Notifica inaspettata
Il telefono era posato a faccia in giù sul comodino, come sempre. Giulia nemmeno aveva intenzione di toccarlo. Si era solo allungata per prendere il bicchiere dacqua, la mano aveva urtato il bordo liscio della plastica, e lo schermo si era illuminato da solo, per caso, come succede a volte alle cose che sarebbe meglio restassero nellombra.
Vide solo una riga. Solo una, nella notifica di WhatsApp.
Anche a me manchi. Oggi è stato proprio bello. Tua Chiara.
Giulia non capì subito. Guardava quelle parole da un secondo, due, tre, come se fossero scritte in una lingua straniera e avesse bisogno di tradurre mentalmente. Poi voltò lo sguardo a suo marito, Marco, addormentato con le spalle verso il muro, il respiro regolare e profondo di chi ha la coscienza pulita.
Tua Chiara.
Chiara. Chiara Santini. Lamica. Proprio lei che, tre mesi fa, li aveva aiutati a scegliere la carta da parati per la cameretta. Quella che aveva bevuto tè in quella cucina cento volte. Quella che la settimana scorsa aveva telefonato a Giulia lamentandosi che non trovava un uomo decente, che erano tutti uguali, che non ne poteva più della solitudine.
Giulia prese il bicchiere dacqua con cautela. Bevve. Lo rimise giù. Si alzò dal letto così piano che il parquet non scricchiolò nemmeno. Uscì dal corridoio, richiuse la porta della stanza, andò in cucina, accese solo la luce sopra ai fornelli, non quella centrale, per non abbagliarsi; anche se, forse, non era la luce che faceva male agli occhi.
Si sedette al tavolo, fissando il piano vuoto.
Fuori era notte, una notte dautunno normale, con le luci sfuocate oltre il cortile. Il bollitore era ancora pieno dalla sera prima. Non lo accese nemmeno. Rimase lì seduta.
Oggi è stato proprio bello.
Quando oggi? Mercoledì lui era rientrato verso le otto e mezza: aveva detto di essere rimasto fuori con i clienti, che avevano cenato in trattoria, che era stanco, voleva solo dormire. Lei aveva riscaldato la cena, che lui aveva quasi ignorato. Poi avevano guardato un po di tv, lui si era addormentato sul divano, e lei laveva coperto con la coperta. Lei. Con le sue stesse mani.
Strinse le dita sul bordo del tavolo.
Davide stava dormendo nella stanza accanto. Otto anni, dorme pesante, a volte parla nel sonno, storie buffe di macchinine o di scuola. Domani avrebbe dovuto accompagnarlo alla lezione di calcio, alle nove. Prendere il pane. Chiamare sua madre, che non sentiva da quattro giorni e che, senzaltro, si sentiva trascurata.
La vita, quella vera e abituale, era tutta lì, in quei dettagli. Ma sotto, intanto, viveva unaltra vita. In parallelo. Altri messaggi, altre cene, unaltra donna che si firmava tua.
Giulia si alzò, andò alla finestra. Sul davanzale una pianta di geranio che lei in realtà non amava, ma annaffiava con costanza, solo perché gliela aveva regalata la vicina. Il geranio era lì, un po impolverato, ostinato.
Pensò stranamente a lungo a quella pianta. Poi tornò al tavolo.
Doveva decidere. O forse non doveva decidere nulla subito. Non lo sapeva. Dentro era tutto silenzioso, come la calma prima di un temporale. Nessuna lacrima, nessuna rabbia, solo silenzio affilato.
Rimase in cucina fino alle quattro, senza far nulla. Guardava le finestre che si spegnevano una dopo laltra nel condominio di fronte. Alla fine accese il bollitore. Si fece un tè che lasciò a metà. Lavò la tazza. Tornò in camera. Si sdraiò accanto a Marco, senza toccarlo, fissando il soffitto.
Marco dormiva.
