La Regina della Casa

La padrona di casa

Elena, devo dirti una cosa. Mia madre vuole festeggiare il suo anniversario da noi.

Ero ai fornelli, mescolando il minestrone. Il cucchiaio si fermò da solo.

In che senso?

Beh, cinquantacinque anni di matrimonio. Un bel traguardo. Dice che il suo appartamento è piccolo, che non saprebbe dove mettere tutti gli invitati.

Marco, abita in un trilocale!

Lo so. Ma ha già deciso tutto. Ha detto che per lei è più comodo così.

Appoggiai il cucchiaio su un piattino. Mi voltai. Marco era sulla soglia della cucina, la testa leggermente abbassata, come fanno quelli che già sanno che quello che stanno per dire non sarà accolto bene, eppure lo dicono lo stesso.

Quando avrebbe deciso?

Oggi, mi ha chiamato poco fa.

E ha chiesto il nostro parere?

Elena

No, dico sul serio. Ti ha chiamato e ha detto: Festeggerò da voi. E tu hai risposto va bene?

Marco si stropicciò la tempia, quel gesto che mi era ormai familiare. Lo faceva sempre quando voleva restare nella conversazione ma, in fondo, sarebbe voluto scappare.

Ho detto che ne avremmo parlato.

Eccoci, ne parliamo. A me dà fastidio, Marco. È casa nostra. E non voglio organizzare una cena per dodici persone che conosco a malapena.

Non saranno venti, saranno sì e no una dozzina.

Cambia qualcosa?

Ripeté quel gesto alla tempia. Poi entrò e si sedette su uno sgabello vicino al muro. E sapevo benissimo che quando si sedeva, la discussione sarebbe andata per le lunghe.

È sola, Elena. Ha solo noi. Per lei è importante.

Ripresi il cucchiaio, anche se il minestrone non aveva più bisogno di essere girato. Avevo comunque bisogno di far qualcosa con le mani.

Marco, capisco che sia sola. E capisco che sia una data importante. Ma poteva chiamarci a entrambi, proporre, discutere. Non annunciare e basta.

Fa sempre così.

Esatto.

Quella parola lasciò uno spazio tra noi. Marco guardò verso la finestra. Fuori, il sole ormai stava calando e i lampioni iniziavano a illuminare il cortile.

Va bene, disse alla fine. La richiamo, le dico che dobbiamo discutere i dettagli.

Non serve discutere. Faccia pure da noi. Tanto ormai ha deciso. Solo che non pretenda che io sia la sua governante.

Non lo pensa.

Rimasi in silenzio. Versai il minestrone nelle fondine e le misi sul tavolo. Mangiammo senza parlare, solo il tintinnare dei cucchiai sulla ceramica. Fuori, era ormai buio.

La nostra casa era piccola, ma sapevo darle un senso di spazio. Pareti chiare, pochi fronzoli, tre vasi di gerani sul davanzale che innaffiavo ogni domenica, a cui parlavo sottovoce quando pensavo di non essere sentita. In cucina cera la riproduzione di un paesaggio di Firenze, comprata al mercatino nel primo mese di vita insieme. Marco aveva detto che era un po malinconica, io avevo risposto che era accogliente. Aveva assentito, forse solo per non discutere.

Ci eravamo conosciuti tre anni prima, sposati un anno e mezzo dopo. Io lavoravo come redattrice in una piccola casa editrice, Marco progettava edifici per una ditta di costruzioni. La nostra era una quotidianità semplice, priva di scossoni, e io la amavo proprio per quello. Dopo uninfanzia in una famiglia rumorosa, il silenzio e lordine li sentivo come vittorie vere e proprie.

Prima delle nozze avevo conosciuto la signora Beatrice Ricci, la madre di Marco. Ricordo ancora la prima visita, nonostante siano passati più di due anni. Il suo appartamento era in un vecchio palazzo di via Carducci: soffitti alti, parquet che scricchiolava secondo precise leggi, e tutto aveva un ordine che pareva eterno. Mi accolse in camicetta chiara e colletto sottile. Mi porse la mano come si fa in un incontro daffari. Un sorriso garbato, senza calore superfluo, poi subito in cucina: la tavola era già pronta per il tè.

Pensai subito: donna severa. Ma la severità non è tutta uguale. Può darti sicurezza, o può essere come una porta chiusa a chiave, dietro la quale resta qualcosa che non ti sarà mai accessibile.

Con Beatrice Ricci era di questo secondo tipo.

