Sei proprio irresponsabile, mamma. Fai figli da unaltra parte.
Silvia aveva solo diciassette anni quando ha deciso di sposare Marco. Appena diplomata, già dopo un mese portava la fede allanulare e una pancia che cres-ceva così veloce che le vicine bisbigliavano: Sicuro che è rimasta incinta prima delle nozze, si vede subito!
Ha partorito una bambina, Rossella lhanno chiamata, e Silvia si è trasferita nellappartamento della suocera. Anche se la suocera, la signora Teresa Giuliani, abitava solo a due fermate di tram, veniva comunque a controllare ogni dettaglio della vita della giovane coppia. Lappartamento era grande, tre locali con soffitti alti e mobili vecchi che la signora Teresa aveva comprato ai tempi della lira, e Silvia si è sempre sentita unospite in quelle mura, come una che doveva fermarsi poco ma che, chissà come, ci era rimasta anni.
Con Rossella, sua figlia, Silvia si destreggiava volentieri. Fasciatoi, tutine, notti insonni, il primo dentino, il primo passo, la prima volta che mamma le ha sfondato il cuore di dolcezza. Ma Rossella cresceva non solo con la madre, ma anche con la nonna Teresa, che veniva quasi ogni giorno, e con la zia Elisabetta, sorella di Marco, che abitava lì pure lei, occupando una stanzetta accanto alla cucina. Elisabetta era più grande di Marco di cinque anni, asciutta, coi capelli sempre raccolti in uno chignon, e col viso tirato come se avesse sempre sentito qualche odore sgradevole. Sia Teresa che Elisabetta erano donne rigorose, tutte principi e regole sapevano loro esattamente come si educano i figli, come si cucina il risotto, come si stira una camicia e come si trattano i mariti.
Silvia, perché lasci andare Marco al bar dello sport coi suoi amici? chiedeva la signora Teresa, stringendo le labbra Mio marito, che Dio labbia in gloria, finito il lavoro tornava sempre dritto a casa. In famiglia, prima di tutto!
Silvia taceva, tanto discutere con la suocera non serviva a nulla. Bastava uno sguardo di quella donna e ogni obiezione si spegneva. Elisabetta rincarava la dose:
Tu, Silvia, pensa a Rossella, seguila bene. Le ho comprato dei libri, adatti a lei. Oggi i bambini li lasciano troppo andare, ma tutto dipende dalla madre.
E Silvia controllava, Rossella leggeva quelli libri, andava con la nonna al museo, prendeva lezioni dinglese dalla professoressa che aveva trovato la nonna Teresa. Cresceva una ragazzina modello, letta, seria. Proprio come la nonna da giovane, dicevano i vicini.
Marco, marito di Silvia, era uno di poche parole, lavorava da tecnico in una fabbrica alla periferia di Bologna, amava la birretta al bar dopo il lavoro e la partita in tv. Silvia lo amava di quellamore tranquillo che arriva dopo dieci anni insieme, tutte le litigate già consumate, i dolori detti a voce alta, nessun bisogno di fare finta. Marco voleva bene a Silvia, ma sapeva dimostrarlo solo in modo goffo: il tè portato a letto, le uova preparate la mattina presto mentre lei ancora dormiva.
Teresa trattava il figlio con unaria distante, come se fosse un bambino mai cresciuto, e spesso davanti a Silvia diceva:
Marco, dovresti farti rispettare un po di più, sembri sempre invisibile. Tua moglie ti guarda e non capisce se ha sposato un uomo o un ragazzino.
Marco abbassava le spalle, senza rispondere. E poi di notte Silvia, lì vicino lui nel buio, gli accarezzava la testa e sussurrava: Non ascoltarli, sei speciale per me, sei il migliore. Lui non diceva nulla, solo sospirava e si addormentava. Silvia restava sveglia ore, fissando il soffitto, a pensare a come sia possibile amare qualcuno e non riuscire a proteggerlo nemmeno dalla propria madre, perché hai paura, perché la casa non è tua e rimani sempre unospite.
Quando Rossella aveva già tredici anni, la signora Teresa si è ammalata seriamente. Tumore al pancreas. Quando lo ha saputo, non ha pianto. Ha solo stretto la mascella più del solito ed è andata dal notaio a scrivere il testamento. Ha diviso tutto secondo lei con giustizia: il suo appartamento in centro, un bilocale, lha lasciato ad Elisabetta; laltro, quello grande dove vivevano Silvia, Marco e Rossella, restava a Marco. In modo che ognuno avesse il suo, nessuno scontento.