Lei ascoltava il suo respiro, e pensava che fino a ieri quel suono era solo parte della notte, qualcosa di rassicurante come il frigorifero o le macchine sulla strada. Ora ogni respiro era diverso. Come se finalmente lo sentisse davvero, dopo tanti anni, e fosse insopportabile.
La mattina si alzò prima di lui. Svegliò Davide, gli preparò la pappa, che mangiava svogliato: lui avrebbe voluto pane e salame. Glielo fece. Annodò le stringhe delle scarpe, perché lui ancora ci metteva troppo. Lo prese per mano e uscirono.
Fuori faceva freddo, odorava di asfalto bagnato e foglie. Davide parlava della lezione di matematica, diceva che la maestra era stata ingiusta, che lui aveva fatto tutto giusto e invece lei aveva detto di no. Giulia ascoltava, annuiva, rispondeva nei punti giusti. Aveva imparato a farlo in automatico, dopo tanti anni.
Arrivarono in tempo allallenamento. Salutò Davide e lo affidò al mister, restò un attimo alla porta, a guardare suo figlio che correva verso il gruppo, rideva, faceva a botte per gioco, uguale a tutti gli altri. Poi uscì.
Sulla panchina allingresso, tirò fuori il telefono. Cercò nei contatti Chiara S.. Guardò quel nome. Poi mise via il telefono.
Non adesso.
Non ancora.
In quei primi giorni pensò spesso a quando tutto era iniziato. Passava in rassegna i mesi passati come si passano vecchie foto, cercando segnali sfuggiti. Eccoli, tutti e tre insieme al compleanno di Chiara a maggio. Marco che rideva a una battuta di lei: Giulia aveva pensato che era bello che suo marito andasse daccordo con la sua amica, non tutte hanno questa fortuna. Quando Chiara era passata il sabato, aveva aiutato a scegliere la stoffa per le tende, e lei e Marco avevano parlato tanto in cucina mentre Giulia metteva a letto Davide. Cosa avete parlato?, aveva chiesto. Di lavoro, lei è designer, le ho chiesto un consiglio per lufficio. Giulia aveva annuito. Ovvio.
Ovvio.
Non pianse. La cosa la stupiva. Si aspettava le lacrime, ma non venivano: solo gola secca, il peso nella pancia, come qualcosa di duro e freddo. Mangiava, dormiva, cucinava, rispondeva al telefono. Marco sembrava non notare nulla. Era premuroso quanto sempre, non più del solito. Chiedeva comera andata la giornata, a volte la baciava sulla guancia prima di uscire. Lei offriva la guancia.
Al quarto giorno, chiamò Chiara.
Il telefono vibrò nella tasca, e Giulia vide quel nome e sentì il fiato bloccarsi. Poi rispose, con voce normalissima.
Pronto, Chiara.
Giuli, ehi! Dove sei sparita? Ti ho scritto lunedì, non mi hai risposto.
Voce normale. Calda. Un po colpevole, quella colpa leggera di chi pensa di aver ferito. Proprio quel calore le era insopportabile.
Scusa, sono incasinata. Davide si è raffreddato un po, mentì, sorprendendosi lei stessa della facilità.
Oh no, la febbre?
Solo un po di raffreddore. Già meglio.
Meno male. Senti, volevo chiedere: sabato siete liberi? Pensavo magari usciamo insieme, non vedersi mai più, dai!
Giulia fissava il muro davanti. Cera una foto appesa: lei e Marco al mare, sei anni fa, Davide non era ancora nato, ridevano, i capelli scompigliati dal vento. Una bella foto.
Sabato penso di no disse. Ma ti chiamo verso fine settimana, ok?
Certo, certo. Tutto bene però? Hai la voce strana
Solo stanchezza. Tutto ok.
Sicura? Giuli, se hai bisogno tu chiama, lo sai.
Lo so. Ciao, Chiara.
Chiuse la chiamata. Si avvicinò alla foto sul muro. Guardò il suo viso sorridente. Prese la foto, la mise nel cassetto e richiuse.
