Tradire la memoria di mio padre.
Lucia Serminati camminava piano tra i cortili del suo quartiere romano ormai da più di unora, anche se dalla sua casa al panificio ci sarebbero voluti sì e no cinque minuti. Ma quella sera di novembre, bagnata e malinconica, le si attaccava addosso come la pioggia fine che da poco aveva iniziato a cadere. Non aveva neanche molta voglia di rincasare, in quellappartamento dove lattendevano solo una vecchia caffettiera fredda, il pavimento che chiedeva di essere lavato, e il suo enorme gatto Oreste, divenuto nel tempo il suo unico confidente se si escludevano le voci del televisore, acceso dal primo mattino fino a tarda sera, per illudere la casa di presenze che non cerano.
Le gambe le facevano male, il ginocchio sussurrava fastidio a ogni passo, il tempo era pesante, ma Lucia decise comunque di sedersi nel piccolo parco giochi del cortile, su una panchina sotto un vecchio tetto arrugginito. Affondò le mani nelle tasche consumate del cappotto blu, lo stesso che portava ormai da sei o sette anni, e che non aveva mai sostituito: tanto, a chi serviva?
Un tempo, quando suo marito Franco era ancora vivo, la vita aveva un altro suono. Era piena, rumorosa, quasi affollata in quel bilocale dove erano cresciuti i loro figli il maggiore Matteo e la piccola Chiara. Ora Matteo abitava a Milano con moglie e figli, e Chiara era finita a Torino, sposata con un giovane ingegnere di software: passavano da un viaggio allaltro, tra conferenze e vacanze allestero. Si ricordavano di lei solo a Natale o nel giorno del suo compleanno, inviandole un auguri mamma, ti voglio bene tramite WhatsApp, allegando foto di quei nipoti ormai quasi estranei, bambini che non venivano mai a trovare la nonna destate perché impegnati tra campi scuola, corsi di inglese e vacanze in Spagna.
Lucia sospirò osservando una grassa cornacchia saltellare sullasfalto umido. Da giovane aveva immaginato un futuro diverso: i figli come sostegno nella vecchiaia, i nipoti in casa, telefonate serali, visite. La realtà era invece una raccolta di messaggi frettolosi, Matteo che la chiamava ogni tanto solo per dire: Mamma, come va? Siamo di corsa, il lavoro e i bambini non ci danno tregua, e Chiara che, credendo di bastare con un bonifico mensile, si sentiva libera da ogni altro dovere. Così, la vita in pensione era diventata una monotona ripetizione: sveglia, televisione, pappa al gatto, caffellatte, di nuovo televisione, pranzo, spesa, una passeggiata serale e poi ancora davanti alla tv, sola.
A volte le capitava di parlare ad alta voce, commentando le sciocchezze dei conduttori in tv: Oreste allora la guardava con i suoi occhi gialli, sbuffava e si rifugiava sulla poltrona.
Quella sera, la casa la chiamava ancora meno del solito. La pioggia non riuscì a scacciarla dalla sua panchina; Lucia si strinse meglio nel cappotto, abbassò la lana del berretto blu sugli occhi.
Lucia? una voce maschile si fece largo tra il rumore delle gocce. Lucia, siete voi?
Lucia si voltò di scatto. Accanto alla panchina stava un uomo alto, appena curvo, con un impermeabile marrone fuori moda e una coppola tirata sulla testa grigia. Lo riconobbe subito: era Gennaro Petroni, il vicino del palazzo accanto, anche lui vedovo, anche lui gran camminatore, sempre con il bastone. Si incrociavano spesso in ascensore o vicino ai cassonetti della raccolta differenziata, ma non erano andati mai oltre frasi di circostanza sul tempo.
Gennaro? Ma sotto la pioggia… vi raffredderete! mormorò Lucia.
E voi, Lucia? sorrise lui, accomodandosi piano accanto a lei dopo aver steso sul legno una copia del Messaggero presa dalla tasca. Vi vedo da tempo qui seduta. Ho pensato che magari non stavate bene e sono venuto a controllare.
No, va tutto bene fece lei con un gesto della mano, tanto più rassegnato quanto sincero. È che stasera non ho proprio voglia di tornare a casa. È una tristezza… di quelle che ti schiacciano.
Vi capisco annuì Gennaro, estraendo la sua piccola fiaschetta di grappa. Cura danimo precisò con un sorriso. Non bevo quasi mai, ma quando lumore gela, trenta gradi aiutano a scaldare il cuore. Che dite, volete un goccio?
Lucia ebbe un attimo di riluttanza, poi prese la fiaschetta: tanto, chi mai lavrebbe vista? Bevve un sorso minuscolo: la grappa le bruciò la gola, ma le accese il petto di tepore. Grazie sussurrò, restituendola.
