La Moglie Invisibile
Chiara! risuonò una voce squillante, e lamica, scrollando via le gocce dalla mantella rossa vivace, si lasciò cadere su una sedia di fronte a me. Scusa il ritardo, il traffico a Roma è stato un incubo. Hai già ordinato?
Solo un caffè, risposi, accennando un sorriso debole.
Lucia appoggiò la mantella e mi scrutò con il suo solito sguardo impietoso.
Madonna santa, Chiara, ma ti sei vista stamattina? Coshai addosso? Maglione grigio, pantaloni grigi. Vuoi sparire? Sei depressa o ti sei messa in testa di diventare invisibile?
Comodo, risposi con unalzata di spalle. Ormai ho cinquantadue anni, Lucia. Gli abiti eleganti non fanno più per me.
Eh già, ordinò cappuccino e cornetto con un gesto sicuro. E tuo Stefano? Di nuovo a pescare?
Annuii.
È partito venerdì sera. Torna domenica a pranzo. Come sempre.
Come sempre, ripeté sarcastica Lucia. E tu come sempre sola in casa, vero? A guardare la tv o rammendare calzini? Chiara, ma dimmi, quandè stata lultima volta che ti ha invitato da qualche parte? Un ristorante, il teatro? Persino un cinema? Sforzati di ricordare!
Sentii le guance accendersi.
Questestate… siamo stati insieme alla casa in campagna.
La casa in campagna! rise Lucia. Dove tu strappavi le erbacce e lui riparava il fienile! Che romanticismo, davvero. Ascolta, cara, la vita va avanti. Non siamo più ragazzine, è vero. Ma nemmeno vecchie. E tu ti stai già seppellendo viva.
Non dire sciocchezze, sorsi il mio caffè, che mi parve amarissimo. Abbiamo una famiglia normale. Ventotto anni insieme. Non conta?
Ventotto anni dabitudine, vorrai dire, tagliò corto Lucia. Vuoi sapere cosa vedo io? Sei diventata trasparente. Per lui sei come una sedia o la lavastoviglie. Cè, funziona, pace. Quandè stata lultima volta che ti ha detto qualcosa di bello? O che ti ha chiesto come stai?
Avrei voluto rispondere, ma le parole mi rimasero in gola. La verità era che le nostre serate passavano nel silenzio. Stefano leggeva sul tablet storie di pesca, io facevo la maglia o guardavo fiction. Qualche volta chiedeva cosa cera per cena. Oppure ricordava di pagare le bollette. Questo era tutto.
Ti ho toccata sul vivo, vero? Lucia si sporse verso di me, gli occhi brillanti. Senti, ho conosciuto un tipo interessante. Un fotografo, Matteo. Uomo affascinante, sa ascoltare e parlare. Sabato apre una mostra alla galleria in via Margutta. Vieni? Così ti distrai.
Lucia, non so…
Niente scuse, fendé laria con la mano. Devi uscire dal guscio, guardare un po il mondo, farti vedere. Io ti sistemo, ti aiuto a vestirti bene. Vedrai, ti sentirai di nuovo viva, non solo la regina delle calze bucate.
Sospirai. Contraddire Lucia era inutile. E, in fondo, lidea di uscire non mi dispiaceva. A casa, in effetti, cera solo silenzio. Troppo silenzio.
***
Il sabato sera ero davanti allo specchio e quasi non mi riconoscevo. Lucia mi aveva portato un vestito color borgogna, semplice ma elegante, con una cintura che segnava ancora bene la vita. Mi ero truccata, dopo mesi che non lo facevo; avevo sistemato i capelli.
Mica male, mormorai, guardando il riflesso. E io che pensavo di…
…esserti trasformata in una nonna? fece Lucia, soddisfatta. No cara mia, sei ancora un fiore. Solo che te ne eri dimenticata.
La galleria era un piccolo spazio accogliente, soffitti alti, pareti bianche. Foto in bianco e nero di cortili romani, volti sconosciuti, stazioni abbandonate. Una trentina di persone, tutti con calici di vino, parlavano a bassa voce.
