Nessuna è degna di mio figlio.
Caro diario,
Mi chiamo Tamara Stefani, anche se ormai tutti mi chiamano solo la signora Tamara. Seduta alla finestra del mio appartamento a Firenze, oggi non riesco proprio a trovare pace. Nella stanza c’è odore di medicinali e vecchie foto in bianco e nero alle pareti, ma la mia testa è lontana. Torno ai tempi in cui ero giovane, piena di energia, dove gli uomini mi guardavano increduli e io potevo rigirarmeli come volevo. Era un’altra Italia, quellItalia vivace, e io sapevo di contare qualcosa. Ora sento le chiavi girare nella serratura, passi pesanti oltre il corridoio: il mio Lorenzo è tornato dal lavoro.
Lorenzo si affaccia alla porta, ma non entra. Appoggia una spalla allo stipite, come sempre fa quando ha qualcosa di importante da dire ma non trova il coraggio. Questo suo modo esitante mi ha sempre dato il nervoso. Mai una volta si impone, mai che dica le cose come stanno, da vero uomo. Colpa delle donne, ovviamente!
Mamma comincia, la voce flebile, come se ogni parola fosse una fatica. Ti devo parlare.
Allora parla, che aspetti? rispondo, alzando gli occhi severi su di lui: la barba incolta, le occhiaie profonde, quella giacca nuova, costata quanto due delle mie pensioni, e lui neanche la cura.
Ecco mamma, io cè una ragazza. Da un po stiamo assieme. Vorrei sposarmi.
Lo fisso, sento il volto irrigidirsi. Prima la sorpresa, poi lincredulità, infine un sorrisetto gelido.
Sposarti? chiedo piano, con una voce quasi gentile. Lorenzo mio caro, sei serio? Sposa? Ma prima pensa a sistemarti, a costruirti una carriera, a mettere da parte qualche euro! Eppure chi sei in questo momento? Un posto fisso nemmeno ce lhai, e già vuoi pensare a moglie e figli? Ti ritroverai a pagare assegni a destra e manca se ti azzardi a fare sciocchezze.
Lorenzo si raggomitola, come colpito, ma tace. Solo le mascelle serrate tradiscono il suo turbamento.
Non è come pensi, mamma. Siamo insieme da un anno ormai. Giulia è diversa speciale.
Giulia?! Ma chi, quella che lavora da Geox in centro? O la moracciona del quarto piano, quella sempre col rossetto acceso? Che gente frequenti tu? incalzo. Oppure è laltra, quella precisa e noiosa dellufficio postale che cucina torte ogni domenica?
No, mamma, Giulia lavora in amministrazione, è riservata, intelligente dice Lorenzo, e mi pare di sentire per la prima volta una nota di convinzione nella sua voce sa ascoltare, legge libri, cucina benissimo. Insomma
Lascia stare! lo interrompo tagliando laria con una mano, mia solita mossa da padrona di casa. Ma davvero pensi che una che legge libri sia meglio delle altre? Lorenzo, le donne sono tutte uguali, te lo dico io che la vita lho vista negli occhi più di una volta. Prima ti incantano con i romanzi, poi con i sorrisi, e quando meno te laspetti, zac! Ti ritrovi con tre figli, cornuto e magari nemmeno un tetto sulla testa. Fidati di tua madre, che vuole solo il tuo bene!
Mamma, basta! Lorenzo avanza, e stavolta nella voce avverto dellirritazione. Non sono più un ragazzino. Ne ho venticinque, voglio una famiglia, dei figli, una vita vera!
Dunque, io che cosa ti ho dato, una vita falsa? scatto in piedi, con la voce incrinata dal risentimento, volutamente drammatica, come solo una madre italiana sa essere. Ho tirato avanti tutto da sola: gli studi, il primo lavoro e tu mi ricambi così? Se non ci fossi stata io, ora dove andresti, eh? A bere vino scadente tra barboni alle Cascine!
Scoppio in lacrime. Non di vero dolore, ma con il teatro e lenfasi che mia madre mi ha tramandato. Lorenzo si avvicina, posa una mano sulla mia spalla.