Ma nessuno poteva prevederlo: tre settimane dopo il testamento, Marco è uscito dalla fabbrica, ha attraversato sulle strisce e unauto lha investito. Una donna alla guida, un attimo di distrazione, hanno scritto poi nel verbale. Silvia lo ha saputo da Elisabetta. Piangeva al telefono, la voce rotta:
Silvia, Marco non cè più. È successo un incidente, è arrivata lambulanza, era troppo tardi. Devi andare in obitorio per il riconoscimento.
Silvia non ricorda quasi come è arrivata allobitorio, come ha fissato il volto di suo marito, come ha firmato i documenti, come è tornata a casa e ha guardato fuori dal finestrino tutto il viaggio. Quella sera Rossella era dalla nonna, Silvia è entrata in un appartamento vuoto, si è seduta sul divano e lì è rimasta tutta la notte, senza dormire.
La signora Teresa è sopravvissuta al figlio appena due mesi. I dottori dicevano che la malattia era in fase troppo avanzata, la chemio non funzionava, ormai era sfinita. Ma Silvia pensava che semplicemente, senza il figlio, la suocera avesse smesso di vivere. Anche se lo criticava sempre, Marco era il suo bambino, e quando lui è morto in quella donna dura qualcosa si è spezzato. È invecchiata nel giro di qualche settimana, ridotta a una vecchietta fragile. Poco prima di morire, fece entrare il notaio allospedale e riscrisse il testamento: lappartamento grande che doveva andare a Marco passava direttamente a Rossella, sua nipote.
La casa è di Rossellina disse a Elisabetta, seduta vicino al letto. E tu resta nella tua. Stai attenta a Rossella, che non si perda, che non le entri in testa qualche sciocchezza, come è successo alla madre. Silvia è una donna buona, ma debole. Rossella ha bisogno di una mano più ferma.
Elisabetta annuì, imperturbabile, come sua madre.
Silvia restò sola con la figlia, nellappartamento che ora apparteneva a Rossella, che però aveva solo quattordici anni, così era Silvia la tutrice e di fatto la casa restava nelle loro mani. Per i primi anni Silvia neppure ci pensava. Non cera il tempo. Doveva lavorare, crescere Rossella, fare tutto quello che prima faceva in due con Marco.
Passarono cinque anni così: fra lavoro, corse, conti da pagare. Silvia voleva che Rossella non avesse nulla in meno degli altri: vestiti decenti, uno smartphone, ripetizioni. Silvia non si lamentava mai, aveva imparato a non farlo. E quando Rossella fu ammessa senza pagare la retta alla Statale di Bologna, Silvia pianse dalla gioia. Tutto non era stato vano: sua figlia era cresciuta responsabile, intelligente, col futuro davanti. Già dal secondo anno Rossella lavorava: traduzioni, grazie allinglese perfetto che la nonna e la zia avevano preteso di insegnarle.
Proprio quando sembrava che la vita potesse finalmente respirare un po’, Silvia ha conosciuto Davide. Si sono incontrati per caso, in autobus: lui laiuta con una borsa pesante, le parla. Scoprono di lavorare nello stesso isolato, lui ha tredici anni più di lei, ha due figli adulti e una moglie a cui è legato per dovere, non per amore: dopo un ictus, la donna è ormai da cinque anni sulla sedia a rotelle. Davide si prende cura di lei.
Non sono un eroe dice la terza volta che si incontrano, seduti su una panchina ai Giardini Margherita. Ma non posso lasciarla, capisci? Dopo tutto quello che abbiamo passato, dopo due figli ma ho dimenticato anche cosa vuol dire avere desideri, gioie, aspettative. Con te, invece, riscopro tutto.
Silvia capisce. Ha trentotto anni, a quelletà non si cercano principi azzurri e non si crede alle favole della felicità per sempre. Ci si prende quello che viene.
Allinizio non aveva detto nulla a Rossella. Mentiva, accampando scuse: Sono in ufficio più a lungo, Vado da unamica. Ma Rossella era sveglia e attenta, si accorgeva che qualcosa nella madre era cambiato: gli occhi più lucidi, il sorriso più facile. Un giorno, mentre Silvia tirava fuori dallarmadio un abito nuovo, comprato apposta per Davide, Rossella lha fissata e ha chiesto:
Mamma, hai qualcuno? Ti vedo diversa, ti compri anche i vestiti nuovi, i profumi. Dimmelo.
