Torna e prenditi cura di me

Torna e accudisci

Giulia, apri subito! Sappiamo che sei lì! Serena ha visto la luce accesa in finestra!

Giulia stava proprio finendo di legare uno stelo di eustoma al supporto di legno. Le mani verdi di clorofilla, il grembiule sporco di terra. Alzò lo sguardo verso la porta di vetro dellatelier. Oltre il vetro, due sagome. Una la riconobbe subito, anche attraverso il vetro appannato: spalle larghe, capelli tinti color ciliegia troppo matura. Elvira Leonardi: la suocera. O meglio, lex suocera.

Giulia non si affrettò. Posò leustoma in un secchio d’acqua, si tolse i guanti, li appese al solito chiodo sopra il banco di lavoro. Infine andò ad aprire.

Buonasera, disse, spostando il chiavistello.

Elvira Leonardi fu la prima a entrare, senza nemmeno aspettare un invito. Dietro di lei si infilò Serena, sorella di Michele, con gli occhi lacrimanti e una sciarpa informe buttata sulle spalle.

Buonasera un corno, Giulia, ma ci sei o ci fai? Elvira gettò uno sguardo critico allatelier, in cerca di qualcosa da biasimare. E trovò: Tu qui che annusi i fiorellini mentre una persona sta morendo!

Chi sta morendo? chiese Giulia, calma come la Svizzera.

Michele! esclamò Serena, subito tappandosi la bocca con la mano. Michele è in ospedale. È stato un incidente: la schiena!

Giulia le fissò, in silenzio. Dentro sentì una fitta, ma non quella tempesta di dolore che la travolgeva solo sentendo il nome Michele lanno prima. Era una fitta più quieta, il riflesso cauto di chi si è già scottato e ora tiene le distanze dal fuoco.

Sedetevi, disse, indicando due sgabelli vicino al banco.

Non abbiamo tempo per sedie, tagliò corto Elvira, ma comunque si abbassò a sedersi con fatica (le gambe non erano il suo punto forte; Giulia lo ricordava: vene varicose, pressione alta).

Serena restò in piedi a strapazzare la sciarpa.

Raccontatemi bene, chiese Giulia.

E loro raccontarono, a staffetta, interrompendosi e contraddicendosi su dettagli insignificanti. Michele, tre giorni prima, era sulla superstrada. Pioveva. Ha perso il controllo, si è schiantato sul guardrail. Auto da rottamare. Lui vivo per miracolo, ma frattura vertebrale. Operazione fatta, ma i medici prudono nei giudizi: forse tornerà a camminare, forse no. Serve assistenza. Serve che accanto ci sia qualcuno di famiglia.

E Martina? chiese Giulia.

Il nome le uscì naturale. Le fece quasi tenerezza, considerando che un anno fa le avrebbe trafitto il cuore come un coccio nel piede. Martina, ventotto anni, commerciale di unazienda; la donna per cui Michele lasciò casa dopo diciotto anni di matrimonio.

Elvira aggrottò le labbra.

Martina è scappata.

Scappata dove?

A casa della madre. A Mantova. Serena stavolta si tappò la bocca per la rabbia più che per il dolore : Quando ha sentito che forse Michele sarebbe rimasto zoppo, in tre ore ha impacchettato due valigie. Non risponde più nemmeno al telefono.

Silenzio. Nellatelier si sentiva solo il rubinetto che perdeva sopra il lavandino e il profumo umido di terra e leggermente dolciastro dei fiori.

Quindi, cosa volete da me? chiese infine Giulia.

Elvira si raddrizzò sullo sgabello.

Giulia, avete vissuto insieme diciotto anni! Diciotto! Lo conosci meglio di chiunque altro. Solo tu sai stargli dietro. Solo te ascolta. Ora gli serve qualcuno che…

Signora Leonardi, la interruppe Giulia, state parlando delluomo che mi ha lasciata per unaltra. Di colui che, in questa stessa vita costruita in diciotto anni, non ha trovato più spazio per me solo l’anno scorso.

Ma che centra! sbottò Serena. Quello è passato. Qui rischia la vita una persona!

