La figlia muta del contadino
Nellinverno del 1932, nel paese di Collecchio, nessuno teneva più il conto dei giorni. Si contavano invece i pugni di farina nel sacco, le ultime schegge per il camino e i battiti del proprio cuore: batte ancora, o si è fermato? Lanno era stato di magra, e la neve stringeva il borgo con tale forza che il ghiaccio alle finestre rimaneva spesso, e il vento fischiava nei camini.
Caterina Bellini abitava a un capo del paese, in una vecchia casa che le avevano assegnato quando il padre, Luigi Bellini, era stato espropriato e mandato in confino con la moglie, lontano, verso lentroterra abruzzese. Lei allora aveva sedici anni. Si diceva che la madre fosse morta durante il viaggio; il padre non lo vide mai più. Caterina rimase invece a Collecchio, perché giaceva in ospedale con una polmonite quando arrivò lordine della confisca. Quando guarì, non aveva più nessuno a cui tornare, né una casa: la sua era stata sigillata e poi smantellata per la legna. Da figlia di un possidente, Caterina era destinata al confino pure lei, ma il sindaco, Antonio Romano, la difese: Ragazza che lavora, lasciamola qui. Così finì nella stalla comunale, a mungere mucche e spalare letame, sempre in silenzio.
Muta era diventata quando portarono via suo padre. Dicevano per lo shock: apriva la bocca, ma le parole non uscivano; appena un sussurro, soffocato da una stretta di ghiaccio alla gola. Il dottor Scalise scuoteva la testa: Questione di nervi, forse passerà. Ma passarono gli anni, e Caterina non parlava mai. Qualcuno la compiangeva, altri la evitavano; si sussurrava che fosse impazzita, oppure una povera Santa. Ma lei non si offendeva. Viveva la sua vita senza disturbare nessuno, lavorava da mattina a sera e si accontentava.
Antonio Romano era tutto lopposto di lei: gran voce, spalle larghe, sguardo severo, deciso, sempre presente quando cera da comandare. Nelle riunioni la sua voce sovrastava tutti, sapeva essere brusco, e, se serviva, picchiava il pugno sul tavolo. A ventisei anni era il sindaco e tutti, a modo loro, lo rispettavano e temevano. Era figlio di braccianti e cresciuto con lidea che lordine venisse prima di tutto. Se cè ordine, cè vita. Chi rompe lordine è nemico, e poco importa se ci sia carestia o gelo: lordine non deve mancare.
Anche la sua vita era tutta disciplina: si svegliava prima dellalba, passava tra le cascine, controllava i sigilli sui granai comunali, dispensava compiti. I paesani borbottavano, ma seguivano le sue direttive perché sapevano che Romano non era tipo da lasciar correre. Se cera da consegnare il grano, lo si consegnava. Se cera da spalare la strada, lo si spalava. Così riusciva a tenere il controllo, anche nei tempi incerti.
Quellinverno, quando circolavano voci che nei paesi vicini la gente cominciava già a gonfiarsi per la fame, Antonio correva tra il municipio del capoluogo e Collecchio, cercando di ottenere qualche razione in più per la comunità. Sapeva che la fame avvelena, e che da lì a poco sarebbero cominciati i furti, le rivolte. Ma lui doveva impedire le rivolte, non per paura dei superiori, ma perché sapeva che se il paese si perdeva nellanarchia non avrebbe sopravvissuto allinverno. La fame è come il fuoco: se gli dai campo, sbrana tutto.
Una notte, tornando dal capoluogo su una vecchia carrozza tirata da un cavallo stanco, decise di tagliare per i campi per accorciare il viaggio. La luna era bassa, la neve brillava come acciaio blu sotto il suo sguardo gelato. Antonio tremava, desiderando solo il suo letto caldo, un bicchiere di acqua bollente e il sonno.
Ma improvvisamente il cavallo si fermò e sgranò le narici. Davanti a lui, ai margini della via, una figura avvolta in uno scialle teneva un piccolo sacco in braccio.
Ehi, fermati! gridò Antonio.
La figura provò a scivolare via, ma lui fu più lesto: balzò giù dalla carrozza, la raggiunse, e riconobbe Caterina.
Era magra, il fazzoletto strappato sul capo, gli occhi grandissimi e pieni di paura; non quella da ladro, ma quella di una bestiola in trappola, conscia di non avere scampo.