E voi? chiese, Avevate una moglie, se ricordo bene?
Avevo sospirò Gennaro. Ormai tre anni da quando la Teresa se nè andata. I figli sono a Bologna e Firenze, indaffarati, una vita tutta loro. Passano due o tre volte lanno, una telefonata la domenica. E voi?
I miei sono lontani. E chiamano poco. Mio marito è morto da quindici anni.
Allora siamo proprio una coppia di solitudini, Lucia.
Rimasero a lungo in silenzio, ad ascoltare la pioggia. Ma era un silenzio tiepido, quasi familiare, come fra chi già sa tutto dell’altro.
Sapete si fece coraggio Gennaro, imbarazzato vi osservo da tempo dalle finestre. Siete sempre curata, a passeggio alla stessa ora. E sempre sola. Avrei voluto conoscervi meglio, ma… non ho mai trovato il momento. Oggi essere qui, così, sotto la pioggia… mi pareva destino.
Lucia rise tra sé. E cosa trovate di tanto interessante in una vecchia signora come me?
Che altro dovrei fare? Gennaro scrollò le spalle. Ormai ci ho fatto labitudine: se non vi vedo a passeggio, mi preoccupo.
Ma guarda tu… esclamò Lucia, e allimprovviso sentì crescere dentro un caldo, strano sollievo. Qualcuno pensava a lei, lattendeva, la cercava.
Che ne dite propose lui ci facciamo compagnia dora in avanti? Passeggiare in due è meglio. Io ho il bastone, ma so difendere anche da una cornacchia coraggiosa.
Risero, per la prima volta insieme, e si diedero la mano ridendo come bambini. Da quel giorno diventarono inseparabili: ogni sera camminavano insieme nel parco dietro casa, se non pioveva troppo. Gennaro aveva alle spalle anni di fabbrica come disegnatore tecnico, ora leggeva libri di storia e scriveva articoli per un giornalino locale; Lucia, che era stata contabile, lo ascoltava con sincera attenzione, ponendo domande precise anche se la storia non era mai stata il suo forte. Lui ascoltava con pazienza i suoi ricordi: la casa di campagna costruita con Franco, venduta poi per quasi nulla perché ai figli non interessava.
La sera, tornando a casa dopo lunghe chiacchierate, Lucia si scopriva sorridente. Iniziò a cucinare con più amore: provava nuove ricette da offrire a Gennaro dalla ciambella classica alle frittelle di zucchine. Oreste, sentendo odore di cose buone, si era fatto ancora più affettuoso.
Un giorno Gennaro si fermò a dormire, si era fatto tardi parlando. Lucia gli offrì il divano. Da allora, accadde sempre più spesso. Gennaro portò spazzolino, ciabatte e persino una piccola valigia. Vivere con lui era diventato naturale: la tv raramente accesa, lunghe conversazioni, Oreste che inizialmente soffiava, ma poi andava addirittura a dormire sui suoi piedi.
Gennaro, domani facciamo i cannelloni? propose Lucia, una sera di primavera davanti a un tè col miele.
Preparo io il ragù, tu la besciamella accettò lui, e le brillavano gli occhi.
Solo una nuvola minacciava la felicità di Lucia: il pensiero dei figli. Non era riuscita a parlargli di Gennaro. Sapeva che per loro il papà era unicona, che Matteo soprattutto non accettava che qualcuno prendesse il posto di Franco nella casa dove erano cresciuti. Gennaro la rassicurava: Lucia, sono tuoi figli, decidi tu i tempi.
Il giorno del suo compleanno, però, i figli la sorpresero: Veniamo tutti per il tuo compleanno, mamma! Dicci cosa vuoi che portiamo!. Felice e poi subito ansiosa, Lucia non sapeva che fare. Gennaro confessò per qualche giorno torna nel tuo appartamento? Parlo prima io con loro, ti presento dopo…
Gennaro tacque a lungo. Lucia, sono solo uno da nascondere? Dopo mesi insieme, devo essere messo alla porta per i tuoi figli?
Non per sempre, solo un paio di giorni…
Va bene sospirò lui, amareggiato. Ma ricorda, Lucia, non voglio essere mai più quello che deve nascondersi.
Il giorno dopo Gennaro raccolse le sue cose e se ne andò. La casa si fece subito vuota e agghiacciante. Anche Oreste sembrava cercarlo. La mattina arrivarono Matteo e Chiara con le famiglie, portando trambusto, profumo di dolci e regali scintillanti.
La sera, Lucia trovò il coraggio di convocare i figli in cucina.