La vita?

Il medico lo ha detto: senza assistenza rischia piaghe, peggioramenti! Hanno operato la colonna vertebrale, mica il raffreddore, Giulia!

Giulia chiuse delicatamente il rubinetto, pensierosa sulle sue mani: cinquantadue anni. Queste mani che avevano composto bouquet così belli da finire incorniciati nelle case dei clienti. Mani che avevano impastato torte, dato iniezioni durante febbri a quaranta al figlio, fasciato le dita tagliate di Michele, riparato prese elettriche e trasportato borsoni dal mercato. Mani che sapevano fare tutto, a tal punto che Giulia raramente si era chiesta se volesse davvero farlo, o se lo facesse solo perché si deve, perché così si fa, perché altrimenti, è noto, scende il diluvio universale.

Pulì le mani sullo strofinaccio, si voltò.

Ci penserò, disse.

Non cè tempo per pensare! Elvira si alzò, la voce dura, quasi minacciosa. Mentre tu ci pensi, lui è solo laggiù! Senza moglie, senza nessuno! Serena lavora tutto il giorno, io ho la schiena a pezzi, nemmeno cammino! Non puoi startene qui tra i tuoi fiori e far finta che non sia affare tuo!

E di chi sarebbe, scusi? sussurrò Giulia.

Nessuno rispose.

Fuori, oltre la porta a vetro, era ormai buio pesto. Ottobre: le notti, come le sfighe, arrivano presto. Giulia guardava la strada, il lampione giallo di fronte, l’asfalto bagnato, la panchina vuota davanti all’atelier dove in estate i clienti si sedevano ad aspettare che finisse un mazzo.

Una storiella vera, pensò. Proprio da vita vissuta, niente fiction: due persone in carne e ossa ti esigono di tornare a essere qualcuno che non sei più.

Va bene, disse. Domattina vengo. Guardo come sta Michele. Ma niente promesse.

Elvira tirò un sospiro di sollievo. Serena saltò ad abbracciarla, e lei rimase con le braccia penzoloni, aspettando placida che la lasciasse andare.

Quando uscirono, Giulia rimase per parecchio sullo sgabello dove si era seduta la suocera. Guardava i suoi fiori: leustoma rosa col bocciolo a pergamena nel secchio, le casse di crisantemi lungo la parete, i rami di fisalis con le lanternine arancioni. Questo posto lo aveva inventato lei. Aveva preso il locale tre mesi dopo che Michele era sbattuto fuori. Pitturato a mani nude quel grigio-bianco che le piaceva, mentre il vicino Mario le aveva montato le ante dellarmadio in cambio di una buona bottiglia di Chianti. Aveva pensato al nome: Stelo e Cambiale. Allinizio le era sembrato buffo, poi le era entrato nel sangue. Si era trovata i fornitori; aveva imparato a fotografare i fiori così bene che su Instagram la gente si fermava e scrollava il feed più piano.

Un anno. Un anno di costruzione personale. Vivere per sé non è egoismo, né follia: è normalità.

Ed eccoci qua.

Spense la luce sopra il banco, lasciò solo il lume notturno vicino alla porta, come sempre. Andò a casa.

Lospedale era uno di quei blocchi enormi, anni ’70, con corridoi infiniti e quellodore inconfondibile candeggina e minestra scaldata. Si orientò, chiese allinfermiera dove fosse Michele. Laltra la squadrò:

Parente?

Ex moglie, rispose Giulia.

La suora alzò appena le sopracciglia, ma non fece domande.

Michele stava in una stanza per quattro, ma era lunico occupante. Coperta fino alla vita, mani sulle lenzuola. Dimagrito, cera grigia, occhiaie ocra. Sul comodino, un bicchiere di tè sfiatato e il telefono a schermo giù.

Quando la vide, il suo viso ebbe un piccolo cambiamento. Non appariva felice, ma sollevato: un sapevo che avresti ceduto.

Giulia, disse.

Ciao, replicò lei, lasciando mele e acqua minerale sulla mensola. Non era un gesto tenero: in ospedale non si va a mani vuote, punto.

