Non siamo spazzatura, figlio mio.
(Diario di Anna)
Papà, ho detto di no! Non mi senti? Quella roba va buttata, non portata dentro casa!
La voce di mio figlio mi ha trafitto, fredda come una lama. Io, Anna Conti, sono rimasta immobile davanti ai fornelli, il mestolo sospeso sopra la pentola. Una goccia di brodo ha sfrigolato sulla fiamma. Mi sono voltata di scatto. Giovanni, mio marito, era sulla soglia del vecchio magazzino, stringendo unaltrettanta vecchia sedia scrostata, di quelle con le gambe intagliate che facevano negli anni Sessanta qui vicino, a Bassano. Andrea, nostro figlio, gli sbarrava la strada con le gambe larghe e le braccia conserte.
Andreino, ho iniziato sottovoce, pulendomi le mani sul grembiule non è roba da buttare. Papà la sistema, guarda che intaglio… È bellissimo.
Mamma, non ricominciare. Andrea nemmeno ha degnato me di uno sguardo. Papà, te lo dico con calma: hai settantadue anni. Non puoi più portare pesi. Ti sei già scordato cosa ti ha detto il dottore per la pressione?
Giovanni taceva, i nodi delle sue dita impalliditi sulla spalliera della sedia. Lha appoggiata lentamente, irrigidendosi. Ho visto la vena sulle sue tempie fremere segno che stava cercando di trattenersi.
Non lho portata da solo, ha detto calmo. Mi ha aiutato Augusto, del fondo accanto. Siamo venuti insieme.
Che differenza fa? Andrea ha fatto un gesto seccato. Il punto è che avete ridotto la casa a un rigattiere. Lì in salotto avete tre comodini. Nel magazzino altri due. E quelle vostre lattine di vernice, i pennelli, gli stracci ovunque. Mamma, ti rendi conto che è pericoloso? Un incendio e fate saltare tutto!
Gli sono andata vicino, accanto a Giovanni. Da lui veniva quellodore di legno fresco e olio di lino che mi riporta allinfanzia: profumo di officina di nonno, destate. Quando abbiamo iniziato questo hobby, sei mesi fa, mi era parso che il tempo si fosse fermato e che potessimo ricominciare tutto daccapo.
Andrea, siamo attenti, gli ho spiegato lentamente. La vernice la teniamo fuori, in cassoni di ferro. Lavoriamo solo con la finestra aperta. E qui tira vento: tutto si arieggia.
Non sono argomentazioni, mamma, Andrea ha preso il telefono, digitato qualcosa. Guarda qua. Statistiche dei Vigili del Fuoco. Sai quanti incendi fra anziani a causa di liquidi infiammabili?
Basta Andrea, ha interrotto Giovanni, facendo un passo avanti. Ho lavorato in fabbrica una vita. So come si maneggia la sicurezza meglio di te.
Papà… era ventanni fa. Ora sei in pensione, e con il cuore malandato. Non mi serve una statistica: so che state giocando col fuoco.
Non giochiamo, sentivo il nodo salirmi in gola. Viviamo così. È quello che ci dà gioia, capisci?
Allora lui, finalmente, mi ha guardata: negli occhi, una pietà mescolata a fastidio. Mi sono sentita piccola, ingenua.
Mamma, so che vi annoiate. Ma non è questa la soluzione. Vi iscrivo in qualche associazione di quartiere piuttosto. O vi porto alle terme, se preferite.
Noi non ci annoiamo, ha detto Giovanni. E non ci muoviamo da qui. Questa è la nostra casa e il nostro mestiere.
Mestiere? ha riso Andrea amaramente. Davvero credi sia un mestiere trascinarsi cianfrusaglie puzzolenti e laccarle? È solo occupare spazio…
Andreino! Non ce lho fatta a trattenermi. Che modi sono questi con tuo padre?
Parlo chiaro, mamma. Qualcuno deve dirvi le cose come stanno. Se vivete nel vostro mondo, poi tocca a me sistemare i guai.
Quali guai? Giovanni era impallidito. Cosa stai dicendo?
Andrea ha sospirato, chiudendo gli occhi.
Papà, mamma… parliamo ragionevolmente. Non sono contrario a un hobby. Ma devessere sicuro, sensato. Questa vostra mania della restaurazione… A dire il vero ho anche pensato: forse dovremmo vendere la casa. Più avanti, intendo. Qui siete isolati. Se succede qualcosa aspettate il 118 per ore nelle code. Papà, hai la pressione, mamma anche pensateci.
