Niente di personale, solo cose
«Imballa anche quel vaso lì», disse Valentina Romanelli senza nemmeno voltarsi.
Stava in mezzo al salotto e osservava le mensole come una regina davanti a un banco di gioielli, tutto già pagato da lei. Serena, io direi. Con fare sbrigativo, occhi mesti e stretti, da intenditrice.
«Quale vaso?» chiese Mariangela.
La voce le uscì più fioca del previsto; tossì e ripeté: «Valentina Romanelli, quale vaso intende?»
«Quello. Blu. Labbiamo portato da Praga nel novantotto. È un oggetto di famiglia.»
Mariangela fissò il vaso blu. Lei e Giorgio lavevano comprato per il terzo anniversario, in una piccola bottega in Via Karlova. Il venditore, con lunga barba bianca, aveva detto qualcosa in ceco. Giorgio rise fingendo di capire. Poi mangiarono il trdlo sulla strada, Mariangela si bruciò la lingua e risero insieme per mezzora buona.
«Non è un oggetto di famiglia,» disse Mariangela piatta. «Labbiamo comprato insieme. Nel duemilanove».
«Mariangela cara», finalmente Valentina Romanelli si voltò, e nella voce le venne quellintonazione che Mariangela aveva imparato a conoscere fin dal primo anno di matrimonio: la pazienza di chi spiega levidente a un bambino. «Non complichiamo il processo. Capisci che tutto questo» un gesto ampio che abbracciava il salotto «tutto questo è stato comprato coi soldi della nostra famiglia.»
«Della nostra famiglia?» ripeté Mariangela. «Di me e Giorgio».
«Giorgio lavorava. Noi con suo padre lo aiutavamo. Tu badavi alla casa. Sono cose diverse.»
Giorgio era alla finestra e guardava la città dallalto del ventitreesimo piano. Sotto tutto pareva finto: macchinine, alberelli, persone di cartapesta.
Mariangela osservava la sua schiena. La sapeva a memoria. Come si piegava da stanco, il neo sotto la scapola sinistra, il respiro che faceva finta di dormire. Dieci anni. E adesso guardava giù, mentre sua madre metteva la loro vita in scatole di cartone.
***
Lappartamento era bellissimo, Mariangela laveva sempre ammesso, anche quando si arrabbiava. Soffitti altissimi, finestre a tutta parete, parquet di noce americana che non si poteva graffiare coi tacchi. Cucina da showroom, Lusso Casainteriore, pagata da Valentina Romanelli, che lo ricordava a ogni occasione. Lampadario come una cascata di ghiaccio: spettinato e gelido.
Mariangela ci ha vissuto otto anni senza sentirlo suo. Non era brutta la casa, solo troppo perfetta, troppo costosa, troppo da catalogoquelli che portava sempre Valentina Romanelli.
Quando si erano appena trasferiti, Mariangela aveva messo sul davanzale una violetta in un vaso di creta, comprata al mercato per cinquanta euro. Dopo una settimana, la violetta era sparita. Valentina Romanelli spiegò che non si conciliava con il concept.
Mariangela tacque, anche Giorgio. Era la prima volta. Poi ce ne furono molte altre.
***
I traslocatori arrivarono alle dieci precise. Due uomini silenziosi, con carrello e rotolo di nastro adesivo. Valentina Romanelli li accolse allingresso con una lista stampata, numerata e precisa. Mariangela intravide le prime righe: Salotto: divano ad angolo (pelle grigia) 1 pz; tavolino da caffè (marmo) 1 pz
Mariangela si voltò e andò in cucina. Mise su il bollitore, solo per fare qualcosa con le mani.
Giorgio la seguì, si fermò sulla soglia.
«Mari,» fece.
«Sì?»
«Come stai?»
Lo guardò in facciaquel viso bello che aveva amato, e che ora aveva quellespressione da ragazzo colpevole: sopracciglia strette, sguardo basso, voce piccola.
«Normale.» Versò lacqua bollente in due tazze. Le bianche coi coniglietti, prese ad Amsterdam. Da nessuna parte nella concept della cucina, così, ridicoli, perciò Valentina Romanelli li chiamava quella robaccia. Mariangela ci teneva proprio per quello.
Stavano vicini a sorseggiare il tè, mentre dal salotto arrivava il rumore del nastro e le istruzioni di Valentina Romanelli.