Silvia ha arrossito come una ragazzina. Le ha detto tutto: di Davide, della moglie malata, persino di essere innamorata davvero.
Rossella ascoltava senza fare una piega, lo sguardo si faceva sempre più freddo. Quando la madre ha finito, lei ha detto con una calma spaventosa, una voce che Silvia aveva sentito solo da Teresa:
Mamma, ti rendi conto di quello che stai dicendo? Parli di uno sposato! Tu, che mi hai insegnato il rispetto, i valori, ora ti vanti di correre dietro agli uomini degli altri. Ma ti ascolti?
Rossella, non è come pensi
Ho capito tutto, mamma, non sono stupida. So che sei sola e vuoi affetto. Ma ci sono dei limiti, mamma. Un uomo sposato non si tocca. Non hai più diciotto anni, dai.
Silvia ci rimase male, pianse. Ma pensava: È solo il suo modo da ragazza. Bianca e nero, tutto giusto o tutto sbagliato.
Con Davide si vedevano di nascosto: alla casa di un amico quando era via o in piccoli appartamenti affittati allultimo momento. Silvia sapeva che non era quello che si sogna da giovani, ma ormai apprezzava ogni momento insieme.
A volte mi sento in colpa diceva Davide nel lettone scomodo di una casa estranea Di essere felice con te. Sto con lei, la guardo, ma penso a te, a noi. È una vigliaccata.
Lo è annuiva Silvia. Ma io ti aspetto lo stesso. Non ti giudico. Non sono nessuno per farlo.
Sei la donna migliore che abbia mai avuto. Non ti lascio, Silvia, lo sai?
Silvia voleva crederci: dopo anni di fatica e solitudine, con tutto il peso che aveva portato, aveva bisogno di sperarci. Sentire che qualcuno le diceva: Tu sei importante, io sono con te.
Quando Silvia ha scoperto di aspettare un bambino, il mondo le è crollato sotto i piedi. Incredula, tre test comprati in farmacia, poi la visita dal ginecologo in consultorio. Sì, sei incinta, tutto normale, sei settimane, battito cè, risponde la dottoressa seria.
Silvia esce e, seduta fuori dalla struttura, scoppia a piangere di paura, gioia, disperazione, speranza, tutto insieme. Non sa come dirlo a Davide. Immagina le sue parole: paura, stupore, non è pronto, la moglie ammalata, i figli già adulti, lui ormai stanco per prendersi una nuova responsabilità. Dubita di tutto, ma sa che Davide è una brava persona, solo che ha troppa paura dei cambiamenti e della reazione di tutti.
Ma Silvia teme di più il confronto con Rossella. Più volte rimanda, poi un giorno, davanti a una tazza di tè, le dice chiaro e tondo:
Rossella, devo dirti una cosa. Sono incinta.
Rossella resta immobile, le dita intorno alla tazza.
Incinta? Di quel Davide, vero?
Sì, lui è il padre.
Lo sapevo Rossella sorride fredda. Mamma, ma hai idea di cosa stai facendo? A trentotto anni, due lavori, io sono appena entrata in università senza pagare tasse e tu vuoi fare ancora un figlio? Con uno che non può nemmeno sceglierti veramente?
Rossella, non parlare così questa è la mia vita, il mio bambino
Non chiedere il mio permesso, allora risponde Rossella alzandosi, il volto bianco, gli occhi cattivi. Non ti dico io cosa fare. Però, sappi questo, mamma: in questa casa, che è la mia casa, non ti permetto di far figli e mettere al mondo altra gente. Capito? Questa la nonna me lha lasciata a me, non a te.
Silvia sente il sangue gelarsi. Fissa quella ragazza che le sembra allimprovviso estranea, la stessa che aveva cullato e portato nei musei, rinuncia-ta a tutto per garantire a lei un futuro migliore. Ora davanti a sé cè una sconosciuta, con il viso duro della nonna Teresa e la voce fredda di Elisabetta.
Rossella, ma che dici? Questa è la nostra casa, viviamo insieme da tanto, io ti ho cresciuta qui
Ci hai vissuto perché cera papà la interrompe Rossella. Dopo, la nonna ti ha tenuta qui per me, eri utile. Ma questa casa è sempre stata mia. Non ti butto fuori, non sono cattiva. Ma figli, mariti, insomma tutte queste storie complicate no, per favore. Se vuoi una famiglia, trovati Davide, chiedi a lui una casa.