Lucia mi portò subito da un uomo alto, capelli brizzolati, dolcevita nera e jeans.
Matteo, questa è la mia amica Chiara, presentò. Chiara, lui è Matteo, il fotografo.
Quando si girò, incontrai i suoi occhi grigi, il sorriso gentile, le rughe leggere intorno agli occhi. Mi tese la mano.
Piacere, spero ti piaceranno le mie foto.
Io… non so niente di fotografia, ammisi, stringendo la sua mano calda e asciutta.
Non cè bisogno di capire, sorrise Matteo più apertamente. Conta quello che senti. Vieni, ti mostro la mia preferita.
Mi accompagnò in un angolo, davanti a una fotografia: una donna anziana affacciata alla finestra, la luce ne illuminava il volto scavato, e negli occhi una nostalgia profonda.
Lei è la mia vicina. Ottantatre anni. Lho fotografata un anno e mezzo fa mentre mi raccontava la guerra, il marito perduto, i figli cresciuti da sola. Quello che mi ha colpito è che non cera autocommiserazione nei suoi occhi. Solo una malinconia immensa, con tanta dignità.
Guardai la foto e sentii un groppo in gola.
È bellissima, sussurrai.
Sì. La bellezza spesso è altro. Non solo pelle liscia e giovinezza. La vera bellezza è chi ha resistito, vissuto, ed è ancora qui. Mi scrutò intensamente. Ce lhai anche tu, sai, quella nota malinconica nello sguardo. Sembra che pensi sempre a qualcosa, ma non lo dici a nessuno.
Restai spiazzata. Da anni nessuno mi guardava così. Stefano mi vedeva, ma non mi guardava. E questuomo, quasi uno sconosciuto, pareva leggermi dentro.
Sono solo… un po stanca, forse, balbettai.
Di cosa? domandò semplicemente, come se fossimo amici di vecchia data.
Stavo per svicolare, ma mi ritrovai a confidarmi.
Della monotonia. Ogni giorno identico al precedente. Sveglia, colazione, le stesse faccende. Lui lavora, poi la pesca. I figli sono grandi, via da anni. E io resto nella nostra casa a chiedermi: dovè finita la ragazzina che sognava i viaggi, una grande avventura?
Mi fermai, spaventata dalla mia stessa sincerità.
Scusa…
Non scusarti, Matteo mi sfiorò il gomito, un gesto lieve, quasi paterno. Questa si chiama onestà. Oggi è cosa rara. Senti, ti faccio una proposta: tengo un piccolo circolo culturale, ci vediamo ogni settimana, parliamo di fotografia, di libri, qualche volta usciamo a dipingere paesaggi. Vieni mercoledì prossimo, vedrai che ti farà bene.
Avrei voluto rifiutare, dire che avevo troppe cose da fare, ma…
Va bene, sentii dire la mia voce. Verrò.
***
Stefano tornò domenica, come sempre, profumando di fiume e di brace. Lo accolsi sulla porta.
Allora, comè andata? Hai pescato qualcosa di buono?
Un paio di persici, lasciò il borsone in cucina. Normale. E tu? Tutto ok?
Ho portato Lucia a vedere una mostra.
Ah, aprendo il frigorifero per prendere un po di salame. Hai fatto bene. Dovresti uscire più spesso, se no ti intristisci.
Lo diceva distrattamente, senza guardarmi.
Provai un brivido di fastidio.
Stef, perché non usciamo insieme, noi due? Una sera a cena fuori, o a teatro…
Mi guardò incredulo.
Perché? Costa, e poi sono stanco dopo la pesca. Dai, magari unaltra volta, ok?
Unaltra volta. Sempre dopo. Annuii e mi allontanai. Poco dopo, mandai a Lucia un messaggio: Dammi lindirizzo di quel circolo. Mercoledì vengo.
***
Il circolo si riuniva in una vecchia cantina rimessa a nuovo, divani morbidi, scaffali di libri, macchine fotografiche sui tavolini. Una quindicina di persone, tutte oltre i quaranta o cinquanta. Matteo mi venne incontro.
