Fornelli puliti
Giulia! Vieni qui.
Niente per favore. Niente quando hai finito. Solo vieni qui, come se stessi chiamando un cane.
Appoggiò il mocio al muro ed entrò in cucina. Marco era seduto al tavolo e guardava il cellulare. Di fronte, al suo solito posto vicino alla finestra, sedeva la signora Rosanna Bellini, la suocera. Stava bevendo tè. In cucina si sentiva odore di verza lessa e di medicine che la suocera prendeva a manciate da mattina a sera.
Mamma dice che non hai pulito bene il fornello, disse Marco senza alzare gli occhi dal cellulare.
Lho pulito ieri.
Lhai fatto male.
Rosanna Bellini appoggiò la tazza sul piattino con un rumore sommesso.
In casa mia non cè mai stata sporcizia, disse con quel tono che si usa per le cose ovvie. Ho sempre tenuto tutto in ordine. Per ventanni ho gestito questa casa da sola, e non è mai successo uno scempio del genere.
Giulia aveva cinquantatré anni. Se ne stava lì in cucina, con i guanti di gomma, le mani ancora bagnate, ad ascoltare per lennesima volta.
Mostrami dove, disse. Lo ripulirò.
Proprio così, mostrami, intervenne Marco. Non lo vedi da sola? O devo inginocchiarmi e mostrartelo io?
Lo disse a bassa voce, quasi con calma. Parlava sempre così: tranquillo, senza gridare, ma con un modo di dire le cose che colpiva sempre nel segno.
Giulia guardò il fornello. Era lucido. Laveva pulito la sera prima, dopo cena, aveva strofinato per mezzora il grasso dalle piastre. Era pulito.
Fu in quel momento che accadde qualcosa.
Non uno scoppio. Non le lacrime. Semplicemente guardò quel fornello lucido, poi Marco con il suo telefono, poi Rosanna Bellini con la sua tazza di tè, e dentro di lei calò un silenzio assoluto. Come il momento prima che qualcosa si rompa per sempre.
Si tolse i guanti. Li appoggiò sul tavolo.
Lo sento da ventotto anni, disse. Basta.
Marco sollevò lo sguardo dal telefono. Rosanna Bellini rimase a mezzaria con la tazza.
Cosa hai detto? chiese Marco.
Ho detto: basta.
Uscì dalla cucina. Andò in camera, tirò fuori dallarmadio una borsa grande del supermercato e cominciò a metterci dentro la roba. Non molta. Documenti, due maglioni, cambio dabiti, caricabatterie. Le mani non le tremavano, e la cosa la stupì. Era calmissima, come chi finalmente prende una decisione che maturava da anni.
Dalla cucina arrivavano le voci. Prima basse, poi più forti.
Marco, non senti? Ferma tua moglie!
Fermala tu, se ti importa tanto.
Giulia indossò la giacca, raccolse la borsa e uscì nellingresso. Mise le scarpe. Aprì la porta.
Giulia! gridò Rosanna Bellini dalla cucina. Lo capisci cosa stai facendo? Dove andrai? Non sei niente senza di lui! Non sei nessuno!
Giulia chiuse la porta piano, senza sbattere.
Sulle scale si sentiva lodore della sabbietta dei gatti dei vicini del terzo piano, e della vernice fresca dal primo. Uscì fuori. Era ottobre, freddo e umido, le foglie stese a strati bagnati sullasfalto. Giulia si fermò davanti al portone e tirò fuori il cellulare.
Chiara rispose al secondo squillo.
Chiara, disse Giulia. Me ne sono andata.
Pausa.
Da dove?
Da Marco. Per sempre. Non ho dove andare.
Silenzio per tre secondi. Poi Chiara disse:
Ti ricordi lindirizzo? Dammi venti minuti, arrivo a casa. Aspetta davanti, ti do il codice per il portone.