Ma come puoi dire una cosa così? Silvia ormai piange apertamente.
Mi hai avuta a diciotto anni perché non pensavi alle conseguenze taglia corta Rossella. Adesso ci ricaschi, solo che non hai diciotto anni, ne hai quasi quaranta. Se Davide scappa? Se resti sola con il bambino? Non posso aiutarti, ho la mia vita.
Non vuoi aiutarmi?
Sei diventata come la zia Elisabetta il tono di Silvia è ferito. Così rigida, così distante.
Non voglio far la parte del mostro, mamma. Ti voglio bene, resterai sempre qui. Ma solo tu. Senza figli né uomini. Questa è la mia casa, e comando io. Se vuoi partorire, fallo, ma non qui. Scelgo di non vivere con bambini degli altri.
Degli altri? Silvia si tiene il petto. Ma che dici? È tuo fratello, tua sorella!
No, è solo un tuo figlio, non il mio. Io non faccio la babysitter. Voglio studiare, costruirmi la mia vita.
Silvia si siede, le gambe non la tengono. E attraverso le lacrime vede Rossella rigida, le braccia conserte, lo sguardo chiuso.
Se solo papà fosse vissuto più della nonna, metà casa sarebbe mia sussurra Silvia amaramente. Se lui avesse fatto in tempo a ereditarla secondo la legge. Ma è andata diversamente.
Non voglio sentir parlare della nonna! taglia Rossella. Lei mi ha lasciato questa casa perché sapeva che tu non sapresti gestirla. Già una volta sei rimasta incinta per caso, ora di nuovo. Pensava che con me la casa sarebbe rimasta in famiglia. E io non la deluderò.
Sei come tua nonna Silvia capisce che qualcosa si è spezzato tra loro. E io non conto più niente qui dentro.
Non fare la vittima, mamma. Rimani quanto vuoi, ma le mie regole sono chiare. Niente figli, nessun uomo. Questa sarà la mia vita. Se partorirai, troverai altro posto dove crescerlo.
Silvia, piano, va in camera sua. Si sdraia sul letto, in posizione fetale, come una bambina.
Dentro di lei qualcosa si rompe: quel cordone invisibile tra madre e figlia che pensava non si potesse recidere mai. Ora al suo posto una voragine nera, che si inghiotte ogni ricordo: il primo passo di Rossella, i ti voglio bene, le carezze, le feste insieme, le maratone di cartoni animati.
Non sono un errore sussurra Silvia nel cuscino. Non sono un errore. Sono tua madre.
Ma il rumore della tv dallaltra stanza dice che il discorso è finito. Rossella ha detto tutto ciò che doveva.
Nella notte Silvia prende il telefono e chiama Davide. Lui risponde subito, la voce bassa e affaticata.
Davide, sono incinta. Ho bisogno di una casa, di soldi, di aiuto. Puoi darmi tutto questo? O almeno un anno senza lavorare?
Silvia sente Davide trattenere il respiro. Poi la sua voce si fa insicura:
Silvia, lo sai come sto messo mia moglie, le cure, la badante, i soldi sono pochi, i figli mi aiutano, ma la vita è dura. Vorrei tanto, ma proprio non ce la faccio. Non posso abbandonare lei. Posso aiutarti, ma poco, qualcosa di minimo
Poco Silvia ripete.
Sil, parliamone con calma, troviamo una soluzione, magari qualcosa si può fare
Silvia chiude la chiamata senza salutare. Lascia il cellulare sul comodino, occhi sbarrati nel buio. Quando allalba i rumori si fanno più vivi, si veste, prende i documenti e se ne va in silenzio da quella casa.
Al consultorio aspetta due ore, seduta su una sedia scomoda. Quando la dottoressa la vede e le chiede: Allora, prendiamo appuntamento per seguire la gravidanza?, Silvia risponde con voce piatta:
No, mi prenoti per uninterruzione.
La dottoressa sospira, segna tutto; Silvia esce, respira aria fredda che le entra nei polmoni come lamette, e lì, sugli scalini fuori dallo studio, scoppia in un pianto disperato. Passano accanto donne incinte, madri con passeggini. Nessuno le presta attenzione.