Sono felice che tu sia venuta, mi disse calorosamente. Accomodati pure dove vuoi.
La serata volò tra discussioni su un fotografo francese, qualche poesia di Montale e tante chiacchiere. Io ascoltavo, tacevo e mi sentivo bene. Nessuno parlava di bollette o della spesa.
Matteo mi riaccompagnò verso la fermata.
Ti sei trovata bene?
Moltissimo, confessai. Non lo immaginavo. È come un altro mondo.
Lo è davvero, rise lui. Sai, guardandoti, vedo una donna che ha vissuto sempre per gli altri: marito, figli, casa. Ma quando hai fatto qualcosa, davvero, solo per te?
Non riuscivo a ricordare.
È la trappola della mezza età, continuò. Diamo tutto a tutti, e ci perdiamo. Poi ci sembra che la vita scorra via. Ma non è mai troppo tardi per ricordarci chi siamo.
Le sue parole mi scaldarono dentro.
Senti, aggiunse. Sabato vado fuori città, in una vecchia villa. Cè una luce bellissima dautunno, vorrei fare delle foto. Ti va di venire con me? Prometto che sarà solo una giornata serena.
Rimasi indecisa. Stefano sarà di nuovo via, io sola in casa. Come sempre.
Non so… sussurrai.
Sbagliato? mi sorrise con malinconia. Chiara, ti propongo solo una passeggiata, niente di più. Un po di vita. Ne hai diritto, no?
Sì, sussurrai.
Perfetto. Allora ci vediamo sabato. Vestiti calda, cè vento.
Ci salutammo e il cuore mi batteva come se avessi ventanni.
***
Il venerdì sera Stefano preparava lattrezzatura da pesca.
Torno domenica, disse chiudendo il borsone. Se hai bisogno, chiamami.
Ripeteva il solito copione.
Stef, posso venire con te?
Mi guardò sorpreso.
Ma a te la pesca annoia. Lultima volta hai detto che avevi freddo e le zanzare…
Volevo solo stare insieme, farfugliai.
Ma siamo sempre insieme, scrollò le spalle. Goditi la casa, guarda i tuoi programmi.
Mi diede un bacio distratto sulla guancia e uscì. Rimasi lì, a fissare la porta chiusa.
Siamo sempre insieme, continuava a ronzarmi in testa. Ma era vero?
Il mattino dopo mi vestii con cura: jeans, maglione caldo, giacca pesante. Mi guardai allo specchio: il viso arrossato, gli occhi brillanti. Sembravo più giovane.
Sto solo andando a fare una gita con un amico, niente di male, mi ripetevo.
Matteo mi attendeva vicino alla metro con due bicchieri di caffè caldo.
Pronta per lavventura?
Salimmo sulla sua vecchia Fiat, musica leggera in sottofondo, chiacchiere e risate. Matteo raccontava aneddoti di viaggi e, senza accorgermene, mi scoprii felice.
La villa era diroccata, ma meravigliosa. Vecchie colonne, il parco selvaggio, uno stagno scuro. Matteo scattava foto, io raccoglievo foglie gialle.
Mettiti lì, mi chiese davanti alla colonna. Non guardarmi, guarda lorizzonte.
Scattò qualche foto, poi mi mostrò il risultato.
Vedi? Sei molto fotogenica. E quella tristezza negli occhi ti rende affascinante.
Guardai quella donna nello schermo. Sconosciuta e nuova. Ero davvero io?
Passeggiammo fino a sera. Poi, in una trattoria di paese, davanti a una fetta di torta e un bicchiere di tea, la conversazione divenne più intima.
Sei sposata da tanto?
Ventotto anni.
E sei felice?
Rimasi in silenzio. Cosè la felicità? Abitudine? Sicurezza?
Non so, dissi piano. Prima mi sembrava di sì. Ora non so nemmeno più cosa sento. È come vivere in uno stato di sonno. Cè tutto, ma manca qualcosa.
La passione, sussurrò Matteo. Sentirsi viva, desiderata. Essere non solo una funzione nella vita degli altri, ma una persona con sogni suoi.