***
Chiara abitava in un monolocale in via Garibaldi. Piccolo ma suo, laveva comprato lei sette anni prima, quando lavorava come receptionist in hotel e risparmiava ogni centesimo. Cerano mensole dappertutto, fiori ovunque, una lavagnetta in cucina con le calamite delle città dove era stata. Sapeva di caffè e di dolci, forse cannella.
Giulia era seduta sul divano con una tazza di tè caldo tra le mani, mentre Chiara stava davanti a lei, seduta a gambe incrociate, e la osservava, senza interrompere.
Racconta, disse Chiara.
Non cè nulla da raccontare, rispose Giulia. Sempre la solita storia. Il fornello sporco. Il minestrone sciapo. I pavimenti puliti male. E mi guardano come se fossi… come se fossi un elettrodomestico che non funziona.
Giulia, è sempre stato così. Ma oggi? Cosè cambiato oggi?
Giulia ci pensò su.
Oggi ho guardato il fornello pulito e ho capito che, se non me ne andavo ora, non me ne sarei più andata. Che lì sarei morta. Un giorno avrei chiuso gli occhi e basta, e avrebbero detto che non mi sono curata abbastanza.
Chiara annuì. Non aggiunse altro. Solo unaltra tazza di tè.
Quella notte, Giulia era sdraiata sul divano di Chiara, avvolta in una coperta calda, e ascoltava il silenzio. Il vero silenzio. Niente televisore dalla stanza accanto. Niente tosse di Rosanna Bellini dietro al muro. Nessuna fretta di alzarsi per fare qualcosa.
Non dormì fino alle tre. Non per ansia, solo perché non aveva mai sperimentato come fosse stare distesa senza dover rispondere di nulla.
Poi finalmente si addormentò.
***
Il telefono rimase muto per due giorni. Il terzo, Marco mandò un messaggio: Quando torni?. Non scusa. Non dobbiamo parlare. Solo quando torni, come se fossi in trasferta.
Giulia lesse e rimise il cellulare in tasca.
Fai bene, disse Chiara, che era lì vicina e aveva visto tutto. Non rispondergli. Che si preoccupi lui.
Non ha nulla di cui preoccuparsi, rispose Giulia. È sicuro che cambierò idea. Che tornerò. Ha sempre pensato così. Che non sarei mai andata via.
E invece?
Giulia guardò fuori dalla finestra. Il cortile era grigio, ottobre, macchine bagnate, alberi senza foglie.
No, disse. Non torno. Ma non so ancora dove andrò.
Le prime settimane furono strane. Giulia non sapeva come passare il tempo. Era sempre stata abituata a svegliarsi alle sette, preparare la colazione, pulire, lavare, andare in farmacia a prendere le medicine per Rosanna Bellini, fare la spesa, ricominciare da capo. Mattina e sera. E non era mai abbastanza.
Ora si svegliava e il giorno era vuoto. Non doveva fare niente. Era quasi insopportabile.
Chiara, disse una mattina, quando Chiara stava per uscire per lavoro. Devo fare qualcosa. Altrimenti impazzisco.
Cerca un lavoro.
Cosa posso fare? Da ventotto anni sono a casa.
Tu eri unartista.
Giulia fece una risata breve, senza gioia.
Ero unartista. Ho lavorato in una casa editrice due anni dopo laccademia, poi mi sono sposata e Marco ha detto che non serviva, che lui guadagnava. E sua madre aggiunse che una donna perbene tiene la casa, non lavora in giro.
E tu hai accettato.
Sì. Avevo venticinque anni e pensavo che fosse proprio così, che quello fosse amore. Che si prendessero cura di me.
Chiara rimase in silenzio mentre si metteva il cappotto.
Giulia, in fondo allarmadio ho delle tempere ad acquerello. Le ha lasciate mia nipote. E della carta, credo. Prova, dai.
Ma non serve…
Serve eccome. Le mani ricordano.