Giulia si mise non accanto a lui, ma sullo sgabello sotto la finestra.

Fa male?

Sopportabile. Gli antidolorifici aiutano. Pausa Sei venuta.

Sono venuta.

Mia madre mi ha detto che sono state da te.

Sì.

Pensavo non venissi.

Lo pensavo anchio.

Silenzio. Pioveva fuori. Novembre correva verso ottobre, come fanno i mesi che non hanno pazienza.

Martina è andata via, disse Michele.

Lo so.

Ecco qua. Rise amaramente. Sembra un film. Con la sfiga sempre dietro langolo. Ma troppo tardi per la morale, eh?

Giulia non disse nulla. Non aveva voglia di consolarlo, né di finire di schiacciarlo a terra. Lo scrutava, questo uomo con cui aveva inciampato attraverso diciotto anni: figlio, vacanze sempre nella stessa casa in Versilia, litigi per soldi e pace fatte, ancora litigi, e la convinzione che quella fosse la vita così, senza filtri.

Giulia, la sua voce cambiò. Si fece più morbida, il tono ruffiano di chi vuole ottenere qualcosa. Giulia lo riconobbe subito e alzò lantenna. Ho pensato tanto, da qui. Quando non ti muovi, inizi a pensare per forza. Mi sono accorto di essere stato uno stupido. Lunica cosa vera della mia vita eri tu. Casa, famiglia, tutto quello. Martina… lasciamo perdere. Tu lo sai. Non ti chiedo scusa: so che è tardi. Ma sei la persona più cara che mi resta.

Mentre ascoltava, le sembrava di guardarsi da fuori. Frasi che sfilavano regolari: la più cara, la più vera, sei la sola, ho capito tutto, se mi vuoi aiutare… parole per farle dire di sì. Ma non per lei. Solo perché qualcuno ci metta la faccia con i dottori, porti un minestrone fatto come si deve invece del brodino dellospedale, cambi la flebo, sollevi il morale. Tutto ciò che sa fare Giulia.

La gestione dopo il divorzio: non bella e nemmeno brutta. Solo normale. Ti ricordano quando serve, non per amore per praticità.

Michele, disse Giulia, sono contenta che tu sia vivo, davvero. E che loperazione sia andata bene. Ma non torno. Né per fare linfermiera, né altro. Siamo divorziati.

Lo so…

Fammi finire.

Lui tacque, stupito: prima Giulia lavrebbe lasciato interrompere quanto voleva.

Troverò una badante. Brava, professionale. Pago io il primo mese, perché ora non puoi pensarci da solo. Ma è tutto. E unaltra cosa estrasse una cartellina dalla borsa, ci mise un po perché era incastrata tra il portafoglio e lagenda. Sono i documenti per la divisione della casa. Lhai rimandato, io idem: zero voglia di ripescare vecchie questioni. Ma ora ti chiedo di firmare.

Michele guardava la cartellina.

Sei seria.

Serissima.

Io sono appena operato… e tu mi porti la burocrazia.

Sì, ammise Giulia. Perché domani potresti dire che eri confuso, o lavvocato potrebbe contestare la firma. Ora sei lucido, il medico lo può testimoniare.

Lui la guardò una lunga eternità. Giulia non abbassò mai gli occhi.

Sei cambiata, fece Michele.

Sì.

Avevi meno fegato, prima.

Probabile.

Lui prese la penna, sfogliò, firmò in tre punti.

Proprio in quel momento entrò il medico: basso, capelli grigi, faccia di chi lavora troppo ma ha smesso di fingere buonumore. Buonasera, sono Andrea Montanari, il suo medico.

Giulia, disse lei.

La signora…

Ex moglie, si abituava a dirlo ormai.

Andrea Montanari annuì come se fosse la cosa più normale del mondo e si rivolse a Michele.

Come va la notte?

Ho dormito.

Bene, oggi proviamo a sollevare un po la testata del letto, monitoriamo. La ripresa va bene, ma niente pronostici affrettati.

Dottore, Giulia lo fermò posso parlarle un attimo?

Uscirono in corridoio.

