Moglie trascurata e sovrappeso: storia di un amore che svanisce

Diario di Alessandro

A volte mi sorprendo a pensare che non sto vivendo, ma scontando una condanna, una sorta di ergastolo. E la carceriera non era altro che mia moglie, Giovanna.

Con lei era impossibile non fare i conti: quando entrava in una stanza, lo faceva come una tempesta improvvisa passi pesanti che scuotevano il pavimento, la voce profonda che toglieva aria alle mura di casa. Era robusta, anzi, grassa, ma non si vergognava né del suo fisico, né del suo appetito. I suoi vestiti urlavano di colori accesi, i gioielli erano vistosi, il suo riso fragoroso faceva scomparire anche il suono della tv.
Io, Alessandro, sono sempre stato discreto. Sin dal primo giorno, la sua presenza mi faceva sentire come in un mercato caotico: troppi rumori, troppo caos.

Ci siamo sposati sei anni fa, e già dallinizio il nostro matrimonio aveva il retrogusto di una bugia. Era successo la notte di Capodanno, durante una festa con amici. Allora ero un giovane ingegnere, appena lasciato da una ragazza che mi aveva spezzato il cuore. Quella sera bevvi troppi bicchieri di prosecco, tanto da ricordare la notte solo come una sequenza confusa di luci intermittenti, brindisi e il corpo morbido e luccicante di una donna. La faccia di Giovanna non la ricordavo affatto.

Il mattino dopo, nel letto di un altro, con la bocca impastata e un senso di disastro, mi trovai accanto a lei, profondamente addormentata. Feci il possibile per non svegliarla raccolsi la giacca e filai via, sperando che fosse solo un incubo.

Ma lincubo non finì. Dopo poco più di un mese squillò il telefono. La voce di Giovanna era decisa, senza esitazioni.

Alessandro? Sono Giovanna. Ricordi Capodanno? Dobbiamo vederci.

Ci incontrammo in un bar. Era seduta dritta davanti a me, sicura, con un maglione rosa che su di lei sembrava la fodera di una Cinquecento. Mi fissò negli occhi e disse:

Sono incinta. Sei tu il padre. Allepoca frequentavo solo te. Cosa vuoi fare?

La domanda mi mise allangolo. Cresciuto con una madre sola e severa, avevo imparato che le proprie colpe si pagano. Non ricordavo nulla di quella notte, non ero nemmeno certo di essere io il padre, ma bisbigliai qualcosa riguardo al fatto che ci sarei stato, che avremmo trovato una soluzione. Lei annuì, come ad accettare un tributo.

Iniziammo a trovar soluzione. Laccompagnai dal medico, diedi soldi, la portai con la mia Panda scassata nella cittadina dei suoi genitori. Quandè nato il figlio, che decidemmo di chiamare Matteo, chiesi il test del DNA. Lei andò su tutte le furie:

Ah, ma allora credi che ti abbia fregato? Pensi sia una qualunque che si fa trovare in giro da gente come te? Ma dovresti solo ringraziare che una donna come me si sia accorta di te!

Il test confermò: ero suo padre. Guardai il faccino grinzoso e minuscolo che avevo sulle braccia, poi fissai Giovanna regina vittoriosa e sentii che le pareti del futuro mi stringevano. Essere onesto costa caro, ma le chiesi di sposarmi. Lei non ci pensò due volte. Disse sì senza giri di parole.

Iniziò così la convivenza. Giovanna, che affittava un miniappartamento, si trasferì nella mia casetta singola, ordinata e silenziosa, travolgendo ogni cosa come un bulldozer. Spostò mobili, appese tende arancioni, riempì il frigorifero di insalate con maionese e salumi vari. Le sue cose straripavano ovunque e il suo profumo dolciastro impregnava ogni muro.

Io lavoravo come ingegnere progettista; i miei giorni fatti di numeri e quiete dufficio. Tornare a casa divenne ogni giorno più difficile. Già dal cortile sentivo la voce di Giovanna, che urlava al telefono con unamica o discuteva davanti alla tv. Una volta aperta la porta, piovevano addosso notizie, reclami, pretese:

Ma dove sei stato? Guarda che la cena si fredda! Ancora quelle tue riunioni inutili? Dovevi prendere Matteo dallasilo! Lo ricordi che hai una famiglia?

Mi toglievo il cappotto in silenzio, le mani sotto lacqua, cercando di rimandare limmersione nel rumore.