Cosè nel sacco? domandò, sospettando già la risposta.
Caterina restò muta. Antonio aprì il sacco e trovò la farina. Farina di segale, scura, la stessa che era sotto chiave nel granaio comunale e destinata solo a chi aveva diritto. Nel sacchetto ce ne erano appena tre, forse quattro chili quanto basta per farne espellere una persona, se non peggio.
Furto disse Antonio, la voce piatta. Sai cosa rischi? Leggi marziali: fucilazione. Io devo arrestarti.
Caterina si piegò sulle ginocchia, nella neve. Non implorava, non gridava, ma emanavano da lei suoni rauchi, come un lamento. Guardava Antonio negli occhi, e lui vide in quello sguardo una disperazione così profonda da restare senza fiato.
Per chi? chiese, senza sapere perché.
Caterina si alzò incerta, fece segno verso il paese, poi aprì cinque dita, poi tre, poi ancora cinque. Antonio capì: la farina era per i figli di Pietro Severi, morto di tifo la settimana prima. Ne erano rimasti tre, piccoli, e la vicina, la signora Lucia, diceva che non mangiavano da giorni.
Alzati, ordinò Antonio, la voce spezzata, su, su.
La aiutò a rialzarsi, prese il sacco e, senza una parola, lo caricò sulla slitta. Lei lo guardava incredula.
Sali, borbottò. Ti porto io, ma deve restare un segreto. Io non ti ho visto, tu non mi hai visto.
Si sedettero uno accanto allaltra, silenziosi fino alla casa dei Severi. Antonio lasciò la farina nellatrio, poi dal fondo della carrozza prese il suo pane e una manciata di alici secche le mise nella borsa di Caterina. Lei stava per opporsi, ma lui la interruppe:
Non discutere. Almeno i bambini vivranno. Ma non rifarlo: la prossima volta non avrò pietà.
Caterina fece un cenno, e Antonio se ne andò senza voltarsi. Lei rimase sulla strada a guardarlo finché la slitta sparì dietro gli alberi.
Quella notte Antonio non dormì. Si rigirava nel letto pensando: perché non lho arrestata? Perché ho disubbidito proprio alla regola più sacra? Nessuna risposta. Solo un dolore sordo, e davanti agli occhi, quegli occhi neri e profondi.
In primavera la situazione in paese migliorò. Erba nuova, strade asciutte, tutti andavano nei campi. Antonio era impegnato a preparare attrezzi, distribuire sementi, controllare che nessuno bigiasse. Ma accadde quello che non si aspettava da sé stesso.
Iniziò a notare Caterina. Prima era solo una tra tante, adesso invece trovava pretesti per passare dalla stalla e osservarla. Non diceva una parola, ma le mani sue erano leggere, svelte. Non lo guardava mai, eppure lui sentiva che sapeva della sua presenza.
Dentro, vergogna e coscienza lottavano con un sentimento nuovo, senza nome. Antonio era un uomo pratico, abituato a decidere in un attimo. Ma adesso scappava da se stesso, spaventato dalla forza di quella cosa sconosciuta e proibita. Aveva una fidanzataGiulia, la figlia del fabbro Lorenzo. Bella, solida, le trecce dorate, la risata argentina. Si erano promessi in autunno, e Giulia aspettava soltanto la data delle nozze. Ottima scelta: brava, ordinata, padre benestante.
Antonio si ripeteva che Giulia era quella giusta. Una famiglia solida, come si deve. Caterina, invece? Una muta, senza dote, figlia di espropriati. Vergognarsi anche solo a pensarci.
Eppure la cercava.
Un giorno di maggio, mentre Caterina zappava lorto della sua casupola, Antonio, passando diretto alla bottega del fabbro, si ritrovò invece davanti al suo cancello.
Serve una mano? chiese, stupito della propria voce.
Lei si raddrizzò, sistemò il fazzoletto, scosse la testa. Ma lui già era dentro il cortile, afferrò la zappa e iniziò a lavorare, goffamente, arrossendo fin sopra le orecchie. Caterina lo osservava, e quello sguardo lo metteva a disagio come un ragazzino.
Tu iniziò, insicuro. Tu usciresti, ogni tanto? Così, tra la gente. Stare sempre da sola non va.
Lei rimase zitta. Allora gettò la zappa, si avvicinò e le prese la mano. Era fredda, ruvida, ma le dita si serrarono sulle sue.
