Mamma cara

Mamma

Ehi, baffone! Di chi sei tu? domandò Luciana, fermandosi sbalordita davanti al grosso gatto rosso seduto davanti alla sua porta.

Il gatto, come se sapesse di essere nel pieno di un sogno bizzarro, non disse nulla, non mosse un baffo. Solo un orecchio strappato fece un piccolo cenno, come per dire: Ti sento, sì! Ma non voglio rispondere, scusami.

Va bene, non importa! fece Luciana, offesa, mentre cercava le chiavi nel fondo della borsa, che sembrava non avere fondo come quelle delle vecchie zie al mercato di Ballarò.

Il gatto, con la serietà di un vecchio napoletano, si spostò un poco sullo zerbino, ma non si allontanò, fissando Luciana con occhi gialli come monete doro.

Le chiavi finalmente saltarono fuori con un suono di tintinnio, e Luciana iniziò a lottare col vecchio portone di legno del condominio, lanciando ogni tanto unocchiata al misterioso ospite, come in attesa che allimprovviso si mettesse a parlare in dialetto.

Quellappartamentino a due stanze sui tetti di Trastevere era stato un miraggio realizzato solo da due mesi. Stretti come sardine con suo marito Michele nella stanza dal nonno, in una casa condivisa, non avevano mai immaginato di mettere piede nella propria dimora. Alcuni dicevano che vivere in un vecchio palazzo era poco da sognatori, che si dovesse puntare a un attico ai Parioli. Loro, sentendo quei discorsi, ridevano; bastava ricordare i mesi di speranza in lista per uno spazio, la felicità era tutta lì.

Luciana, limportante è non litigare coi vicini! le raccomandava Teresa, la suocera, mentre strofinava con energia il pavimento macchiato dai secoli.

E che hanno di tanto buono, se sono sempre coi bicchieri in mano? mormorava Luciana, torcendo lo straccio e tirandosi indietro i capelli ribelli.

Quella chioma li faceva impazzire tutti, Michele in testa. Ma per lei era come avere una vigna che non voleva essere potata. I riccioli sfuggivano a ogni tentativo di fermarli con una molletta, danzando davanti al viso come ventagli indomabili.

Non lo saprei spiegare, Teresa scuoteva la testa. Hanno subito tanto, ragazza mia. E non sempre si impara a vivere bene con sé stessi.

Questo Luciana lo capiva. Lei, orfana, cresciuta in una famiglia affidataria che laveva lasciata andare appena compiuti i diciotto, sapeva tutto della pietà che la gente riserva solo a se stessa.

La madre di Luciana laveva abbandonata alla stazione Termini di Roma a soli tre anni, lasciandole in tasca una lettera e un coniglio di peluche col solo un orecchio. Luciana rimase ore sulla panca, stringendo il suo Stefanino, in attesa che la mamma tornasse come le aveva detto. Il bisogno di andare in bagno diventava sempre più urgente, ma era convinta che se si fosse alzata, sarebbe stata sgridata o forse peggio.

Ma la madre non tornò mai. Arrivò, invece, un uomo in divisa blu, dallaria quasi caricaturale, come i personaggi dei racconti della nonna. Chiese qualcosa, e Luciana scosse la testa, gli occhi un pozzo di tristezza. Era ormai stanca di piangere. Aveva freddo, fame, e non capiva le parole delluomo. Solo quando questi sfiorò lorecchio del coniglio e domandò:

Come si chiama questo bel coniglietto orecchiuto?

Luciana sussurrò: Stefanino

Luomo sorrise, accarezzò con delicatezza la testa di Stefanino prima, poi quella di Luciana e le domandò: È molto che la mamma se nè andata?

Allora la bambina scoppiò a piangere forte, spaventando sia luomo che si mise a chiamare rinforzi, sia i viaggiatori che non avevano fatto caso a quella piccola seduta ore da sola, nel mezzo del caos romano.