Cominciavo ad osservare altre donne. La collega Chiara, delicata come una statuina di porcellana, che parlava sottovoce; la vicina, mora e snella, che portava a spasso il suo bassotto e mi salutava con uno sguardo timido. Provenivano da un altro mondo: il mondo della bellezza e della quiete, di cui anchio, in fondo, sentivo di essere parte. Giovanna, invece, era il contrario: rumorosa, invadente, imponente.

Il fastidio cresceva dentro di me, come una ruggine lenta. Anche il modo in cui masticava a tavola mi faceva ribrezzo, il suo ridere sguaiato davanti ai varietà, il suo stare in casa con la vestaglia vecchia senza nessuna vergogna del suo fisico. Persino le sue attenzioni dirette, esigenti mi parevano una forma di dominio.

Una sera tutto scoppiò. Tornai a casa con unemicrania terribile. Avevo bisogno solo di silenzio e penombra. In casa risuonava musica pop, Matteo piangeva rifiutando la pappa e Giovanna, con il vivavoce con la madre, tentava di imboccarlo:

Sì, mamma, lo so! Matteo, apri la bocca! Niente capricci!

Mi fermai nellingresso, la testa che scoppiava. Mi tolsi il cappotto, lo appesi e andai in cucina.

Per favore, puoi abbassare la musica? Ho mal di testa.

Si voltò verso di me, contrariata:

Ma che? È solo il sottofondo. Non ti va, vai in camera! Matteo, ti ho detto qualcosa!

Giovanna, spegnila subito! Per una volta alzai la voce.

Lei sbuffò, ma prese il telecomando. Proprio allora Matteo, approfittando dellattimo, batté il cucchiaio nel piatto: la semola volò per terra, schizzando su di lei.

Fece un urlo disumano, gettò il telefono sul tavolo, afferrò Matteo e iniziò a strattonarlo:

Maleducato! Preparo, mi sbatto, e tu?! Guarda che hai fatto!

Vidi il volto spaventato di mio figlio, e allimprovviso mi accorsi che una mia tazza preferita dono di Chiara stava per essere buttata giù dal gomito di Giovanna. Feci due passi, spensi la tv e urlai:

Lasciagli la mano. Subito.

Lei restò di sasso. Matteo si liberò e scappò in camera.

Chi credi di essere per dirmi cosa fare? sibilò lei. Sto educando mio figlio!

Non è educazione, è isteria. Gridi sempre. Con lui, con me, col telefono. Non ne posso più.

Non si aspettava una reazione del genere da me.

Ma insomma, adesso poverino non si può neanche parlare a voce alta! Sei solo fortunato ad avere una famiglia, da solo ci saresti morto in quella tana tua!

Forse sarei morto. Ma almeno in silenzio. Qui ogni giorno mi sento bruciare. Ti guardo e mi chiedo come ci sono finito in questa storia. Non mi sei mai piaciuta, né grasse né chiassose.

Ma allora! esplose lei, gli occhi pieni di lacrime di rabbia. Non ti basto? Ti serve la fatina delle tue fantasie? Vuoi la Chiara del tuo ufficio, quella secca? Ho visto come la guardi!

Non negai.

Non è di lei che parlo. Parlo di me. Sto vivendo una vita che non è la mia, accanto a una donna che non amo. Nemmeno per Matteo non ce la faccio più. Sto soffocando.

Era la prima volta che lo dicevo. Nel pronunciare quella verità amara, mi sembrò di respirare di nuovo, come se tutto quel rumore si fosse finalmente fermato.

Giovanna mi fissava, ansimando. Il suo volto sempre così sicuro si fece molle, addolorato.

Sei anni buttati, un figlio buttato, tutto buttato perché sono grassa e rumorosa? sussurrò quasi. Ma chi ti ha portato da me? Ti ho forse costretto? Sei venuto tu! E adesso la colpa è mia che sono fatta così?

Non è colpa tua. E nemmeno mia. Siamo diversi, proprio come due animali che non possono stare nella stessa tana. È stato un errore, grande. Se andiamo avanti così, faremo male a tutti. Soprattutto a Matteo.

Lei guardò fuori dalla finestra, verso il cortile che si faceva buio. La schiena piegata, senza energia.

E adesso?

Chiedo il divorzio. Sistemiamo tutto: la casa, i soldi, Matteo. Voglio vederlo ogni fine settimana, anche di più se si può. Ma basta litigi.

Sì, facile da dire. E io dove vado? Con il bambino come faccio? È tua la casa.

Ti aiuterò allinizio, cerchiamo una soluzione.