Caterina, disse, la voce spezzata. Io…
Lei alzò lo sguardo, e in quegli occhi cera tutto ciò che non poteva dire a parole. Antonio simpaurì. Fece un passo indietro, come davanti a un fuoco.
Scusami, sussurrò. Non posso. Non dobbiamo.
E se ne andò senza voltarsi. Lei rimase accanto al cancello, le braccia lungo i fianchi.
Dopo quel giorno, Antonio la evitò. Fissò la data delle nozze per la Madonna del Rosario; Giulia, raggiante, provava vestiti e preparava la dote. Il paese intero era in fermento. Caterina invece divenne ancora più invisibile. Non cercava incontri, non lo guardava, ma lui sapeva che soffriva. E soffriva anche lui.
Tutto cambiò in settembre. Antonio era rimasto in municipio a sbrigare carte; tornando a casa sentì un pianto sottile provenire dal fienile dietro i Severi. Affacciandosi, vide Caterina col piccolo Lucia Severi, tre anni, il ventre gonfio e gli occhi vitrei. Accanto stavano gli altri due fratellini, uno dei quali non respirava.
Antonio li scosse, capì che erano vivi per un soffio. Caterina lo guardò con una tale angoscia che, senza pensare, prese la piccola in braccio.
Bisogna portarli allospedale, subito!
Lei scosse la testa: non aveva cavallo, né diritti, né nome. Solo Antonio poteva farlo. E così fece. Tutta la notte in carrozza, avvolti nei cappotti. Antonio guidava, Caterina stringeva la bambina e lo fissava; e lui si sentiva insieme grave e leggero.
I medici salvarono i bambini. Ancora un giorno, sarebbero morti di fame, disse il dottore. Antonio tornò allalba con Caterina. Quando lei scese dalla carrozza, le chiese:
E tu hai mangiato oggi?
Lei abbassò gli occhi. Lui bestemmiò, accese la stufa, scaldò acqua, le diede del pane secco e una tazza di acqua calda. Lei beveva a piccoli sorsi; lui la guardava, e capiva che non poteva più mentire a se stesso.
Caterina, disse. Sciolgo il fidanzamento. Non posso non posso più fare senza di te.
Lei tremò, posò la tazza, poi allungò la mano, la portò alla sua guancia e pianse ma in silenzio, con tutte le spalle che sussultavano. Lui labbracciò e sentì che era magra e fragile, e che in quella fragilità cera più vita di quanta ne avesse mai conosciuta.
Scoppiò il finimondo. Giulia lo seppe dalle comari, prima ancora che lui lo annunciasse. Entrò in municipio urlando e pianse davanti a tutti:
Tu, Romano, vergogna del paese! Vuoi sposare la figlia del possidente, una muta? Perdi il lavoro e la dignità!
Antonio taceva, i denti serrati. Sapeva che aveva ragione: un uomo pubblico legato a una espropriata e muta era la fine di ogni carriera. Ma quando sentì Giulia insultare la casa di Caterina, dentro di sé qualcosa si spezzò.
Vai via, le disse in tono basso. Risparmiati la vergogna.
La vergogna sono io? urlò Giulia. Ti rovino, Romano, ti distruggo!
Dopo una settimana arrivò una lettera anonima al prefetto: il sindaco Romano copre gli espropriati, vive con linfame, dilapida le risorse comunali. Antonio fu chiamato a rendere conto. Raccontò tutto, senza mentire: dei bambini, dei suoi sentimenti. Il segretario provinciale, Berti, ascoltò in silenzio e poi disse:
Sei proprio scemo, Antonio. Hai scelto la donna che ti rovina la vita. Va allora a tagliare tavole, che fai meglio il falegname che il sindaco.
Così Antonio passò da sindaco a falegname comunale. A fine ottobre, in silenzio, senza corteo né banda, sposò Caterina in municipio. Fecero da testimoni il vecchio stalliere e la vicina Lucia. Caterina indossò un vestito semplice, lui la camicia migliore; insieme andarono nella loro casa, quella dove un giorno lui aveva offerto acqua bollente e calore.
Lei faticava a credere che fosse tutto reale. Sedeva sulla panca, stringeva il fazzoletto, lo osservava come si guarda un miracolo. Lui le prese la mano e disse:
Ora siamo insieme. Se tornerà la tua voce, bene; se no, non importa. Ti capisco lo stesso.