Solo anni dopo capì il perché di quellabbandono. Un giorno, davanti al liceo, una donna strana la fermò: Figlia mia, ti ho ritrovata! Vieni, abbraccia la tua mamma, che tanto ha sofferto senza di te!

Luciana allora viveva con una famiglia affidataria, sette figli adottivi in tutto, dove cera spazio solo per la disciplina. Niente carezze, nessuna complicità. Tutti sapevano che a diciotto anni si doveva fare la valigia: cerano altri bambini in attesa di un letto.

Anche se la desiderava con tutta se stessa, Luciana non si gettò fra le braccia di quella madre. Era una voglia notturna, come quelle che prendono nei sogni, lì dove solo un coniglio di pezza può essere famiglia. Ma non è giusto, pensava, che il solo compagno vero di uninfanzia sia Stefanino

Ed è per questo che Luciana, anche senza sapere cosa fosse, sognava una madre. Una che la trovasse, che la portasse via, una che la amasse quella strana cosa che altri avevano.

Eppure davanti alla donna in lacrime, Luciana non credette nemmeno per un attimo, né alle lacrime né alle parole.

La sua sorella affidataria, Natalia, si intromise quando vide Luciana respingere labbraccio della donna.

E questa chi è? domandò Natalia, schermandola.

Boh il mondo girava attorno a Luciana in quella piazza afosa, la testa leggera, le gambe di zucchero filato.

Signora, si sbaglia! Questa è mia sorella, la lasci stare! Natalia la trascinò via dal cortile. Guai se la rivedo!

Quel giorno, rientrarono a casa mano nella mano, rispondendo con unalzata di spalle alla domanda della madre affidataria:

E allora?

Così Luciana guadagnò una sorella.

Natalia, che era stata lasciata da un padre alcolista, confessò poi che tutto quello che aveva sempre voluto era qualcuno, chiunque, da chiamare proprio.

La madre vera tornò alla carica nei giorni seguenti, andava ogni giorno sotto la scuola gridando: Parla con me, figlia!

Tua figlia, pensava Luciana, come facevano i vecchi nei romanzi napoletani, le dava sui nervi. Ma Natalia fece spallucce:

Ma sì, lasciala parlare. Sono solo parole.

Fu proprio Natalia a convincerla a incontrare la madre:

Almeno saprai perché ti ha abbandonata. Pretendi una risposta, Luciana. Solo così smetterai di sentirti in colpa.

Come fai a sapere che mi sento così? Luciana rimase sbalordita.

Lo sappiamo tutti, tesoro. Una domanda che brucia, che cosa ci mancava per essere amati?

Alla fine, incontrò sua madre. Non ne ricavò nulla, a parte la conferma che certi buchi nel cuore non si rimarginano.

Mi hai lasciata lì, da sola.

Perdonami, figlia mia!

Non chiamarmi così, mi manda fuori!

Va bene, va bene…

Perché lhai fatto?

Era difficile, Luciana. Senza aiuto, senza sostegno. Tuo padre mi ha cacciata di casa.

Perché?

Gli ho detto che non eri figlia sua.

Lo era davvero?

No.

E allora perché?

Ero arrabbiata. Litigavamo. Giovani, sciocchi.

E dopo?

Ho litigato con mia madre. Ho deciso di andarmene. Ma dove andare con una bambina? Lì ti ho lasciata. Sapevo che qualcuno ti avrebbe aiutata. Ho lasciato anche un biglietto.

E hai pensato che bastasse? Sei strana, mamma. Non voglio vederti più.

Non mi perdonerai?

Non lo so. Ma se anche dovessi perdonarti, dimenticare non potrò mai.

Quando la madre le disse: “Tanto tu non ricordi niente, eri troppo piccola!”, Luciana si alzò e se ne andò decisa. E decise anche che da allora nessuno le avrebbe più detto cosa doveva sentire.

Natalia la comprese subito:

Va bene così, se ti sembra giusto. Non voltarti indietro!