Dai, mamma, smettila Non volevo dire questo
E cosa allora?! mi appoggio allo schienale e lo fisso con sguardo aspro. Dimmi, Lorenzo, che cosa le puoi offrire? Sei ancora un ragazzino, lei ti lascerà appena si stufa di te. Ne ho viste a bizzeffe di donne così: allegre in giro con le amiche, e tu a casa come uno scemo. Poi vedi che fine fai!
Lorenzo tace, ed è il silenzio migliore per una madre: so che tentenna anche lui, e se adesso non lo convinco, non ci riuscirò mai. Bisogna approfittarne.
E poi, sai cosa si dice in paese, vero? Che questa tua Giulia non è poi così pulita. Passati un po torbidi, ho sentito dire. Non lo dico io, lo dice la gente. E se la gente mormora
Lorenzo sobbalza.
Che dicono? Quali pettegolezzi?! borbotta, più confuso che indignato, proprio ciò che speravo.
Indaga tu stesso e vedrai. Io penso solo al tuo bene. Poi fa come credi. Non venirmi a dire però che non ti avevo avvertito.
Mi volto di nuovo verso la finestra, lasciandogli il tempo di digerire quelle parole. Lui prova a ribattere, ma la verità è una nuvola di dubbi che ora lo oscura già.
***
Passano gli anni. Di Giulia non si seppe più niente. Lorenzo smise di chiamarla, non rispondeva neppure ai messaggi, e quando lei si presentò a casa, le disse solo che non era il momento. Due mesi dopo, Giulia sposò un impiegato in una concessionaria Fiat.
Arriva il tempo di Lucia. Capelli rossi, tante lentiggini, il sorriso facile. Farmacista, abita due palazzi più in là. Escono insieme un anno intero. Lucia, timidamente, accenna al matrimonio, ma anche qui non mi smentisco: madre è sempre madre, e so come far andare le cose.
Lorenzo, ma hai mai osservato bene Lucia? Mi sembra un po troppo condiscendente, quasi ti trattasse da ragazzino. E poi, il padre, tha detto che era un alcolista? Le cose si ereditano! Poi ti ritrovi con figli difficili e chi pensi che li crescerà? Io? No di certo, ho già dato!
Uffa, mamma, basta Lorenzo risponde spento, senza la forza di una volta. Lucia è una brava ragazza. Il padre ora non beve più.
Non bere più non significa cambiare davvero sussurro con malizia. E poi, ti pare, tu sei un ingegnere, lei una farmacista. Non fa per te. Ci vuole una moglie che abbia uno status, che ti faccia fare bella figura! Questa ti farà fare brutta figura alle cene aziendali.
Lucia lo scopre che Lorenzo, su mio suggerimento, fruga nelle sue cose, e scoppia una lite furibonda. Grida che lui è un mammone, che non ha personalità, che merita una madre come la sua, e se ne va. Sul serio.
Arriva Martina quando Lorenzo ha ormai trentadue anni. Lei è matura, seria, anche lei ingegnera, lavora nel nostro stesso stabilimento a Prato. Vanno lentamente, poco romanticismo, ma sembrano stabili. Martina è coetanea, ha un monolocale, una macchina e soprattutto guarda me né con riverenza né con sfida. Un dettaglio che non mi torna.
Ma cosa ci trovi in quella? chiedo a Lorenzo la sera, quando torna sereno e rilassato dalla cena con lei. Bruttina, neanche tanto simpatica. E poi, si vede che ha del carattere uno come te lo mangia in un boccone!
Mamma, ma conta davvero tanto essere bella? risponde svogliato. Martina è una persona buona, onesta, ci completiamo. E presto presenteremo la domanda in comune.
In comune? E da quando decidi tutto tu senza nemmeno consultarmi? scuoto così forte la testa che mi cade perfino il cucchiaio.
Segue la solita scenata: ultime volontà, il mio sacrificio damore, il dolore di essere una madre non ascoltata, la tachicardia improvvisa e la rincorsa ai farmaci nella credenza. Lorenzo si piega, come sempre, mi dà lacqua e il calmante, e la minaccia del matrimonio svanisce.
Quando Martina scopre che le nozze sono rimandate a tempo indefinito per motivi di famiglia, non si arrabbia, non alza la voce, si limita a lasciarlo. Lo guarda con pietà: Lorenzo, hai trentadue anni, sei uomo o sei bamboccio? Tua madre la conosco, ma pensavo fossi tu a decidere per la tua vita. Addio. Se ne va così.
