Il terzo occhio di Ninetta

Il terzo occhio di Ornella

Nel reparto commerciale della ditta allingrosso TecnoCommercio, che si stringeva in un seminterrato angusto sotto i portici di Torino, l’atmosfera era sempre simile a una cucina in comune. I pettegolezzi aleggiavano nellaria densi come il profumo onnipresente di espresso e delle stufette elettriche che brontolavano tutto il giorno. Il lavoro era di quelli monotoni: telefonare ai clienti, compilare bolle, bere tè e caffé. Per distrarsi dalla noia, ognuno si arrangiava come poteva.

La regina dellintrattenimento e insieme il flagello del reparto era Ornella Grassini. Sui cinquantanni, capelli tinti di un rosso rame che arricciava in minuscoli riccioli, e una tale quantità di bigiotteria da tintinnare ad ogni passo come un albero di Natale in piena tempesta. Ornella era convinta che il destino fosse stato ingiusto con lei: il marito laveva lasciata, il figlio le pesava sulle spalle, e lo stipendio da impiegata media non le regalava nessun lusso. Ma un anno prima, tornando da una remota frazione del Piemonte dovera stata da una maga di campagna, Ornella aveva trovato il senso della vita: le si era aperto il canale.

Vedete ragazze, adesso io tutto vedo, sussurrava spesso, abbassando la voce come una sibilla in rituale. Lenergia ormai mi brucia dentro. La maga mi ha detto: Ornella, tu sei il tramite. Ora guardo le persone e le vedo come raggi X, da parte a parte.

Allinizio le sue rivelazioni venivano prese come bizzarrie innocue. Se diceva a Simona, la ragioniera sempre a dieta: Simonetta, il tuo fegato non mi convince: io lo vedo, questa le rispondeva ridendo: Il mio fegato ancora regge, Ornella. Ma Ornella non si fermava: aveva bisogno di pubblico, aveva bisogno di attenzione, di platea.

Quella mattina arrivò particolarmente enigmatica. Tolse il suo cappotto di nylon lucido, sistemò la spilla a forma di ragno che brillava sul petto, e si piazzò al suo tavolo, muta. Fissava con insistenza Lucrezia, la responsabile del reparto vendite.

Lucrezia era una donna robusta, nervi dacciaio, da dieci anni teneva in pugno la squadra come una sergente. Non faceva sconti a nessuno.

Che guardi, Ornella? domandò Lucrezia senza alzare gli occhi dal computer. Hai trovato clienti?

Lu, sussurrò Ornella con tono grave, perdonami, ma devo dirtelo. Io vedo.

Vedi cosa? alzò lo sguardo Lucrezia.

Vedo un incidente, Lu. Sulla tangenziale. La tua macchina, la Panda? Distrutta. Sangue, tanto sangue. Stai attenta, non uscire nel weekend.

Il gelo scese nellufficio. Solo il vecchio frigorifero sul fondo continuava a rombare. Lucrezia prese la tastiera, la spostò, e gettò a Ornella uno sguardo duro, che la fece stringersi.

Senti, Cassandra da quattro soldi, disse Lucrezia, calma ma carica di minaccia, ancora una parola sulla mia famiglia o sulla mia macchina, e ti butto via tutta la tua energia dalla finestra, chiaro? Lavora.

Ornella strinse le labbra offesa e si immersa nelle carte. Dieci minuti dopo aveva già cambiato bersaglio: questa volta era Giulia.

Giulia (per tutti Giuli), appena arrivata, aveva ventitré anni, un viso tondo da bambina, i capelli chiari sempre spettinati. Era al settimo mese di gravidanza, camminava ondeggiando, come una papera, e dentro sembrava splendere una piccola luce; accarezzava il pancione parlandogli. Il marito era camionista, mancava spesso, e Giulia lo aspettava per andare insieme in ospedale. Tutti le volevano bene e le lasciavano biscotti sul tavolo.

Notando che Lucrezia era uscita a fumare sul ballatoio, Ornella tornò in scena.

Giulietta, le cinguettò dolce. Stamani pensavo proprio a te. Vieni, siediti qui.

Giulia esitò ma si avvicinò; rifiutare a una collega più anziana sarebbe stato scortese.

Che cè, Ornella?

Tu non spaventarti, Ornella le prese la mano e chiuse gli occhi. Oh tutto intorno vedo una luce rosa, bellissima ma cè una macchia scura nel mezzo. Un vortice nero, Giulia, gira intorno alla tua pancia

Giulia ritrasse di scatto la mano, il volto chiazzato di rosso.

