Le polpette della suocera

Le polpette della suocera

Io e mia moglie Alessia siamo sposati da tre anni e mezzo ormai, e durante tutto questo tempo Alessia è stata a casa di mia madre sì e no quattro volte. Solo nelle grandi occasioni, ci fermavamo giusto un paio dore e poi si tornava di corsa a Milano.

Ma adesso, allimprovviso, mi prese proprio la voglia: mia madre mi aveva chiamato già tre volte in una settimana, dicendo che le mancavamo, che papà si era messo a sistemare il tetto del capanno e sera bloccato la schiena, che lorto era invaso dalle erbacce, e non ce la facevano più…
Devo dire che come figlio sono sempre stato accomodante: la chiamavo tutte le domeniche, preciso come un orologio, annuivo al telefono anche quando diceva cose che non condividevo affatto. E adesso, eccoci lì a cena, io che masticavo pasta con wurstel, fissando Alessia con lo sguardo di chi supplica.

Ale, dissi spostando il piatto e incrociando le mani sul tavolo, mia mamma mi ha richiamato. Dice che ci siamo dimenticati comè fatta. Dai, andiamo questo fine settimana? Stiamo tre giorni, non di più. Per favore.

Marco, io sabato ho appuntamento dallestetista, provò a protestare Alessia, anche se sapeva benissimo che non era una scusa che reggesse.

Spostalo, su, risposi con nonchalance, come se fosse la cosa più semplice del mondo. Lo sai che ci resta male. Ha detto che ci prepara le sue polpette e la crostata, le manchiamo tanto.

E tuo papà? Gli è passata la schiena? chiese Alessia più per cortesia, visto che col suocero aveva un rapporto proprio neutro.

Sì sì, che vuoi che abbia? feci cenno con la mano. Dice sempre che qualcosa non va. Insomma, ho deciso: si va. Venerdì sera partiamo, domenica rientriamo. Così la mamma è contenta.

Alessia sospirò e non disse più nulla. Ormai, in tre anni e mezzo, aveva imparato che quando decidevo una cosa, era come convincere un gatto a non salire sulle tende: missione inutile.

Venerdì sera caricammo la valigia e il sacchetto con i regali in macchina. Avevo comprato a mia madre una coperta morbidissima e a papà una bottiglia di grappa. Fino al paese erano un paio dore di macchina, senza traffico.

Alessia guardò fuori dal finestrino per tutto il viaggio, fissando campi di grano e distributori con nomi assurdi, ascoltando me che cantavo sopra una canzone alla radio. Forse, pensavo anchio, sarebbe andata bene: tre giorni non sono uneternità e poi, alla fin fine, mia mamma è una brava donna.

Arrivammo che era ormai buio. La casa era in fondo alla via, illuminata appena dallunico lampione. Parcheggiai sulla ghiaia, spensi lauto e subito si accese la luce sul portico: la porta si spalancò e da lì saltò fuori mia madre, Teresa Guidetti piccolina, tutta tonda, con un grembiule a fiori e un sorriso così largo che pareva si dovesse spaccare dalla gioia.

Marcooo! gridò per tutto il vicinato, lanciandosi su di me appena mero liberato dallauto. Pensavo non venivate più! Ho fatto un sacco di cose buone, ma non puoi neanche immaginare! Alessia, cara, entra, su, non stare al freddo!

Alessia uscì dalla macchina, si sistemò la giacca, accennò un sorriso e si lasciò abbracciare. Da mia madre veniva fuori un profumo intenso di cipolla e di qualcosa di dolce e stucchevole che a mia moglie fece pizzicare il naso.

Dentro, faceva un caldo soffocante e lodore del cibo era ovunque; dalla cucina si sentiva sfrigolare qualcosa nella padella. Sul tavolo grande cera già un piatto di salame affettato, pane casereccio, cetriolini sottolio, una bottiglia di vino rosso e mezzo filone di pane integrale. Mio padre, Luigi Guidetti, guardava il telegiornale. Si alzò e venne incontro. Si capiva che era preoccupato: traffico, buio, chissà cosaltro.