Lei si accostò al suo petto.
Nel 1934 nacque per loro un figlio. Lo chiamarono Pietro, come il padre di Antonio, mai conosciuto dal nipote. Biondo, occhi grigi, proprio come il padre. Caterina, stringendolo, sorrise apertamente per la prima volta dopo anni; Antonio, vedendo quel sorriso, seppe che non avrebbe rimpianto nulla.
Pietro cresceva vivace e curioso: la felicità dei genitori era guardarlo giocare, comandare sui bambini e fare mille domande. Caterina non parlava, ma coi gesti e gli sguardi il figlio la capiva benissimo.
Antonio lavorava nella squadra di falegnami. Era apprezzato per le mani doro e lonestà. Nessuno parlava più del passato, tranne Giulia, ormai sposata con un altro contadino, che quando incrociava Caterina la guardava con tale astio che lei faceva il possibile per evitarla.
Poi la guerra scoppiò.
Antonio partì con la leva agli inizi. Il paese intero lo salutò, e Caterina, col piccolo Pietro sulle ginocchia, lo guardò partire. Lui si voltò, fece cenno e gridò: Proteggi nostro figlio!. Lei annuì e restò sulla strada finché la polvere si fu posata.
Arrivarono pochissime lettere: dapprima dal Nord, poi dal Sud e infine mesi di silenzio. Caterina lavorava nellospedale militare di Campobasso, a venti chilometri dal paese; lasciava Pietro a zia Lucia e ogni settimana si divideva tra servizio e casa.
Nellinverno del 1943 accadde ciò che le sconvolse la vita.
Doveva tornare a casa, ma quando arrivò un treno di feriti la trattennero in ospedale tre giorni. In quei giorni, i tedeschi bombardarono la ferrovia e il quartiere dei profughi.
Pietro era dalla zia Lucia, ma un pomeriggio chiese a un amico di portarlo a vedere i treni della guerra. E lì fu la bomba.
Quando Caterina arrivò, non riconobbe nemmeno il luogo: rotaie sconvolte, mattoni, terra bruciata. Cercò, chiese a tutti, fece segni: dovè mio figlio? Le dissero che i bambini erano stati portati in ospedale. Corse lì, li cercò tra i letti, ma Pietro non cera.
Dopo tre giorni le diedero la notizia: Pietro Romano, nato 1934, risultava disperso e seppellito in una fossa comune.
Caterina non urlò. Rimase un attimo in piedi, infine si lasciò andare a terra mentre dal petto le usciva lo stesso suono gutturale che un tempo Antonio aveva sentito.
Tornò a Collecchio, si chiuse in casa e non uscì per tre giorni. La zia Lucia bussò, la chiamò niente. Al quarto giorno Caterina uscì, si sedette davanti alla porta e fissò il vuoto. Smagrita, occhi neri e fissi: la gente voltava lo sguardo.
Da quel giorno perse anche i sussurri. E solo il lavoro la salvò dalla follia.
Ma Pietro era vivo.
Durante il bombardamento si era nascosto sotto un carro e, stordito, era fuggito nella campagna. Lo trovò Giulia, la ex-fidanzata di Antonio, che faceva la crocerossina quel giorno. Riconobbe subito il volto che avrebbe voluto vedere scomparso: e la sua vecchia rabbia tornò ad ardere.
Prese il bambino, lo nascose con un vecchio mantello e, una volta compilati i registri dei morti, lo fece passare per deceduto. Poi lo spedì dalla sorella che viveva vicino a Terni, presentandolo come orfano senza parenti: Accoglilo, non ha nessuno.
A otto anni, Pietro, frastornato, che non ricordava nemmeno il nome, fu registrato come Pietro Grimaldi. Crebbe in una famiglia estranea, scordando il passato a poco a poco: come i sogni, allalba.
Giulia rientrò poi in paese e assaporò nel vedere il dolore di Caterina la sua personale vendetta.
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Antonio tornò dalla guerra nel 45, menomato: il braccio sinistro non funzionava più. Girava per il paese ignorando che il figlio era perduto. Caterina lo aspettava in veranda: dagli occhi lui capì tutto, ancora prima che mostrasse la lettera.
Si abbracciarono, in silenzio, davanti casa, col vento che spettinava i capelli.
Non lhai protetto, sussurrò Antonio.
Lei taceva. Lo sapevano entrambi: dalla guerra non si protegge nessuno. Ma il dolore era troppo.