Durante il tè mi chiese del lavoro, annuì in un modo ambiguo, che non faceva capire se approvava o solo prendeva nota. Poi domandò dei miei genitori, senza attendere la fine della risposta perché già si stava rivolgendo a Marco, raccontandogli qualcosa sulla vicina del terzo piano. Io tenni la tazza tra le mani e guardai la tovaglia di pizzo: immacolata e rigida damido.

Dopo quella visita, in macchina Marco mi chiese:

Allora, che ne pensi?

Seria, risposi.

È solo un po riservata. Ci si abitua.

Annuii. Allepoca ci credevo.

In un anno e mezzo di matrimonio, Beatrice Ricci ci aveva fatto visita ogni due o tre settimane. Ogni volta lo schema era identico: chiamava Marco, lui avvisava me, io mettevo in ordine e preparavo dei dolci per il tè. Lei arrivava, dava una rapida occhiata a ogni stanza, si sedeva nella poltrona in fondo alla sala che era diventata la sua, e iniziava a parlare. Si discuteva sempre delle stesse cose: salute, vicini, aumento dei prezzi e, soprattutto, delle questioni di Marco, che le interessavano assai più delle mie.

Io versavo il tè e ascoltavo, raramente intervenivo. Quando lo facevo, mi ascoltava con un sorriso di pazienza cortese, quello che significa: ti ascolto, ma potrei benissimo farne a meno.

Il regalo di benvenuto nel nostro appartamento fu altro esempio. Arrivò con una scatola enorme, posata sul tavolo con solennità:

È per la casa. Porcellana vera, tedesca. Lho scelta apposta.

Era un servizio da dodici, bordo dorato e fiori color beige e marrone. Era sicuramente costoso. Ma io non lo avrei mai scelto: pesante, pomposo, fuori dal tempo e dallo stile di casa mia.

È bello, mentii.

In una casa che si rispetti queste cose non devono mancare, disse, lanciando unocchiata ai miei piatti bianchi esposti sullo scaffale, come si guarda qualcosa che si sopporta a malincuore.

Il servizio adesso stava in cucina. Lo tiravo fuori solo per le visite della suocera, anche perché alla seconda occasione si era già informata:

Perché non usate il servizio?

Lo teniamo per gli ospiti, risposi pacata.

Fece un cenno, soddisfatta.

Così era per tutto. Le tende una volta portate perché le vostre sono ormai sbiadite e io le avevo comprate appena tre mesi prima. Il libro di cucina, per farle compagnia, con una pagina segnalata sulla sezione Pasta fresca fatta in casa, nonostante impastassi già piuttosto bene. Il suggerimento di spostare il divano più vicino al muro, che così ci sta meglio, in un salotto che era già minuscolo.

Pezzi piccoli, se guardati singolarmente, ma insieme componevano un quadro piuttosto chiaro.

Adesso cera anche lanniversario.

Due giorni dopo, Beatrice telefonò. Ero sola in casa, Marco era al lavoro. Il cellulare vibrò, sullo schermo Beatrice Ricci. Esitai, poi risposi.

Elena, buongiorno. Chiamo per il compleanno.

Buongiorno, signora Ricci.

Marco ti ha detto tutto?

Sì.

Perfetto. Vorrei che tutto fosse allaltezza, perciò vorrei stabilire già il menù.

Mi sedetti sul bordo del divano, con una matita ancora in mano che poco prima avevo usato per correggere una bozza.

Il menù?

Eh, sì. Le mie amiche sono abituate a mangiare bene. Cibo vero, di casa, non insalate pronte confezionate.

Non preparo insalate confezionate.

Lo so, lo so. Lo dico per chiarezza. Allora: ci vuole per forza laspic, poi pollo al forno con patate come piatto principale. Fra gli antipasti, insalata russa, funghi sottolio. Puoi aggiungere qualcosa di tuo, ma che sia sostanzioso. Le ragazze vogliono la tavola ricca.

Guardai fuori: il ramo dun acero si muoveva nel vento, le foglie nuove verde brillante.

Signora Ricci, sono pronta a collaborare per la festa, ma il menù vorrei deciderlo insieme, visto che si svolgerà a casa nostra.

Ma io sto collaborando. Te lo sto dicendo.

Lei mi sta dando una lista. Non è proprio la stessa cosa.

Pausa, breve ma eloquente.

Elena, ma che fatica Cucino da cinquantanni, so cosa piace alla gente.

Non ne dubito. Va bene, farò aspic e pollo. Il resto lo discuteremo con Marco.

