Le polpette della suocera.

Le polpette della suocera

Marco e Elisabetta erano sposati da ormai tre anni e mezzo, e in tutto quel tempo Elisabetta aveva messo piede nella casa della suocera forse quattro volte. Sempre in occasione delle grandi feste, per stare giusto qualche ora e poi tornare in città, nel loro appartamento.

Ma stavolta, Marco si era convinto: la madre chiamava già la terza volta in una settimana, sospirando che aveva nostalgia, che il padre aveva sistemato il tetto del capanno e si era bloccato la schiena, che lorto era completamente da sistemare, e le forze non bastavano
Marco, bisogna dirlo, era sempre stato un figlio premuroso. Chiamava la madre ogni domenica, come un orologio svizzero, acconsentendo anche quando lei diceva qualcosa che non condivideva affatto. Così, ora, a cena, mentre masticava spaghetti con wurstel, fissava la moglie con quello sguardo da cane bastonato.

Eli, disse, spostando il piatto e intrecciando le mani sul tavolo, la mamma ha chiamato di nuovo. Dice che ormai ci siamo dimenticati persino di che faccia abbia. Dai, andiamo questo weekend? Tre giorni, non di più. Su, per favore.

Marco, sabato ho appuntamento dalla parrucchiera, provò a obiettare Elisabetta, anche se sentiva già quanto la sua fosse una scusa debole.

Ma rimanda, tagliò Marco secco, come fosse la cosa più semplice del mondo. Lo sai che si offende. Ha già detto che ci prepara le sue polpette, le crostate fatte in casa, ha tanta voglia di vederci.

E tuo padre? Come sta la schiena? chiese Elisabetta per cortesia, dato che con il suocero aveva un rapporto pacato, ma distante.

Macché, figurati, si lamenta sempre. Insomma, ho deciso: partiamo venerdì sera e rientriamo domenica. Così la mamma è felice.

Elisabetta sospirò, ma ormai aveva capito che opporsi a Marco quando aveva preso una decisione era inutile come ordinare a un gatto di non saltare sui mobili.

Il venerdì sera caricarono in macchina una valigia, una borsa con dolci e regali: un plaid morbido per la mamma, una bottiglia di Marsala per il papà. Due ore di autostrada fino al paese, sempre che non ci fossero code.
Elisabetta guardava dal finestrino il paesaggio di ulivi e campi, ascoltava Marco che canticchiava con la radio, cercava di convincersi che forse non sarebbe andata così male. In fondo, tre giorni volano, e la suocera, dopotutto, era una donna dal cuore grande.

Arrivarono che era già buio. La casa stava in fondo alla strada, illuminata da un unico lampione tremolante. Marco parcheggiò sulla ghiaia, spense il motore e subito, sopra il portone, si accese una luce. La porta si spalancò e apparve la signora Teresa Mastroianni piccola, rotondetta, con un grembiule a fiori e un sorriso talmente largo che pareva le si dovesse spaccare la faccia dalla felicità.

Marcuzzo! strillò con tutta la voce che aveva, gettandosi tra le braccia del figlio neanche fosse tornato dallAmerica. Credevo non arrivaste più! Ho cucinato tutto il giorno, ho fatto i dolci, non immagini che ben di Dio! Elisabetta cara, entra, su, che fai lì fuori al freddo!

Elisabetta scese dalla macchina, sistemò la giacca, accennò un sorriso forzato e si lasciò abbracciare. La signora Teresa profumava di cipolla soffritta e di qualcosa di dolce quasi nauseante, tanto che a Elisabetta venne un leggero pizzicore al naso.

Dentro la casa cera calore, odore di cibo ovunque, dalla cucina si sentiva sfrigolare qualcosa. Sul tavolo in soggiorno già spuntava un piatto con salame affettato, pane casereccio, olive sotto sale, una bottiglia di vino rosso della casa e un filone mezzo tagliato. Il signor Giovanni, il papà di Marco, guardava i telegiornali seduto nella poltrona, ma si alzò e avanzò verso di loro con un misto di sollievo e preoccupazione.

Eccoci qua, disse stringendo la mano al figlio, poi a Elisabetta, Ben arrivata, figliola. Dai, levati il cappotto che adesso si cena.

Ho preparato le vostre polpette preferite! annunciò la signora Teresa, agitandosi attorno alla tavola e spostando piatti per evitare che un granello finisse fuori posto. Con patate al forno e tanta cipolla come piacciono a te, Marco, vero?

Certo, mamma Marco, già senza il cappotto, era corso in cucina ad ispezionare le pentole, provocando unesplosione di orgoglio materno.

Elisabetta si tolse la giacca, la appese allingresso e seguì. La cucina di Teresa non era grande, ma sapeva di vita, uno di quegli ambienti dove non cè un centimetro libero: conserve, spezie, strofinacci, sacchetti di pasta, file di ciotole di ogni forma.