***
Giulia trovò i colori nel cassetto in basso, avvolti nella carta di giornale. Da bambini, economici, in una scatolina di plastica con uno scoiattolo stampato. La carta cera, spessa, per acquerello, un blocchetto quasi nuovo. Prese tutto, si sedette al tavolo della cucina e fissò a lungo il foglio pulito.
Poi prese il pennello.
Allinizio non veniva niente. Il colore non si stendeva, la mano tremava, le proporzioni erano sballate. Strappò tre fogli. Poi si rilassò e iniziò a dare pennellate senza pensare, senza uno scopo. Solo colore. Solo forma.
Dopo unora si trovò davanti un piccolo foglio acquerellato: il cortile dautunno davanti alla finestra di Chiara. Alberi nudi e bagnati, cielo grigio con una macchia rosa allorizzonte.
Li guardò e pensò: ecco. Questo lho fatto io.
Non il minestrone. Non il fornello pulito. Questo.
La sera Chiara tornò dal lavoro, vide il disegno sul tavolo e si fermò.
Giulia, lhai fatto tu?
Eh sì.
È proprio bello.
Non è bello, è tutto storto.
Ma è vivo, disse Chiara. Di cortili così ne ho visti cento, ma questo sembra vero. Lo senti.
Giulia non rispose. Ma il disegno non lo buttò.
***
Nellappartamento di Marco Bellini, intanto, succedevano cose che lui non si aspettava.
Per i primi tre giorni aspettò che Giulia tornasse. Era così ovvio: dove sarebbe andata? Non sapeva fare nulla. Niente soldi, niente lavoro, niente casa. Tornerà, pensava, non può farne a meno.
Non tornò.
Il quarto giorno si accorse che il frigorifero era vuoto. Completamente. Lo aprì la mattina, vide un solo cartoncino di latte e basta. Andò a lavorare digiuno.
La sera la madre era seduta in cucina e lo guardava come chi ha sempre saputo tutto ma per educazione taceva.
Hai cenato?
No.
Neanchio. Hai portato qualcosa dal supermercato?
No, non ho avuto tempo.
Allora non hai mangiato, e non hai portato nulla, disse Rosanna Bellini. Meraviglioso. Ho settantotto anni e non pensavo di arrivare al punto di non avere pane in casa.
Mamma, vacci tu allora al supermercato.
La pausa fu lunga.
Ho settantotto anni, scandì pianissimo Rosanna. Ho le ginocchia a pezzi. Ho la pressione. Cammino col bastone. E tu mi dici vacci tu.
Mamma, non ho avuto tempo, ero al lavoro.
E Giulia lavorava? Da mattina a sera si spaccava la schiena per te, e tu lhai cacciata di casa.
Marco alzò la testa.
Io lho cacciata? È stata lei a andarsene!
Perché tu lhai mandata via! la voce della madre sirrigidì. Te lavevo detto: con la gente bisogna essere più gentili. Ma tu sai tutto meglio degli altri.
E tu tutti i giorni le buttavi addosso delle lamentele! Fornello sporco, minestrone insipido, pavimenti mal lavati!
Facevo delle osservazioni! È un mio diritto nella mia casa!
Nella mia casa, mamma! È il mio appartamento!
Si guardarono negli occhi. Era la prima volta dopo tanti anni. Non cera più Giulia in mezzo, a fare da cuscinetto, a ricevere i colpi e tenere la pace.
Marco si alzò, si mise la giacca e uscì. Sbatté la porta.
Rosanna Bellini rimase da sola in cucina. Fuori era buio. Si alzò, accese la luce, aprì il frigo. Guardò il cartone di latte. Lo chiuse.
Si rimise a sedere.
Faceva un silenzio che non cera mai stato, finché Giulia abitava lì.
***
Novembre portò i primi freddi e la prima neve. Giulia ormai viveva da tre settimane da Chiara e cominciava a riprendersi, come uno che è stato a lungo rinchiuso in una stanza buia e finalmente rivede la luce. Allinizio acceca, poi ci si abitua.