Anni dopo, Natalia, ormai sposata e mamma di una bimba, scherzava su quellepifania adolescenziale:

È tutta una follia. Nessuno lo sa, come si vive. Né io, né tu.

E quindi come si fa?

Si fa festa, sorellina! Bisogna vivere così che nessuno voglia guardare la tua vita come una telenovela.

Tu ci riesci.

Faccio del mio meglio! rispondeva Natalia, fasciando la sua neonata con movimenti decisi.

Guardando Natalia, Luciana imparava un po a prendere le sue tragedie con un sorriso meno amari, più dolci.

Il pensiero della stanza in affitto che era la loro culla fra mille fatiche non la buttava più giù: In fondo siamo in centro e vicino al lavoro. Un ritocchino ed è quasi bella!

Avevano anche messo via qualche euro sì, proprio euro, suoni di monete nei vasi di marmellata in fondo agli armadi. Basta poco per sentirsi ricchi, scherzava Natalia.

Col tempo, Luciana imparò cosera la tenerezza grazie alla suocera Teresa e al nonno Giovanni.

Teresa era energica, determinata, faceva sentire a tutti che migliorare la vita propria e degli altri era un dovere. Ad accettarla del tutto non fu facile per Luciana, che diffidava di chi la curava troppo.

Luciana, aiutami a comprare un cappotto? Non riesco a fare shopping con Michele, e tu sei molto più adatta!

Così tornavano cariche di sacchetti. Ma, strani i giri del destino, la maggior parte degli acquisti erano per Luciana. Teresa vedeva i suoi occhi fermarsi su una vetrina e la trascinava dentro:

Che dici di questa borsetta? È perfetta per te. Io ormai sono vecchietta, ma a te sta dincanto!

Contestare era inutile, e Luciana finiva a ringraziarla in silenzio.

Certo, Teresa era davvero una donna strana. Chi si sarebbe preso così cura della ragazza nuova che il figlio aveva portato a casa come se fosse una novella Pulcinella?

Per i regali, Luciana rimaneva prudente, ricordando i consigli di Natalia: meglio essere grati che lasciare il cuore scoperto.

Ma Teresa capì e diminuì la pressione. Capì anche il loro desiderio di indipendenza.

Il nonno ormai è vecchio, ha bisogno di una mano. Bisogna che venga a stare da me. Michele, liberate la stanza…

E noi dove?

Nella sua! Un piccolo scambio. Siete giovani, ve la caverete. Lui ha bisogno di una guardia attenta.

Il nonno Giovanni si accarezzava i baffoni e annuiva. Poi, appena traslocati, svegliava Teresa la domenica di buon ora: Alzati, che si va a correre!

Teresa sospirava, si vestiva e portava il padre al parco, dove lui concludeva correndo e versandosi acqua gelata addosso come un vero eroe di Subiaco.

Papà, avrò fatto la cosa giusta?

Ma certo! I giovani devono fare la loro strada. Aiuta solo se chiedono.

Ma Luciana È arrivata scalza, poverina.

Quello è un altro discorso. Lì puoi fare la mamma. Ma non esagerare, è orgogliosa. Piano, Teresa, piano…

Anche con Luciana, col tempo, le spine si erano nascoste e Teresa era diventata quasi una complice.

Quando il nonno suggerì di vendere la stanza, Luciana si intristì:

Ti preoccupi per la casa? domandò lui, ordinando carte su carte.

Ma no! Vedremo come fare, lavoreremo. La vita è questa. Un affitto, magari una casa più avanti. Bastano pochi soldi, ma intanto sognare qualcosa ci dà forza. Natalia dice che anche un solo euro nascosto sotto il materasso fa sentire sicuri. Piano piano ce la faremo!

Brava, ragazza mia sorrise il nonno. Poi le chiese di mettere il bollitore su, per il tè.

Prendiamoci il tè e parliamo. Lunico piacere che mi resta in questa Roma caotica è il gossip tra una tazza e laltra! scherzò.