Quella notte pianse. In bagno, con lacqua aperta, per non farsi sentire. Pianse a lungo, male, finché gli occhi e la gola non si gonfiarono. Pianse non tanto per aver perso un uomo, e neanche perché lui era diverso da come pensava. Piangeva per altro, per gli anni, la fiducia, per se stessa che aveva creduto così tanto. Per la stoltezza di quella fiducia. Pensava che Davide sarebbe cresciuto in una famiglia dove il padre aveva mentito, e non lavrebbe saputo mai o troppo tardi.
Si lavò la faccia con lacqua fredda. Si guardò allo specchio. Trentotto anni, né giovane né vecchia. Un viso normale, occhi gonfi. Domani, pensò, bisognerà sembrare in forma in ufficio.
E pensò anche: non potevano andarsene come se nulla fosse. Non si può lasciar credere loro che tutto continuerà come prima, che la loro doppia vita potrà scorrere accanto a quella di lei e di Davide, come fosse solo uno scenario. Non si può.
Tornò in camera. Marco dormiva. Si sdraiò.
Cera da riflettere.
Le due settimane successive, Giulia visse su due binari. In superficie tutto normale: cucinava, lavorava, portava Davide in palestra, parlava con Marco, a volte rideva delle sue battute, perché alcune erano oggettivamente divertenti, e quello non poteva negarlo. A volte si scopriva a dimenticarsi, a vivere normalmente; quei momenti erano i peggiori, perché significava che ancora sapeva vivere accanto a lui fingendo che tutto fosse a posto.
Dentro, invece, lavorava con metodo. Niente detective privati. Solo osservava. Notava dettagli che prima ignorava. Come Marco usciva in salotto per parlare al telefono. Come a volte sorrideva al cellulare, e poi lo nascondeva, se lei lo guardava. Come il mercoledì, ancora una cena coi clienti, ancora quasi nulla a tavola.
Una sera, mentre lui era in doccia, lei prese il suo telefono. Conosceva il codice, non lo aveva mai cambiato: lanno di nascita di Davide. Aprì WhatsApp. Cercò la chat con Chiara.
Lessi in fretta, non tutto, solo quanto bastava. Bastarono cinque minuti. Era iniziata a luglio. Tre mesi. Mentre pitturavano la cameretta, mentre Davide iniziava la seconda elementare, mentre lei era stata dalla mamma per il compleanno e Marco era rimasto a casa dicendo di avere lavoro, e lei ci aveva creduto.
Rimise il telefono a posto e andò in cucina. Mise la pentola sul fuoco. Tagliò la cipolla per la zuppa, cubetti regolari.
Marco uscì dalla doccia, con lasciugamano addosso, guardò in cucina.
Zuppa? Ci sta, ho fame oggi.
Tra mezzora è pronta, rispose.
Voce regolare. Pezzetti di cipolla regolari. Tutto regolare.
Quella sera decise: ci sarebbe stata una cena.
Non subito, non il giorno dopo. Le serviva tempo per prepararsi. Non in senso di vendetta: no, non pensava alla vendetta. Solo che voleva vederli insieme, una sola volta, a casa sua, al suo tavolo, per dire quello che doveva dire. Calma, senza urla, senza scenate. Aveva imparato che urlare peggiora solo le cose, le peggiora solo a te, e poi loro se ne vanno e si consolano dicendo che sei isterica.
Chiamò Chiara il venerdì sera.
Chiara, ti chiamo per sabato. Ricordi che volevi fare qualcosa?
Sì, certo! Allora, si fa?
Ho pensato: vieni qui da noi. Preparo qualcosa di buono, è una vita che non ceniamo insieme. Marco ci sarà, facciamo due chiacchiere.
Pausa breve, forse un secondo.
Che bello. A che ora?
Alle sette. Vieni?
Certo. Porto qualcosa?
Non serve.
Chiuse la chiamata. Andò in salotto da Marco, lui guardava la tv.