Vorrei una badante, disse Giulia. Brava. Che profilo serve? Cosa occorre comprare, che esperienza deve avere?

Andrea Montanari la fissò.

Lei non farà lassistenza?

No.

Onestamente, fa bene. Non fraintenda, ma chi si offre per senso di colpa o per obbligo, a lungo andare, esplode. Al paziente serve serenità. La badante sa come si fa. I parenti, di solito, no.

Giulia lo guardò con un mezzo sorriso.

Lo dice a tutti?

Solo a chi lo chiede.

Mi scriva le indicazioni, gli porse lo smartphone.

Lui dettò. Poi aggiunse che la caposala aveva i numeri delle agenzie convenzionate con lospedale. Giulia ringraziò.

Una cosa, aggiunse il medico prima di lasciarla andare. Le prospettive di recupero non sono male. Un po di pazienza e forse camminerà ancora. Non è garantito, ma ci sono buone possibilità.

Ho capito, rispose lei.

Purché lo capisca anche lui.

Rientrò in stanza. Michele teneva la cartellina sullo stomaco, penna lì accanto.

Firmi tu?

Lui fissò il soffitto.

E se dicessi che voglio pensarci?

Michele.

Sì, firmo. Prese la penna, tanto ormai ottieni sempre ciò che vuoi. Sei diventata così.

Sono sempre stata così. Solo che prima lo nascondevo, non so nemmeno perché.

Firmò. Tre firme, tre fogli. Giulia rimise tutto in ordine.

Entro settimana trovo la badante. Chiamo Serena, le spiego. Sai dove manderò i soldi per il primo mese: direttamente allagenzia. Dopo, vi arrangiate.

Giulia, disse lui mentre lei chiudeva la borsa.

Sì?

Grazie di essere venuta.

Lo guardò a lungo. Né pena né rabbia. Solo come si guarda qualcosa che faceva parte della tua vita, e ora non più.

Guarisci, disse.

E se ne andò.

Nel corridoio si fermò a una finestra. Nel cortile, qualche albero spelacchiato, una panchina zuppa. Un anziano in vestaglia fissava il vuoto non cera niente, ma stava bene lo stesso.

Giulia inspirò forte.

Qualcosa mollava, non tutto, ma qualcosa di importante. Come posare a terra una borsa pesante dopo chilometri, non lanciarla: deporla con cura, raddrizzando la schiena.

Come si lascia il passato, scriverebbe in un ipotetico diario. Non lo sai mai bene. Ma capita a piccoli passi, non in un istante.

La badante la trovò in due giorni tramite agenzia: si chiamava Letizia, cinquantasette anni, esperta in geriatria e riabilitazione, pratica e rassicurante, con mezzo chilo di referenze. Si videro al bar vicino allospedale. Letizia faceva domande serie: umore del paziente, livello di dolore, parenti invadenti.

I parenti aiutano quasi meno di quello che pensano, commentò Letizia. Non è colpa loro, succede.

Lo so, annuì Giulia.

Stabilirono le condizioni, Giulia fece il bonifico. Telefonò a Serena, spiegò tutto in modo fermo ma tranquillo una novità persino per lei. Un tempo avrebbe urlato o lasciato correre; ora invece sapeva stare nel mezzo.

Serena, puoi andare ogni giorno se vuoi. Letizia non ti ostacola. Ma io non torno. Ho la mia vita, e non ho il dovere di cambiarla per nessun altro.

Serena stette zitta un attimo.

Va bene.

Solo “va bene”. Nessun ricatto, zero piagnistei. Forse era stanca anche lei. Forse, sotto sotto, sapeva che Giulia aveva ragione.

Elvira chiamò lei una settimana dopo. Voce diversa, più sommessa, vecchia.

Giulia, Letizia è brava, Michele la sopporta. Grazie per aver pensato a tutto.

Di nulla, signora Leonardi.

Ogni tanto fatti sentire. Non sparire del tutto.