Ma che dite! Teresa non mi ha mai offesa!

Calmati, sei diventata tutta rossa! Avanti, dimmi, non ti va che la tua futura suocera ti voglia quasi bene?

E cosa importa?

In tante storie la suocera vuole solo male, ma Teresa Be’, lei ti conta come una figlia. Non tenerla fuori. È tanto buona, anche se sembra brusca.

Essere compatita non mi va, non mi serve!

E chi ha detto che è una cosa cattiva? A noi in Italia, un tempo, voler bene significava anche compatire, cioè prendersi cura, senza teatrini sotto la luna. Quando uno sta male, cosa vuole? Essere amato come in una canzone, o solo coccolato?

Coccolato, credo.

Vedi? Proprio così! Ma bada, la compassione va data col cuore e con giudizio, sennò non serve a nessuno. Se compatissi un marito ubriacone solo per pietà, non servirebbe a nulla. Devi capire quando serve…

Io però vi voglio bene sussurrò Luciana.

Lo so. E questa è la ricchezza più grande. Ti tengo docchio, ragazza!

Al pensiero sorse un ricordo, che odorava di sogno, o di fiaba narrata da una maestra svanita: il gatto sullo zerbino, in attesa di essere accolto come una presenza magica.

Quando Luciana si chinò a sfiorarlo, il gatto non scattò, accettò le carezze, poi scomparve di corsa, lasciandola con la chiave sospesa nellaria. Poco dopo, tornò, e anche questa volta, con una logica da sogno, non era solo.

Un piccolo gattino rosso una copia pendeva dalla sua bocca.

Ma guarda! mormorò Luciana, prendendo il batuffolo che miagolava, mentre il gatto grande correva ancora di sopra.

Un secondo gattino sbucò, ancora più birichino. Il padre, con tenacia, continuava a portare i piccoli, lasciandoli e poi tornando, finché Luciana scoppiò a ridere, più dentro che fuori.

Mamma gatta proprio, eh! disse, aprendo la porta Dai, entra! Ce ne sono ancora?

Il gatto entrò diffidente, osservando Luciana che abbracciava i mucchietti di pelo.

Vieni, qui nessuno ti farà del male. Ma la mamma vera, dovè?

Il gatto non rispose, prese delicatamente per la collottola uno dei piccoli, mentre Luciana già cercava una vecchia teglia da usare come cuccia.

Il gatto iniziò pure a insegnare il piccolo a usare la lettiera improvvisata.

Sei davvero una mammina, rise Luciana, ma per non spaventare i cuccioli si portò la mano alla bocca. Va, andiamo in cucina, vediamo se cè un po di latte…

Quella sera, a tavola con la famiglia allargata, Luciana aveva portato la faccenda all’esame di tutti.

Teresa, se non vuoi, cercherò di sistemarli altrove. Ma fuori non posso lasciarli. Sono troppo piccoli, e chissà cosa è successo alla loro madre. Ma un gatto che fa la madre, non si è mai visto!

Tesoro, questa è la vostra casa. Fate come volete disse Teresa, accarezzando un cucciolo che le dormiva sulle ginocchia. Ma che gli hai dato da mangiare?

Solo latte, fortuna che già lo sanno bere.

Questo lo adotto io, quando cresce. Degli altri, vedremo…

Cercherò una casa anche per loro, ma il gatto grande forse lo tengo. Devo imparare da lui.

Imparare cosa, scusa? domandò Teresa, occhi sgranati.

Michele sorrise: diede un colpetto affettuoso a Luciana e le lasciò la parola per annunciare la novità tenuta nascosta fino al compleanno di Teresa.

Come si fa ad essere una brava madre Ora ho due insegnanti: tu, e questo babbo-gatto.

Luciana strinse lorecchio del gatto, e, mentre Teresa la stringeva in un abbraccio che sapeva di pane caldo e poesia, si lasciò andare a un pianto liberatorio, come nei sogni in cui tutto diventa possibile.

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