Il silenzio si è fatto pesante. Ho sentito i cani latrare da lontano e le foglie del melo mosse dal vento come se lo ascoltassi per la prima volta.
Vendere la casa? ha ripetuto Giovanni. La nostra casa?
Non ora, ovvio, ha precisato Andrea. Ma avrebbe senso. Vi compro un bilocale a Padova, vicino a me. Vi serve poco spazio. E con la differenza aiuto Elisa con luniversità.
Mi sono chiesta dove fosse finito il mio figlio dolce che portavo a scuola e vegliavo la notte. Ora parlava del nostro nido, dove abbiamo trascorso quarantanni, come di una cifra.
Andrea… è casa nostra. Qui stiamo bene.
Vi sembra, ha insistito lui. Ma non vedete i rischi. Voglio solo la vostra sicurezza.
Vuoi che restiamo chiusi aspettando la morte. Giovanni non è riuscito a mordersi la lingua.
Non dire sciocchezze, papà. Voglio solo la vostra salute, la vostra felicità.
Siamo felici qui! ha gridato Giovanni e io ho sobbalzato Con le nostre sedie, i nostri comodini! Facciamo qualcosa con le nostre mani! Siamo vivi, non verdure!
Andrea era diventato pallido. Si è voltato, verso la porta.
Ho finito. Ci torneremo sopra. Pensateci bene.
Lho guardato uscire, poi mi sono voltata verso Giovanni. Lui stava chino, le spalle cadenti, fissando la sedia abbandonata. Lho abbracciato. Si è lasciato abbracciare, tremava tutto.
Non ti affliggere, gli ho sussurrato. Lui non fa per male. Non può capire.
Non capisce, ha ripetuto, spento. Quarantacinque anni, e non capisce.
Rimanemmo così un momento. Poi Giovanni si è scostato, si è chinato sulla sedia.
La porto in magazzino, ha detto. La restaurerò lo stesso.
Ho annuito e sono tornata in casa. Il brodo era ormai freddo, ho spento la fiamma e mi sono appoggiata al frigorifero. Oltre il muro si sentiva Andrea parlare al telefono voce affaccendata, commerciale metri quadri, mutui, affari.
A cena eravamo silenziosi. Andrea mangiava in fretta, senza guardare. Giovanni a malapena toccava il piatto, muoveva la forchetta distratto. Io provavo a parlare di Elisa, di Anna, del lavoro. Andrea rispondeva ai minimi termini.
Elisa sta bene, ha detto. Studia per gli esami. Anche Anna tutto ok. Al lavoro solite cose.
E la scuola, Anna? Avevi detto che la nominavano vicepreside…
Sì, è andata. Più lavoro, poco più di stipendio.
Salutamela, ho chiesto. Anche Elisa, un bacio dalla nonna.
Va bene.
Ancora silenzio. Giovanni si è alzato.
Vado in magazzino.
Non oggi, riposati, gli ho detto, posando la mano sulla sua spalla.
Mi serve, Anna, mi ha sfiorato la tempia con un bacio e se nè andato.
Andrea lo ha seguito con lo sguardo, scuotendo la testa.
Cocciuto, come un mulo. Siete uguali voi due. Non ascoltate nessuno.
Andreino, mi sono seduta davanti, guardandolo negli occhi, non è testardaggine questa. È la nostra vita. Abbiamo sempre lavorato, tuo padre in fabbrica, io in biblioteca. Tutto per te. Poi tu sei cresciuto, sei partito, famiglia tua, e noi siamo rimasti qui, soli, in questa casa grande e vuota. Molto vuota.
Mi ascoltava, ma la sua espressione era impenetrabile.
Poi papà ha visto quel comodino buttato via così bello, antico, solo rovinato. Lha riportato qui, grattato, verniciato e… come se avesse preso nuova vita. E anche noi. È importante capire di poter ancora fare qualcosa, essere utili quando hai più di settantanni, lo è tantissimo.
Andrea taceva. Alla fine ha sospirato.
Mamma, capisco. Ma vedo rischi che non vedete. Lontani dalla città, soli. E io non voglio arrivare qui un giorno e Trovi solo…
Non succederà niente, lho interrotto. Non siamo malati. Siamo solo anziani, non invalidi.
Non vi voglio invalidi, rispose lui, passandosi una mano sul viso. Ma vorrei condizioni più sicure. Ambulatorio vicino, negozi, farmacia. Che non dobbiate tagliare legna e accendere la stufa.
Abbiamo il gas, la stufa serve solo per la sauna.