Eccoci finalmente, disse stringendomi la mano e annuendo verso Alessia: Ciao, cara. Entra, spogliati, che si cena.

Vi ho preparato le mie polpette, proclamò subito mamma Teresa, agitatissima mentre sistemava i piatti alla tavola. Con le patate, la cipolla, il sughetto. Marco, non sono le tue preferite?

Certo, mamma, lo sai! Già avevo tolto la giacca, ero in cucina, sbirciavo nelle pentole, altro che orgoglio materno.

Alessia si tolse il cappotto, lo appese e mi seguì. La cucina di mia madre era una chicca: piccola ma accogliente, nel senso che ogni ripiano era stipato allinverosimile di barattoli, spezie, strofinacci, sacchetti con fagioli e innumerevoli ciotole.

Siediti, Alessia, siediti, le spostò la sedia, passandoci sopra il grembiule tanto per sicurezza. Sarai stanca dal viaggio, faccio in un attimo!

Vidi mia madre girarsi, afferrare una ciotola, rimetterla giù, aprire il forno (unesplosione di profumo di carne) e notai Alessia deglutire: aveva fame, del resto in auto solo un caffè dal termos, senza aver mangiato davvero.

Fu in quel momento che Alessia lo vide.

Mia madre era davanti al tavolo, sulla quale cera una ciotola piena di carne tritata cruda; una montagna rosa-grigiastro, e già una quindicina di polpette ben fatte, rotonde, allineate sulla tavoletta, spolverate di pangrattato. La vidi prendere un pezzo di carne, impastarlo veloce tra le mani, schiacciarlo e subito, la stessa mano quella che aveva appena lavorato la carne cruda infilarla con decisione sotto lascella sinistra.

Non un piccolo grattino distratto, ma si infilò proprio tutta la mano, come se ci si accomodasse dentro, grattando con soddisfazione. Poi la tolse e senza nemmeno lavarsi o pulirsi sul grembiule, tornò a lavorare la carne.

Alessia ebbe un conato.

Guardava la mano di mia madre una mano normale, con le unghie corte, la fede un po stretta sul dito gonfio, e la pelle segnata di piccole rughe e non riusciva a staccare gli occhi: quella mano era appena stata sotto lascella e ora ricominciava col tritato. Le polpette che ci portava anche congelate e che avevamo mangiato così tante volte lodandole in mille modi Una volta, Alessia le aveva persino detto al telefono che erano magiche. Era la pura verità: il gusto era davvero spettacolare.

Mamma, chiamai dalla sala, hai del tè? Siamo congelati dal viaggio.

Arrivo, arrivo, replicò mia madre continuando a impastare. Finisco le ultime polpette e mangiamo.

Prese unaltra manciata di carne e Alessia notò che sulla tavoletta, accanto alle file ordinate, rimanevano delle piccole macchie grigiastre forse lasciate da quella mano, o magari era solo suggestione. Alessia batté le palpebre, tornando alla realtà: tagliere, carne, polpette, mani di suocera che danno forma.

Teresa, disse bassa Alessia, posso darti una mano? Continuo io, mentre tu magari fai il tè.

Ma figurati, sei ospite! fece mia madre con le mani sollevate (e Alessia, dentro, rabbrividì ancora). Siediti, riposa, sei appena arrivata, finisco in un secondo.

E lo fece: impastò lultima polpetta, la posò in fila, si guardò le mani soddisfatta e le passò sotto lacqua letteralmente tre secondi, senza sapone, giusto una sciacquata, asciugate poi sul grembiule.

Alessia assisteva alla scena con ribrezzo.

Provò a calmarsi. In fondo, che sarà mai? È solo una mano sotto lascella, capita a tutti. Sua nonna, pace allanima sua, quando impastava il pane aggiustava pure i capelli, e nessuno è mai stato male. Forse era solo troppo schizzinosa…

Ma quellimmagine non se ne andava: la mano, lascella, la mano, la carne.

