Prigioniera del suo amore
Al bar La Tramontana laria era densa e rumorosa, come ogni venerdì sera. Io ero lì, appoggiato al bancone con in mano un bicchiere di spritz, a osservare la folla che ballava e rideva. Accanto a me, Chiara parlava entusiasta di un nuovo progetto in ufficio, ma io ascoltavo distrattamente. Avevo sempre preferito osservare la gente, immaginarmi le loro storie, chi fossero davvero.
Mi stai ascoltando, Lorenzo? Chiara mi diede una leggera gomitata.
Sì, sì. La banca dati e il tuo capo, giusto?
Non il capo, il cliente! Sei sempre con la testa fra le nuvole.
Sorrisi, pronto a ribattere, ma proprio allora qualcosa attirò la mia attenzione: lì, a un tavolino vicino alla vetrata, un uomo alto col taglio netto, camicia firmata, si girò bruscamente verso la sua compagna, una bionda in abito rosso. La musica ruggiva, ma lui parlava così deciso che la sua voce risaltava comunque.
Dove credi di andare? Non ti ho detto che potevi alzarti. Siediti.
Lei si bloccò, con lo sguardo basso, poi tornò silenziosa a sedersi. Lui nemmeno la guardò, continuò la discussione col suo amico, ma la sua mano restava lì, appoggiata allo schienale della sedia di lei: un gesto disinvolto, ma che non lasciava spazio a repliche.
Hai visto? sussurrò Chiara, avvicinandosi di più. Quello è un despota, Giulia. Da uno così bisogna scappare a gambe levate.
Restai in silenzio, continuando a fissare quel tavolo. Non so perché, ma quella scena invece di farmi ribrezzo, mi suscitava uno strano rispetto. Ecco, pensai, un uomo vero. Sicuro di sé, che sa cosa vuole. Non come quei ragazzi con cui ero uscito tempo fa: sempre incerti, sempre a chiedersi cosa pensassi io. Questo invece comandava, decideva. E lei lo ascoltava. Avrà creduto davvero nellamore.
Non guardarmi in quel modo, dissi, mordendomi un po la lingua. Magari hanno solo un brutto periodo.
Ma dai Giulia, che periodo? Quello è un prepotente, altro che periodo difficile.
Esageri. Ha solo un carattere forte. Alcuni uomini sono fatti per comandare.
Chiara scosse la testa.
Da che romanzo lo hai letto, questa storia? Non è forza, è marciume, credimi.
Ignorai il commento, sorseggiai il mio spritz. Quel discorso mi infastidiva. Chiara era sempre troppo concreta, troppo logica, non credeva nellimpeto, nella grande passione, in quello che incendia i romanzi e i film. La sua felicità era ordine, routine dovè la magia in tutto questo? Dovè quellattimo in cui il cuore batte forte e pensi di vivere davvero?
Dopo una mezzora andai in bagno. Quando uscii, mi scontrai proprio con la ragazza bionda in abito rosso. Si stava rifacendo il trucco davanti allo specchio; notai che le mano tremava e le labbra erano serrate, con occhi lucidi.
Va tutto bene? chiesi sottovoce.
Lei trasalì, si voltò rapidamente. Per un attimo negli occhi brillò la paura, poi forzò un sorriso.
Sì, grazie. È solo caldo qui.
Capisco. Io sono Giulia.
Alessia.
Restammo in silenzio, in unimbarazzata sospensione. Stavo per dirle qualcosaltro, ma lei raccolse in fretta la trousse.
Devo andare. A lui non piace aspettare.
Se ne andò, lasciando dietro sé soltanto una scia leggera di profumo troppo dolce e quella malinconia che si appiccica addosso. La osservai mentre spariva, pensai che io, al suo posto, avrei saputo comportarmi diversamente. Sarei diventata la musa di un uomo così: lo avrei ispirato, compreso, accompagnato. Se solo fosse toccato a me, forse lui non sarebbe stato così duro.