Non importa, tagliò corto. Vi rendete la vita difficile. E io mi preoccupo sempre. Anche Elisa, anche Anna.
Ho capito che non ascoltava davvero. Aveva già deciso: i genitori rinchiusi in un piccolo appartamento, sotto controllo, senza passioni.
Va bene, ho detto. Vedremo domani. Ora vai a riposarti, sei stanco dal viaggio.
Andrea annuì e andò nella sua vecchia cameretta. Ho sparecchiato, lavato i piatti. Poi, infreddolita, me ne sono andata in magazzino.
Giovanni sedeva sullo sgabello a carteggiare la sedia. Sotto la lampadina a stento si vedeva il suo capo grigio, la schiena curva. Le mani, lente, pazienti. Sono andata dietro di lui e gli ho appoggiato le mani sulle spalle.
Verrà una meraviglia, gli ho detto.
Già, non alzava gli occhi. Lintaglio si è conservato, basta incollare una gamba.
Sono rimasta in silenzio. Poi ho chiesto:
Giovanni, magari ha ragione? Forse, dovremmo smettere di accumulare mobili? Almeno tenerne pochi…
Ha appoggiato la carta vetrata sulle ginocchia, mi ha guardata, stanco e triste.
Anna, se molliamo ora diventa peggio. Lui sentirà che può comandarci. Prima niente mobili, poi non coltivare lorto, poi: vendete casa. Dopo cosa faremo in città? A sedere sulla panchina aspettando che venga una volta al mese?
Sapevo che aveva ragione. Ma non sopportavo di pensare Andrea che ripartiva così, arrabbiato, con quella barriera fra noi. Un conflitto di generazioni, come dicono nei libri. Ho sempre creduto che la nostra fosse diversa. E invece, era la solita storia.
Allora che si fa?
Niente. rispose Giovanni. Si vive. Si fa il proprio dovere. Lui penserà quel che vuole.
Sono rimasta accanto ancora un poco, osservando le sue mani che accarezzavano il legno, poi sono tornata in casa.
La mattina Andrea si è alzato presto. Avevo già fatto crespelle, marmellata sul tavolo e panna fresca. Giovanni beveva il tè leggendo il giornale. Andrea si è seduto, ha spalmato la marmellata.
Buone, ha detto.
Mangia, ieri hai mangiato poco.
Lo osservavo masticare, accigliato, così adulto, così estraneo ormai. Quando era successo?
Andreino, gli ho chiesto cauta, perché sei così arrabbiato con noi?
Mi ha guardata.
Non sono arrabbiato, mamma. Sono preoccupato. Non è lo stesso.
Ma capisci che per noi è importante? Questo bricolage, i mobili?
Mamma, ha appoggiato la forchetta, capisco serva qualcosa da fare. Ma che sia sicuro. Perché non vi dedicate a uncinetto, o alle piante sul balcone?
Coltivo già i pomodori e i fiori. E tra poco arrivano i cetrioli.
E allora basta così. Perché immobili vecchi e polverosi?
Non riuscivo a spiegargli quel senso di rinascita che provo sistemando qualcosa di antico. Non è solo mobilia: è memoria, è sentirsi ancora capaci.
Non si può spiegare, gli ho detto. Devi capirlo col cuore.
Quello che capisco è che non volete ascoltare il buon senso, si è alzato. Parto dopo pranzo. Pensateci. Non vi chiedo di smettere subito. Ma almeno pensateci. Ho già visto un monolocale nuovo, luminoso.
Ci penseremo. Ma sapevo che Giovanni mai avrebbe ceduto.
Andrea è andato in camera. Giovanni è uscito senza una parola. Ho iniziato a rassettare. Mi tremavano le mani. Una tazza mi è scivolata, rotta in due. Ho cercato di raccoglierla, inginocchiata, e lì, allimprovviso, mi sono scese le lacrime. Ho pianto stringendo i cocci.
Anna, che succede? Giovanni è rientrato, accorso. Ti sei ferita?
Ho scosso la testa. Lui mi ha abbracciato, mi ha stretta a sé.
Non piangere, mi ha detto. Lascia stare. Se ne va e basta. Non abbiamo bisogno di lui.
Non è vero, ho singhiozzato. È nostro figlio. Come posso stare bene senza di lui?
È grande ormai. Giovanni era fermo. Ha la sua vita. Non dobbiamo sottometterci.
E lui deve adattarsi a noi?
Un attimo di silenzio.
No, ha risposto infine. Ma almeno potrebbe rispettarci. Almeno non comandarci.