Va bene, sentenziò con quella voce che dice fa pure, ma in realtà intende altro.

Dopo la telefonata rimasi dieci minuti così, con la matita in mano. Poi mi versai un bicchiere dacqua e lo bevvi lentamente.

Non ero mai stata una persona litigiosa. Anzi, ero riflessiva, preferivo pensare prima di parlare e a volte mi sembrava di essere troppo morbida quando occorrerebbe essere decisa. Eppure, quei discorsi, quella presenza della suocera, mi scuotevano dentro come unacqua che monta, lenta e inesorabile.

Allanniversario mancavano ormai tre settimane.

Furono tre settimane di tensione silenziosa, talmente familiare da scivolare sotto pelle. Beatrice chiamava ogni due giorni: una volta mi avvisava che la signora Nini avrebbe portato un po di marmellata fatta in casa, per dare un contributo. Unaltra mi avvertiva che la signora Valeria non mangiava pollo, quindi meglio aggiungere il pesce. Poi che la tavola andava allestita come si deve, con tovaglioli di lino, non quelli di carta.

I tovaglioli di lino mancavano, così li comprai da Casalinghi lunedì e, osservando il pacco una volta tornata, pensai: ecco come succede. Passo dopo passo, senza manco accorgertene, ti ritrovi a comprare tovaglioli di lino che non hai mai voluto, per una festa non tua nella tua casa.

Marco, in quelle settimane, si teneva lontano dai dettagli. Diceva come vuoi tu e ti do una mano, ma era un aiuto fumoso, indeterminato. Quando gli chiesi di parlare lui con sua madre riguardo al pesce, lei poi mi richiamò per dirmi che il pesce lo avrei preparato io solo se davvero volevo, nessuno pretendeva niente. Detto in modo da far capire precisamente il contrario.

Il pesce lo feci.

Una settimana prima della festa, la suocera venne a controllare come sistemare i mobili. Proprio così si espresse, e dapprima credetti di aver capito male.

I mobili?

Sì, come mettere i tavoli, dove far sedere gli invitati. Bisogna pensarci in anticipo.

Entrammo in salotto. Beatrice si mise al centro e osservò tutto come si fa con una stanza prima del trasloco.

Il divano meglio vicino al muro. Te lho già detto. Questo tavolino sarebbe meglio toglierlo.

Il tavolino era di legno, con piano a mosaico; lo avevamo scelto con Marco al mercatino, mi era caro.

Il tavolino resta, risposi.

La suocera mi guardò.

Vedi tu. Ma sarà stretto.

Ci arrangiamo.

Andò in cucina, aprì uno sportello poi un altro. Io la guardavo. Era parte della sceneggiata: lispezione. Come se controllasse che tutto fosse al posto giusto, come si deve.

Hai una pentola grande per laspic?

Abbastanza.

Laspic richiede almeno otto ore di cottura. Te la cavi?

So come si fa.

Bene. Pausa. Non esagerare con laglio, a Nini dà fastidio.

Annuii. Conta fino a tre. Poi proposi del tè.

Davanti al tè, Beatrice raccontava delle sue amiche. Nini era stata sposata tre volte, lultimo fallimento, adesso abita da sola e pensa molto a sé. Valeria aveva fatto la preside e ancora oggi parlava come se parlasse ad alunni delle medie. Giulia era semplicemente Giulia, senza titoli, più giovane delle altre e deve ancora guadagnarsi certi onori. Beatrice raccontava con garbo, con quei toni che ti fanno capire che sono donne legate da anni desperienza insieme, in unalleanza fatta di frecciatine e ricordi che io, Elena, non avrei mai potuto davvero capire.

E lì, davanti a quella tazza e a un tovagliolo di lino sulle ginocchia, provai una strana compassione. Non per me. Per Beatrice Ricci. Cinquantacinque anni, sola. Figlio ormai sposato altrove. Tutto quel che le restava erano le amiche, il suo servizio di porcellana, quella tenace presa sulle disposizioni del salotto della casa daltri.

La compassione durò poco, ma cera.

La festa fu fissata per sabato. Il venerdì cucinai laspic, marinai i funghi, preparai la base dellinsalata russa. Marco mi aiutò a svuotare il salotto, ad allargare il tavolo. Lavoravamo senza parlare, ma era un silenzio diverso, operativo. A un certo punto si fermò, mi guardò.

Tutto bene?

Sì.

Sicura?

Marco, va tutto bene. Sposta solo il tavolo, dai.

Lui spinse il tavolo e poi mi abbracciò da dietro, impacciato, con le mani ancora occupate.