Tornai al bancone; Chiara non cera più. La trovai allingresso, pronta ad andare via.
Già vai?
Sì, sono cotta. Tu resti?
Un altro po. Questa sera mi sento leggero.
Mi scrutò con insistenza.
Non fare sciocchezze, Giulia, promesso?
Che sciocchezze?
So bene cosa guardavi. Quel tipo Giura che non ci proverai se si avvicina.
Scoppiai a ridere.
Ma dai, sei esagerata. Sei venuto qui con una ragazza.
Appunto. Una ragazza che tiene in pugno. Giurami che non ci provi.
Va bene, va bene. Vai tranquilla.
Ci abbracciammo, e Chiara se ne andò. Mi sedetti a un tavolo vicino alla finestra, ordinai un altro spritz. Adoravo quei momenti di solitudine, immersa nel brusio della gente. A casa, nel piccolo due locali che dividevamo con Chiara, regnava un silenzio fastidioso: lei sempre al computer, io che sfogliavo riviste di moda o guardavo film vecchi. Avevamo ventidue anni, eppure a volte mi sentivo come una vecchia, senza emozioni nuove a farmi palpitare.
I miei sentivano una volta a settimana da Pistoia, si preoccupavano, chiedevano se mi servisse denaro. Rispondevo che tutto andava benissimo, il lavoro era ottimo, stipendio pure. In realtà, in studio da Nero su Bianco facevo sempre le stesse cose, piccoli pieghevoli e biglietti da visita. Il capo nemmeno sapeva come mi chiamassi. Ma ai miei volevo raccontare una storia diversa: Firenze non era il paese delle meraviglie che sognavo.
Desideravo qualcosa di vero. Che nella mia vita arrivasse qualcosa di travolgente, come nei film. LAmore, con la A maiuscola. Non gli appuntamenti spenti con gli amici degli amici di Chiara, al massimo pizza e chiacchiere sui videogiochi. Un amore che lasciasse senza fiato.
Posso sedermi?
Alzai lo sguardo. Davanti a me, luomo del tavolo lontano. Alto, spalle larghe, capelli corti, sorriso sicuro. Al polso faceva capolino un orologio Locman, di quelli che costano.
Aspetto unamica, mentii.
Ho visto che è andata via. Sono Riccardo.
Mi allungò la mano, io la presi distinto: la stretta forte, calda.
Giulia.
Bel nome. Ti rispecchia.
Si sedette, senza aspettare il mio permesso. Un po mi irritò, ma era curioso, e mi faceva piacere che un tipo così si fosse fatto avanti.
La tua fidanzata non sarà gelosa? domandai, accennando al tavolo dove Alessia stava fissando il cellulare.
Riccardo guardò nella direzione indicata, restando indifferente.
Non è la mia ragazza. Solo unamica. In realtà stiamo per lasciarci, non ci intendiamo più.
Capisco.
Sei venuta da sola?
Con un’amica. Era stanca, è andata via.
E tu non sei stanca?
No, a me piace questo ambiente. Mi piace osservare la gente.
Riccardo sorrise. Aveva denti perfetti, il sorriso lo rendeva quasi affascinante.
Anche io. Soprattutto le persone interessanti. Tipo te. Da sola, a guardare fuori: sembri una protagonista da film francese. Ho pensato subito che dovevo conoscerti.
Sentii le guance che scaldavano. Nessuno mi aveva mai parlato così. Abbassai gli occhi, giocherellando con il bicchiere.
Fai sempre così per conoscere qualcuno?
Solo con chi se lo merita.
Parlammo fino a chiusura. Raccontava della sua azienda che importava macchinari, dei viaggi in Europa, della sua nuova Alfa Romeo lucente. Lo ascoltavo rapita: così sicuro, così realizzato. Accanto a lui mi sentivo una bambina che non aveva mai vissuto davvero.