Giulia non prometteva né sì né no. Salutò e rimise il telefono in tasca; stava lavorando, come quasi sempre. Se qualcuno avesse chiesto come si lascia il passato, avrebbe risposto: si vive. Non da eroe, non sfidando il mondo: si vive e basta. Ti alzi, vai al lavoro, segui la tua strada. I parenti tossici e gli ex mariti non spariscono magicamente, diventano solo dettagli di contorno.

Linverno, quellanno, arrivò presto. A novembre già nevicava, e Giulia si scoprì sorprendentemente di buonumore. Prima la odiava la neve; o meglio, non ci aveva mai pensato. Non era mai previsto domandarsi mi piace la neve?, almeno mentre Michele sbuffava per il gelo, lartrite, e la tazza calda che bisognava portargli a comando. Ora poteva guardarla ed esclamare: Bella. Punto.

A dicembre il lavoro raddoppiò: bouquet aziendali per Natale, centrotavola, ordini a valanga. Giulia prese una mano, una giovane chiamata Arianna, ventitré anni, universitaria, allegra e veloce, un po in aria ma sveglia. Lavoravano bene insieme. Giulia le insegnava a vedere il fiore come materia viva, non come merce la classica fissazione da artista. Arianna, un giorno, la sorprese con una composizione incredibile.

Dove la inventi tutta questa creatività? le chiese Giulia.

Guardo chi compra, spiegò Arianna. Penso: che fiore assomiglierebbe a lui? O a chi regalerà il mazzo?

Buona tecnica!

Lho imparata da lei. È stata lei a dire che il bouquet deve avere un’anima.

Giulia non ricordava di averlo mai detto. Ma era reale: laveva sempre pensato.

Gennaio, febbraio. La vita scorreva. Giulia si iscrisse a un corso di perfezionamento in botanica, anche se Arianna sosteneva che non ne avesse bisogno. Serve sempre imparare, rispose lei. Non per carenza, ma per curiosità. Nuova motivazione rispetto a prima: agiva perché piaceva a lei, non più per forza o dovere.

Vivere per sé sembra egocentrico detto a voce alta. In pratica è: corso di botanica la sera, lettura sul divano senza commenti acidi (leggi troppo!), gite nei weekend a vedere città vecchie le adorava, ma non aveva mai avuto nessuno che la accompagnasse volentieri.

A febbraio Serena la ricercò: Michele, a passi minimi, migliorava, si alzava con le stampelle; Letizia lavorava con precisione e nessun melodramma. Giulia ne fu davvero contenta. Più sollievo che rimorso: andava bene così.

Marzo portò il disgelo e le prime richieste di bouquet primaverili. Tulipani, giacinti, anemoni. Giulia adorava questa transizione: dal cotone e leucalipto in vetrina dun tratto si passava al colore vivo e sfrontato.

Proprio a marzo “lui” si presentò.

Giulia era al banco, sistemava in una scatola un mazzo commissionato: narcisi e margherite gialle e bianche semplici, puliti. La porta si aprì. Un uomo, ma lei non sollevò la testa subito: mani prese dalla confezione.

Buongiorno, disse lei.

Buongiorno, fece lui.

La voce! La riconobbe prima degli occhi. Ferma, un po stanca ma pacata.

Andrea Montanari stava in piedi vicino alluscio, a scrutare latelier come chi immagina un posto da tempo, poi lo trova proprio come lo aveva pensato. Senza camice. Cappotto scuro, sciarpa leggera. Niente cartelle cliniche.

Lei, disse Giulia.

Io, confermò lui.

Pausa brevissima. Arianna, in quel momento, era in magazzino a prendere la carta lasciando i due soli nel negozio.

Michele Leonardi è stato dimesso dieci giorni fa, disse Montanari. Riabilitazione a casa, stessa badante. Prognosi decente.

Lo so, disse Giulia. Serena mi ha scritto.

Bene. Si bloccò un attimo, appena percepibile. Poi sorrise davvero, finalmente: La verità è che non passavo affatto per caso. Ho voluto venire. Il nome lho memorizzato: Stelo e Cambiale. Indirizzo googlato.

Giulia posò il nastro.

Vuole dei fiori?

Sì. E non solo.

Silenzio. Odor di giacinti e terra fresca.

Cosa proprio desidera? chiese Giulia.