Grazie che hai accettato.

Volevo rispondere che non era proprio un consenso, più una resa ai fatti. Ma tacqui, perché quellabbraccio aveva comunque un significato.

Il sabato mi alzai alle sette. Marco dormiva. Andai in cucina in silenzio, misi il caffè sul fuoco e, nellattesa, guardavo il cortile vuoto, con i piccioni che becchettavano sullasfalto. Cera qualcosa di quieto in quella scena: cortile vuoto, piccioni, odore di caffè che si diffondeva.

Pensando a come sarebbe andata la giornata, scorrevano nella mente le scene probabili. Le amiche di Beatrice sarebbero entrate guardandomi come si guarda la moglie di un altro: con interesse e un po di sufficienza. Beatrice si sarebbe comportata da padrona di casa. Avrebbe detto alle ospiti abbiamo fatto questo, includendosi nei meriti che non le spettavano. Avrebbe spostato piatti già posati. Qualche frase tagliente, allusiva, di quelle che capisci bene a chi sono rivolte.

Il caffè fu pronto. Bevvi la tazzina in piedi.

Gli ospiti arrivarono verso le due. Prima, come da copione, la signora Nini: alta, elegante, lo sguardo di chi ne ha viste tante. Si presentò, chiese subito dove appendere il cappotto e, sistematosi, sparì in salotto senza attendere.

Poi arrivò Valeria con il marito, il signor Giorgio. Un uomo tranquillo, di poche parole. Mi strinse la mano, disse molto piacere, e si mise in disparte. Valeria salutò con tono da maestra che prende le presenze.

Giulia fu lultima. Sui quarantacinque anni, la più franca: un gran sorriso, un mazzo di fiori che mi porse con entusiasmo.

Sono per lei, grazie di tutto. Marco cè già?

È di là, in salotto.

Perfetto! e andò senza bisogno di indicazioni.

Beatrice arrivò alle due e mezzo, rispettando la regola non scritta per cui la festeggiata entra a festa già pronta. Un abito blu scuro con bottoni di perle. Era in forma, questo lo notai e senza alcun rancore; davvero era in forma.

Elena, è tutto pronto? chiese entrando.

Sì, risposi calma.

Tavola apparecchiata?

Sì.

Hai tirato fuori laspic?

È pronto.

Beatrice entrò in cucina, ancora con il cappotto addosso, guardò nel frigo e lo richiuse.

Bene.

Un bene che suonava come un lasciapassare.

A tavola, mi sedetti di fronte a Nini. Marco era a fianco, ogni tanto sotto il tavolo sfiorava la mia gamba col piede, non sapevo se apposta o per caso, ma era daiuto.

Si parlava di conoscenti comuni, del tempo incerto, di orti e vacanze. Giorgio mangiava in silenzio. Giulia faceva ridere tutti. Nini ascoltava con aria annoiata.

Io servivo, toglievo, portavo piatti avanti e indietro. Lo facevo senza pensare che ero la padrona di casa, ma mi sentivo una cameriera.

A un certo punto Beatrice, senza rivolgersi a nessuno in particolare ma con voce udibile da tutti, disse:

Laspic di Elena è venuto bene. Pausa. Un po troppo ricco di gelatina, ma per essere la prima volta, va perdonato.

A tavola ci fu un attimo di silenzio. Sentii le dita irrigidirsi sul cucchiaio. Giulia mi lanciò unocchiata rapida. Nini, senza cambiare espressione, disse:

A me piace molto. Davvero buono.

Beatrice sorrise.

Sei sempre indulgente, Nini.

Preferisco essere sincera, rispose quella.

La conversazione cambiò rotta. Ma qualcosa nellaria restò.

Servii pollo e pesce poco dopo. Sapevo che erano buoni, li avevo assaggiati. Ma verso metà pasto, con il vassoio in mano, sentii Beatrice dire a Valeria:

I giovani oggi hanno unidea diversa della casa. Guardano solo lestetica. Il resto conta poco.

Non mi guardava, ma la frase era lanciata proprio quando entravo. Non era una coincidenza.

Posai il vassoio, rialzai lo sguardo.

Signora Ricci, aveva in mente qualcosa di preciso?

Silenzio. Marco mi guardò. Nini si ritrasse un po sulla sedia.

Beatrice mi fissò con un lieve stupore.

No, così, parlavo in generale.

Capito, dissi. Prego, continui pure.

E tornai in cucina.

Rimasi ferma davanti al lavandino. Respiri regolari. Bevetti acqua, poi rientrai.