«Lei non ne ha il diritto» sussurrò Mariangela, non proprio a lui, quasi a se stessa. «Il divano labbiamo preso insieme. Le lampade le ho scelte io. I quadri della camera, li ho portati da Firenze coi miei soldi.»
«Ne parlo con lei.»
«Sono cinque volte che lo dici oggi.»
Lui tacque, girava la tazza coniglietto tra le mani.
«Giorgio,» disse Mariangela, e la voce ora era piatta, anche se non voleva: stanca, vuota, quasi. «Non ti sto chiedendo il divano. Non mi serve. Ti chiedo solo di esserci. Accanto a me. Anche solo una volta.»
Lui la guardò.
«Ma ci sono.»
«No,» disse lei. «Sei lì, vicino alla finestra.»
***
Valentina Romanelli aveva sessantaquattro anni, una di quelle donne che sanno occupare laria come compostaggio ben fatto, lasciando meno ossigeno agli altri. Non cattiva, accurata, precisa. Conosceva ciò che era giusto, quello che non si conciliava col concept.
Amava suo figlio, Mariangela ne era certa. Ma era un amore tale da non lasciare spazio per Mariangela. Non crudele. Solo, non immaginava che qualcun altro potesse amare Giorgio più di lei. O quanto lei.
Il primo anno Mariangela aveva provato a far amicizia. Pranzi, domande di ricette. Una volta un foulard scelto a lungo. Valentina Romanelli aveva ringraziato e poi, subito, ho la pelle delicata.
Dal secondo anno, Mariangela smise di provarci. Solo distanza, cortesia, mai litigi.
Al terzo capì che la distanza non serviva: Valentina Romanelli non riconosceva confini che non avesse imposto lei.
Al quarto, al quinto Mariangela perse il conto.
***
«Giorgio Romanelli!» chiamò Valentina dal salotto. «Vieni a decidere per i quadri.»
Lui posò la tazza. Mariangela vide come rispondeva al richiamo della madre: passo veloce, spalle rigide, pronto.
Quante volte, in dieci anni, laveva visto così? Una voce, uno squillo, una richiesta. Sempre.
Non era più arrabbiata. Troppo stanca anche solo per lira. Lira chiede energia che non aveva da tempo.
Dal salotto arrivava la discussione sui quadri. La voce di Valentina: Questo lo portiamo via, della galleria Forti, buono come investimento La voce di Giorgio, sommessa.
Mariangela finì il tè, lavò la tazza, mise la tazzina a scolare.
Uscì e andò in camera da letto. Non sapeva che farci, solo non voleva restare in cucina a sentire la divisione della sua vita in capitoli di una lista stampata.
In camera cera silenzio. La luce entrava tagliata, strisce sul copriletto. Nemmeno avevano deciso a chi spettasse il letto. Valentina Romanelli probabilmente aveva già deciso.
Mariangela si accasciò sul bordo. Passò la mano sul copriletto.
Ricordava quando lo aveva scelto: due alternative in negozio, uno pratico e scuro, non simbratta, avrebbe detto Valentina. Laltro celeste, cielo, tuttaltro che pratico. Comprò il celeste. Giorgio si era stupito, ma non disse nulla.
Quello era stato forse il gesto più ribelle fatto da Mariangela in otto anni lì.
***
Larmadietto in alto lo aprì quasi per caso. Cercava una vecchia borsa da portare via. Era in fondo, vicino a una scatola da scarpe, vecchia, col nome scritto sopra da lei: Varie. Nostro.
Non ricordava subito cosa ci fosse.
La tirò fuori, la posò sul letto.
Aprì.
Sopra stavano due biglietti per il cinema, ingialliti e strappati. Non rammentava subito per cosa. Poi ricordò: Amélie. Era stato il terzo appuntamento, Giorgio poi aveva detto che non gli era piaciuto, ma anni dopo confessò il contrario. Solo si vergognava.
Sotto, una cartolina da Barcellona. Lì erano andati in viaggio di nozze. Dietro, Giorgio aveva scritto: Ti amo più di quanto Gaudì amasse questa basilica. E lui ci mise settantatré anni. Mariangela rise e domandò: Mi amerai settantatré anni? Lui rispose: Ci provo.
Ora Giorgio 40, lei 38. Dieci vissuti insieme. Resterebbero sessantatré.
Reggeva la cartolina pensando a questo.