Ho invitato Chiara sabato a cena. Mangiamo insieme, era ora.
Marco si voltò. Per un attimo, qualcosa gli attraversò il viso, qualcosa di sfuggente.
Va bene disse. Buona idea.
Anche secondo me, rispose lei, tornando in cucina.
Sapeva che loro si sarebbero scritti subito. Si sarebbero messi daccordo per sembrare solo due amici. Non la spaventava. Non voleva uno scandalo. Davide sarebbe stato dalla nonna quel giorno, aveva già organizzato. Cena in silenzio.
Tutta la settimana pensò al menu. Era importante. Non per fare bella figura, ma perché cucinare la aiutava a pensare. Decise che avrebbe preparato pollo al forno con patate e rosmarino, uninsalata di rucola e pere che Chiara adorava e una torta di mele, che le riusciva sempre. Tutto perfetto. Tavola apparecchiata bene.
Sabato, portò Davide dalla mamma nel primo pomeriggio. La mamma, come sempre, cercò di sapere come mai Giulia fosse così stanca, se andava tutto bene. Giulia disse sì, tutto bene, solo un po assonnata. Un bacio a Davide, che già era preso dal suo cartone animato, e tornò.
A casa era silenzio. Marco era uscito dalla mattina, aveva detto che doveva andare al supermercato. Tornò verso le tre, con buste della spesa. Aveva preso anche una bottiglia di vino costosa, lei lo notò.
Per la cena spiegò. Spero non dia fastidio.
Ottima idea rise lei.
Era un po teso. Si vedeva. Si muoveva più in fretta del solito. Due volte controllò il telefono appoggiato al frigorifero. Poi si mise al tavolo, prese un giornale che non aveva mai letto in vita sua, iniziò a sfogliarlo.
Lei cucinava. Lavava il pollo, grattugiava le spezie, tagliava le patate, preparava il condimento per linsalata. Laroma di rosmarino e aglio riempiva la casa, caldo e famigliare. Aprì la finestra per cambiare aria, era diventato caldo in cucina. Lodore dautunno veniva dalla strada.
Alle sei apparecchiò. Tre piatti, tre bicchieri. Niente candele: troppo, quasi una presa in giro, e non voleva deridere nessuno. Solo una bella tovaglia, i fiori freschi presi il giorno prima.
Alle sette in punto, il campanello.
Chiara arrivò con un cappotto blu nuovo, elegante. I capelli in ordine. Un profumo leggero che Giulia riconobbe subito. Aveva portato una scatola di cioccolatini, nonostante Giulia avesse detto di no.
Casa tua è sempre bellissima, esclamò entrando, togliendosi il cappotto. Che buon odore!
Entra, sono contenta che tu sia qui, disse Giulia. Ed era la verità. Una verità tremenda, distorta, ma vera.
Marco uscì dalla sua camera. Lui e Chiara si salutarono, baci sulla guancia. Tutto normale. Bravissimi a recitare.
Sedettero a tavola.
Per mezzora parlarono di nulla. Chiara raccontava di un nuovo progetto, un ufficio allaltro capo della città, clienti con gusti improbabili che volevano maniglie dorate ai mobili. Marco rideva, faceva paragoni con i suoi clienti, altrettanto strani. Giulia mangiava, ascoltava, ogni tanto diceva qualcosa. Riempì i bicchieri di vino.
Fuori era buio da un pezzo. Accese la lampada sopra il tavolo. Latmosfera era calda, familiare, e tremendamente dolorosa.
Aspettò che avessero finito il secondo bicchiere. Quando la conversazione calò e Chiara si servì altra insalata, Giulia parlò, calma, senza preamboli.
Voglio dirvi una cosa. Potete ascoltare, per favore?
Si girarono verso di lei. Chiara con la forchetta a mezzaria, Marco col bicchiere fermo poco prima della bocca.
So tutto di voi. Da luglio. Ho letto le chat, Marco. So quanto mi basta sapere.