Disegnava ogni giorno. Si comprò dei colori veri, non quelli da bambini. Chiara trovò su internet un annuncio: piccolo laboratorio in affitto in via del Fiume, vicino al parco. Una stanza di una ventina di metri, grande finestra a nord, pavimenti di legno. Costa poco, senza ristrutturazione, muri scrostati.
Giulia andò a vedere e seppe subito che era il posto giusto.
Lo prendi? chiese la proprietaria, una signora anziana col berretto di lana.
Sì.
Non aveva quasi soldi. Vendette gli orecchini doro che le avevano regalato i genitori al matrimonio. Non senza un nodo in gola: erano un ricordo. Ma poi pensò: che ricordo? Di cosa?
Il laboratorio divenne il suo rifugio. Ci andava la mattina, apriva la finestra e laria fredda le riempiva la stanza di odore di neve e acqua di fiume. Sapeva di tempera, olio di lino, legno vecchio. Sistemava le scatole, metteva i fogli o la tela, e si metteva a lavorare. Ore. A volte si scordava di mangiare.
Disegnava di tutto: paesaggi, cortili cittadini, nature morte con quello che aveva, una tazza, una mela, una scarpa vecchia. Le riusciva sempre meglio. Le mani davvero ricordavano, serviva solo tempo per sciogliersi dopo ventotto anni di silenzio.
Un giorno, a dicembre, Chiara la chiamò al laboratorio.
Giulia, in albergo stanno organizzando una mostra di pittori locali. Una cosetta semplice, nella hall. Ti ho nominato io. Vuoi portare qualche quadro?
Chiara, io non sono unartista. Ho appena ricominciato.
Sei unartista. Ho visto i tuoi lavori.
Sono cose da dilettante.
Giulia, Chiara parlava come a una bambina un po testarda, sono trentanni che ti dici che sei solo questo e appena quello. Basta. Dai i tuoi quadri?
Giulia ci pensò.
Va bene, disse. Li porto.
***
Fu lì che conobbe Alessandro Moretti.
Era venuto per caso, non per la passione dellarte, ma perché aveva prenotato una stanza in albergo ed era finito nella hall proprio in quel momento. Alto, camicia a quadri, capelli con le tempie grigie, occhi calmi e grigi. Guardava un quadro di Giulia: un parco dinverno, una panchina, orme sulla neve che vanno e tornano.
Giulia si avvicinò per raddrizzare la cornice. Sentì che lui, sottovoce, diceva a se stesso:
Chissà come va a finire. Sono venuti, si sono seduti e poi se ne sono andati.
Quelle, le impronte? chiese lei.
Lui si voltò. Non era imbarazzato, era come colto mentre parlava a un quadro.
Sì. Guardo e penso: erano in due. Si sono seduti. Sono andati via ognuno per la sua strada. Non si capisce se erano felici o se litigavano.
Io invece pensavo che fosse una sola persona, disse Giulia. Viene, si siede, poi torna a casa.
Da soli non si va a casa zigzagando così, rispose serio lui. Vede come lorma si intreccia? Sono due.
Giulia riguardò il quadro con occhi nuovi.
Magari hai ragione, disse.
Poi parlarono venti minuti. Lui era venuto da una città vicina: doveva aiutare il fratello a ristrutturare un bagno. Falegname, elettricista, idraulico: aggiustava di tutto. Vedovo, due figli grandi. Parlava poco, ma ascoltava davvero, questo Giulia lo notò. Non interrompeva. Non guardava mai il telefono. La fissava negli occhi quando lei parlava.
Era così insolito che Giulia non sapeva come comportarsi.
Uscendo, lui chiese:
Ha un biglietto da visita?
No, Giulia arrossì. Non li ho mai fatti.
Allora il numero, si può?
Glielo diede. Poi pensò a lungo: chissà perché, magari vuole comprare un quadro.
Dopo tre giorni lui scrisse: Buonasera. Sono Alessandro, quello delle orme sulla neve. Vorrei acquistare il suo quadro, se non lha già venduto.