Siediti, Elisabetta, siediti, Teresa spingeva verso di lei una sedia, pulendola col bordo del grembiule. Sarai stanca dal viaggio, ora faccio presto.

Si girò rapida, prese un piatto, lo rimise, aprì il forno; da dentro venne una vampata di carne arrosto che fece venire lacquolina in bocca a Elisabetta, ricordandole che in macchina avevano solo bevuto un caffè al volo, senza mai cenare davvero.

E fu allora che vide.

Teresa stava al tavolo, davanti a una ciotola piena di carne tritata cruda. Una montagnola rosso-grigia da cui aveva già staccato almeno quindici polpette, tutte ordinate sulla spianatoia, infarinate e pronte. Con la stessa mano impastava, dava forma, poi improvvisamente, con quella stessa mano ancora impiastricciata, si grattò sotto lascella.

Ma non un gesto distratto, no; proprio infilò la mano tutta sotto la sinistra, strofinò con soddisfazione, scavò per qualche secondo, la tirò fuori senza nemmeno darsi pena di lavarla, e subito di nuovo nel macinato.

Un conato di disgusto salì in gola a Elisabetta.

Osservava quella mano: una mano di donna, le unghie corte, la fede matrimoniale che scavava nella carne gonfia delle dita, la pelle segnata. Quella stessa mano, ora nel macinato che sarebbe diventato pranzo.
Quelle polpette Teresa gliele spediva scrupolosamente congelate, e lei e Marco le cucinavano e mangiavano, e le aveva perfino chiamate “magiche” al telefono. E in effetti lo erano: il gusto era sempre squisito.

Mamma, chiamò Marco dal soggiorno, ci prepari un tè caldo? Siamo infreddoliti.

Subito, rispose Teresa, finendo di sagomare le polpette. Ancora una manciata e si mangia.

Prese un’altra palla di carne, e subito Elisabetta scorse delle striature grigiastre dove la mano aveva toccato il legno della spianatoia. O forse si sbagliava? Sbatté le ciglia, cercò di convincersi che stava esagerando.

Provò a reagire.

Teresa, se vuole laiuto, do io forma alle ultime, così intanto lei mette su lacqua per il tè.

Ma no, che dici, sei ospite! protestò la suocera, agitandosi. Elisabetta ebbe un sussulto interiore. Siediti tranquilla, ormai manca poco.

Teresa strinse lultima polpetta, la posò con precisione, si guardò soddisfatta le dita, che lavò sotto un filo dacqua per tre secondi, senza sapone, asciugandosele nel grembiule.

Elisabetta osservava, interiormente tremando di ribrezzo.

Provò a razionalizzare. In fondo, la sua stessa nonna, buonanima, quando impastava la pasta poteva pure sistemarsi il ciuffo; nessuno moriva mai per questo. Magari era lei ad essere troppo fissata…

Ma aveva limmagine fissa in mente: mano, ascella, mano, carne trita.

La cena si svolse nella sala: tavolo grande, tovaglia plastificata a fiori. Teresa portò la padella piena di polpette fumanti, dorate, croccanti, che a chiunque sarebbe venuta l’acquolina in bocca; a Elisabetta, saliva veniva solo dal disgusto. Accanto, uninsalatiera con purè di patate al burro, pomodori freschi, cetrioli, pane, conserve, vino.

Servitevi, ragazzi! diceva Teresa, sciogliendosi in premure e porgendo ad Elisabetta le polpette più belle. Prendi queste, cara, sono fatte proprio per voi.

Elisabetta osservava le polpette. Sembravano deliziosamente normali. Marco, senza esitare, ne aveva già prese due, inondato il piatto di purè, tagliato il cetriolo: subito in bocca.

Mamma mia, che bontà come sempre, annuì con la bocca piena.

Teresa si illuminò, sedette a capotavola, assaggiò anche lei. Speravo non fossero insipide, temevo di aver sbagliato qualcosa.

No, sono perfette, assicurava Marco, già alla seconda.

Giovanni mangiava senza fiatare, dando ogni tanto un cenno dapprovazione: uomo di poche parole, tutta la sua eloquenza si esauriva coi motori.

E tu, Elisabetta, come mai non tocchi nulla? Non ti piace? chiese la suocera, sospettosa per il piatto quasi intatto.

No, è ottimo, davvero, rispose Elisabetta in fretta, consapevole che se non assaggiava sarebbe arrivata una scenata. Ma sono un po stanca dal viaggio lo stomaco oggi non vuole saperne. Assaggio tra poco, un po di purè.

Prese la forchetta, tagliò un micropezzo di polpetta dalla crosta croccantissima e lo portò alla bocca. Il profumo era buono, sì. Ma bastava lidea della mano sotto lascella per farle fermare quel boccone in gola. Inghiottì a forza, cercando di non vomitare.