Ho annuito, asciugando le lacrime. Ho buttato i cocci. Giovanni mi ha versato dellacqua. Ho bevuto.
Grazie, ho sussurrato.
Lui mi ha dato una carezza, un bacio sulla testa. Poi è tornato fuori. Io sono andata nellorto: annaffiare le piantine, sarchiare le aiuole. Le mani sanno sempre cosa fare, mi calmo nella fatica. Solo il silenzio, il sole sulla schiena, e il canto degli uccelli.
Ho lavorato fino a mezzogiorno. Poi ho chiamato i miei uomini a tavola. Mangiavano tutti e due in silenzio, Andrea, con risposte lapidarie, Giovanni, chiuso in sé. Dopo pranzo Andrea ha raccolto la valigia, è sceso verso la macchina.
Adesso parto, ha detto. Mi raccomando, chiamatemi se serve. O scrivete.
Va bene, lho abbracciato, baciato sulla guancia. Saluta Anna e especially Elisa.
Saluterò.
Giovanni gli ha stretto la mano, stringendo appena. Andrea è salito in auto, ci ha accennato un saluto dal finestrino ed è sparito dietro la curva.
Sono rimasta un po’ sulla soglia a guardare la strada vuota. Giovanni mi ha messo la mano sulla spalla.
Dai, entriamo. Non serve restare qui.
Tornati dentro, la casa è diventata di colpo gelida, soffocante. Mi sono seduta in poltrona, fissando fuori dal vetro. Gli alberi ondeggiavano, nel cielo si rincorrevano le nuvole. Tutto come sempre. Ma qualcosa si era rotto per sempre.
Una settimana così. Poi unaltra. Andrea non chiamava. Lo cercavo io, rispondeva distratto, breve. Sempre impegnato. Ho capito che aspettava che cedessimo. Ma Giovanni non mollava: continuava a portare mobili, a restaurare, dipingere. Lho seguito. Si era ormai parte della nostra vita e non volevo rinunciarvi per un capriccio di Andrea.
Una sera, tardi, il telefono squillò. Ho risposto.
Pronto?
Mamma, ciao, voce tesa di Andrea. Come va?
Bene, caro. E tu?
Bene. Senti, arrivo tra qualche giorno. Dobbiamo parlare.
Parlare di cosa?
Dopo. Sabato, arrivo.
Ha chiuso. Sono rimasta a fissare la cornetta stretta tra le dita. Un presentimento freddo, qualcosa di brutto in arrivo.
Sabato pioveva. Mentre cuocevo la torta di scarola guardavo la strada. Giovanni era sulla poltrona a leggere, anche lui in silenzio. Nessuno diceva nulla, ma pensavamo entrambi allarrivo di Andrea.
Eccolo verso le due. Sotto la pioggia, ombrello in mano, è salito le scale. Gli ho aperto.
Vieni, sbrigati, sei zuppo. Vuoi il tè? Ho fatto la focaccia.
Grazie mamma, si è tolto la giacca, è entrato. Papà, ciao.
Ciao, ha detto Giovanni, posando il libro. Cosè tutta questa urgenza?
Andrea si è seduto, scompigliandosi i capelli bagnati.
Ho pensato, ha iniziato che bisogna agire, prima che succeda qualcosa.
Cosa vuoi fare? mi sono seduta vicino a Giovanni.
Ho trovato un acquirente per la casa, ha detto Andrea. Offrono bene. Vendiamo e vi compro un bilocale in centro a Padova, vicino a me. Avrete soldi da parte e io posso aiutare Elisa con luniversità.
Silenzio. Sentivo il ticchettio della pioggia sul tetto, il ticchettio dell’orologio, il respiro faticoso di Giovanni vicino a me.
Ma cosa stai dicendo? ha chiesto Giovanni, con un tono che mi ha spaventata.
Ho fatto tutti i conti, Andrea di getto, qui fuori è pericoloso, la casa è vecchia, ne dovete approfittare ora. In città vi curo io, vi aiuta anche Elisa, Annadai, è meglio per tutti.
Meglio per chi? ha chiesto Giovanni.
Per tutti! La famiglia conta più delle mura.
La famiglia… Giovanni ha sorriso amaro. Te ne ricordi solo quando vuoi sbatterci fuori.
Non vi sbatto! Andrea ha urlato. Vi offro una soluzione ragionevole. Non siete eterni! E io non voglio un giorno trovarmi qui a dover… salvare chi non vuole essere aiutato.