Per una settimana in casa ci fu solo tensione. Si parlava solo per questioni pratiche. Dormivo in salotto sul divano-letto.

Giovanna si era spenta. Niente più vestiti colorati, solo tute sciatte. Poco trucco, meno voce. Ogni tanto la trovavo in cucina, a fissare nel vuoto, i piatti sporchi nel lavandino. Quella rumorosità che mi rendeva pazzo era sparita.

Una sera, mentre lei metteva a letto Matteo, io uscivo a fumare. Sentii dalla finestra socchiusa una ninna nanna stonata, cantata a bassa voce. Non avevo mai sentito Giovanna cantare. Rimasi fermo, commosso da una strana nostalgia.

Dopo una settimana, una volta deciso tutto, presentai la richiesta di separazione. Iniziò il lungo calvario di carte e incontri. Lei, dopo lo shock iniziale, combatté su ogni euro, su ogni ora con Matteo.

Diedi via buona parte dei risparmi, promisi lassegno e pagai sei mesi di affitto per un monolocale. In cambio, ottenni di vedere Matteo ogni due settimane.

Allinizio, in casa mia, trovai solo silenzio, ma non ne fui felice. Il vuoto era assordante. Mi mancava Matteo da far male. Ma lidea di tornare indietro, al vecchio rumore, mi spaventava. No, non era più possibile.

Fu proprio allora che Chiara, la collega fatina, iniziò a interessarsi a me. Prima solo qualche sorriso vicino alla macchinetta del caffè, poi domande gentili, sguardi attenti.

Alessandro, sembri distrutto, mi disse, sfiorandomi il braccio con la sua mano sottile. È tutto così pesante. Non devi stare solo.

Lei era lesatto contrario di Giovanna: minuta, dai tratti gentili, vestiti sempre perfetti, profumo leggero di rosa e sapone. Accanto a lei mi sembrava di essere un cavaliere accanto a una dama preziosa.

Iniziammo a frequentarci: un caffè dopo il lavoro, un film, una passeggiata per il centro di Torino. Chiara era unoasi di grazia e misura. Quando la baciai la prima volta sotto casa sua, pensai di aver raggiunto, finalmente, la vita sognata.

Chiara, però, era ossessionata dallestetica. Non solo la sua, ma di tutto ciò che la circondava. Sceglieva il dolce per laspetto più che per il gusto, la sua casa era bianca, beige, tutto minimal, nemmeno la foto di una festa in vista.

Questa ciotola non si abbina bene con la linea del tavolo, diceva spesso, distesa sul divano.

Si riteneva un vero regalo per me; e come ogni dono, meritava la giusta attenzione (e manutenzione).

Alessandro, hai visto quei sandali Ferragamo blu? Sembrano fatti apposta per me. Certo, costano Ma una donna vera deve avere almeno un paio così: è un investimento in stile.

Così compravo. Scarpe, borse, estetista, trattamenti costosi. Spendevo anche i soldi messi da parte per Matteo, per le vacanze, per i miei sogni. Pensavo che fosse normale viziare una compagna così. Lei, in cambio, regalava la sua presenza, la sua bellezza, il suo gusto. Era uno scambio, anche se allinizio non me ne rendevo conto.

Dopo qualche mese, Chiara, citando problemi con laffitto, mi fece capire che tanto valeva andare a vivere insieme. Lo proposi io per primo, convinto che fosse il passo giusto.

Portò quattro valigie enormi e subito rivoluzionò casa: la sua estetica minimal entrò in conflitto con i miei mobili e le tende. Mi passò i weekend a fare acquisti nei negozi di design, cambiai tutto, spendendo anche lultimo euro per arredare in armonia.

La casa divenne elegante, ma vuota. Non cera nulla di me, o di Matteo, i suoi disegni e i suoi giocattoli sparirono in un cassetto.

Presto capii: con Chiara era difficile in modo diverso. Se Giovanna era un trattore, Chiara era una rete sottile e resistente, che avvolgeva ogni mia azione, ogni euro, ogni minuto.

Non faceva nulla a casa. Diceva che occuparsi della casa era roba da gente senza ambizioni.

Caro, oggi sono andata dallestetista, mi raccontava, sdraiata sul nuovo divano, mentre io, rientrato dopo dieci ore di lavoro, lavavo i piatti. Non posso rovinarmi le unghie con detersivi. E poi ho la pelle delicata.

Sono stanco, Chiara.

Anchio. E guarda che dobbiamo comprare ancora quel caffè svizzero, quello che hai preso non è abbastanza buono.