Ma che dice? Perché?

È la verità, figlia mia. Dimmi: quando hai il termine? Ornella sospirò teatrale. Sarà un parto pesante, molto pesante. Io vedo I medici non salveranno il bambino. Devi prepararti. Porta il crocifisso, fai dire una messa.

Non era più solo bizzarria. Era cattiveria. Gli occhi di Giulia si riempirono di lacrime, si coprì la pancia come a proteggerla, sussurrando:

Come può lei è crudele!

Non sono crudele, sono onesta, tagliò Ornella.

E chi te lha chiesto, vecchia pazza?! sbottò Simona la ragioniera, lanciando una cartella sui documenti. Che ti salta in mente! Se le prende un colpo per colpa tua?

Ma che ho detto? Lavviso per il suo bene. Doveva fare laborto quando era presto, ora è tardi, ormai decide solo Dio.

A Giulia tremavano le mani, ma si raddrizzò, rabbiosa tra le lacrime. Guardava Ornella dal basso in alto, e il suo sguardo fece rabbrividire la donna dai ricci rossi.

Cosa mi fissi? brontolò Ornella.

Lo sa, Ornella, disse Giulia con voce che vibrava di tristezza e rabbia, anche a me da un po si sono aperte delle capacità

Il silenzio piombò. Persino il bollitore sembrava ascoltare.

Cosa stai dicendo? balbettò Ornella.

Come lei: il terzo occhio, Giulia toccò la fronte Lo sa che alle incinte capita? Adesso, guardandola, vedo chiarissimo

Cosa vedi? la voce di Ornella salì di unottava.

Vedo che lei, Ornella, vivrà fino a 90 anni, anche oltre magari Non si preoccupi, vivrà a lungo. Molto a lungo.

Beh, meglio così, sorriso incerto Ornella cercando di capire dove voleva parare.

Si, si, Giulia accarezzava il pancione. Ma suo figlio Il suo Andrea vedo qualcosaltro. Ed è peggio dei suoi vortici neri.

La faccia di Ornella si macchiò di rossore. Si alzò in piedi.

Tu! Cosa stai insinuando? Zitta!

Eh no, rispose Giulia. Mi avete insegnato a dire la verità senza paura. Vedo che Andrea morirà giovane, non per malattia, non per incidente vero. Una morte sciocca, inutile, e resterà sola, senza nipoti. Così ho visto, mi scusi.

Lurlo di Ornella fece tremare i vetri: la spilla a ragno le ballava sul petto.

Strega! gridò, dimenticando ogni mistero. Porti sfortuna su mio figlio?! Ti faccio vedere io!

Si lanciò su Giulia con i pugni chiusi, ma fu bloccata da Lucrezia appena rientrata. Vedendo la scena, piombò nel reparto giusto in tempo per trattenerla.

Basta! Tutte e due! urlò Lucrezia che pareva il fragore di una tempesta.

Lucrezia! Hai sentito cosa ha detto? strillò Ornella, mascara sciolto sulle guance di collera. Vuole la morte di Andrea! E lei è incinta, come può!

E tu? chiese rigida Lucrezia rivolta a Giulia, che la guardava pallida ma determinata.

E io? Giulia la voce rotta ma decisa. Non hai sentito cosa ha detto a me? Che partorirò male e il bambino morirà. Ha lanciato il suo vortice nero. Dovevo tacere?

Ma io parlavo di destino! strepitò Ornella. Qui si parla di una vita! Di mio figlio!

E Giulia allora? intervenne Simona. Per te tuo figlio è sacro, il suo non vale niente?

Simone, lasciaci in pace, sibilò Lucrezia, ma non con troppa convinzione. La situazione era andata oltre.

Ormai tutti i colleghi si erano raccolti: anche i venditori più indifferenti sbirciavano. Qualcuno sghignazzava, qualcuno guardava Giulia a disagio.

Ma chi glielha fatto fare? sbottò Valeria, snella e pungente, cronica sostenitrice di Ornella. Sì, Ornella avrà pure esagerato, ma una incinta dovrebbe essere buona, no? E Andrea che centra

Se lè cercata, grugnì il vecchio programmatore Ernesto, che Ornella non la sopportava. Era ora si sentisse lei cosè sfortuna. Tutte due delle galline spennacchiate.

Parla per te! strillò Ornella, pronta ad azzannare anche Ernesto.

Silenzio! Tutti al lavoro! Ornella, vai a sciacquarti. Giulia, siediti, bevi acqua, la voce di Lucrezia non lasciava spazio.