Quando il bar chiuse, mi accompagnò al taxi, prese il mio numero e giurò che mi avrebbe chiamata. Tornai a casa sorridendo tutto il viaggio. In testa le riecheggiava la sua frase: Sei interessante. Forse era iniziato davvero qualcosa.
Chiara già dormiva. Mi spogliai silenziosa, andai a letto e rimasi a rigirarmi a lungo, ripensando a tutto.
Il giorno dopo Riccardo chiamò a mezzogiorno spaccato. Voce squillante.
Buongiorno, dormigliona. Hai dormito bene?
Sì, grazie.
Pensavo a te. Ti andrebbe una cena stasera? Sei libera?
Avevo promesso a Chiara una serata con film e pizza. Ma desideravo troppo rivedere Riccardo.
Sì, sono libera.
Perfetto. Passo a prenderti alle sette. Mandami lindirizzo via messaggio.
Riagganciò senza neanche attendere ulteriore conferma. Guardai il telefono e sorrisi. Ecco, deciso, punto. E la cosa, invece che infastidirmi, quasi mi faceva piacere: uno che sa il fatto suo.
La sera stessa, Chiara mi guardava sconcertata mentre provavo il terzo vestito di fila.
Ma davvero vuoi andarci? Con lui? Giulia, me lavevi promesso.
Non gli hai dato una possibilità. È una persona interessante.
Interessante? Ho visto ieri come trattava quella ragazza.
Ma stavano lasciandosi! È stato lui a dirlo. Non si capivano più.
Chiara rabbuiò.
Non è non capirsi, è voler comandare a tutti i costi. Giulia, ho un brutto presentimento. Non andarci.
Basta! Vado solo a cena: mica mi sposo.
Ok. Ma stai attenta, promettimi che se succede qualcosa mi chiami subito.
Annuii, anche se sapevo che non lavrei fatto. Chiara era troppo prudente: a volte serve rischiare.
Riccardo arrivò in orario con la sua Alfa Romeo grigia, profumo di pelle nuova. Mi aprì la portiera, mi fece sentire speciale. Destinazione: un ristorante esclusivo in Piazza Santo Spirito, dove sembrava di casa. I camerieri lo salutavano, il maître lo accolse con deferenza.
A cena fu gentile, brillante, pieno di attenzioni. Scelse per me un vino francese costosissimo, lo sorseggiai lentamente, temendo di perdere il controllo. Riccardo mi raccontava storie di lavoro, esperienze, auto, viaggi. Ai miei occhi era perfetto: come dovrebbe essere un uomo. Forte, sicuro, affascinante.
Raccontami di te, chiese mentre servivano il dessert. Cosa fai?
Lavoro come grafica. In uno studio piccolo, però sono solo allinizio.
Grafica? Interessante. Hai sicuramente buon gusto.
Mi imbarazzai.
Ci provo.
E perché sei ancora allinizio? Con quel talento… forse ti manca solo sicurezza.
Può darsi. Non mi piace mettermi troppo in mostra.
Sbagliato. Bisogna valorizzarsi, o ti schiacciano. Se vuoi posso darti una mano: conosco parecchia gente nella pubblicità e nel design.
Davvero? Sarebbe bellissimo.
Certo. Vedo del potenziale, in te. Sei sveglia, bella, creativa. Ti manca solo credere di più in te stessa.
Non potevo smettere di sorridere. Finalmente qualcuno che vedeva davvero chi ero, o almeno così mi pareva.
La serata si concluse tardi. Riccardo mi riaccompagnò, mi diede un bacio sulla guancia e mi salutò dolcemente.
Buonanotte, Giulia. Domani ti chiamo.
Buonanotte.
Mi addormentai sognando ristoranti eleganti, macchine lucenti e Riccardo che mi guardava ammirato.
Nei giorni seguenti Riccardo chiamò costantemente. Fiori, uscite, cene. Mi sentivo una protagonista romantica. Mi riempiva di complimenti, diceva che non aveva mai incontrato nessuna come me.