Non laveva venduto. Vennero, prese il quadro, lo avvolse con cura in un sacchetto portato da casa, e chiese se poteva vedere altri lavori.
Andarono al laboratorio. Guardò tutto, a lungo e in silenzio. Comprò anche altri due paesaggi piccoli.
Dipinge bene, disse.
Non dipingevo da tanto, rispose lei.
Perché?
Lei alzò le spalle. Non voleva spiegare. Non ora.
Così è andata la vita.
Lui annuì e non chiese oltre.
***
Marco chiamò a gennaio. Erano passati alcuni mesi che Giulia viveva da Chiara oppure in laboratorio. Ufficialmente erano ancora sposati, non aveva fatto nessuna richiesta legale.
Chiamò di sera, mentre lei stava finendo un lavoro in laboratorio: un grande quadro dinverno, rami di pino in un vaso di vetro, pigne, una candela.
Giulia, disse lui.
Sì.
Ecco… come stai?
Bene.
Silenzio.
Mia madre sta male, disse lui.
Mi dispiace che non stia bene.
Non potresti venire qualche volta a darci una mano in casa? Anche solo una volta a settimana.
Giulia posò il pennello.
Marco, disse con calma. Me ne sono andata. Vivo da sola. Non verrò a sistemare casa tua.
Ma sei ancora mia moglie.
Per ora. Ma solo per poco.
Non fare così. Torna a casa. Parliamone.
Non abbiamo mai parlato Marco. Ventiotto anni che parli tu e tua madre. Io ascoltavo e facevo quello che mi dicevate.
Esageri sempre.
Può darsi, rispose lei tranquilla. Ma non torno.
Riattaccò. Le mani non le tremavano. Si stupì anche di questo.
Poi pensò: magari agli altri sembra una banalità, una donna che lascia il marito. Ma dentro non è banale. È come imparare a camminare da capo. Ogni giorno.
***
Il rapporto con i soldi Giulia lha ricostruito piano piano. I quadri si vendevano, ma non a cifre alte e non spesso. Arrivavano a commissionare qualche cartolina, un quadretto da regalare. Con laiuto di Chiara aprì una pagina internet dove pubblicava i suoi lavori, e poco a poco arrivarono persone che lasciavano commenti e, a volte, ordinavano qualcosa.
Il necessario bastava, per laffitto del laboratorio, mangiare, vestirsi. Senza sprechi, ma bastava.
Non avrebbe creduto che questa sensazione fosse ricchezza. Ma era proprio così.
Alessandro arrivava ogni due, tre settimane: per una visita dal fratello, e passava sempre dal laboratorio. Prendevano un caffè in un bar vicino al parco, oppure giravano sotto la neve parlando. Raccontava del lavoro, dei figli uno si era già sposato e aspettava un bambino. Lei raccontava dei quadri, voleva provare lolio, non solo lacquerello.
Non aveva mai fretta. Mai pressione. Un giorno Giulia si accorse che aspettava i suoi arrivi. Che quando non cera, il laboratorio sembrava un po più silenzioso.
Chiara, disse un giorno. Alessandro non capisco.
In che senso?
È così buono. Mi fa paura.
Perché il buono dovrebbe far paura?
Perché sono abituata che dietro il buono si nasconde qualcosa. Che poi verrà il peggio.
Chiara la fissò a lungo.
Magari non è così per tutti.
Giulia ci pensò su per giorni.
Poi scrisse per prima ad Alessandro: Sabato vuole passare? Sto lavorando a un quadro grande, vorrei mostraglielo.
Arrivò sabato. Guardò il quadro. Disse che era bello. Poi andarono al solito bar, e lì lui chiese:
Giulia, le andrebbe di fare una gita qualche giorno? Qui vicino cè un monastero antico, unora in macchina. Pare sia meraviglioso dinverno.
Disse sì.