Lui andò davanti agli anemoni. Viola, rossi scuri, bianchi con cuore nero.

Questi. Tre, oppure cinque, che si usa qui?

Numero dispari, spiegò Giulia. Tre o cinque, sì. Per chi sono?

Non so ancora. La guardò. Magari lei può aiutare.

Giulia ne scelse tre, poi aggiunse due anemoni bordeaux quasi neri.

Cinque. Stanno bene insieme.

Iniziò a preparare il mazzo. Le mani lavoravano da sole: carta kraft, un tocco dacqua e un fiocco.

Giulia, disse lui.

Sì?

Posso essere diretto? Non so fingere.

Sia diretto, rispose Giulia senza alzare gli occhi dal mazzo.

Mi piacerebbe uscire con lei. Non in ospedale, non per impegni. Così, semplicemente. Al caffè, a teatro, se le piace il teatro. O una passeggiata. Capisco che può sembrare strano, ma credo che tra adulti si possa parlare chiaro, senza scuse floreali.

Giulia alzò lo sguardo.

Lui la fissava: sereno, nessuna pressione. Proprio come chi dice qualcosa di grosso, ma lascia il tempo all’altro di decidere.

Da quanto ci pensa? chiese lei.

Tre mesi, più o meno. Dalla volta in corridoio, quando mi chiese le istruzioni per la badante.

Giulia ricordò quellattimo: lalbero spoglio nel cortile, la finestra alta da ospedale.

Allora ero ancora moglie, almeno sulla carta.

Lo sapevo. Ho aspettato.

Fuori, a marzo, la città brulicava: la neve spariva tranne le croste grigie ai bordi della strada. I passeri litigavano sulla panchina. Il lampione giallo restava acceso anche di giorno.

Non so, disse Giulia.

Cosa?

Non so come si fa. Diciotto anni da sposata, un anno a riabituarmi a me stessa sola non capisco ancora bene come si ricominci.

Se le consola, nemmeno io. Divorziato sei anni fa, una figlia diciassettenne che sta con la madre, abbiamo un rapporto accettabile. Anchio lavoravo per non sentire niente, poi ho ricominciato a pensare, poi ho pensato che si può anche fare altro.

Arianna rientrò dal retro con la carta, accennò un sorriso.

Giulia, serve una mano?

No, Arianna, finisco io.

Arianna, diplomaticamente, si ritirò.

Giulia porse il bouquet ad Andrea.

Quanto le devo?

Aspetti, disse lei.

Lui aspettò.

Giulia guardava i cinque anemoni nelle sue mani, vellutati e scuri. Le erano sempre piaciuti: simili ai papaveri, ma più delicati, mai troppo rumorosi. Un fiore che non urla chi è, ma nemmeno si nasconde.

Tutto questo era una storia di fiori, pensò. Aveva messo radici qui tra i profumi, i colori, i suoi segreti. E ora qualcuno entrava: senza invadere, senza pretesa, solo chiedendo. Teneva in mano anemoni e aspettava una risposta.

Va bene, disse Giulia.

Lui alzò un sopracciglio.

In che senso?

A teatro. Non vado da una vita.

Andrea sorrise, davvero.

Sono contento.

Ma non oggi eh. Ho tre consegne entro la chiusura.

Capisco. Sabato? Meglio che venerdì?

Sabato, disse Giulia.

Dette il prezzo, lui pagò, sistemò il resto in tasca senza fretta.

Giulia, posso una domanda?

Certo.

Da quanto si occupa di fiori?

Latelier da poco più di un anno. I fiori, da sempre. Era un hobby, ora è lavoro.

Bello quando lhobby diventa lavoro.

Sì, ammise. Bello davvero.

Lui annuì, prese il bouquet e andò verso la porta. Si fermò sulla soglia.

A sabato, Giulia.

A sabato, Andrea.

Lui sorrise ancora.

Solo Andrea.

A sabato allora, Andrea.

Porta chiusa. Giulia restò al banco a scrutare il marciapiede, lui camminava tra la panchina e i passeri ancora in disputa. Cappotto, sciarpa, anemoni in mano. Non si voltò indietro.