Poi trovò: una calamita a forma di Torre Eiffel, presa al mercato delle pulci di Parigi, subito tolta da Valentina Romanelli perché è pacchiana; un braccialetto di plastica con la scritta Partecipante di una festa aziendale in cui avevano ballato ubriachi fino a tarda notte; un fiore secco, ormai sgretolato e misterioso, memore di una mattina destate e un prato su cui si erano fermati perché era bello; tre conchiglie dal mare di Sabaudia; un tovagliolo con la griglia di tris, frutto dellattesa in un bar.
Erano oggetti senza valore economico. Erano nulla sul foglio stampato della divisione.
Mariangela sedeva sul copriletto celeste, stringeva tra le dita il tovagliolo di carta e una morsa lenta si apriva dentro di lei.
Non pianse. Lei non sapeva piangere se non era necessario. Restò solo seduta a respirare, mentre dal salotto continuava il rumore del nastro adesivo e la voce di Valentina Romanelli sulle coppe di cristallo.
***
Giorgio entrò in camera quasi per caso. Forse cercava una sua cosa. Vide Mariangela, seduta sul letto con la scatola aperta, e si fermò.
«Cosè?»
«Guarda tu.»
Si avvicinò. Prese i biglietti del cinema. Li guardò. Poi la cartolina.
Mariangela osservava il suo viso. Qualcosa cambiava. Lento, come la luce che muta quando passa una nuvola.
«Amélie», disse a bassa voce. «Avevo detto che non mi era piaciuto.»
«Lo so.»
«Mentivo.»
«Lo so.»
Si sedette lì vicino, prese il braccialetto Partecipante.
«Quella era la festa della ditta di Sergio. 2015.»
«Sì, quindici.»
«Perdesti una scarpa. Sulla pista.»
«E la ritrovasti sotto il bancone.»
«E ti chiamai Cenerentola.»
«E dissi che non sembravi un principe.»
Sorrise. Non il sorriso stanco degli ultimi due anni, ma uno vero, con il labbro sinistro appena sollevato.
«Non sembro.»
Rimasero in silenzio. Dal salotto un rumore forte, e Valentina Romanelli, Attenti!. Il traslocatore, Scusi.
«Giorgio», disse Mariangela.
«Sì.»
«Perché siamo qui? Non in questa stanza, dico proprio qui.»
Non rispose subito. Giocherellava con una conchiglia.
«Non lo so.»
«Lo sai», disse lei senza rabbia.
Lui posò la conchiglia in scatola.
«Sono un codardo.»
Mariangela lo guardò. Il suo profilo, quel naso che conosceva.
«Lo so.»
«Doveva andare diversamente.»
«Sì.»
«Avrei dovuto tante volte.»
«Sì, Giorgio.»
Si girò verso lei. Per la prima volta in tutto quel giorno stranissimo la guardò davvero.
«Voglio che tu sappia che mi ricordo tutto questo. Ogni cosa.» Un cenno alla scatola. «Ricordo quei biglietti. Ricordo il trdlo, il bruciore sulla lingua. Ricordo il prato. Ricordo le conchiglie, Mari, dicevi che avresti fatto una cornice per la foto, io dissi che era kitsch, ti arrabbiasti, poi siamo andati a farci il bagno alle tre e»
«Basta.»
«Perché?»
«Perché fa male.»
Tacque.
«Fa male anche a me», sussurrò.
***
Nella porta apparve Valentina Romanelli.
«Giorgio, devi firmare»
Vide la scatola. Vide loro due. Qualcosa nel suo viso cambiò appena, ma non si capiva cosa.
«Cosè?»
«Le nostre cose», disse Giorgio.
«Quali cose? Va buttato, è spazzatura.»
«Mamma.»
«Qui ci sono solo biglietti, cartacce»
«Mamma», ripeté lui. Questa volta nella voce cera altro. Non richiesta. Unaltra cosa.
Valentina lo guardò.
«Cosa?»
«Per favore, esci.»
Pausa. Lunga.
«Giorgio, i traslocatori aspettano, il tempo»
«Mamma. Esci dalla stanza.»
Mariangela non guardava la suocera. Guardava le sue mani in grembo. Sentiva un silenzio denso che si era fatto dopo le sue parole.
«Va bene», disse infine Valentina. La voce ferma, ma diversa. «Quando avete finito, chiamatemi.»