Non chiediamo di essere salvati, ho detto piano. Andrea, è casa nostra. È la nostra vita. Qui tu sei cresciuto. Come puoi pretendere che la vendiamo?
Si firma il rogito e fine. È semplice. Si inizia una vita decente, basta queste storie di restauri.
Giovanni si alzò, si mise alla finestra. Si voltò verso Andrea.
Pensi di poter decidere per noi? chiese dolcemente.
Ho il diritto di preoccuparmi! E se voi non siete più in grado di valutarlo, tocca a me!
Ho costruito mezza Vicenza con i miei progetti, ribatté Giovanni. E ora mi dici che non ragiono più?
Non siamo negli anni Ottanta, rispose Andrea, alzandosi anche lui. Ora non sei più quello di una volta.
No, infatti, non sono più quello che tollera chi comanda in casa mia.
Li guardavo uno di fronte allaltro. Due testardi, la stessa radice. Uno specchio che li rimandava uguali e opposti.
Basta, sono scattata in piedi. Basta litigare. Andrea, siediti. Giovanni, per favore.
Alla fine si sono seduti. Ho preparato il tè con le mani tremanti. Ho servito la torta.
Andrea, ho iniziato dolcemente, so che temi per noi. Ma ce la caviamo. Ci aiutano i vicini, Augusto e la signora Teresa sono sempre pronti. Non siamo soli.
I vicini qui sono tutti anziani anche loro, ha replicato Andrea. Se papà ha un infarto che fanno, chiamano il 118 e sperano?
Come ovunque, Andrea, ha risposto Giovanni. Se il tempo è quello, è quello. Non si può vivere terrorizzati dalla morte, altrimenti non vivi nemmeno.
Andrea era esasperato. Lo vedevo farsi livido in volto.
Non capite, diceva. Vivete nelle vostre illusioni, vi credete forti e giovani. Io invece vedo la realtà. Vedo che invecchiate. E non voglio un giorno trovarvi…
Non finì. Girò la testa. Lho capito: era la paura di perderci, non il controllo, a muoverlo.
Andreino, ho detto piano. Non preoccuparti troppo. Abbiamo ancora tanti progetti. Papà restaura la credenza, io voglio fare unaiuola di rose. Vivremo, non temere.
Tutti hanno progetti, ha sussurrato amaro. Poi basta poco e non ci sei più.
Beh, anche in città può succedere, ha detto Giovanni. Quando è ora è ora, ovunque.
Andrea scattò, camminava vorticoso per la stanza.
Possibile che non capite? urlava. Io vi voglio bene, lo faccio per voi, e voi mi chiudete la porta!
Nessuno la chiude, mi sono alzata e lho preso per mano. Andrea, noi ti amiamo tanto, ma dobbiamo vivere come desideriamo. Capisci?
Si liberò.
Non capisco, disse gelido. Siete egoisti. Pensate solo ai vostri mobili, ai vostri hobby. E a me, alla mia famiglia?
Stai chiedendo di rinunciare a noi stessi per la tua tranquillità? la voce di Giovanni era di ghiaccio. Lo chiami amore?
Andrea era pallido come il latte. Poi prese la giacca e se ne andò.
Fate come vi pare. Sono stanco. Stanco di convincervi. Se succede qualcosa, non chiamatemi.
Andrea! ho gridato, invano.
Sono uscita sotto la pioggia. Stava già salendo in macchina.
Aspetta, Andrea!
Non si è girato, largo, lontano. Lauto è partita. Mi sono ritrovata sotto lacqua battente. Giovanni mi ha buttato sulle spalle la giacca, mi ha portato dentro.
Non prender freddo. Vai a cambiarti.
Mi sono messa la vestaglia e sono tornata in soggiorno. Giovanni mi ha abbracciata.
Non piangere, Anna. Tornerà.
Non tornerà, gli ho sussurrato. Lhai sentito. Non chiamate più. È la fine.
Lui taceva, mi accarezzava la schiena. Io piangevo tra le sue braccia. Fuori, la pioggia, il vento, un brontolio lontano.
Rimanemmo così a lungo. Poi mi sono calmata.
Forse ha ragione, ho chiesto con la voce strascicata. Forse siamo noi egoisti.
No, Giovanni ha scosso la testa. Vogliamo solo vivere a modo nostro. Anche dopo i sessanta la vita ha valore. Non dobbiamo diventare solo ombre.
Ma è nostro figlio. Come fare senza di lui?
Non lo so. Ma se cediamo ora, è finita per davvero. Per noi.