Arianna sbucò dal retro.

Chi era, Giulia?

Un cliente, rispose Giulia.

Un cliente che resta a chiacchierare un quarto dora? Suvvia…

Arianna.

Che cè?

Impacchetta quei crisantemi per la signora Marinelli. Passa alle quattro.

Arianna sparì, tutta soddisfatta. Giulia riprese il lavoro. Mani esperte, carta kraft che frusciava, secchio che sgocciolava. Profumo di giacinti.

Arrivò il sabato quattro giorni e mezzo ordinari, tra consegne, ordini di peonie da trattare con diplomazia e domande curiose di Arianna. Quattro giorni come tanti in quellanno finalmente diverso, finalmente suo.

Non pensava troppo a sabato. Lavorava: a bottega vuota, tra i secchi pieni di fiori, le si ripresentava a tratti quella conversazione. Non tutta, non parola per parola. Solo la sensazione: una voce calma, anemoni stretti in mano, a sabato, Andrea.

Diceva: gli adulti possono parlare chiaro.

Forse è vero.

Non sapeva come sarebbe andata. Se le sarebbe piaciuto stare insieme, se avrebbero saputo parlare daltro che non fosse lavoro, malattia o i fantasmi del vissuto. Non sapeva se avrebbe voluto rivederlo. Sapeva solo una cosa: ora la decisione era sua. Non di Elvira, non di Michele, non della colpa o della paura di restare sola. Proprio sua.

Una sensazione diversa. Niente euforia da romanzo, solo fermezza, come quando metti finalmente i piedi sullasfalto dopo chilometri di neve.

Venerdì sera, finito il lavoro, Giulia mise qualche anemone avanzato in un vasetto accanto alla cassa: i fiori che teneva per sé, mai per la vendita.

Li guardò.

Stanno bene insieme, disse laltro giorno.

Era vero.

Spense la luce. Casa.

Sabato cominciò alle otto, con il cielo grigio e il profumo di caffè dalla macchina comprata sei mesi prima che Michele avrebbe reputato uno spreco, perché inutile. Inutile: la zizzania delle relazioni lunghe, che soffoca le altre parole. Per cosa? Mi piace. Lo voglio. Provo.

Sorseggiava un espresso in cucina, guardava la strada: tetti bagnati, un piccione sul cornicione, una Fiat che scansava le pozzanghere.

Sullo smartphone un messaggio arrivato unora prima: non tardissimo, non improvviso, come a voler dire: “Mi sono alzato, ci ho pensato, lho scritto”.

Buon giorno. Il teatro è alle 19. Magari prima qualcosa da mangiare? O no, come preferisce. Andrea.

Giulia notò il buon senza la a finale. Sorrise, rispose:

Buongiorno. Sì, uno spuntino prima. Alle 18?

Inviò, lasciando il cellulare sul tavolo. Finì il caffè.

Fuori, pioveva di nuovo. Un passero cacciò il piccione dal cornicione. La città si svegliava, indifferente alle altrui “prime volte”. La città non ci bada a questi dettagli. Va avanti e basta.

Nuova notifica.

Perfetto.

Giulia si alzò, mise via la tazzina. Prese il grembiule: aveva otto ore prima dello spettacolo e il negozio mica si apre da solo. Prese le chiavi.

Sulla soglia si girò: la piccola casa luminosa, gli anemoni nel bicchiere, la caffettiera. Tutto suo. Solo suo.

Uscì.

La porta si chiuse silenziosa, come chi sa che ha chiuso bene.

Andrea era già davanti al caffè, venti minuti prima delle sette. Aspettava, intento nello smartphone, ma lo rimise subito in tasca quando la vide arrivare. Cappotto scuro, la stessa sciarpa. Niente fiori stavolta.

Buonasera, salutò lui.

Buonasera, rispose Giulia.

Si guardarono: pochi secondi. Due adulti sulla strada umida di marzo, lì perché lo volevano davvero non per abitudine, non perché così si deve. Perché sì.

Allora, entriamo? propose Andrea.

Entriamo, accettò Giulia.

E andarono.

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