Silenzio assoluto. Si sentiva il ticchettio dellorologio in cucina.
Parlò per primo Marco, la voce strana, contratta.
Giulia…
Aspetta, lo interruppe lei. Non voglio urlare. Voglio solo dire questa cosa ad alta voce, qui, ora, perché siete entrambi presenti. Io lo so. E questa è la prima differenza.
Guardò Chiara. Lei fissava la tovaglia. Le guance si erano fatte rosse, le dita aggrappate alla forchetta.
Chiara, sei stata qui a casa mia forse duecento volte. Sai tutto di noi. Quando stavo male, ti fermavi con me la notte. Quando ho partorito Davide, aspettavi fuori dalla sala parto tre ore, ti ricordi? Non lo dico per farti vergognare. Solo per dirti che io ricordo tutto. Non ho dimenticato niente.
Chiara finalmente alzò lo sguardo. Gli occhi lucidi.
Giulia, io…
Non adesso, disse piano Giulia. Non adesso.
Poi si rivolse al marito.
Marco. Dodici anni insieme. Non sto qui a contare gli errori e a chiedermi dove sia andata male. Non è questa la sede. Stasera volevo solo sedermi con voi insieme e dirvi che io so tutto. Perché voi pensavate che fossi alloscuro. Ma io so. E fa la differenza.
Marco posò il bicchiere con cura maniacale.
Giulia, è più complicato di quanto pensi. Dobbiamo parlarne, con calma, da soli…
Lo so bene che dobbiamo parlarne. Ma non stasera.
Si alzò. Prese il bicchiere, finì il vino. Lo posò.
Stasera voglio che finite il pollo. Era buono, mi sono impegnata. Poi potete andarvene, tutti e due. Davide è dalla nonna, starà lì anche stanotte. Io ho altro da fare.
Nessuno si muoveva.
Marco la guardava smarrito, come se aspettasse il dramma, lo scandalo, e non sapesse che fare col silenzio.
Chiara disse dun tratto, con la voce incrinata:
Giulia, perdonami.
Giulia la guardò. Il viso conosciuto di quindici anni, mascara che sbava sugli zigomi, lo stesso profumo che una volta aveva scelto lei per regalo.
Non lo so, Chiara, rispose infine. Forse un giorno. Non adesso.
Uscì dalla stanza. Si chiuse in camera. Sedette sul letto. Sentiva i loro passi in cucina, le sedie che si spostavano. Poi la porta dingresso sbatté. Una volta. Dopo un minuto, ancora.
Tornò il silenzio.
Giulia ascoltava quella calma. Laroma di pollo al rosmarino era mescolato al profumo di Chiara, che lentamente svaniva. Sul tavolo, tre piatti di cui uno quasi intatto.
Non sapeva quanto tempo passò. Si rialzò, tornò in cucina, sistemò. Avvolse gli avanzi di pollo nella stagnola, messi in frigo. Lavò i piatti. Pulì il tavolo. Spazzò le briciole.
Poi si sedette di nuovo, in mezzo alla cucina linda.
Ecco, tutto qui. Dodici anni, la migliore amica, tutto quello che cera: ridotto a un tavolo pulito e odore di detersivo.
Chiamò la mamma.
Mamma, Davide può rimanere da te fino a domenica?
Certo, già sta dormendo. Giulia, tutto bene?
Sì Te lo racconto dopo. Non adesso.
Vieni tu, se vuoi. Sono ancora sveglia.
No, mamma. Sto a casa. Ne ho bisogno.
Sua madre non insistette. Sapeva sempre quando non era il caso di farlo.
Hai mangiato almeno qualcosa?
Sì, oggi ho cucinato bene. Il pollo è venuto buono.
Meno male, disse la mamma. E quel meno male fu forse la cosa che fece più male di tutta la serata.
Giulia chiuse la chiamata e pianse. Senza bagno, senza acqua a coprire, solo in cucina e senza trattenersi. Pianse a lungo. Poi si soffiò il naso, si lavò direttamente nel lavello.