Ero daccordo, ma mi sentivo svuotata.
Passò un mese. Andrea non chiamava più. Gli scrissi: Andrea, ci manchi. Vieni anche solo un giorno. Nessuna risposta. Saluta Elisa, veda di venire pure lei. Silenzio.
Era come tagliati fuori dalla sua vita. E faceva male, un dolore che ti spacca il petto la notte.
Giovanni si chiuse ancora di più nel silenzio, restaurava, lucidava. E ogni tanto, di sera, si sedeva sulla panchina davanti al cancello, fissando la strada. Tanto fiero, ma lo vedevo aspettare.
Una mattina Giovanni scese in magazzino e gridò il mio nome. Corsi subito.
Che succede?
Guardava il posto dove avevamo lasciato la sedia restaurata. Sparita.
Dove lhai messa? mi chiese.
Non lho mai toccata. Davvero!
Cercò ovunque. Nulla. Solo i comodini erano rimasti.
Hanno rubato? tentai, confusa.
Qui nessuno ruba.
Ci guardammo. E allora fu chiaro. Sentii il gelo salir su per la schiena.
Andrea, sussurrai.
Giovanni si voltò e salì in casa deciso. Chiamò Andrea dal telefono con il vivavoce. I toni squillavano, poi rispose:
Sì? freddissimo.
Dovè la sedia? la voce di Giovanni tremava.
Che sedia?
Lo sai. Quella della nonna.
Pausa. Poi Andrea ammise:
Lho portata in discarica. Lultima volta che sono venuto. Eravate fuori nellorto.
Silenzio. Sentivo le gambe cedere.
Che cosa hai fatto? Giovanni ha sussurrato.
Quello che dovevate fare voi. Eliminare la spazzatura.
Era la sedia di mia madre, la voce si spezzò. Era lunico ricordo. Lunico.
Altra pausa. Poi per la prima volta Andrea esitò.
Papà, non lo sapevo
Non ti sei informato. Hai deciso in casa mia per me. Sai cosa hai fatto?
Pensavo fosse solo un altro mobile vecchio…
Vattene, disse Giovanni. Vattene dalla mia vita. Per me non esisti più.
Papà, dai
Giovanni lasciò il telefono. Io rimasi impietrita. Andrea urlava:
Mamma? Mamma, per favore, digli che non volevo…
Ho preso la cornetta.
Andrea, la mia voce era di ghiaccio non dovevi farlo. Non avevi diritto. Hai oltrepassato un confine.
Mamma, scusami, non sapevo fosse importante…
Non era tua, né questa casa, né questa scelta. Hai passato il limite. Non puoi più comandarci. Hai voluto mostrare che tu decidi? Ma noi non siamo spazzatura, Andrea.
Ho riattaccato. Mi sono lasciata cadere sul divano. Il telefono ancora squillava. Ho spento la suoneria.
Giovanni per tutto il giorno non è uscito dalla nostra stanza. Sono andata da lui solo a sera.
Giovanni, per favore, apri.
Alla fine ha aperto. Aveva gli occhi rossi.
Anna, sono andato alla discarica. Ho cercato. Tutto rovinato, bruciato. Niente da fare.
Abbracciandolo sapevo: abbiamo perso la sedia e anche il figlio.
Giovanni, non pensare alla sedia. Non importa ormai.
Non è la sedia, Anna. Non esiste più per me. Non esiste lui.
Non dire così. È lunico.
Lo era.
Sapevo che parlare era inutile. Conoscevo il suo carattere. Deciso, irriducibile.
Passarono altri mesi. Andrea provava a chiamare, poi meno, poi ancora meno, poi basta. Ho tentato io: una volta, presa dalla nostalgia.
Andrea, ciao, la voce stanca.
Come stai?
Lavoro.
Elisa? Anna?
Tutto ok.
Vieni a trovarci?
Pausa.
No, mamma. Finché papà non mi perdona, no.
Chiedi scusa, Andrea.
Lho fatto cento volte. Ma per lui non basta. È come se non sentisse proprio.
Forse non abbastanza dal cuore.
Lui sospirò.
Capisco di aver sbagliato, ma anche lui Non può tagliarmi fuori così, come se fossi un estraneo, solo perché non ha capito che non volevo male. La nostra famiglia è strana. Non so chi debba perdonare chi.
Hai buttato la memoria di sua madre. È una ferita profonda.
Non lo sapevo! quasi gridò.
Per te tutto è spazzatura. La nostra vita dopo i cinquantanni è roba vecchia. Vero?