***
Cosa succedesse nellappartamento in via Dante, dove vivevano Marco e la madre, Giulia lo sapeva solo dai racconti. A volte chiamava la signora Carmela dal quarto piano, la vicina con cui spesso Giulia scambiava due chiacchiere sulle scale.
Giulia, come stai? diceva Carmela. Senti, lì dentro un inferno. Si sentono litigare attraverso il muro. Rosanna sbrana Marco ogni giorno perché non ti ha saputo trattenere. E lui le risponde. Ieri urlavano così che volevo chiamare i carabinieri.
Giulia ascoltava e si accorgeva che non sentiva altro che una vaga, lontana tristezza. Non rancore, non soddisfazione. Solo: così va.
Senza di lei stavano male non per la mancanza di Giulia. Stanno male perché non cè più nessuno pronto a prendere i loro colpi. Avevano sparato sempre dalla stessa parte, e quella parte adesso aveva smesso di esserci e si colpiscono lun laltro.
A febbraio Carmela disse che Rosanna era finita allospedale. Pressione alta, cuore. Marco le stava dietro da solo, scuro in volto.
Giulia mise a bollire il tè e pensò che forse doveva chiamare. Dopo ventotto anni, alla fine era pur sempre una persona.
Poi ci ripensò. No. Non fare ciò che bisogna. Ha fatto una vita intera di bisogna. Adesso basta.
***
Marzo portò disgelo e odore di neve sciolta. Giulia andava a piedi al mercato, con la borsa di stoffa, a scegliere qualcosa per la colazione. Si fermò davanti a un banco di verdure: pomodori da serra, li mise nel sacchetto pensando che voleva dipingere il mercato di primavera, proprio quello, coi colori, la confusione, la gente.
Fu lì che vide Marco.
Camminava tra i banchi con la busta della spesa, occhi bassi sul telefono, non la vedeva. Era invecchiato, o forse Giulia non lo aveva mai osservato così, da lontano. Spalle curve, giacca stropicciata, volto grigio.
Restò a guardare, cercando cosa avrebbe provato. Paura? Rabbia? Voglia di scappare per non farsi vedere?
Niente di tutto questo.
Marco sollevò gli occhi, la vide. Si fermò.
Restarono a guardarsi attraverso tre banchi.
Giulia, disse lui.
La voce, sempre bassa, ma stavolta cera qualcosa di nuovo. Smarrimento, forse.
Marco, rispose lei.
Si avvicinò. La fruttivendola fece finta di essere molto occupata coi suoi mele.
Come stai? chiese lui.
Bene.
Sei dimagrita.
Può darsi.
Mamma è in ospedale. Il cuore.
Lho sentito. Mi dispiace.
Tacque. Cambiò la busta da una mano allaltra.
Non tornerai davvero?
Giulia lo fissò. Senza odio, senza pietà. Solo guardò.
No, Marco. Non torno.
Dobbiamo pur vivere, in qualche modo
Tu devi. Io sto già vivendo.
Non seppe che rispondere. Lei prese i suoi pomodori, pagò e si allontanò.
Il cuore batteva regolare. Ecco la sua vittoria: in quel battito regolare. Non nellessere andata via. Né nel non essere tornata. Ma nellessere rimasta davanti a lui senza paura. Senza raggomitolarsi. Senza dirsi devi essere gentile, non esagerare, forse lui ha ragione. Solo parlare con una persona quasi sconosciuta.
Prese anche un po di insalata, comprò il pane fresco e andò a casa. A casa nel senso del laboratorio: ormai diceva così, a casa, pensando al suo atelier.
***
Fece domanda di separazione ad aprile. Fece tutto da sola, senza avvocati, andò dove serviva, compilò i moduli. Marco non fece difficoltà. Si incontrarono una volta dal notaio, firmarono e si salutarono.
Non aveva un appartamento. Marco rimase nel suo. Lei non fece alcuna causa per la divisione dei beni, troppo lungo, troppo pesante. Chiara disse che sarebbe stata nel diritto di farlo. Giulia scuoteva la testa.