Fuori, la città con le sue luci, novembre, era solo un sabato sera come tanti. Da qualche parte Marco e Chiara forse erano insieme, parlando o seduti ognuno per conto proprio. Cosa si dicessero, non le interessava più.
Non pensava a cosa sarebbe accaduto dopo. Non quella sera. Bastava aver passato tutto il giorno e la sera, senza spezzarsi, senza urlare, senza dire più del necessario. Aveva detto solo ciò che voleva.
Marco tornò alle una di notte.
Lei era sveglia, distesa nel buio della camera, sentiva lui aprire la porta, togliere le scarpe, camminare in cucina, versarsi da bere. Poi una pausa lunga davanti alla porta della camera.
Entrò.
Non dormi, disse. Non era una domanda, era una constatazione.
No.
Si sedette sul bordo del letto, dalla sua parte. Lunghi momenti di silenzio.
Giulia, non so da dove iniziare.
Non cominciare stasera, disse. Sdraiati. Domani parliamo.
Tu non vuoi
Marco. È notte. Sono stanca. Domani.
Si sdraiò. Lei chiuse gli occhi. Non si sfiorarono nemmeno. Dormivano nello stesso letto da estranei, unicamente per consuetudine o caso.
La mattina Giulia si alzò presto. Mentre Marco dormiva, mise in una borsa qualche vestito, il passaporto, le tessere, la foto di Davide dal comodino. Solo lessenziale, senza dire vado via per sempre. Non ancora. Solo un po di respiro.
Lasciò la borsa allingresso.
Prese il caffè. Aspettò che uscisse Marco.
Lui vide la borsa, si fermò.
Vai via?
Vado da mamma. Sto con Davide. Dobbiamo parlare, Marco, ma prima ho bisogno di stare da sola. Solo qualche giorno.
Lui guardava la borsa, poi lei.
Voglio spiegare.
Ti ascolto.
Rimase in silenzio. Giulia prese la tazza, sorseggiò il caffè senza abbassare gli occhi.
Non so come sia successo. Non era previsto
Nessuno pianifica queste cose, Marco. Non funziona così.
Vuoi il divorzio?
La parola cadde tra loro. Lei non distolse lo sguardo.
Non lo so ancora. Mi serve tempo per capire cosa voglio davvero. So solo che non posso stare qui fingendo che tutto sia normale. Lo capisci?
Lui annuì. Duro, come solo chi ha capito tutto, ma non per questo trova sollievo.
Davide
Sta bene. Starà bene. Questa storia riguarda noi, non lui. Ci penserò io.
Finì il caffè. Mise la tazza nel lavello. Prese la borsa.
Ti chiamo io.
E uscì.
Nel vano scale faceva fresco, sapeva di legno vecchio e di primi caffè del mattino. Scendendo non pensava a nulla, solo contava i gradini. Dodici rampe, sesto piano: ricordava da sempre, ma quella mattina li contò come fosse la prima volta.
Fuori, laria era fredda e umida, le foglie bagnate si accumulavano ai lati della strada, il portinaio con il giubbotto arancione le raccoglieva in mucchi sul bordo del marciapiede. Il cielo era grigio, senza uno spiraglio di sole: un classico giorno di novembre. Giulia per la prima volta si sentì un minimo più leggera. Solo per essere fuori, in piedi da sola, senza nascondersi.
Pensò a Davide. A come si sarebbe svegliato dalla nonna, avrebbe chiesto le frittelle, avrebbe ottenuto tutto soddisfatto. Non sapeva nulla, e forse era giusto così. Aveva otto anni. Limportante erano le frittelle, il pallone, e la maestra che non è mai giusta. Il resto, lei avrebbe trovato il modo di gestirlo.