A cena ci sistemammo nella sala, al grande tavolo coperto da una cerata fiorata. Mamma Teresa portò una padella di polpette fumanti dorate, croccanti, dallodore che a un altro avrebbe fatto venire lacquolina, ma ad Alessia saliva la nausea. Accanto una ciotola di purè bello lucido, pomodori e cetrioli affettati, pane, sottaceti, vino.

Dai, ragazzi, diceva la suocera porgendo il piatto delle polpette. Prendi queste, Alessia, son le più belle. Le ho fatte per voi.

Alessia guardava le polpette: sembravano normalissime, belle, dorate, saporite di cipolla e carne. Io ne presi subito due, le buttai nel piatto con una montagna di purè, tagliai un cetriolo e già il primo boccone era in bocca.

Mamma che bontà. Come sempre, proclamai, mezzo strozzato dal piacere.

Meno male, mamma si sedette, si prese una polpetta, spezzò il pane. Avevo paura di averle fatte salate o poco cipolla.

Perfette, già finivo la prima. Tu cucini sempre bene.

Papà Luigi mangiava in silenzio, annuendo di tanto in tanto: lui è sempre stato di poche parole, il suo discorso più lungo fu quando mi spiegò come si mette il filtro dellolio.

Alessia, non mangi? domandò preoccupata mia madre, notando la sua quasi intatta porzione. Non ti piace? Ho esagerato col sale?

No no, tutto buono, affrettò Alessia, temendo ferite dorgoglio se non ne avesse assaggiata almeno un po. È solo lo stomaco a pezzi dal viaggio, tutto qui. Ora ne prendo un pezzetto.

Prese la forchetta, tagliò appena un angolino croccante e lo portò alla bocca. Lodore era ottimo, ma appena le venne in mente il gesto di quella mano, la carne, lascella, il boccone le si bloccò in gola. Ingoiò, a fatica.

Buonissima, sussurrò, spostando il piatto. Teresa, magari solo purè e cetriolo la polpetta è buonissima ma proprio oggi non riesco a mangiare tanto, scusate.

Oh poverina, suocera lamentosa, mangia purè, certo, e le polpette ve le metto da parte, ne ho fatte apposta per voi!

Io le lanciai unocchiata veloce e continuai a mangiare, senza pormi nessuna domanda igienica. Alessia triturava il purè, masticava cetriolo e tentava di convincersi che era solo stanchezza, che milioni di italiani crescono a polpette di mamme e nonne e campano fino a centanni. Ma quellimmagine della mano era lì: mano-ascella-mano-carne.

Dopo cena, la suocera sistemò la tavola. Io e papà in garage a vedere il generatore, Alessia e mia madre sole in cucina. La vidi preparare il tè con la teiera vecchia dal becco sbeccato.

Non arrabbiarti, Alessia, se vi invito sempre così spesso, disse la suocera mentre versava il tè. Mi fa piacere vedervi ogni tanto. Lo so comè la vita in città, il lavoro, la carriera. Però il cuore di mamma vuole vedere se va tutto bene.

Sì, tutto ok, Teresa, rispose Alessia, prendendo la tazza, lavoro, casa, normale routine.

Ecco, bene, la suocera si sedette, poggiò la testa sul palmo e la fissò. Le mie polpette le adorate, lo so. Marco ogni volta mi chiede di fargli la scorta. In città non son buone così, tutte quelle cose industriali Io compro la carne dai conoscenti, è genuina. E il tritato lo faccio sempre io, non mi fido di quello del supermercato.

Alessia sorseggiò il tè ustionandosi e sentì la nausea peggiorare. Un tè normalissimo, ma pensando a chi laveva preparato e come, appoggiò la tazza e si fermò per paura di vomitare.

Teresa, vado di là, mi è venuto mal di testa, sarà la strada.

Vai, cara, vai! Nellarmadio cè la biancheria fresca, Marco ti fa vedere. Se hai bisogno, urlami pure.

Alessia si rifugiò nella cameretta degli ospiti e appena chiusa la porta capì che se non correva in bagno non avrebbe resistito. Tornò dopo, pallida, con il fiatone.

Io la trovai seduta sul letto come chi cerca di dimenticare qualcosa.