Quella casa non mi serve, Chiara. Voglio andare avanti.
Avere due soldi non farebbe male.
I soldi arriveranno, diceva Giulia. Altri soldi. Miei.
In estate lei e Alessandro ormai si vedevano ogni settimana. A volte lei andava da lui, a volte lui veniva da lei. Aveva una piccola casa in una via tranquilla, con un orto dove crescevano ribes e un vecchio melo. Giulia la prima volta restò per un po in giardino, guardando il melo in fiore.
È bello, disse.
Lha piantato mia moglie, rispose lui senza dolore, sereno. Otto anni che non cè più. Ma il melo fiorisce ogni anno.
Rimasero lì a guardare lalbero.
Alessandro, disse Giulia, non hai paura? Di riavvicinarsi a qualcuno?
Lui raccolse i pensieri.
Sì, rispose onestamente. Ma tu mi piaci. E penso che la paura non sia una ragione per non vivere.
Giulia rise, sorpresa da se stessa.
Saggio.
Mi piace fare le cose semplici, dritte.
***
In autunno, un anno esatto da quel giorno di ottobre in cui Giulia prese la borsa e uscì dallappartamento in via Dante, lei e Alessandro erano in cucina la sera tardi. Lui stava sistemando un cassetto che non si chiudeva, lei era seduta dopo cena con la tazza in mano e ciabattava con una matita sul blocco schizzi.
Tutto era calmo. Silenzioso. Odorava di legno e caffè.
Giulia, disse Alessandro senza smettere di lavorare, ti va di trasferirti qui?
Lei lo guardò.
Dove?
Da me. Qui.
Lei rifletté. Anche lui stette zitto, sistemando.
Ma il laboratorio è là, disse Giulia.
Lo so. Ma qui potresti usare la stanza in fondo, ha una grande finestra a est. Al mattino entra il sole. Te lho detto?
Me lhai detto.
Allora?
Giulia guardò il blocco. Cera uno schizzo: cucina, uomo col cacciavite, donna con la tazza. La finestra. Fuori, il giardino.
Devo pensarci.
Pensa.
Non mi metti fretta?
No.
Perché?
Posò il cacciavite, chiuse il cassetto. Andava perfettamente.
Il tempo non mi manca, disse. E forzare un adulto è inutile.
Giulia fissò lo schizzo.
Va bene.
Va bene pensi, o va bene ti trasferisci?
Va bene mi trasferisco.
Lui annuì. Si mise seduto vicino, prese il suo tè. Rimasero in silenzio. E il silenzio era buono.
***
Passò un altro mezzo anno.
Giulia viveva da Alessandro, ma non lasciò il laboratorio in via del Fiume. Ci andava tre volte a settimana a lavorare. La stanza con la finestra a est, a casa di Alessandro, era diventata il suo secondo studio: lì faceva schizzi la mattina, mentre lui era al lavoro.
I suoi quadri ora si vendevano un po di più. Non era diventata famosa, no. Ma cerano persone che venivano solo da lei, a chiedere i suoi lavori. Non era una cosa squillante né grandiosa, ma era sua.
Ogni tanto sentiva ancora notizie su Marco: la signora Carmela chiamava ogni tanto. Rosanna Bellini, dopo lospedale, camminava a fatica, quasi non usciva dalla stanza. Marco aveva preso una badante, lavorava ancora e rincasava la sera. La vita continuava.
Giulia ascoltava e pensava che quelluomo una volta riempiva tutto il suo cielo. Lumore suo era il suo meteo. Le sue parole erano le sue regole. Quel che sembrava una famiglia perbene rivisto da fuori, dallinterno era una cella senza chiave anzi peggio, con la porta che tieni chiusa da sola, dallinterno.
Ora il cielo era un altro.
Un giorno di dicembre, di mattina presto, Giulia arrivò in laboratorio prima dellalba. Accese la luce, mise il bollitore. Fuori nevicava piano, in silenzio.
Squillò il telefono. Era Chiara.
