salute, invece lei ci riesce benissimo. Gestisce la casa, il lavoro, si prende cura della nonna!
Non ti sto rimproverando, mamma, anzi! Tu laiuti con i soldi, mica con le cure! Caterina sorrise.
Ma che modo è?! Solo perché per me la famiglia è una cosa diversa, non significa che non mi importi, eh! Ok, faccio da sola, ma chi vuoi che resti a darmi la mano se non ci siete voi?
Guarda che io volevo solo sapere quando avresti tempo per organizzare una riunione di famiglia. Non siamo costrette a fare tutto qui da te! Se la zia Valentina non ha spazio, si fa a casa mia. Zia Vale, tra laltro, ci può dare una mano con le corse in clinica. Siamo in grado di organizzarci, mamma.
Meglio così! Almeno per una volta tocca a qualcun altro Giulia sbuffò.
Non ti fare la vittima, via! Caterina le tolse la tazza di mano con un sorriso dolce. Quando è che hai avuto ospiti, tu, per davvero? Dai, non si vive solo facendo la casalinga per sé!
Ho te, no?
Vero, mamma mia. Avrai sempre me. Ma quante volte mi hai ripetuto che questi parenti sono quasi estranei? Che la famiglia siamo noi due, e al massimo mio marito Antonio e Arianna. Persino tua nipote la consideri estranea, una che ti tocca sopportare per non rischiare di perdermi.
Ma che dici, Cate!?
Eh, niente, mamma Caterina radunò le tazze e le stoviglie. Sei sempre stata convinta che a me la famiglia non servisse. Ma ti sbagli. Magari a te non interessa, però Arianna deve sapere chi sono le sue zie, i cugini, tutti. Anche se li vede poco, almeno li conosce. Sa che Riccardo, il nipote della zia Vera che sta per arrivare, suona benissimo a scacchi e disegna da dio. Le manda lettere illustrate perché sa che non sa leggere. E lei lo aspetta a braccia aperte, gli ha già preparato i regali e i pupazzi più belli da regalargli. Perché gli vuole bene!
Vuole bene? Ma si saranno visti due volte
E con questo? Non basta una vita sotto lo stesso tetto per sentirsi famiglia, anzi. E non è che la distanza ti rende meno parente: semmai è indifferenza la vera distanza. E quando resterai sola, con chi credi di restare se non con tutti questi poveri parenti? Ci hai mai pensato?
Caterina la fissò ancora una volta mentre lasciava la stanza:
Pensa a quello che ti sto dicendo. Chiamami se cambi idea, va bene? E se proprio non ce la fai, conosco benissimo quale scusa inventare per le zie: la tua famosa emicrania! Sempre affidabile contro le visite indesiderate, vero mamma?
Caterina se ne andò. La signora Giulia rimase in silenzio a lungo nel salone vuoto, a ripensare alla propria vita e a tutti i parenti che sapevano molto di lei, forse più di quanto lei sapesse di loro. Alla fine capì che la figlia, almeno in parte, aveva ragione. Siamo umani, non eterni E quando non ci sarà più lei, chi rimarrà accanto a Caterina?
Giulia restò lì finché fuori si spensero le luci e Roma calò nel silenzio. Era tardi per chiamare Caterina. Ma il mattino seguente sicuramente lavrebbe chiamata, per fissare una cena e scegliere insieme i regali per tutte le nipotine e cuginetti, e anche per Arianna.
Magari come nonna non era mai stata granché, e cambiare radicalmente a una certa età non è facile, ma forse qualche piccolo passo, beh, quello lo puoi ancora tentare. Dopotutto, Arianna assomiglia così tanto a Caterina e chissà se tutto questo le resterà nel cuore.
A un certo punto Arianna, la nipote, prenderà per mano Riccardo e gli porgerà una matita, dicendo:
Mi disegni la nonna? Guarda comè bella! Non la vedo spesso, ma così avrò il suo ritratto!
Zia Vale cercherà la camomilla in cucina, Caterina accompagnerà i bambini fuori dalla stanza, lasciando le sorelle a raccontarsi di tutto, tutte insieme, sovrapponendosi come facevano da sempre.
Tornando in salotto, Caterina incrocerà lo sguardo del marito e riderà sottovoce:
Amore mio, meglio non chiedere Letà magari arriva pure da sola, ma che fortuna se almeno famiglia e cuore crescono insieme!