Non va bene, Lucrezia, singhiozzò Ornella tamponandosi la faccia. Deve chiedere scusa! Mi ha bucato laura! Ora pregherò per Andrea giorno e notte!

Ornella, taci, o ti mando dal direttore, sospirò Lucrezia. Hai scatenato tu questa buffonata con le tue visioni.

Ah, ora è tutta colpa mia?! strillò Ornella. Vi siete messi daccordo, mi invidiate! Ho il dono!

Certo, proprio un dono, sbuffò Ernesto.

Giulia, tremante, guardava il bicchiere dacqua. Simona si avvicinò:

Giuli, vuoi andare a casa? Chiamo qualcuno?

No, lascia stare, sussurrò giù di voce. Non so cosa mi abbia preso Non volevo È uscito da solo.

Non esagerare, si strinse Simona. Era ora qualcuno le rispondesse a tono. Zitto per zitto. Il suo Andrea a casa non muore di fame, basta che mamma smetta di viziarlo.

Simonetta, come fai a scherzare così? Giulia la guardava incredula.

Che devo fare, piangere? Potevi essere anche più dura. Io avrei detto che si rovinava col vino. Ma tu sei stata gentile: Morirà.

Ornella, rinfrescata, tornò con aria da tragedia greca. Si piazzò al tavolo e prese il telefono con voce alta e querula:

Andrea, tesoro, sei a casa? Non uscire! Cè chi porta sfortuna, te lo dico io! Ti mando venti euro per una pizza, non muoverti!

Risate sparse. Qualcuno le urlò: Compragli un giubbotto antiproiettile, dai!

Vai al diavolo! ringhiò.

Lucrezia capì che lavoro quel giorno non ce ne sarebbe stato. Richiamò Giulia in un angolino.

Su, racconta: che è successo esattamente?

Giulia, imbarazzata, replicò tutto: dellaborto, del parto, del vortice nero e della sua risposta.

Sono stata una sciocca, Lucrezia, mormorò. Lei ha toccato il bambino, io mi sono sentita franare. Il resto è venuto da solo.

Lucrezia sospirò, accese una Nazionale facendo passare il fumo dalla finestra.

Stupida sì, ma lei di più. Non sai che ti sei tirata addosso? Farà la vittima per anni. E nel reparto? Vedi Valeria come ti guarda? Il brutto lo ricorderanno di te, non di quello che ha detto lei. Perché fa male, perché molti qua hanno figli.

Ma lei ha cominciato! gridò Giulia.

E tu hai fatto il suo gioco. Potevi tirarle una parolaccia o uscire. Invece hai giocato al suo tavolo. Lei fa queste cose da una vita. Tu ora te la prendi addosso.

Giulia scoppiò a piangere, la faccia fra le mani.

Su, basta Pensa al bambino. Vai a casa, domani sistemiamo. Dici che hai la pressione alta. Ti copro io.

Appena Giulia infilò il cappotto, Ornella la aspettava fuori:

Te ne vai? La coscienza ti prende? le sibilò, gli occhi lucidi e maligni. Ci hai provato, eh? Ma Andrea vivrà, comprerò il santino, e il tuo invece basta, giochi finiti.

Stia lontana da me, Ornella, rispose Giulia. Lei è malata e ha bisogno di cure.

Sei tu che hai bisogno! minacciò Ornella. Vedrai che ti combino!

Fuori, Giulia respirò fondo nellaria fredda, sentendosi in colpa ma anche svuotata. Pensava alle parole di Lucrezia: la gente ricorderà solo il male che hai detto tu.

Il giorno dopo, lufficio era agitato. Si erano creati i partiti. Le alleate di Ornella, Valeria e due zie da romanzo, la ignoravano. Si stipavano al tavolo di Ornella parlando a voce alta mentre lanciavano sguardi velenosi a Giulia.

Ieri sono stata in chiesa a mettere una candela per Andrea, declamava Ornella. Ho parlato anche col parroco: ha detto che chi augura morte è peccatore grave. Lei sarà punita: la sua creatura non nascerà, vi dico io.

Ha ragione, Ornella, assecondava Valeria. È giovane, inesperta, non sa che la lingua distrugge. Perdonala, tu che sei grande.

Perdonare?! sbottava Ornella. Non dormo più! Continuo a temere per Andrea, lo chiamo ogni ora, ormai mi caccia!

Simona, passando, perse la pazienza:

Ornella, smettila con la tua sceneggiata! Ti scordi cosa hai detto tu prima? Oppure il tuo dono influisce sulla memoria?