Tutto bene? Stai così male sul serio?

Marco, mi guardò negli occhi. Ti racconto una cosa, ma non ridere, per favore.

Dimmi.

E mi raccontò tutto: la mano, lascella, la carne, la polpetta, la nausea. Sussurrando, per non farsi sentire.

Io la fissai senza parole non sapevo se crederle, arrabbiarmi o semplicemente elaborare la notizia.

Dài, risposi dopo un attimo. Non lha fatto apposta. Capita a tutti di grattarsi, no? Davvero credi che le nostre nonne in paese si lavassero le mani per ogni starnuto? Questa è la vera cucina di casa, Ale.

Marco, non si è lavata le mani, la voce di Alessia cominciava a tremare. Ha toccato la carne con la mano dellascella. E non usa il sapone, ho visto: solo acqua e via, poi il grembiule. E io ripenso a tutte le polpette che ci ha mandato e mi viene male.

E quindi? mi indurii. Vuoi dirglielo? Pensaci: ci resta malissimo. Lei lo fa per noi!

Non voglio dirle niente, si coprì il viso. Non posso più mangiarle. Non posso nemmeno guardarle e non so che fare.

Mi alzai, mi passai la mano nei capelli, segno che ero al limite.

Stai facendo un dramma, le dissi. Capita a tutti in cucina, nessuno è in sala operatoria. Se stai così attenta impazzisci.

Io le lavo le mani, sussurrò Alessia. Sempre.

Brava, quasi le urlai. Ma mia madre ha sempre cucinato così. E io sono cresciuto sano. Tu stessa dicevi che erano buonissime.

Non lo sapevo, mi guardò. Ora lo so. E non posso fare finta di niente.

E lascia perdere. Non sarà mica il peggio del mondo una grattata. Se vedessi come lavorano nei ristoranti Però mangi senza sapere.

Marco, basta. Era pronta a scoppiare.

Va bene, sospirai, le cinsi le spalle. Non mangiare se non vuoi. Dico alla mamma che stai male, qualcosa allo stomaco. Però non dire niente tu. Ci resta troppo male.

Non dirò niente, mi si appoggiò addosso. Voglio solo andar via.

Domani ripartiamo, promisi. Dico che hai la febbre e dobbiamo rientrare.

Ok, ma non era ok per niente.

Andò a letto, io spensi la luce e restammo al buio: si sentiva la tv dal salotto, papà che tossiva ogni tanto, mamma Teresa che trafficava coi piatti.

Restai a pensare che in tre anni e mezzo Alessia aveva elogiato le polpette di mia madre. Che aveva chiesto pure la ricetta E ora, forse, quellingrediente segreto era proprio quello che rendeva le polpette così speciali.

La mattina dopo Alessia si alzò a pezzi. Io ero già in cucina con i miei, sorseggiando tè e chiacchierando. Alessia si decise ad alzarsi, lavarsi con lacqua gelata in bagno, poi si presentò in cucina.

Alessia! spalancò le braccia mia madre, Marco ha detto che ti sei sentita male? La febbre? Ti preparo il tè con la marmellata di lamponi dellanno scorso!

Grazie, Teresa, si sedette Alessia, evitando lo sguardo verso il piatto di polpette avanzate e coperte dal canovaccio. Va meglio, forse ho mangiato qualcosa di pesante in viaggio.

Quelle trattorie! scosse la testa mia madre, preparando il tè e mettendole la marmellata davanti. Dico sempre a Luigi: meglio mangiare a casa! Ma voi sempre in quei posti. Ecco risultato.

Mamma, intervenni, non ci siamo fermati, solo caffè dal termos.

E allora sarà qualcosaltro, non demordeva, il corpo è delicato, cara mia. Bevi il tè che ti passa.

Alessia prese la tazza, sorseggiò a piccoli sorsi. Poi le venne di nuovo il pensiero: e le mani di Teresa, saranno state pulite quando preparava questo tè? Decise che se continuava così impazziva. O accettava, o non veniva più.

Teresa, disse posando la tazza, davvero grazie per lospitalità, ma forse è meglio se torno a casa. Marco ha detto che partiremo oggi.