Rimasero almeno altri novanta minuti.

Nel mentre, Beatrice fece almeno unaltra osservazione su come ai nostri tempi si gestiva una casa, e si appropriò del vassoio della torta appena lo portai dicendo lascia, faccio io, benché senza motivo. Avevo fatto da sola anche la torta margherita con le amarene. Era buona, e vederla presa come ovvia, mentre i difetti erano rimarcati, bruciava.

Gli ospiti si congedarono alle sette circa. Giorgio e Valeria per primi. Poi Nini. Giulia si trattenne a sparecchiare un po, mi disse sottovoce:

Ha una casa bellissima. Ha fatto tutto alla perfezione.

Grazie, risposi, e fu il primo grazie ricevuto di sincero per tutta la giornata.

Beatrice rimase lultima. Stava sulla sua poltrona mentre Marco raccolse dal tavolo. Io rimisi a posto in cucina. Quando restammo io e lei io sulla soglia della cucina, lei seduta la suocera chiese:

Allora, ce lhai fatta?

Non era detta con cattiveria, forse anzi con un pizzico di approvazione. Ma quel ce lhai fatta come se stessi superando una prova valutata da lei, non da me, mi smosse dentro qualcosa.

Mi asciugai le mani, entrai in salotto, mi sedetti vicino a lei, non troppo distante.

Signora Ricci, posso dirle una cosa? Non da nuora. Da persona a persona.

Alzò le sopracciglia.

Dica pure.

La ritengo una donna intelligente. Penso che abbia capito comè stato oggi. Laspic troppo ricco, le giovani che non sanno fare casa: non sono verità, sono paure. Paura di perdere il proprio posto, dopo anni in cui suo figlio era tutto per lei. Adesso ci sono anchio. Non sono sua nemica, ma sono presente. E questa casa non è più solo la casa di suo figlio: è la nostra. Gli appunti, le correzioni davanti a tutti fanno male, anche se forse non se ne rende conto.

Fuori era quasi notte. La luce della lampada cadeva di lato, e vidi qualcosa nel volto di Beatrice: non lacrime, ma qualche cosa che si muoveva sotto la superficie.

Vorrei che tra noi ci fossero rapporti normali, davvero. Ma per questo deve accettare che la padrona di casa, qui, sono io. Lei è unospite. Ospite gradita, se vuole. Ma ospite. E senza rispetto non funziona. Né tra noi, né con Marco. Perché anche lui lo vede.

Silenzio lungo. Beatrice guardava lontano. Poi disse, e la voce era diversa, non più dura ma quasi stanca:

Pensa che non capisca?

Non lo so, risposi.

Capisco, fece, e poi Solo che

Non finì la frase. Si alzò, lisciò il vestito. Prese la borsetta.

Grazie per la festa, disse.

Andò verso lingresso.

Marco la aiutò con il cappotto. Io rimasi in salotto e sentii la porta chiudersi. Poi Marco rientrò.

Ho sentito, disse.

Lo so.

Hai fatto bene a dirglielo.

Non lo so.

Pulimmo insieme fino a quasi undici. In silenzio, parlando solo di dove mettere gli avanzi di torta, quale contenitore usare per laspic. Marco lavò i pavimenti, io le mensole. Poi seduti a bere tè, senza tovaglia, solo noi due in cucina. E fu un sollievo.

Come ti senti? chiese.

Stanca.

Ti capisco.

Fuori una sottile pioggia batteva sul cornicione.

I mesi seguenti furono diversi. Beatrice non chiamò per un paio di settimane. Poi riprese a chiamare, ma solo Marco. Io lo venivo a sapere per caso. Non chiesi dettagli.

Poi la suocera venne a trovarci. Chiamò prima, cosa insolita, chiese se poteva venire. Risposi di sì.

Arrivò con una torta presa alla pasticceria, semplice, alle mele. La posò sul tavolo.

Non sapevo cosa portare.

Grazie, dissi. Si accomodi.

Conversazione prudente. Come tra due persone che ancora non sanno dove passano i limiti, ma almeno hanno deciso che ci sono. Non entrò in cucina senza chiedere, non diede consigli sui mobili. Mi chiese del lavoro e io risposi, e ascoltava senza quellaria di sopportazione.

Non era affetto. Ma era diverso.