Non ti ho chiesto nulla! ringhiò Ornella. Sei sempre dalla parte di chi soffre, perché pure tu

Nel frattempo, Giulia taceva, rispondeva a chiamate in modo piatto, le mani che tremavano. Allora di pranzo, prese paura. Le girava la testa, dolore al basso ventre. Telefonò al marito, ma quello era in viaggio vicino ad Asti. Raccolse le ultime forze e andò da Lucrezia.

Lucrezia, forse devo chiamare il pronto soccorso. Non mi sento bene.

Lucrezia la guardò in viso, sbiancata, e scattò:

Simona! Chiama unambulanza! Giulia sta male!

Scattarono tutti: acqua, finestre aperte. Solo Ornella restava seduta impassibile, con un sorriso appena accennato di soddisfazione. Simona prese il volo.

Cosa ridi? tuonò. Sei contenta? Hai ottenuto quello che volevi?

Io?! strillò Ornella, lampo di panico negli occhi. Ho solo detto come vedevo!

Zitta! ordinò Lucrezia. Silenzio! Simona, chiamata fatta?

Arrivano.

Quando, dopo un quarto dora, portarono via Giulia diagnosi: minaccia di aborto da forte stress piangeva stringendo il ventre.

Nella stanza il silenzio era plumbeo. Tutti tornarono ai posti, nessuno riusciva a lavorare realmente. Lucrezia si chiuse nellufficio.

Ornella era come pietrificata. Capiva che ormai la cosa era fuori controllo. Aveva trasformato i suoi presagi in cause concrete di sofferenza. Provando ad aprire bocca ve lavevo detto che sarebbero stati dolori incrociò sguardi che la fecero tacere.

Persino Valeria la guardava di traverso.

Ornella, disse piano. E se davvero fosse colpa sua?

Le mie parole non centrano! sibilava Ornella, la voce tremante. Lei ha la testa fragile, tutte le gravide così! E poi, io vedevo quel vortice nero: ora si è manifestato! E lei su Andrea mio ha gettato una maledizione. È Dio che punisce lei!

Che vipera, sussurrò uno dei ragazzi, il silenzioso magazziniere Carlo. Proprio ora ti ricordi Dio? E quando consigliavi laborto?

Carlo, taci, borbottò Ornella senza forza.

La sera seppero che Giulia era stata ricoverata in ospedale. Sanguinava, ma il bambino grazie a Dio era salvo. Quel dettaglio divise del tutto lufficio. Il giorno dopo Ornella arrivò con gli occhi gonfi di pianto; unaria da vittima che però tradiva solo il rimpianto che il gioco si fosse girato contro di lei.

Ragazze, non volevo, si lamentava. Pensavo solo al meglio, non sapevo che fosse così fragile! Mi avete attaccata come belve. Sono umana anchio.

Non sei umana, Orne, sei veleno, rispose Simona fredda. Avveleni chi ti sta intorno. Ricordi cosa hai predetto a Lorella dellaltro ufficio sul marito? Quasi si buttava dalla finestra! O a Marco che avrebbe rotto una gamba e dopo una settimana è caduto? Lo fai di proposito?

Ma io io Ornella ansimava. Io prevedo, non decido nulla!

E quindi chi decide? si aggiunse Lucrezia, uscendo dallufficio. Proprio ora mi ha chiamato il marito di Giulia. Era fuori di sé. Ha detto che ti denuncia per minacce e danni. E noi tutti saremmo testimoni: degli aborti, delle morti, di tutto.

Ornella impallidì tanto da far risaltare i ricci rossi sulla faccia candida.

Ma che tribunale? Siete matti? Io scherzavo

Tu rovini vite col tuo dono, tagliò Lucrezia. Prepara le cose. Il direttore lo sa già. Entro oggi fuori dalla ditta. Riceverai la busta paga, ma non tornare. Spiegherai tutto al carabiniere.

Ornella avrebbe voluto piangere, ma nessuno la guardava. Valeria si era girata, fingendo di controllare carte. Per la prima volta Ornella era senza pubblico: il dono adesso era divenuto un crimine.

Raccolse le sue cose in silenzio. Appena fuori, Simona le urlò:

Ornella! Curati, va, che la vedo male I dottori non ti salveranno!

La porta si richiuse. Qualcuno rise nervoso, altri sospirarono di sollievo. Lucrezia si voltò verso Simona.

Troppo dura, mormorò. Non scendere al suo livello.

Io non mi abbasso, scrollò le spalle Simona. Anchio ho il terzo occhio, ormai.