Non cucinava:

La cucina è per le casalinghe o chi non ha sogni. Io preferisco la praticità.

Si viveva di consegne di cibo o, se non cera altra scelta, cucinavo io. Non si interessava alla mia fatica o ai miei pensieri su Matteo; il suo mondo girava tutto su se stessa.

Parlare con lei significava solo ascoltare i suoi monologhi. Io ero la cornice silenziosa.

Un venerdì sera, dopo una settimana massacrante, rientrai con un mazzo di peonie, i suoi fiori preferiti. Speravo in una serata tranquilla, un abbraccio, un po di calore. Lei prese i fiori, fotografò il bouquet per Instagram, poi disse:

Ho prenotato in quel nuovo ristorante in centro. Fanno pagare tanto, ma lambiente è top. Metti la camicia celeste, fa figura nelle stories. E rasati, per favore.

Mi sedetti e la osservai: perfetta, distante. Mi venne persino nostalgia di Giovanna che, il venerdì, magari friggeva patate con i funghi e urlava: Ale, sbrigati che si raffredda!. Quella rozzezza era pur sempre vita, generosità, non mi chiedeva di essere diverso da me stesso.

Chiara, non voglio uscire. Sono a pezzi. Domenica vedo Matteo, voglio solo riposarmi.

Lei mi guardò, incredula, quasi offesa.

Ma come? Ho già fatto la prenotazione! Tu capisci cosa vuol dire?

Capisco che sono stanco, e che i nostri programmi sono sempre i tuoi.

Riposarti? Qui? Vuoi rimanere in questa monotonia? Alessandro, non sono venuta a vivere qui per questo. Porto bellezza, livello, e tu vuoi il divano? Proprio come stavi con quella grassa di tua moglie.

Quelle parole caddero come uno schiaffo, ma non fecero male. Mi svegliarono. Allimprovviso vidi tutto chiaro: ero scappato da una prigione rumorosa per rinchiudermi in una più elegante, silenziosa, ma molto più gelida. Giovanna almeno qualcosa dava: la sua tempra, la sua energia, la sua cura un po violenta. Chiara solo prendeva: denaro, tempo, forze, orgoglio, tutto in nome dellestetica.

Hai ragione, risposi calmo. Non siamo fatti per stare insieme.

Presi la borsa e iniziai a raccogliere le sue cose. Lei restava a guardarmi sempre più incredula:

Mi stai cacciando? Per una discussione da niente?

Non è niente, Chiara. Pensavo che la calma e la bellezza fossero ciò di cui avevo bisogno. Mi sono sbagliato.

Chiara fece il suo bel caos, perse la sua calma e se ne andò con urla e rimproveri, dicendo che ero solo un provinciale che non meritava una persona come lei.

E adesso sono di nuovo solo.

Settimane e mesi sono passati. In queste sere silenziose, lavando un unico piatto e una sola tazza, i miei pensieri tornano sempre più spesso a Giovanna. Non ai suoi urli, ma ai momenti strani, nascosti: quando, sconvolta, teneva Matteo in braccio col febbrone; quando per festeggiare un mio successo preparava un ciambellone come fosse il panettone migliore dItalia; quando rideva di cuore davanti alla tv, e anchio, malgrado tutto, sorridevo.

Ripenso alle sue attenzioni goffe, ma vere. Ci teneva che mangiassi, anche gridando dalla cucina. Comprava i miei calzini. Era dentro la nostra vita.

Il desiderio di tornare da lei, come una pianta velenosa, è cresciuto con il silenzio della casa. Forse è il mio destino. Forse il rumore è il prezzo che devo pagare per non essere solo e vedere Matteo tutti i giorni.

Prendo il telefono. Resto a fissare il suo numero. Il cuore mi batte forte. Chiamarla sarebbe ammettere la sconfitta: il viaggio per la libertà è stato solo una fuga dalla realtà. Umiliante, sì, ma la solitudine è insopportabile.

Premo il tasto verde.

Squilli lunghi, interminabili. Sto quasi per riagganciare, quando finalmente lei risponde.

Pronto? dice la sua voce, come se aspettasse questa chiamata da sempre.

Chiudo gli occhi. Tocca a me dire la prima parola, e da quella dipende tutto il mio domani. Faccio un respiro profondo, pronto a cedere, a tornare indietro dove tutto è iniziato.

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Moglie trascurata e sovrappeso: storia di un amore che svanisce
Poche settimane dopo il matrimonio, una conversazione tra mio marito e sua madre mi ha fatto accapponare la pelle.