Davvero ottime, forzò Elisabetta, allontanando il piatto. Se posso prendo solo patate e cetriolo. Ma le polpette sono spettacolari, davvero, solo che non riesco a mangiare troppo…

Poverina, cominciò Teresa, affettuosa, mangia purè, ti metto via delle polpette da portare a casa. Ne ho fatte apposta tante!

Marco lanciò uno sguardo rapido a Elisabetta e proseguì a spazzolare tutto, vorace, senza pensare un attimo allorigine del cibo.

Elisabetta giocherellava con la forchetta, mangiucchiando il purè, cercando di convincersi che stava solo stanca, che era troppo sensibile. Milioni di persone mangiano senza pensare minimamente a certe cose. Eppure, continuava a vedere quella mano.

Dopo cena, Teresa sparecchiò. Marco e il padre andarono in garage a guardare un generatore. Elisabetta restò da sola in cucina con la suocera che preparava il tè nella teiera macchiata di decenni di uso.

Non ti offendere se ti ho chiamata tanto, diceva Teresa, versando lacqua fumante nelle tazze. Mi rassicura vedervi. Sai, il paese è piccolo, la città è unaltra cosa, ma il cuore di una madre si sta sempre in pensiero.

Lo so, Teresa. Va tutto bene, lavoro, casa, tutto ordinario, rispose Elisabetta, accettando la tazza.

Meno male, Teresa si accomodò di fronte, appoggiando la guancia sul palmo, guardandola strana. Le mie polpette le adorate, lo so. Marco quando viene me le chiede sempre da portare a casa, perché ormai in città si mangia tutto industriale, invece io lo scelgo al mercato, il macellaio è un amico fidato, trito tutto io…

Elisabetta sorseggiò il tè, scottandosi. Ma pensava alle mani che avevano lavato le tazze, le mani che avevano sfiorato le sue posate, e la nausea tornava più forte di prima. Posa la tazza, bloccandosi.

Teresa, posso andare un attimo in camera? Ho un leggero mal di testa.

Ma certo, cara. In armadio trovi la biancheria fresca, Marco sa dov’è. Se hai bisogno, chiamami!

Elisabetta sgusciò nella cameretta degli ospiti, si accasciò sul letto, resa da un senso di blocco allo stomaco.

Riuscì solo per un soffio ad andare in bagno per non macchiare tutto. Poi rimase seduta sul water, cercando di respirare.

Quando Marco rientrò dal garage, la trovò seduta, pallida, occhi sbarrati.

Non stai bene davvero?

Marco, ora ti spiego una cosa e per favore non arrabbiarti e non ridere

E raccontò tutto piano: la mano, lascella, la carne, le polpette. Raccontava sussurrando, come se nella casa potessero sentire.

Marco la guardava con uno strano misto di incredulità, fastidio o forse tentava solo di capire.

Dai, su, la mamma non lo fa apposta, capita a tutti pensi che mia nonna si lavasse sempre le mani? La vita vera è così, Eli. Cibo di casa.

Ma Marco, nemmeno un po dacqua, niente sapone, poi nel macinato. E pensare a tutte le volte che le ho mangiate

Cosa dovremmo fare, dirglielo? Che schifo le sue mani? Si offenderebbe a morte, lo capisci? Fa tutto per noi!

Non le dirò nulla. Ma non ce la faccio più a mangiarle. Mai più.

Marco faceva avanti e indietro nervoso, scompigliandosi i capelli.

Stai esagerando, Eli, qui non siamo in sala operatoria. Se ci pensi a tutto, muori di ansia.

Io le mani le lavo sempre, mormorò lei, tremando un po.

Fantastico per te, e lui ormai quasi duro, chiaramente schierato dalla parte materna. A me fa solo bene.

Non sapevo. Ora sì. E questo non posso più dimenticarlo.

Basta così, sbuffò Marco. Se non vuoi, non mangiarle. Io dico che sei stata male per lo stomaco, stop. Tu non fiatare.

Non dico nulla. Però voglio tornare a casa, pianse quasi Elisabetta.

Domani partiamo, lo spiego io a mamma. Daccordo?

Daccordo, sussurrò lei, anche se non era vero.

Si sdraiarono. Al buio, sentivano la voce bassa di Giovanni col televideo nellaltra stanza, il tintinnio dei piatti che Teresa lavava. Elisabetta guardava il soffitto, ripensando ai tre anni e mezzo passati a mangiare polpette senza sapere come venivano manipolate. E ora il sospetto che il tocco segreto stava proprio lì, a metà tra amore e ignoranza.

La mattina dopo, Elisabetta si sentiva uno straccio. Marco era già in cucina con i suoi, sorseggiava tè e chiacchierava. Elisabetta sentiva risate smorzate, e stava in camera il più possibile. Alla fine, si obbligò ad uscire.