Simona, finiscila, fece Valeria, con poca convinzione, sentendosi improvvisamente sola senza la sua stirpe di pettegole.

Lucrezia restò guardando il cortile innevato. Pensava a Giulia in ospedale, a quel groviglio di destino, col reparto a pesare sulle sue spalle. Poi si voltò, lo sguardo severo.

Adesso basta: lavorate. Nei prossimi cinque minuti voglio sentire solo telefoni e tastiere. Pianti e discussioni fuori di qui, chiaro?

Chiaro, risposero in coro scomposto.

E un po miracolosamente, la vita riprese timidamente: le telefonate, i click, e persino Valeria ricominciò a lavorare come posseduta.

Verso sera chiamò il marito di Giulia, Nicola. Lucrezia parlò a lungo, e poco a poco il suo volto si sciolse.

Chiuse la chiamata, raggiunse il gruppo.

Tutto a posto. Giulia domani esce dallospedale. Bambino salvo. Nicola lascia il camion e va a prenderla. Vi saluta tutti, tranne insomma.

Grazie a Dio, si fece il segno della croce la vecchia signora delle pulizie, zia Grazia, Che Dio protegga la creatura.

Quasi tutti se ne andarono, ma Simona restò ancora. Mentre riordinava i registri, Lucrezia le si avvicinò.

Non vai a casa?

Boh, appoggiò il capo la Simona stanca. Lu, ti dico, lho odiata davvero. Dentro bruciavo. E adesso mi fa quasi pena.

Chi? Ornella? chiese Lucrezia stupita.

Sì. È una poveretta. Dentro non ha nulla, solo il dono. Marito no, figlio inutile, lavoro solo qui. Altrove non la prendono. Dove va una così a cinquantanni?

Lucrezia sospirò, sedendosi di fronte.

Non compatirla, Simona. Gente come lei non è infelice per caso. Non sanno vivere diversamente: devono ferire, sentirsi superiori. Lei si piangeva addosso ogni giorno.

Lo so, la testa bassa Simona. Ma non è giusto. Mi sento smarrita.

Torna a casa, domani è un altro giorno.

Il giorno dopo, Simona con Carlo, Ernesto e altri due portarono una torta grande in ospedale, a Giulia.

Di Ornella Grassini non si parlava più. Solo ogni tanto, se uno degli altri uffici chiedeva che fine avesse fatto quella rossa, si scambiavano occhiate e dicevano: Le si è aperto proprio il terzo occhio. E le abbiamo chiuso la porta.E fu così che, per mesi, nel seminterrato di TecnoCommercio, si diffuse una pace cauta, fatta di lavoro e piccole allegrie. Ogni tanto qualcuno ancora lanciava uno sguardo alla sedia vuota di Ornella, chiedendosi se fosse davvero tutto finito. Eppure senza i suoi presagi, la ditta pareva respirare meglio: la luce sembrava filtrare più chiara anche dalle vecchie finestre opache.

Quando Giulia tornò con il pancione e un sorriso timido, il reparto la accolse con un applauso sincero, e perfino le zie da romanzo le regalarono una copertina fatta a mano. Nessuno parlava più di vortici neri, né di terzi occhi. A quel punto, gli unici occhi che contavano erano quelli che si cercavano nella fatica delle ore lente, complici di unumanità imperfetta ma viva.

Eppure, in certi pomeriggi di pioggia, capitava che Ernesto indugiasse con una battuta: Attenti, se suona il telefono più del solito magari la Grassini ce la sta gufando da casa! E tutti ridevano, perché il potere delle parole si era esaurito proprio lì, nel rumore delle risate che scacciano la superstizione.

Ornella, si diceva, era tornata in Piemonte, forse davvero da quella maga di campagna, a domandare chi mai avrebbe letto il suo futuro ora che nessuno voleva più ascoltare il suo. E forse aveva scoperto, per la prima volta, che il vero terzo occhio è capire il dolore degli altri, non prevederlo.

In ogni caso, più nessuno sentì la sua mancanza. Solo a volte, quando una nuvola improvvisa spegneva il sole sulla città, qualcuno sussurrava per scherzo: Non avrà mica buttato anche locchio sul tempo?! E si tornava subito a ridere, finché il telefono squillava e la vita chiamava tutti a ricominciare, senza magie, senza cinema.

Solo la verità tranquilla di chi, giorno dopo giorno, aveva imparato che le parole feriscono ma la gentilezza, quella sì, sa guarire.

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Il terzo occhio di Ninetta
La casa di Katya