Oh, ma solo oggi siete arrivati! Dovevo farti le crostate, la minestra Marco adora la mia minestra.

La prossima volta, mamma, intervenni baciandola sulla guancia. Alessia sta male, ha bisogno di un po daria da casa. Ma torno tra due settimane a darti una mano col tetto, allora ti assicuro che ne mangerò per due, promesso!

Mia madre sospirò, mi guardò, guardò Alessia, ancora me e in quello sguardo cera qualcosa che mi mise a disagio: come se avesse capito tutto. Polpette, ascella, e il motivo per cui Alessia si era ammalata proprio dopo cena.

Fate come volete, e il tono divenne secco. Vi do la scorta di polpette. Le ho già tutte congelate, per una settimana siete a posto.

Alessia sbiancò, ma riuscì a dire:

Grazie mille, Teresa. Lei è gentilissima.

Ci preparammo in fretta. Io caricai le valigie, Alessia salutò papà Luigi, che le strinse la mano e disse: «Rimettiti, cara. Tornate quando stai meglio». Teresa portò fuori un sacchetto, me lo consegnò.

Qui ci sono polpette, un po di marmellata e il mio lardo, che vi piace. Mangiatele di gusto.

Grazie, mamma, la baciai, mentre notai che non sorrideva; annuì e tornò in casa senza aspettare che partissimo.

Durante il viaggio di ritorno Alessia non disse una parola. Il sacchetto di polpette era nel bagagliaio e la sua presenza la faceva sentire a disagio, come se ci fosse una creatura viva. Io pure stavo zitto: ero ferito, come si capiva da come stringevo il volante, cambiavo marcia troppo brusco e fissavo la strada.

Puoi mangiarle tu, disse pianissimo Alessia, appena rientrati in città. Fai pure. Io no.

Ale, sospirai, sentendomi sfinito come dopo aver scaricato un camion. Sai che mia madre ha capito tutto?

Capito cosa?

Tutto. Lha visto che non mangiavi e che subito dopo stavi male, che siamo ripartiti in fretta. Si è offesa, lo sento.

E tu? Mi capisci?

Non risposi.

A casa, Alessia entrò in cucina, vide le mensole in ordine, i barattoli puliti, i taglieri ben lavati, e per un istante si sentì di nuovo al sicuro. Qui, tutto era pulito. Qui le mani si lavano prima di mangiare. E non ci sono polpette fatte da mani appena strusciate sotto lascella.

Portai il sacchetto in freezer e chiusi lo sportello.

Non le mangi? chiese.

Io sì, risposi, quasi sfidandola. Sono le polpette di mia madre. Sono cresciuto così.

Andai a farmi la doccia lasciandola sola. Lei aprì il rubinetto, prese il sapone e lavò le mani a lungo, fino ai gomiti, come si fa in sala operatoria. Le asciugò, ordinata, e pensò: ma ha ancora senso tutto questo? Si può lavare ciò che ormai è rimasto impresso nella memoria?

Non lo sapeva.

Ma una cosa era certa: non avrebbe più mangiato nessuna polpetta fatta dalle mani di Teresa Guidetti. Nessun tentativo di persuasione, né offese, né non lha fatto apposta glielavrebbero più fatto fare.

Tre giorni dopo, mi preparai quattro polpette a cena, con purè e cetriolini. Mi sedetti.

Ne vuoi? chiesi, porgendole la forchetta.

No, rispose. Grazie.

Si alzò dal tavolo, si mise in poltrona in soggiorno e alzò il volume della televisione, così da non sentire me che mangiavo.

Alessia sapeva che quel viaggio aveva cambiato qualcosa nella nostra famiglia qualcosa che difficilmente sarebbe tornato comera. E tutto per colpa di una mano. Una normale mano da donna che era grattata dove pizzicava.

Si chiuse gli occhi e decise di non pensarci più. A patto di non pensarci, la vita va avanti. Basta cucinare da soli, mangiare solo ciò che si prepara con le proprie mani e mai più, mai più una polpetta daltri.

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