Giulia, ciao. Come va?
Bene. Sto lavorando.
Senti, ho una notizia. Non so come la prenderai.
Dimmi.
Unamica mi ha detto la galleria in centro cerca artisti per una mostra in primavera. È una piccola galleria, ma vera. Ha visto i tuoi quadri online e vorrebbe parlarti. Ti do il numero.
Giulia prese carta e penna, scrisse.
Chiara, disse, vorranno qualcosa di unico. Ma io non ho un nome, titoli, niente.
Giulia, non hai dipinto per cinque anni. Adesso hai centinaia di lavori. Non è abbastanza?
Mah…
Chiamali, parlaci. Tutto qui.
Okay.
Chiuse. Guardò il numero scritto. Si voltò verso la finestra: la neve continuava a cadere, lenta, e il cortile era già bianco, pulito, come un foglio nuovo.
Versò il tè, prese i pennelli e iniziò a dipingere. Avrebbe chiamato dopo. Prima bisognava catturare proprio quella neve.
***
La sera Alessandro andò a prenderla al laboratorio. Bussò, entrò, la vide ancora al cavalletto.
Sei pronta?
Dammi solo cinque minuti.
Si sedette su uno sgabello e la guardò mentre lavorava. Lei ogni tanto lo sentiva: uno sguardo attento, tranquillo. Così si guarda qualcosa a cui si tiene.
Dopo cinque minuti lei impacchettò i colori, chiuse i pennelli.
Finito.
È venuto bene, disse lui guardando il quadro.
Non so. È difficile rendere la neve; sembra bianca, invece è azzurra, grigia, rosa, tutto tranne che bianca.
Curioso, disse lui serio. Non lavrei mai pensato.
Sembra facile, invece guardi e non vedi.
Uscirono dal laboratorio. Fuori era freddo e silenzioso, la neve si era fermata, laria limpida, da respirare a pieni polmoni.
Alessandro, disse Giulia mentre camminavano nella notte, mi hanno chiamato per una mostra, una galleria in centro.
E allora?
Non so se andarci.
Ma tu vuoi?
Lei rimase in silenzio.
Sì, disse. Ma ho paura.
Di cosa?
Che dicano non va bene, che non sono una vera pittrice, che è tutto poco serio.
Alessandro camminava accanto, mani in tasca, lo sguardo avanti.
Giulia, disse, lo sai che non cè niente di davvero pauroso?
Come?
Il peggio, ormai, è passato. Hai vissuto dove ti dicevano ogni giorno che non sei niente. Per ventotto anni. E sei andata via con una sola borsa. Quello sì che era pauroso. Ora: una galleria, e allora? Se rifiutano, pazienza.
Lei si fermò.
Sai essere diretto proprio come un chiodo.
Cerco di fare giusto.
Rise, lui sorrise appena sotto il lampione.
Dai, entriamo che fuori si gela, disse lui.
Camminarono. La neve scricchiolava sotto i piedi. I lampioni si riflettevano nelle pozzanghere gelate. In fondo si vedevano le finestre illuminate della casa.
Alessandro, disse Giulia.
Eh?
Grazie.
Di che?
Perché non mi dici mai devi o bisogna.
Si fece una breve pausa.
Una persona adulta lo sa da sola, disse lui. Io al massimo posso ricordare. Non di più.
Arrivarono a casa. Lui aprì la porta, lasciandola entrare per prima. Nellatrio si sentiva odore di legno e un po di mele: le teneva in cantina dallautunno.
Giulia entrò, si tolse le scarpe, passò in cucina, accese la luce.
Era tutto come sempre: tavolo di legno, due sedie, la finestra sul giardino. Sul davanzale il blocco degli schizzi che aveva lasciato stamattina.
Lo aprì e guardò lo schizzo del giorno prima: cucina, uomo col cacciavite, donna con tazza. La finestra. Fuori, il giardino.
Mancava solo la neve, da disegnare.
Prese la matita.