Silenzio, poi:
Mamma, non è così…
Sì, invece. Non rispetti la nostra scelta, la nostra esistenza. Ci vedi come vecchi rimbambiti. Ma sappiamo cosa vogliamo.
Non volevo farvi soffrire…
E invece ci hai feriti molto. Ora non sappiamo come riavvicinarci.
Io ascolto… ma anche voi non ascoltate me. Temo solo per voi. Non voglio trovarvi… senza di me.
Non succederà. E se succede, fa parte della vita, Andrea. Non si può proteggere tutto. Siamo adulti, ci pensiamo da noi.
Lui tacque ancora.
Va bene, mamma. Dai un saluto, se vuole.
Fine della conversazione. Silenzio dentro.
Giovanni restaurava un nuovo comodino. Sono andata accanto a lui.
Giovanni, ho chiamato Andrea.
E allora?
Manda i saluti.
Ricambia pure, secco.
Ma smettila, perdonalo. Non era in mala fede.
Anna, non ricominciare. Non posso perdonarlo. È troppo. Ha attaccato il rispetto.
Si perdona tutto, se si ama.
Lamore non sostituisce il rispetto. Lui mi vuole bene a modo suo. Ma io non cambio più, Anna.
Non potevo convincerlo. Ho preso il panno, ho iniziato a pulire a fianco a lui. Un febbraio troppo freddo, ma sole e canti duccelli fuori. Si va avanti, la vita passa.
Arrivò lestate. Un giorno venne la vicina, Teresa, con i lamponi.
Come state? la cordialità di sempre. Il figlio non viene?
No, breve. Siamo in lite.
Sempre per sti mobili? Mah… sta gioventù. Pensano che vecchiaia sia morire in poltrona. Invece siamo ancora forti. Avete ragione voi.
Giusto, quasi mi sono sentita sollevata. Proprio giusto così.
Teresa se ne andò. Mi fermai sulla soglia. Uscì Giovanni.
A cosa pensi?
Al fatto che abbiamo ragione. Viviamo come vogliamo. Ed è così che devessere.
Mi strinse la mano.
Così è giusto, Anna.
Restammo a guardarci negli occhi. Chissà dove era Andrea, ormai così lontano. Il conflitto passa da tutte le famiglie, ci dicevo. Anche noi, alla fine, siamo come tutti.
A ottobre restaurai un vecchio specchio trovato da Augusto. Giovanni brontolava, ma dopo si mise a lavorare con me. Lui scartavetrava, io lucidavo, lui passava la vernice, io pulivo il vetro. Venuto bene davvero. La stanza sembrava più calda.
Anna, sei brava tu.
Anche tu, Giovanni. Siamo una squadra.
Lui mi baciò la fronte.
Una bella squadra.
Poi, una sera, il telefono suonò. Non guardai nemmeno il display.
Pronto?
Mamma, sono Anna. Andrea è in ospedale.
Il cuore mi si è fermato. Mi sono seduta di colpo.
Cosa è successo?
Incidente sulla tangenziale. Un camion lo ha centrato. È vivo, stabile, ma… Mamma, potreste venire?
Guardai Giovanni. Stava impietrito.
È grave?
Non so. Dicono di venire.
Mi preparai subito. Giovanni mi accompagnò fuori, mi abbracciò.
Chiamami appena sai qualcosa.
Te lo prometto.
Sono partita nella notte. Giovanni rimase sulla porta, fermo come uno scoglio.
Arrivai in ospedale allalba. Anna mi abbracciò in lacrime.
Andrea chiedeva di voi. Del papà.
Comè?
I dottori dicono che ce la fa. Commozione cerebrale, fratture. Ma vivrà. Piangeva, diceva di non meritarsi nessuno.
Scoppiai in lacrime anche io. Restammo abbracciate, due donne unite attraverso quelluomo, mio figlio e suo marito.
Posso vederlo?
Solo domani mattina.
Mi accampai su una poltrona. Passai la notte tesa nel cuore.
Al mattino lo vidi. Pallido, la testa fasciata, un braccio in gesso. Mi vide, si mise a piangere.
Mamma, perdonami…
Gli presi la mano.
Zitto, adesso riposa.
Ho sbagliato tutto. Chiedi scusa al papà per me.
Glielo dirò, ma tu pensavi a ristabilirti.
Gli strinsi la mano. La vita è beffarda devi quasi morire per vedere le cose più semplici.
La sera chiamai Giovanni.
Giovanni, Andrea vive. Starà bene.