E continuarono a vivere. Antonio, anche con un solo braccio, lavorava il legno per le case della gente. Caterina, sempre alla stalla. Calò il silenzio: non quello felice, ma quello della fine dei sogni futuri.
Giulia viveva a poca distanza, due figlie, il marito morto nel 43. Aveva una mucca, era benestante, e manteneva sempre la faccia fieramente dignitosa. Incrociava Antonio e lo salutava freddamente, col sorriso di chi nasconde qualcosa; ma lui sentiva la falsità e girava al largo.
Passarono dieci anni.
Un giorno destate del 1955, Antonio aggiustava un cancello in periferia. Il sole picchiava e lui, a torso nudo, non aveva fretta. Due giovani passavano sulla strada gente del capoluogo, pantaloni eleganti, zaini sulle spalle. Uno bruno, uno alto e biondo, robusto.
Antonio li guardò e ebbe un sussulto.
Il biondo camminava con una lieve zoppia, ma il volto il volto era il suo, quello dei suoi ventanni. Stessi occhi grigi, stessi zigomi, stesse sopracciglia solo la bocca, un po più piena, materna.
Antonio lasciò cadere il martello, si sollevò.
Ehi, chiamò, con voce roca. Ehi, ragazzo!
Il giovane si voltò, diffidente.
Come ti chiami? chiese Antonio, le mani tremanti.
Pietro, rispose lui, ancora diffidente. Perché?
Antonio crollò sulla panca, incapace di parlare. Lamico rise, pensando a un pazzo del paese, ma Pietro non rideva. Guardava Antonio e nella mente tornavano spezzoni di ricordi: il fieno, due mani forti che lo lanciavano in aria, una donna silenziosa dalle mani calde.
Tua madre si chiamava Caterina, disse Antonio. Sei nato nel 34, a Collecchio. In guerra ti hanno dato per morto. Ma sei vivo.
Pietro sbiancò. Sapeva di essere stato adottato. La zia gli aveva detto che la madre era morta nel bombardamento e il padre non era mai più tornato. Non portava il proprio cognome, non aveva mai conosciuto la verità.
Vieni, disse Antonio. Vieni a casa: cè tua madre.
Caterina sedeva in giardino, sulla vecchia panca sotto il pero: sbucciava carote, persa nei suoi pensieri. Si voltava raramente, ormai la gente era abituata a vederla muta e assorta.
Antonio portò Pietro al cancello:
Lei non parla, ma non aver paura.
Pietro entrò. Vide la donna con lo scialle. Lei alzò lo sguardo, i loro occhi si incontrarono.
Caterina balzò in piedi, le carote caddero, si portò le mani al petto e lo fissò incredula. Pietro le andò incontro, senza parole. Lei lo toccava, il volto, le spalle, le mani come per accertarsi che fosse reale. Dalla sua gola uscì un suono lungo, misto tra un grido, un canto, un pianto. Lo abbracciò, tremando.
Mamma disse lui, e fu come tornare bambino.
Antonio li osservava, asciugandosi gli occhi col dorso della mano.
Nel giro di poco si seppe che Pietro era stato ritrovato. Giulia, informata, sbiancò e si chiuse in casa. Ma Pietro si ricordò della donna che lo aveva portato via dal treno, delle lacrime quando chiedeva di tornare a casa: ora quelle immagini erano chiare, terribili.
In paese ci fu una piccola assemblea. Tutti ascoltavano, mormorando. Giulia era pallida, muta. Le sue figlie piangevano. Il vecchio stalliere chiese:
Perché hai fatto questo, Giulia? Perché hai tolto un figlio alla madre? Hai strappato tredici anni di vita a quel ragazzo
Giulia alzò la testa, occhi asciutti, ancora pieni dodio.
E lei, perché mi ha portato via luomo che amavo? E perché mi ha umiliata? Ha pagato, così come io ho sofferto.
Caterina si fece avanti. Piccola, magra, si fermò davanti a Giulia. Un attimo di silenzio.
Poi le posò la mano sulla spalla. Solo quello: un gesto di tale perdono che toccò tutti. Si voltò e se ne andò, dai suoi uomini.
Giulia rimase sola, finalmente in lacrime.
Pietro non rimase subito a Collecchio: andava e veniva, imparava quella vita. Lavorava nei mulini del paese grande, non sapeva fare il contadino. Antonio non lo forzava, Caterina non chiedeva nulla. Lei preparava torte, lo guardava mangiare e sorrideva.