Quando lo racconto ad amici e parenti, dico a Lorenzo con un certo sollievo: Vedi? Hai fatto bene, quella lì era una vipera. Ne troverai una meglio, più giovane, più carina. Ora venite in cucina che ho fatto le ciambelline al vino.
***
Per i suoi quarant’anni ho allestito un bel tavolo: lingua in salsa verde, insalata di mare, crocchette di patate e torte. Solo noi tre a tavola: io, Lorenzo, e mia figlia più grande, Olga. Lei si è sposata giovanissima, ha divorziato e ora si barcamena con lavori saltuari. Mi guarda con quellaria di chi ha rinunciato.
Auguri, Lorenzo. Quarantanni! Un uomo fatto. Ed ecco qua? Hai il lavoro, hai lo stipendio, ma niente famiglia, niente figli. Ormai, quasi forse mai?
Olga, piantala la interrompo prima che inizi davvero.
Devo dirlo, mamma. Tutta la vita glielhai rovinata, tutte quelle ragazze che hai cacciato, e ora? Un figlio vecchio scapolo, proprio quello che volevi. Spiritosa, complimenti!
Ma cosa urli? ribatto offesa, col tono innocente che so usare bene. Io mica gli ho mai vietato nulla. Ho solo dato consigli da madre.
Ah, solo consigli? E chi ha rovinato tutto con Giulia, chi ha spaventato Lucia, chi ha logorato Martina? Tu! Ora ti lamenti perché lui non ha nessuno, basta che stia al guinzaglio vicino a te. Ed è tutta colpa sua? Sei proprio una madre ossessiva, mamma!
Fuori di casa! urlo, bianca di rabbia. Vai via, ingrata! Se resti, ti maledico!
Sì, sto andando! Tanto da te ho già avuto abbastanza male in vita mia. E tu, Lorenzo, se non te ne vai, finirai per morire solo, con la mamma addosso!
Sbatte la porta. Lorenzo resta seduto, lo vedo fisso su piattini di dolci e bicchieri mezzi vuoti. Tutto quello che tengo bloccato dentro da anni rabbia, odio, amore, abitudine ribolle e mi fa male. Ma resto in silenzio, come al solito.
***
Passano altri tre anni. Una sera, Lorenzo, ormai quarantatreenne, sta nervosamente sfogliando il telefono. Inciampa in uno di quei siti dincontri, pubblicità di gente felice: Anche tu puoi trovare lamore!
Ci pensa su, poi si iscrive. Sceglie la foto più giovanile che ha: ha venticinque anni, una camicia attillata, la chioma folta, la chitarra in mano. Sembra più Vasco Rossi che luomo stempiato e appesantito che è oggi. Scrive, esagerando: Manager, grande viaggiatore, cerco relazione seria.
Arriva subito un messaggio: Ciao bel ragazzo! Ma che bel sorriso. Qual è stato il tuo ultimo viaggio? Firmato: Marina. Nella foto è una bionda fluorescente, abito aderente e scollatura in vista.
Risponde che è stato a Barcellona perché fa scena, e in fondo, se si mente, meglio esagerare. Si scrivono per giorni. Marina si rivela brillante, simpatica. Lavora nel marketing, ama il vino rosso e le passeggiate lunghe, sogna una famiglia.
Sei bellissima, scrive Lorenzo, sinceramente.
Anche tu sei un uomo affascinante, risponde lei. Mi sa che già mi sto innamorando.
Si danno appuntamento in una trattoria elegante vicino a Piazza della Signoria. Lorenzo compra un abito nuovo (che però gli entra a fatica), prenota un tavolo, porta con sé un mazzo di rose rosse.
Marina arriva in orario, elegante, perfetta. Gli occhi di lei, vedendolo sudato, goffo nella giacca sono attraversati da una nuvola di delusione.
Scusa, quanti anni hai? chiede dopo pochi attimi di silenzio.
Quarantatré perché?
E nella foto? Venti? ride, e Lorenzo vorrebbe scomparire. Mi hai presa per stupida? Pensavi non mi accorgessi?
Non volevo
Non volevi? sale di tono, raccolta e tagliente. Pensavo avessi intenzioni serie, che avessi trovato un vero uomo, non uno che si nasconde dietro le bugie. Con questo atteggiamento resterai solo tutte le domeniche della tua vita. Addio!