Posò la mano sulla mia.
Chiara, sei una donna meravigliosa. Intelligente, bella, profonda. Hai tutto il diritto ad essere felice. Felice davvero.
Non ritrassi la mano. Non volevo.
***
Le settimane successive passarono in una specie di confuso fermento. Continuai ad incontrare Matteo, al circolo, alle mostre, camminando per Roma. Mi dava ciò che a casa mancava: attenzione, complimenti, dialogo vero.
A casa, con Stefano, tutto restava identico. Lui lavorava, pescava, guardava il tg. Io cucinavo, rassettavo. Il minimo sindacale dei discorsi:
Hai comprato la ricotta? chiedeva.
Sì.
Ok. E i miei calzini?
Nellarmadio, dove sempre.
Fine. Nessuna domanda su come stessi, cosa pensassi. Invece Matteo sì, sempre, e io mi aprivo come un fiore al sole.
Lucia, ovviamente, aveva capito tutto.
Allora? Cotta a puntino, eh? rise, quando ci vedemmo in quel solito bar.
Non dire sciocchezze, arrossii. Siamo solo amici.
Ma daii, Lucia si fece beffa. Brilli proprio. Non ti vedevo così da anni, e sono felice per te, davvero. Te lo meriti un po di gioia.
Sono sposata, sussurrai.
E allora? scrollò le spalle. Il tuo Stefano manco si accorge più di te. Ha la sua vita. Perché tu dovresti rinunciare alla tua? Sei viva, Chiara. Non santa.
La ascoltavo e quelle parole trovavano terreno fertile. Ormai mi stavo già auto-assolvendo. Sto solo vivendo, mi ripetevo. Merito un po di felicità anchio.
Il punto di svolta venne a novembre. Matteo propose una gita a Orvieto, per il festival di fotografia di strada.
Dormiremo lì, spiegò. Ho preso due camere in albergo. Sarà bellissimo.
Due camere. Quelle parole diventavano vita e scudo.
A Stefano dissi che andavo con Lucia a una svendita a Perugia.
Va bene, annuì, sempre senza distogliere gli occhi dal tablet. Non spendere troppo.
Aspettai che mi chiedesse altro, che mi guardasse. Ma niente.
In albergo, Matteo aveva davvero preso due camere. Trascorremmo la giornata fra mostre e lezioni, poi cena in un localino del centro, un po di vino umbro, chiacchiere sugli attimi da cogliere e la brevità della vita.
Sai, mi disse a voce bassa ho conosciuto tante donne, ma tu sei speciale. Cè qualcosa in te di intatto, una dolcezza che vorrei proteggere.
Mi prese la mano.
Non voglio metterti fretta. Né forzarti. Solo che tu sappia che per me conti molto. Davvero tanto.
La testa mi girava. Vino, parole, sguardi. Quando tornammo in albergo, mi accompagnò alla porta, mi baciò sulla guancia.
Buonanotte, sussurrò. Se vuoi parlare, sono nella stanza accanto.
Mi sdraiai, gli occhi fissi sul soffitto. Sono sposata. Ventotto anni. Non si può.
Quando è stata lultima volta che ti ha abbracciata senza motivo? Che ti ha detto: mi manchi, tu?
È un tradimento.
È vita. Lultimo, forse unico, modo per risentire il cuore battere.
Alle due di notte mi alzai, misi addosso la vestaglia e bussai alla porta accanto.
Matteo aprì subito, come se fosse stato sveglio tutta la notte.
Chiara, sussurrò.
Varcai la soglia.
***
Lindomani, mi svegliai accanto a lui, incredula. Era successo davvero.
Mi vestii in silenzio, passai nella mia camera, mi sedetti sul letto con la testa fra le mani.
Cosa ho fatto?
Ma tornando a Roma, Matteo si mostrò tenero, premuroso. Complice. E la vergogna, lentamente, lasciava spazio a una fragile, nuova felicità.
Sto vivendo, pensai. Per la prima volta da anni, sto davvero vivendo.