Devo parlarvi. Era pallida e tremante. Sto con un uomo, Gennaro Petroni. Conviviamo da sei mesi.
Silenzio gelido. Matteo sbiancò: Cosa significa che convivete? Mamma, sei impazzita? Hai sessantacinque anni!
Ma mica sono morta, Matteo…
In questa casa, dove papà ha vissuto per noi, hai portato uno sconosciuto?
Non è uno sconosciuto. È una brava persona, un ex ingegnere, mi fa stare bene.
Mi interessa niente, mamma. Hai tradito papà! gridò Matteo, la voce rotta dalla rabbia.
Matteo, basta! intervenne Chiara, ma il tono della voce era duro. Certo che a volte uno si vergogna. Mamma, tu convivi come una ragazzina! Non ti rendi conto che ci metti in difficoltà di fronte ai nostri mariti e figli?
E voi, devo chiedere il permesso persino per stare un po bene? Lucia quasi urlò, le lacrime agli occhi.
Lucia, o noi o lui. Se continui con quelluomo, non ci vedrai più. E neanche i nipoti.
Lucia singhiozzava appoggiata alla tovaglia nuova. I figli non si voltarono più indietro.
Lindomani, Lucia girava per la casa come un fantasma. Al mattino sentì la porta chiudersi dietro ai figli con le loro famiglie, senza una parola daddio. Restarono solo i regali, impilati nellingresso, e Oreste a fissarla.
Nel pomeriggio chiamò Gennaro, la voce spenta: Meglio che non ci vediamo più. I miei figli non vogliono. Mi hanno dato un aut aut…
Scegli loro, allora? Lucia, ti rendi conto che ti stanno ricattando?
Sono i miei figli, Gennaro. Scusami.
Riattaccò, si accasciò sulla poltrona con Oreste e pianse come non aveva pianto nemmeno quando aveva perso Franco: allora almeno cerano i figli, adesso il vuoto.
Passarono due mesi. Lucia tornava a riempire il silenzio col televisore, parlava a voce alta ai conduttori e cucinava solo per sé. Le rare telefonate dei figli erano fredde e brevi. Era più sola di prima.
Una sera incontrò la signora Gina delle scale, la pettegola del palazzo: Lucia, come state? Non si vede più il Gennaro… Pare che non sia in buona salute. Lho visto barcollare, dimagrito, solo.
Malato? Un brivido. Che ha?
Non so, sembra peggiorato.
Lucia tornò a casa agitata, guardò il telefono a lungo e infine compose il numero di Gennaro.
Sì?
Gennaro, sono io… Come stai?
Lucia… Che vuoi, i figli permettono?
Gennaro smettila. Perché non mi hai detto che stai male?
A che scopo? Hai fatto la tua scelta.
Che sciocco sei. Aspettami, arrivo.
Indossò il cappotto, corse nelledificio accanto. Gennaro aprì la porta: era pallido, scavato, ma sorrideva, e a Lucia sembrava tornare respiro.
Lucia, perché sei venuta?
Perché sono stupida, e più stupida tu. I figli non si sono mai accorti di me. Ma tu sì. E io ora ho scelto te.
Lo strinse, lo guidò in cucina, gli preparò la cena e poi rimase a dormire da lui.
Domani chiamo Matteo annunciò decisa con la teiera in mano e gli dico che questa sono io, e che se non vi sta bene, pazienza. Io ho il diritto di essere felice, almeno adesso.
Lucia, non litigare per me con i tuoi…
Devo farlo. Ho dato tutto e ricevuto solo condizioni. Basta così.
Il giorno dopo prese il telefono e, con voce calma, disse al figlio: Matteo, io resto con Gennaro. Se vuoi venirmi a trovare sei il benvenuto, ma non rinuncio a una persona che mi fa stare bene. Non tradisco papà, e non spetta a voi giudicare.
Allaltro capo una lunga pausa, poi la voce stanca del figlio: Mamma, fai come vuoi…
Qualche giorno dopo, un messaggio da Chiara: Se così stai meglio, va bene. Vieni tu dai nipoti quando ti va, ma non parlarci di Gennaro, per favore.
Lucia rise tristemente, ripose il telefono. Sapeva che mai i figli avrebbero capito fino in fondo. Ma ora in cucina cera Gennaro, Oreste si strofinava sulle sue gambe, e la tv poteva anche restare in silenzio: finalmente aveva di nuovo qualcuno con cui parlare, qualcuno con cui vivere.
Gennaro, domani cannelloni?
Senzaltro. Tu la besciamella, io il ragù sorrise lui, tornando a brillare, come la sera della pioggia.