Esce sbattendo la porta. Lorenzo resta a fissare le rose e il bicchiere di Chianti ormai caldo. Il cameriere accenna solo: Il conto, grazie. Così Lorenzo paga, col pensiero che, dopotutto, è giustizia: ha mentito, e ora raccoglie quello che ha seminato.
***
Trascorre giorni spenti in casa. Quando racconto tutto a mia madre, lei puntualmente osserva:
Lo vedi che dicevo io? Tutti sti siti sono una fregatura, trovare brave ragazze oggi non si può. Fai meglio a lasciar perdere, Lorenzo. Qui alla Circoscrizione è arrivata una nuova ragioniera, vedova, ha casa, macchina meglio circondarsi di persone solide, rispetto a queste baldracche.
Lorenzo tace, mi guarda con unespressione svuotata. Vedo che si è finalmente stancato.
Una mattina di sabato, mentre sono in cucina a impastare, sento lui preparare la valigia. Mette via tutto con meticolosità: vestiti, documenti, qualche risparmio. Esce in corridoio.
Dove credi di andare? gli urlo, asciugandomi le mani nel grembiule.
Vado via, per un po. Starò nella casa al mare, deciderò il da farsi.
Ma come, mi lasci qui? E se mi sento male? E se mi viene la pressione? Cosa sei diventato, un ingrato?
Mamma, spostati. Sono stanco. Davvero.
Di me sei stanco? Vai, vai pure! Ma ricordati: senza di me non esisti. Sei nessuno! Nessuno! Te la farai sotto dalla paura senza la tua mamma, ingrato!
Sì, sono uno stupido, mamma. Perché ho lasciato che tu decidessi sempre. Ora sono solo, ma almeno ci provo.
Non mi lasciare! piange, forse davvero. Mi pentirò di tutto, restiamo insieme, fai ciò che vuoi! Ma non lasciarmi sola
Abituato alle sue lacrime, mi faccio forza. Penso a tutte le donne che ho lasciato andare, alle parole dure di Olga, al giorno del mio quarantesimo compleanno, ai miei sogni mai realizzati. Sfilo la sua mano e apro la porta.
Scusami, mamma. Devo farlo.
Apro il portone e me ne vado.
***
Alla stazione di Firenze Santa Maria Novella lascio la valigia al deposito e mi prendo un caffè da un distributore automatico. Resto sul marciapiede, non so che fare. Casa non posso tornarci, da Olga mi vergogno. Forse vado al mare, magari in Maremma. Almeno lì cè silenzio, posso pensare in pace.
Sto quasi per andare verso il regionale per Grosseto, quando sento una voce di donna, gentile ma esitante:
Mi scusi, signore! Mi aiuta? Ho troppe cose in mano, rischio di far fare un disastro
Mi giro. Una donna sulla quarantina, mora, un sorriso sincero, una pila di crisantemi che rischia di crollare. Le prendo subito i fiori.
Le porto io, dovè la macchina?
Proprio dietro langolo, grazie risponde sinceramente sollevata. Mi chiamo Nadia. E lei?
Lorenzo rispondo, e mi accorgo che non ho la minima voglia di stare solo. Vorrei solo camminare ancora un po con Nadia.
Abita lontano? chiedo.
Zona via Buonarroti. Proprio allora mi squilla il cellulare: la scritta “Mamma”.
Vuole rispondere?
No, dico, schiacciando la chiamata. Non adesso. Le vanno due chiacchiere davanti a un caffè vero, di quelli buoni? La offro io.
Nadia guarda il mazzo di fiori, poi me, la mia testa stempiata, il cappotto troppo grande, le mani che trattano i suoi fiori con delicatezza. Sorride.
Va bene. Però ci prendo anche una sfogliatella, oggi mi concedo tutto!
Entriamo nel bar dangolo. Mentre si racconta, ride, mi parla di viaggi, pasticcerie, lavoro. Io la ascolto incantato come uno studente. Lì, tra un vassoio di dolci e un cappuccino, penso che forse ora posso finalmente imparare a dire no. O almeno, a provarci.
Mentre mordo la sfogliatella, sorrido senza motivo. Forse, per la prima volta in tanti anni, ce la sto facendo davvero.