A casa, Stefano mi accolse come sempre:
Hai trovato qualcosa di interessante?
Poco, non ebbi il coraggio di guardarlo negli occhi. Era tutto banale.
Capisco. Ho fame, cosa cè per cena?
Tutto riprese il solito corso. Di giorno ero la moglie di Stefano, padrona di casa diligente, in euro. Di sera scrivevo a Matteo, lo incontravo senza farmi scoprire. Mi portava in posti nuovi, regalava libri, recitava poesie.
Con Stefano, silenzio quasi totale. I discorsi solo pratici.
Bisognerebbe sistemare la caldaia in campagna.
Meglio a primavera, rispondevo.
Va bene.
Silenzio. Denso, infinito silenzio.
Lucia era raggiante:
Hai visto? Ora hai una vita. Non ti consumi più in quella palude.
Io cercavo di giustificarmi: Stefano si è allontanato per primo. Ha scelto la pesca invece di me. Ho diritto anchio a un po di felicità.
Ma le notti, accanto al marito che dormiva, nel buio io mi sentivo andare in pezzi dentro.
***
Dicembre portò neve e freddo. Io e Matteo ci vedevamo ormai quasi ogni settimana. Aveva affittato una piccola sala per le foto, e io dicevo a Stefano che seguivo un corso di informatica.
Stefano non chiedeva nulla.
Matteo era meraviglioso, attenzione, passione, belle parole. Ma a volte, ascoltando quelle parole, intuivo che forse non ero la sola, che magari ne aveva dette tante già prima a qualcunaltra.
Ma era troppo tardi per tirarsi indietro.
A metà dicembre successe ciò che doveva succedere.
Andai in farmacia a comprare a Stefano un medicinale. Alla cassa, dalla borsa mi cadde una scatolina di profumo. Era Sonata di Luna, regalato da Matteo. Non mi accorsi di averlo perso.
La sera Stefano tornò prima dal lavoro. Stavo preparando la cena, quando venne in cucina e posò silenzioso la scatola sul tavolo.
È tua? domandò a bassa voce.
Mi voltai. Vidi la scatola e mi mancò il fiato.
Sì… lho trovata per strada, balbettai senza pensare.
Per strada. Un profumo da cento euro. Per strada.
Aprì la scatola, annusò.
Chiara, non sono scemo. Pensi che non abbia notato nulla? Sei cambiata. Esci sempre di più. Mi guardi come fossi uno sconosciuto.
Restai vicino ai fornelli, con la schiena al muro.
Stefano, io…
Chi è lui? mi interruppe. Chi è questo qui?
Nessuno, sussurrai. Solo un conoscente. Noi…
Non mentire, strinse la scatola nel pugno. Non mentire. Mi hai tradito, vero?
Silenzio tombale. Vedevo il suo viso trasformarsi; spariva ogni tenerezza.
Sì, mormorai. Sì, Stefano. Perdonami. Non volevo…
Non volevi, rise amaramente. Ma è successo. Chiaro.
Si girò per andare via.
Stef, aspetta, lo rincorsi. Parliamone. Lascia che ti spieghi…
Cosa vuoi spiegare? si girò e nei suoi occhi cerano dolore e disperazione. Che sono io il colpevole perché pensavo solo al lavoro o alla pesca? Può darsi. Ma non ti ho mai tradita. Mai. Perché ti amavo. Ti amo. E tu… tu hai distrutto tutto.
Per favore, piangevo. Non andare via. Proviamo a rimediare.
Non posso stare qui, disse. Devo riflettere. Starò da Carlo per un po.
In quindici minuti raccolse le sue cose. Io stavo ferma sulla porta, a guardare il mio mondo che andava via.
Stef, sussurrai. Non lasciarmi.
Tu non mi hai già lasciato? mi chiese. Quel giorno che sei andata da lui?
Uscì senza sbattere la porta. E il silenzio che rimase era diverso, una voragine.
***
Mi aggiravo per la casa, persa e confusa. Chiamai Stefano, nessuna risposta. Mandai un messaggio: Scusami. Ti prego, torna. Nessuna risposta.