Elisabetta, che gioia vederti! Teresa era sulla porta. Marco dice che hai avuto la febbre? Vuoi un po di tisana ai lamponi?

Grazie, Teresa, va meglio. Forse ho mangiato qualcosa di sbagliato in viaggio.

Eh, quei bar sulle strade sempre detto a Giovanni che meglio mangiare in casa! Ma niente, voi giovani fermatevi sempre in quelle trattorie ecco il risultato.

Veramente non ci siamo fermati, disse Marco, seccato.

Vabbè, sarà stato altro. Bevi i lamponi, aiutano tutto, Teresa riempiva una tazza fumante, porgeva anche la marmellata fatta da lei.

Elisabetta ringraziò appena, prese un sorso, ma la sua mente si chiedeva solo: con che mani è stata preparata anche questa tazza? Fermati, si disse, o impazzisci: o accetti o non torna mai più.

Teresa, vi ringrazio per lospitalità, ma davvero starei meglio a casa. Marco ha detto che oggi si riparte.

Oh, subito? Ma siete arrivati solo ieri! Non cè tempo per torta, né zuppa, che Marco adora la mia zuppa

La prossima volta, mamma tagliò Marco, baciando sulla guancia la madre. Torno tra due settimane, aiuto papà, allora zuppa e torta tutte per me, promesso.

Teresa sospirò, li guardò tutti e due a lungo; uno sguardo che a Elisabetta fece venire la pelle doca come se la suocera avesse capito tutto, ogni cosa: le polpette, lascella, il perché di quella malattia improvvisa dopo cena.

Come volete, concluse Teresa, con la voce più secca. Vi metto almeno la scorta congelata. Ne ho fatte tante; vi bastano per la settimana.

Il sangue abbandonò il volto di Elisabetta, ma riuscì a farfugliare: Grazie Teresa. È davvero gentile.

Si prepararono in fretta. Marco caricava la macchina, Elisabetta salutò Giovanni; una stretta di mano calda, asciutta: Guarisci presto, figlia. Tornate quando vuoi.
Teresa portò un sacchetto e lo mise nelle mani di Marco.

Qui ci sono le polpette, un po di marmellata e della pancetta. Mangiate con gusto.

Grazie, mamma, Marco baciò la moglie, ma Teresa non sorrise: annuì e rientrò, chiudendo subito la porta.

Nel viaggio Elisabetta restò muta. Il sacchetto con le polpette era una presenza fisica, come una bestia viva alle sue spalle. Marco guidava silenzioso, con un modo brusco di cambiare marcia, lo sguardo fisso davanti.

Mangiale tu, sussurrò Elisabetta, entrando in città. A me non importa. Io non posso più.

Marco sospirò, e in quel fiato cera la stanchezza che si prova dopo una giornata a scaricare casse al mercato.

Sai che mamma ha capito tutto, vero?

Cosa? Elisabetta si girò.

Ha capito. Non è stupida. Ti ha visto non toccare cibo, poi ammalata e via subito Sè offesa. E lo capisco.

E tu, capisci me? domandò Elisabetta, brusca.

Lui non rispose.

Arrivati a casa, Elisabetta mise piede in cucina, notò le mensole in ordine, i taglieri puliti, le stoviglie che lei lavava sempre con detersivo dopo ogni uso. Sentì un sollievo immotivato: qui era il suo regno, qui le mani si lavano, qui nessuna polpetta passa senza controllo.

Marco portò il sacchetto, lo mise nel congelatore e richiuse con decisione.

Non ne vuoi?

No, grazie.

Io sì, sono le polpette di mamma. Io ci sono cresciuto.

Si chiuse in bagno. Elisabetta aprì il rubinetto e si lavò le mani a lungo, insaponando anche le braccia come prima di un intervento chirurgico. Poi le asciugò con un panno pulito, immobile a occhi chiusi, chiedendosi se tutto ciò avesse un senso. Si può lavare la memoria?

Una sola cosa però era certa: mai più avrebbe toccato una polpetta di Teresa Mastroianni, qualsiasi cosa dicessero la famiglia, laffetto, il caso.

Tre giorni dopo, Marco rosolò quattro polpette, impiattò purè, cetriolini e si sedette.

Le vuoi? porse la forchetta ad Elisabetta.

No, grazie.

Lei si allontanò, si accasciò in poltrona e alzò il volume della tv, per coprire il rumore della masticazione del marito.

Era consapevole che ormai qualcosa si era rotto, qualcosa di difficile da ricucire tutto per una mano di donna, che aveva grattato dove la pelle pizzicava.

Chiuse gli occhi, decidendo di non pensare più. Per andare avanti, bisogna smettere di pensare. Cucinare da sé e non mangiare mai cose fatte da mani che non siano le proprie.

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