Passi. Niente porta chiusasolo passi allontanati.
Mariangela espirò piano.
«Prima volta che lo fai.»
«Cosa?»
«Chiederle di uscire.»
Lui taceva.
«Dieci anni. Prima volta.»
«Lo so.»
«Perché ora?»
«Non lo so. Forse» Si fermò a cercare le parole. «Forse perché ho visto questa scatola. E ho pensato che tutto quello che stiamo dividendo là fuorisono solo oggetti. Il divano è un divano. Il vaso è un vaso. Ma questo» di nuovo la scatola «questo siamo noi. Lunica cosa veramente nostra.»
Mariangela lo fissò a lungo.
«Giorgio,» disse infine, «sono belle parole.»
«Non voglio dire belle parole. Io»
«Aspetta. Lasciami finire. Sono parole belle. E sono stanca delle parole belle. Tu sai sempre parlare, spiegare comè andata e perché sarà diverso. Ma capire e agire sono cose diverse.»
«Lo so.»
«No, Giorgio, non lo sai. Pensi di saperlo ma non lo sai. Perché se lo sapessi, quella donna non sarebbe in salotto a inscatolare la nostra vita secondo la sua lista. Una lista, capisci? È venuta e ha fatto una lista.»
«La bloccherò.»
«Adesso?»
«Sì.»
«È tardi», disse Mariangela. «Andava fatto sette anni fa, quando buttò il mio fiore dal davanzale. O sei, quando spostò i mobili nella camera mentre eravamo via. O cinque, quando mi spiegò che il ragù lo cucinavo male. O quattro, quando»
«Mari»
«O tre, quando disse che non servivano bambini ora, che prima bisognava mettersi a posto, e tu hai detto sì, e invece io a trentacinque anni, io»
Si fermò.
Silenzio assoluto.
«Quello è stato il più doloroso», sussurrò, quasi senza voce. «Il più doloroso.»
Giorgio restava fermo. Unespressione che Mariangela quasi non conosceva: non colpevole, non difesa. Solo aperta, vulnerabile.
«Lo so», disse. «A quel punto»
«Non serve spiegare.»
«Voglio spiegare.»
«Non ora.»
Chiuse la scatola. Premette il coperchio.
«Porto questa», disse. «Solo questa.»
«Va bene.»
«Non voglio altro da questa casa.»
Lui la guardò.
«Dove vai?»
«Da Monica, per ora. Poi troverò qualcosa da affittare.»
«Mari.»
«Cosa?»
«Non andartene.»
Si alzò. Raccolse la scatola. Leggera, insospettabilmente leggera per tutto ciò che conteneva.
«Giorgio, lascio questa casa, non te. Non voglio più vivere qui. Non lho mai voluto, solo era più facile fingere.»
«Se vuoi, da qui possiamo andarcene insieme.»
Lei si fermò.
Si girò.
«Cosa hai detto?»
Lui si alzò. Le mani lungo i fianchi, dritto, la fissava.
«Ho detto: da qui andiamo via insieme. Non voglio il divano. Non voglio i calici e i quadri della galleria Forti. Voglio te e questa scatola e basta. Nientaltro.»
Mariangela lo fissava.
Dentro succedeva qualcosa di complicato, come la speranza intrecciata con la paura e la stanchezza e altro ancora, senza nome.
«Giorgio,» disse scandendo, «hai quarantanni. Se vieni via con me, tua madre»
«Lo so.»
«non te lo perdonerà facilmente.»
«Lo so, Mari.»
«E sei sicuro?»
«Non so se sono sicuro. Ma so che se non lo faccio adesso, poi non avrò rispetto di me stesso.»
Pausa.
«È un altro tipo di discorso», disse lei.
«Sì?»
«Sì. Non è voglio riprenderti. È voglio iniziare a rispettare me stesso. È diverso.»
«Forse.» Un mezzo sorriso. «Ma forse le due cose vanno insieme.»
***
In salotto Valentina Romanelli parlava con i traslocatori. Quando loro entrarono si voltò. Guardò la scatola nelle mani di Mariangela, il volto di suo figlio.
«Avete finito di parlare?»
«Mamma», disse Giorgio. «Basta.»
«Basta cosa?»
«Tutto questo»un gesto largo sul salotto, con le cose imballate a metà e una lampada avvolta nel pluriball«prendi tutto. Non voglio niente.»