Telefonai a Matteo.
Matteo, dissi piangendo, Stefano ha scoperto tutto. Se nè andato. Non so che fare.
Eh Chiara, la sua voce era gentile ma distante. Mi dispiace tantissimo. Senti, vieni da me? Così ne parliamo, ti tengo compagnia.
Andai nel suo studio, mi sfogai tra le lacrime. Matteo mi abbracciò e mi carezzò i capelli.
Vedrai che andrà tutto bene, mi sussurrava. Lo sapevi che non poteva andare avanti così. Ora hai una possibilità per una nuova vita.
Nuova vita? lo fissai con gli occhi gonfi. Quale nuova vita?
Beh, esitò, ora sei libera. Puoi fare quello che vuoi. Viaggiare, creare, essere te stessa.
E tu? chiesi. Tu ci sarai?
Matteo si fece serio, si grattò la testa.
Chiara, cara, rispose con attenzione, io non posso darti una casa, stabilità. Sono come il vento. Vivo nellattimo. Siamo stati bene insieme, abbiamo vissuto momenti belli, ma…
Ma cosa? sentivo freddo gelido dentro.
Non sono un uomo da relazione. Lho sempre detto. Amo la libertà. E credevo anche tu volessi solo un po di libertà.
Guardavo Matteo e tutto si chiariva. Parole, complimenti: era stato un gioco anche per lui. Con me, come forse con tante altre.
Quindi io sono solo un passatempo? sussurrai.
No, no, non così, tentò di prendermi la mano, ma la ritrassi. Sei stata importante. Ma non resto mai con una persona. Mi sento soffocare. Volevi riscoprire la vita, e ci sei riuscita. È così male?
Mi alzai in piedi.
Hai ragione. Ho sentito la vita. E ora sento che tutto è in frantumi: per colpa tua, mia, della mia stupidità.
Me ne andai senza voltarmi. In strada la neve cadeva sul viso, si mescolava alle lacrime.
***
A casa tutto era buio e freddo. Mi sedetti sul divano, telefonai a Lucia.
Lucia, dissi appena rispose. Devo parlarti.
Ci incontrammo al bar Da Margherita, dove tutto era iniziato. Lucia ascoltò la mia storia senza interrompere, sorseggiando cappuccino.
Ecco, disse alla fine. Hai provato delle emozioni, almeno non sei appassita.
Lucia, parli sul serio? La mia vita è distrutta!
E io che centro? rispose scrollando le spalle. Hai scelto tu. Io ti ho solo presentato quello lì. Il resto era in mano tua.
Mi hai spinta tu, sentii la rabbia salire. Mi dicevi che Stefano non mi apprezzava, che dovevo pensare a me.
E avevo torto? sorrise fredda. Forse ora lui capirà cosa ha perso. O forse no. Questa è la vita, Chiara. Non sempre come si vuole.
Mi alzai.
Lucia, credevo tu fossi unamica. Ora capisco che invidiavi la mia stabilità, la mia famiglia. Volevi solo che fossi infelice pure io. Sola come te.
Dai, non esagerare, minimizzò.
Addio Lucia.
E uscii dal bar.
***
Passarono i giorni. Stefano non tornava. Alle mie chiamate rispondeva solo: Ho bisogno di tempo.
Ero sola, nellappartamento allimprovviso troppo grande. Le notti sveglia, a pensare, a rivivere tutto: come avevo conosciuto Matteo, ceduto al suo fascino, mentito a Stefano.
Cosa ho fatto? Cosa ho davvero fatto?
Ripensavo a tanti dettagli: giorno dopo giorno, Stefano che riparava la cucina, che mi portava il tè quando ero malata, che piantava con me il melo in campagna. Cose normali, forse noiose. Avrei dato tutto per riaverle.
A San Silvestro non ce la feci più, andai a casa di Carlo, dove sapevo che Stefano alloggiava. Fu proprio Carlo ad aprirmi.
Ciao, Chiara. Devi parlare con Stefano?
Sì, per favore.
Non vuole vederti. Scusa.