Non sapeva cosa sarebbe successo. Divorzio? Altro? Davvero non sapeva. E non sapeva se mai avrebbe perdonato Chiara: quello era il più difficile, persino più di Marco. Perché col marito alla fine si sa, certe cose succedono, la gente cambia, è doloroso ma comprensibile. Con lamica, quella a cui confidavi tutto, è unaltra storia. Trovarci una logica richiede tempo.
Ma intanto era lì, con la borsa in mano, e la giornata era grigia; due isolati più avanti suo figlio laspettava con le frittelle, e lei fece un passo fuori dal portone. E andò.
Solo questo.
La mamma la accolse senza domande. Aprì, guardò la borsa, il viso e disse solo:
Vai a lavarti, metto su il tè.
Davide corse fuori dalla camera in calzini, i capelli spettinati.
Mamma! Ma perché sei qui? Ieri mi hai detto che non venivi!
Mi sei mancato, rispose e lo abbracciò forte, affondando il naso tra i suoi capelli che sapevano di shampoo e di sonno.
Mi fai il solletico! protestò lui, e fuggì di corsa davanti al cartone animato.
Lo guardò andare via.
Poi entrò in cucina dove la mamma trafficava già tra tazze e pentole. Cucina piccola, vecchie tendine a fiori che la mamma rifiutava di cambiare, il frigorifero coperto di calamite, una fatta da Davide allasilo, storta ma amata. Tutto talmente familiare che venne di nuovo voglia di piangere.
Non lo fece.
La mamma le mise una tazza davanti, si sedette di fronte.
Mi racconti?
Sì, dopo. Fammi ambientare un attimo.
È per Marco?
Sì.
La mamma annuì. Non aggiunse altro. Bevve il suo tè. Dal soggiorno arrivavano le risate della tv, e Davide che rideva dietro ai cartoni.
Mamma, posso stare un po qui?
Per tutto il tempo che vuoi. La stanza è tua.
Non serviva altro.
Poi iniziò la vita che non aveva un nome. Non provvisoria, anche se sembrava. Non nuova, anche se lo diventava. Semplicemente vita, un giorno dopo laltro.
Lei e Marco parlarono. Non una volta, tante. Dialoghi difficili, senza urla; lei mantenne la sua decisione di non gridare, anche se a volte fu duro. Lui diceva di non capire come fosse successo, che era dispiaciuto, che pensava a Davide, che non sapeva qual era la cosa giusta.
Giulia ascoltava. Rispondeva. Senza perdonare né maledire.
Il divorzio procedeva piano, come ogni cosa davvero difficile. Tanta burocrazia, avvocati, discussioni sulla casa, su dove sarebbe vissuto Davide. Era faticoso e poco elegante, come ogni divisione di ciò che fu nostro. Ma superava anche questo.
Chiara non si fece sentire per settimane. Poi mandò un messaggio: Io ci sono, se vuoi. Giulia lessi, ma non rispose. Non per punire, solo perché non sapeva cosa dire. Serviva tempo, più di quanto avesse in quel momento.
Un giorno, a fine novembre, andò a prendere Davide allallenamento. Cadeva la prima neve, fina, che si scioglieva subito. Davide uscì di corsa, puntò il viso allinsù per prendere i fiocchi in bocca.
Neve! Mamma, guarda!
Alzò lo sguardo. I fiocchi cadevano dal cielo scuro, o forse era il cielo a scendere; quando guardi troppo a lungo, confondi le direzioni. Fiocchi piccoli, freddi, uno le si sciolse sulla guancia.
Sì, la vedo.
Facciamo il pupazzo?
Quando la neve sarà tanta. Così non basta.
Uff mamma
Dai, andiamo, sennò prendi freddo.
La prese per mano, il guanto con la macchinina colorata. Camminarono lungo la via, la neve arancione sotto i lampioni, Davide che parlava, Sai che cè un mio compagno che fa il pupazzo di neve più alto di lui?
Lei camminava, la mano del figlio nella sua.