Valentina Romanelli lo fissava.
«Di cosa parli?»
«Divano, vasi, bicchieri, quadri, cucina di Lusso Casainteriore. Tutto tuo. Fanne quello che vuoi.»
«Giorgio, sono cose di valore, sono investimenti»
«Mamma. Vado via con Mariangela e questa scatola. È tutto ciò che mi serve.»
Silenzio.
Valentina spostava lo sguardo dal figlio alla nuora. Nella faccia qualcosa di nuovo, smarrito, come chi si trova improvvisamente con regole cambiate.
«Sei impazzito», sussurrò.
«Forse.»
«È irragionevole, è»
«Mamma»si avvicinò, la guardò dritta, senza rabbia«ti voglio bene. Ma così non posso più vivere. Questa non è vita, è project management. Io non sono un progetto.»
Valentina rimase zitta a lungo. Poi disse:
«Te ne pentirai.»
«Forse,» disse lui. «Almeno mi pentirò di una scelta mia, non di qualcun altro.»
***
Uscirono dallappartamento che era quasi luna e mezza. Mariangela portava la scatola, Giorgio una borsa con poche cose e il suo portatile.
In ascensore nessuno parlava. La parete a specchio li rifletteva: due persone ormai adulte, con espressioni stanche, una scatola di cartone e pochi vestiti per tre giorni.
Arrivati al piano terra, passarono davanti al portiere. Le porte automatiche si aprirono: fuori il solito giorno daprile, fresco, spento, con odore di foglie umide e pioggia distante.
Si fermarono sul marciapiede.
«Dove?» chiese Giorgio.
«Te lho detto. Da Monica.»
«Io non posso andare da Monica.»
«Non sei obbligato.»
«Io non voglio né da Monica né altrove. Voglio dovunque vai tu.»
Mariangela guardava la strada. Le persone sotto, normali, non più miniature, con le solite cose da fare.
«Giorgio», disse. «Non abbiamo casa.»
«Lo so.»
«Non abbiamo quasi soldi. È tutto bloccato fino al tribunale.»
«Ho qualcosina da parte. Lei non sapeva.»
«Bene. Ma sarà provvisorio. Dovremo affittare qualcosa. Qualcosa di piccolo e probabilmente brutto.»
«Ok.»
«Niente cucina Lusso Casainteriore.»
«Meno male.»
Si guardarono negli occhi. Nel suo viso Mariangela scorgeva una specie di sollievo, parola troppo lieve per tutto quel peso dietro.
«Non è la fine della storia,» disse lei. «Sta iniziando adesso. Ci sarà il giudice, ci sarà tua madre tante cose.»
«Lo so.»
«Non sono sicura che ce la faremo.»
«Neanchio.»
«Eppure?»
Aspettò. Poi lui disse:
«Eppure.»
Mariangela strinse la scatola sotto il braccio. Leggera: pochi biglietti, una cartolina, una calamita, il braccialetto, un fiore secco, tre conchiglie e il tovagliolo con i tris.
Tutto quello che restava di dieci anni. E insieme tutto ciò che davvero era rimasto.
«Andiamo allora», disse.
E andarono. Su una via di aprile, in un giorno qualsiasi e grigio, senza mappa né certezze, con una borsa e una scatola da scarpe. Lassù, nellombra ormai lontana, restava lappartamento del ventitreesimo, il parquet di noce americana, la cascata di vetro e la voce di Valentina Romanelli forse ancora coi traslocatori.
Ma loro camminavano. E Mariangela non sapeva se fosse giusto. Davvero, ora non sapeva quasi nulla, tranne una cosa: la scatola era sotto il braccio, lui accanto, era aprile e quellaria lì, che sa di promessa anche quando è fredda.
«Giorgio», disse durante il cammino.
«Eh?»
«Ti ricordi quando prendevamo le conchiglie?»
«Sul litorale di Sabaudia. Volevi fare una cornice.»
«Dicesti che era kitsch.»
«È kitsch.»
«La farò comunque.»
«Va bene», disse lui.
«Solo che ancora non abbiamo dove appenderla.»
«Lo troveremo», rispose lui.
Mariangela tacque. Camminava con la sua scatola, pensava che lo troveremo non era una promessa. Solo una parola. Ma a volte, soltanto la parola basta per fare il prossimo passo. E un altro ancora. E un altro ancora.