Solo cinque minuti, ti prego.
Carlo esitò, poi tornò con Stefano.
Stefano mi parve invecchiato. Anche lui aveva sofferto e questo mi colpì nel profondo.
Cosa vuoi?
Volevo dirti che mi dispiace, Stefano, parlai in fretta, tremando. Ho sbagliato tutto. Ho perso la testa. Laltro era solo unillusione. Tu sei sempre stato reale. La mia casa. Perdonami. Dammi una possibilità per ricostruire.
Lui tacque. Poi scosse il capo.
Non lo so, Chiara. Appena lho saputo mi è mancato laria. Ancora adesso, quando ti guardo, vedo solo te con lui. Non riesco a togliermelo dalla testa.
Capisco. Forse col tempo…
Forse sì. Forse no. Non lo so. Non so se potrò perdonarti.
Io nemmeno so più chi sono. Ho distrutto la casa, la fiducia… me stessa.
Restammo così, nellingresso illuminato a malapena. Due persone che avevano condiviso quasi trentanni, ora estranee.
Devo andare, disse infine. Scusa.
Chiuse la porta. Rimasi sul pianerottolo, ascoltando i passi che si spegnevano dentro.
Poi scesi in strada. Nevicava. Roma si preparava alle feste, luci ovunque, gente che rideva. Io camminavo sola, un vuoto divorante nel petto.
***
Passai lultimo dellanno da sola. Accesi la tv, mi versai uno spumante. A mezzanotte alzai il bicchiere.
Alla nuova vita, sussurrai amara. E quale sarà mai, questa nuova vita?
A gennaio mi telefonò Lucia.
Chiara, ancora ti sei chiusa in casa? Dai, ho conosciuto uno nuovo, insegna yoga. Deve proprio piacerti. Ci vediamo?
Tenni il telefono e non parlai.
Mi senti, Chiara? Allora?
Sì, risposi infine.
Allora? Il solito bar?
Chiusi gli occhi, pensando alle infinite ripetizioni di incontri, nuovi tipi, la stessa minestra.
No, Lucia, dissi a voce bassa. Non posso.
Come, non puoi?
Non ci riesco più. Scusami.
Riattaccai.
Pochi giorni dopo ero di nuovo, sola, al bar Da Margherita. Un caffè, lo sguardo perso oltre la vetrina decorata di neve, gente che si affrettava per strada.
Entrò Lucia, vide che ero lì, si avvicinò.
Oh, anche tu qui si sedette, tolse la sciarpa. Senti, quel tipo che ti dicevo… yoga, meditazione, un uomo splendido. Secondo me dovresti provarci, ora più che mai. Ti presento? Vuoi che…
Fissai Lucia. Nelle sue parole, nei suoi occhi troppo brillanti, vedevo improvvisamente il vuoto. Lo stesso, forse, che aveva dentro di sé e che non voleva vedere.
Allora, che dici? incalzò. Devi scuoterti. Stare chiusa in casa non serve. La vita va avanti, capito?
Provai a rispondere, ma non ne fui capace. Dentro di me si affollavano pensieri sconnessi.
Quante volte farò sempre gli stessi errori? Quanto ancora penserò che un altro può darmi la felicità? Forse era già lì, nascosta nelle piccole cose.
Chiara, ci sei? Lucia schioccò le dita davanti al mio viso.
La guardai a lungo, indice, dolore e una verità amara e nuova.
Che mi ero lasciata usare da chiunque tranne che da me stessa. Che avevo cercato risposte fuori. Che avevo distrutto lunica cosa che aveva valore, per qualcosa di evanescente.
Ti sento, sussurrai infine.
Lucia aspettava. Io tacevo. Oltre i vetri il mondo continuava, la neve cadeva come cenere, e nel mio silenzio cera tutto: perdita, rimpianto, la consapevolezza che certe scelte, ormai, non si potranno più cambiare.
Allora? Vuoi conoscerlo?
La fissai, continuando a tacere. E in quel silenzio cera la mia risposta. Una risposta che solo ora cominciavo a comprendere davvero.