Faceva ancora male. Non passava, e non doveva passare subito. Dodici anni non li cancelli in novembre. Ma insieme al dolore cera qualcosa di nuovo, indefinibile: come aria. Come la certezza di andare avanti da sé, decidere da sé il cammino.
Non sapeva se era giusto, o almeno sapeva che era giusto, ma non che non facesse male. Aveva scoperto solo ora, a trentotto anni, sotto la prima neve, che giusto e facile sono due cose parecchio diverse.
La settimana dopo trovò lannuncio per affittare un appartamento vicino. Un due locali al quarto piano con vista sul cortile. I proprietari, una coppia anziana, gentili, senza troppi interrogativi. Visitò le stanze, ascoltò il silenzio, guardò la luce in cucina, dalla cameretta si vedevano gli alberi.
Lo prende? chiese il padrone.
Sì, rispose.
Il trasloco durò un solo giorno. I vicini della mamma aiutarono con qualche mobile. Marco portò da solo gli scatoloni di Davide, li lasciò in silenzio allingresso, guardò la casa attorno.
Bella casa, disse.
Sì.
Uscendo, sulla porta si voltò.
Giulia. Mi dispiace davvero.
Giulia lo guardava. Lo conosceva da tanti anni. Sembrava stanco. Un po più vecchio.
Lo so, replicò. Vai, Marco.
E lui uscì.
Lei chiuse la porta. Si appoggiò dietro col dorso. Rimase così.
Poi si mise a disfare le scatole.
Davide arrivò nel pomeriggio, di corsa a vedere la sua cameretta e la vista sugli alberi, disse che avrebbe voluto sdraiarsi sul davanzale a vedere i gatti in cortile. Giulia disse che era stretto, lui ribatté che era piccolo e ci stava. Lei rise.
Rise davvero, senza preavviso, come se qualcosa dentro si fosse sciolto. Davide la guardò, divertito.
Che hai da ridere?
Niente. Dai che ceniamo, ho preso i tortellini.
Tortellini! e già volava in cucina.
Accese la luce sopra ai fornelli, mise lacqua a scaldare. Cercò il sale tra le buste. La cucina aveva ancora lodore di vecchie abitudini, ma con un po di cibo quel profumo sarebbe cambiato, come sempre succede.
Lacqua bollì, lei versò i tortellini.
Davide, seduto, disegnava qualcosa: per il giorno dopo doveva portare un compito di educazione artistica, ma se ne era ricordato solo ora.
Mamma, il pupazzo di neve lo facciamo?
Appena nevica sul serio, usciamo e lo facciamo.
Promesso?
Promesso.
Lui annuì e tornò al disegno.
Fuori la neve era ormai vera, grappoli bianchi dappertutto, alberi, davanzali, il tetto del palazzo di fronte. La città diventava silenziosa, chiara, e forse leggermente più gentile.
Giulia rimase davanti ai fornelli a girare i tortellini. Non pensava a niente di preciso. Solo ascoltava; Davide borbottava sul disegno, e lei guardava la neve posarsi.
Non sapeva cosa sarebbe venuto poi.
Sapeva solo che domani si sarebbe alzata presto, avrebbe preparato Davide per la scuola, preso il pane, chiamato la mamma perché erano tre giorni che non lo faceva. Magari avrebbe sistemato altre scatole in corridoio. O magari no, non era urgente.
Sapeva che il dolore ricompare di notte, o di giorno senza preavviso. I ricordi sono trappole: un profumo, una voce nota, una foto dei tempi felici che non si cancella. Non sarebbe passato in fretta. E lei non lo pretendeva.
Ma i tortellini erano pronti. Davide aveva ormai lasciato il disegno e la guardava con fame.
Ecco, arrivo, disse lei.
Quella sera, mentre la neve copriva il quartiere e una fettina del passato si faceva meno tagliente, Giulia capì una cosa: Non sempre possiamo scegliere ciò che ci capita. Ma possiamo scegliere come affrontarlo. Ed è questo, e solo questo, che alla fine ci restituisce la forza per ripartire.