Bene così.
Ha chiesto scusa. Lo perdoni?
Lui esitò.
Anna, sono contento che sia salvo. Ma perdonare… non ce la faccio. Ora no.
Giovanni…
Lasciami tempo. Adesso pensi a guarire.
Mise giù. Restai a fissare la pioggia dalla finestra del reparto. Capivo che certe ferite restano per sempre, schiudendo solo una cicatrice.
Rimasi una settimana. Anna e Elisa venivano ogni giorno. Andrea chiedeva perdono ogni volta.
Mamma, comprerò una sedia nuova a papà. La troverò uguale, la restaurerò io, giuro.
Non è la sedia, Andrea. È il rispetto.
Adesso ho capito. Dopo i cinquanta è vita anche questa. Non vi disturberò mai più.
Gli credevo. Ma sapevo che Giovanni era troppo ferito da aprirsi ancora.
Rientrai a casa. Giovanni mi venne incontro, mi abbracciò.
Senza di te qui è tutto vuoto.
Sono tornata. Ma dobbiamo parlare.
Gli raccontai tutto. Giovanni ascoltò senza battere ciglio.
Cosa vuoi da me?
Che tu lo perdoni. È nostro figlio. Lunico.
Non è guerra, Anna. Semplicemente viviamo separati.
E questa sarebbe famiglia?
Lui ha capito, ma se vorrà tornare, che lo dimostri coi fatti. Non con parole.
Quali fatti?
Che ci pensi lui.
Andò in magazzino. Io rimasi lì sconfitta. Li capivo entrambi e non sapevo più come ricucire la spaccatura.
Passò linverno. Andrea guarì, tornò al lavoro. Mi chiamava da lontano, una volta la settimana.
In primavera, una mattina vidi una macchina fuori dalla recinzione. Davanti al cancello, Andrea dirigeva un trasporto. Qualcosa di grande, coperto.
Andrea, che fai?
Si voltò, con un mezzo sorriso.
Ciao mamma. Ho un regalo, per papà.
Nel cortile scartò le coperte. Era una sedia antica, simile a quella andata persa. Restauro perfetto.
Lho fatta io, spiegò Andrea. Ho imparato da un maestro. Ho cercato quella più simile. Volevo mostrare a papà che rispetto quello che fa. E non butterò mai più nulla di suo. Mai più.
Mi si sono riempiti gli occhi. Lho abbracciato forte.
Grazie, Andrea.
Papà è in magazzino? Vorrei dargliela.
Vai pure.
Lo guardai entrare, restando fuori a distanza. Giovanni stava al banco, sistemando un cassetto. Lo vide, vide la sedia. Il volto impassibile.
Papà… ho portato questa. Lho restaurata io. Non sostituisce quella della nonna, ma… vorrei tanto che tu mi perdonassi.
Giovanni osservò la sedia a lungo, accarezzò lintarsio.
Bel lavoro. Vernice uniforme, buona mano.
Grazie papà. Mi perdoni?
Gli occhi di Giovanni fissavano Andrea.
Vedremo, disse. Vedremo, Andrea.
Non era un sì. Non era neanche no. Era qualcosa: un punto di ripartenza.
Andrea partì in giornata. Ma la sedia è rimasta. Giovanni la guardava spesso. Poi mi ha detto:
Si è impegnato davvero, questa volta.
Sì.
Allora, forse, qualcosa ha capito.
Credo di sì.
Mi abbracciò. E finalmente capii che la ferita guariva piano. Lo spazio per il perdono si stava aprendo.
Va bene, disse Giovanni. Che venga ogni tanto. Ma niente lezioni. Solo per bere un caffè e stare insieme.
Va bene. Promesso.
Stavamo stretti, e fuori gli uccelli cantavano, spuntavano le gemme, la primavera riprendeva. La vita andava avanti, con le sue ferite e i suoi doni. Ora so che le relazioni familiari sono fatica quotidiana, sono ascolto, rispetto, perdono e, qualche volta, il lasciar andare.
Quella sera, seduti fuori, a guardare il tramonto, lui mi strinse la mano.
Sai cosa farò domani?
Cosa?
Inizio a restaurare quella cassapanca che abbiamo trovato il mese scorso. È di pregio, quella.
Iniziala, gli sorrisi. Ti aiuto.
Lui annuì, mi strinse la mano più forte. Restammo nel buio di primavera, la casa attorno, le mani ancora forti, i cuori vivi. E davanti a noi, dopodomani, una nuova giornata da vivere davvero.