In una visita Pietro portò con sé la bimba, la propria figlia.
Nonna, disse, questa è tua nipote. Si chiama Assunta.
Caterina la prese tra le braccia, la strinse, e le labbra si mossero.
As-sun-ta mormorò. Le parole uscirono rotte, quasi incomprensibili, ma erano parole.
Pietro la fissava. Antonio, dalla panca, si irrigidì. Caterina ripeté piano:
Assuntina.
E pianse, la bimba stretta a sé.
1980, Collecchio
Caterina Bellini sedeva sulla solita panca sotto il pero. Il pero non dava più frutti, ma nessuno laveva mai abbattuto: stava lì, tra le memorie. I suoi rami sembravano ricordare ogni cosa: la notte in cui Antonio era venuto da lei per la prima volta, le sue lacrime, le risate di Pietro bambino, i silenzi pieni che avevano saputo colmare senza bisogno di parole.
Pietro aveva ormai quarantasei anni. Si era trasferito vicino alla casa dei genitori, lavorava in paese col mestiere del padre, e si diceva: Le mani dei Romano, doro come quelle di Antonio. Aveva moglie, Assunta, figli la piccola Assunta, in onore della nonna, e due ragazzi vivaci, biondi come il nonno.
Antonio era morto due anni prima, serenamente. Una sera si era seduto sulla panca di sempre, aveva respirato laria del giardino, e lindomani mattina non si era più svegliato. Caterina quel giorno non pianse. Rimase lì, a fianco, la mano sulla sua, rivivendo tutta la loro vita come un susseguirsi di fotogrammi. Ricordò linverno della farina, il suo volto duro, la frase: Non ti ho visto. E poi quando lui era entrato in casa, acceso il fuoco allora aveva creduto di essere in paradiso. Ora Antonio era partito davvero, e lei rimaneva a vegliare il loro sogno.
Le parole non tornarono subito, ma ritornarono. Prima sussurrate, poi più chiare. Il primo nome gridato fu Pietro, quando il figlio venne a vivere con loro. Da lì in poi, Caterina che tutti nella zona chiamavano la muta divenne invece la nonna ciarliera, sempre pronta a dare consigli e ridacchiare con le vicine.
Ma negli attimi di vera pace, il silenzio la riconquistava, e allora riemergeva la vecchia Caterina: muta, guardando il vuoto colmo di cose non dette.
Giulia era morta cinque anni prima. Prima di morire aveva chiesto di vedere Caterina. Rimasero una lunga ora insieme, nessuno seppe cosa si dissero. Quando Caterina uscì, il suo viso era pallido ma sereno, e Giulia, dopo quel colloquio, smise di lamentarsi e morì serena tre giorni dopo.
Era molto addolorata, confidò poi Caterina a Pietro, chiedeva perdono. Ma io lavevo già perdonata. Ricorda, figlio mio: il rancore brucia chi lo porta in sé. Io il mio lho strappato come lerba cattiva. E sono ancora viva, proprio per questo.
Seduta sotto il pero, Caterina ora sentiva di aver vissuto davvero. Nonostante le carestie, la guerra, la morte del figlio pianta come disperso, gli anni di silenzio e la fatica senza fine cera stato altro. Antonio. Le sue mani odorose di legno, la sua cura silenziosa. Il primo nomignolo, Caterinella. E Pietro, tornato dal nulla. E i nipoti che giocavano nel frutteto, il pronipote nelle braccia della piccola Assunta.
Le tornavano in mente le parole del padre: Abbi pazienza, Cate. Sii forte, che la farina si ottiene macinando tutto…. Allora non capiva. Ora sì: le prove si macinano, ma la farina che ne esce è buona, pane quotidiano.
Il sole calava oltre i campi, il vento faceva ondeggiare le foglie del pero. In lontananza, le vacche tornavano dalla pastura, odorava di legna e di erba tagliata. Caterina ascoltava per un attimo tutto questo e, dentro di sé, sentiva che finalmente era arrivata quella pace profonda, non la muta disperata, ma quella consapevole che arriva quando ogni dolore si è placato, ogni offesa è perdonata e tutto il necessario è stato compiuto.
Sospirò, sistemò il fazzoletto e andò verso casa a mettere lacqua per il caffè.