Marco in quei mesi cambiò anche lui, o meglio, qualcosa si assestò. Chiamò la madre di sua iniziativa, senza ragione particolare; io lo sentivo parlare con voce serena, senza appigli di colpa, come se finalmente sapesse dove stare. Le diceva che avremmo fatto un viaggio al mare, che ci avrebbe fatto piacere averla con noi a Capodanno, che lavrebbe chiamata la settimana dopo. Senza più giustificarsi.

Per me era importante, forse più di tutto.

A novembre Beatrice tornò, sempre avvisando. Questa volta portò un barattolo di marmellata di uva spina.

Lho fatta io, spiegò. Mi piace molto.

Anche a me, risposi. Ed era vero.

Bevemmo tè. Lei raccontò di Nini che era andata a vivere dalla figlia e ora si lamentava del caos. Io ascoltavo e osservavo come teneva la tazza con entrambe le mani, e solo allora notai che le tremavano un poco.

Non dissi nulla. Versai altro tè.

A dicembre la situazione si era stabilizzata. Non era diventata ideale, non proprio come speravo quando tutto era cominciato, ma era diventata possibile. Possibile vivere senza dover fingere che tutto andasse bene, senza aspettare sempre la prossima frecciatina.

Una sera, io e Marco leggevamo a letto. A un certo punto lui posò il libro sul petto.

Elena, voglio dirti una cosa.

Dimmi.

In questi mesi ci ho pensato. A mia madre, al passato Capisco ora che, allinizio, non sono sempre stato dalla tua parte. Come avrei dovuto.

Chiusi il libro. Lo guardai.

Lo so.

Non mi sto giustificando. Voglio solo che tu sappia che ho capito.

Restai in silenzio. Fuori era dicembre, in camera faceva caldo e la lampada era accesa.

So che non è semplice, dissi. Tra una madre e una moglie non cè davvero una soluzione giusta.

Invece sì, disse lui. Solo che io non volevo vederla.

Non risposi. Gli presi la mano e la tenni.

Poi ripresi a leggere.

A febbraio, quasi per caso, incrociammo Beatrice al mercato. Era da sola, con un cestino piccolo, stava scegliendo le arance. Quando ci vide rimase un secondo sospesa, poi si avvicinò. Ci salutammo, parlammo di cose banali. Poi lei disse che sarebbe passata da noi, se avessimo voluto.

Va benissimo, le dissi.

E quel va benissimo era diverso da prima. Non una concessione. Non pazienza. Solo: va bene, perché ero io a deciderlo.

A marzo venne di domenica. Portò alcuni vecchi tovaglioli di lino, presi dalla sua credenza. Li mise sul tavolo senza dire nulla. Io li guardai, poi le dissi piano:

Non servono, grazie. Ne abbiamo già.

Beatrice li rimise nella borsa. Senza parola.

Sedemmo a bere tè.

Il tavolino a mosaico era ancora al suo posto, con sopra una rivista e una vaschetta di fiori secchi. I gerani sul davanzale erano in fiore, il terzo della stagione. La riproduzione del paesaggio appesa come sempre.

Il servizio dorato era sempre chiuso nello stipetto. Ogni tanto pensavo di regalarlo, o di metterlo via del tutto. Ma restava. Forse perché rappresentava qualcosa che non sapevo spiegare: ci sono cose che nella vita restano più a lungo del necessario, e fa parte del gioco.

Quando Beatrice uscì, si fermò sulluscio.

I tuoi gerani sono bellissimi.

Grazie, dissi.

Nullaltro. La porta si chiuse.

Tornai in cucina e lavai le tazze. Dopo pochi minuti arrivò Marco, era nella stanza accanto mentre noi prendevamo il tè.

Comè andata?

Tutto tranquillo.

Niente di nuovo?

Nulla.

Acconsentì. Prese lo strofinaccio, iniziò a asciugare.

Ti ha detto qualcosa sui gerani?

Lo fissai.

Come lo sai?

Mi lha detto lei: che hai dei gerani bellissimi. Una settimana fa. Al telefono.

Rimasi in silenzio.

Lha detto davvero?

Sì.

Mi voltai verso il davanzale. Il geranio era lì, col sole dinverno che lo scaldava, il terzo fiore quasi aperto del tutto.

Sai, dissi infine, forse questo è tutto ciò che possiamo aspettarci.

Marco ripose la tazza.

È poco?

Ci pensai.

No. Non è poco. È la verità.

Rimanemmo in silenzio. Poi lui disse solo:

Elena, rimpiangi di averle detto tutto quello allora?

No.

Mai?

Mai.

Mi guardò. Io guardavo i gerani.

Bene, disse piano.

Sì, risposi. Va bene.

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