Col tempo, Chiara lasciò perdere i discorsi su Riccardo, ma si vedeva che la cosa non le andava a genio. Un mattino, però, non riuscì più a trattenersi.
Giulia non ti sembra esagerato che ti chiama dieci volte al giorno per sapere dove sei, con chi sei? Non è normale.
Si interessa a me, tutto qua.
No, è controllo. Sei sempre meno con noi, con gli amici. Vieni via dallufficio solo quando lui ti aspetta
Perché mi piace stare con lui!
A lui piace possederti, più che amarti.
Mi uscì di bocca senza pensarci.
Sei gelosa, Chiara.
Il suo volto si fece bianco.
Io? Gelosa?
Scusa, volevo dire unaltra cosa
No, hai detto proprio quello che pensavi. Ma io mi preoccupo per te. Se non vuoi ascoltarmi, fa come vuoi.
Uscì sbattendo la porta. Io rimasi immersa nei miei dubbi. Perché nessuno era felice per me?
La sera Riccardo venne a prendermi dopo il lavoro con una scatola tra le mani.
Prova questo, mi disse tendendomela.
Allinterno, un vestito di pizzo nero meraviglioso.
Riccardo, hai speso troppo!
Per te niente è troppo. Oggi cè una serata con i miei soci, devi essere perfetta.
Oggi? Ma non ero pronta.
Non ti serve, sei bella così. Hai mezzora.
Non riuscii a dirgli di no. Indossai il vestito e uscimmo. Durante la serata lui mi presentò a tutti come la sua fidanzata, non mi lasciava mai sola. Sorridevo, chiacchieravo, ma in realtà mi sentivo fuori posto, sempre più stanca.
Al ritorno, mi fece unosservazione:
Sai cosè che mi ha dato fastidio?
Cosa?
Hai parlato troppo con Luca, il mio socio. Lo vedevo come ti guardava. Non voglio che altri uomini abbiano strane idee su di te. Sei mia.
Dal tono duro, capii che non ammetteva repliche.
Ho capito.
Ottimo. La prossima volta, più discrezione.
Mi baciò lieve e se ne andò. Quella sera mi sentivo strana, a disagio.
Dopo tre mesi, praticamente abitavo da lui. Aveva preso un appartamento con terrazza e mobili di design; diceva che mi voleva sempre vicina. Lasciai le chiavi a Chiara, ma ero certo che non mi sarebbero servite. La vita con Riccardo era da sogno: soldi, viaggi, regali. Ma lentamente successe qualcosa.
Un giorno, tornai a casa in jeans e felpa, Riccardo mi squadrò:
Sei andata in cantiere?
No, era per lavoro. Sto più comoda.
Comoda o no, sembri uno scaricatore di porto. Sei una donna: indossa i vestiti che ti compro.
Ma per lavorare preferisco i jeans.
Al lavoro magari, ma in casa voglio vederti vestita bene.
Non risposi. Da quel giorno iniziai a mettere solo abiti e gonne.
Prese poi di mira Chiara:
Quella tua amica ti fa male.
Ma perché?
È troppo indipendente, arrogante. Ci passi troppo tempo: non mi piace.
Evitai di reagire. Poi, quando Chiara mi invitava, declinavo sempre. Lei smise di chiamare spesso.
Per il lavoro pure ci furono problemi: Riccardo diceva che lo studio non era allaltezza del mio talento, che potevo restare a casa, lui guadagnava abbastanza.
Ma io voglio lavorare!
Vuoi sentirti indipendente? Non ti fidi di me?
Il suo tono ferito mi fece sentire in colpa. Quando mi licenziai, organizzò una cena per festeggiare. Ma dentro ero vuota: avevo amato il mio lavoro, anche se non era speciale.
Dopo qualche settimana, Chiara mi chiamò:
Perché hai lasciato? Giulia, vediamoci.
Non posso, Riccardo vuole passare la serata insieme.
Domani?
Ti chiamo io
Ma non la chiamai più. I giorni passavano, sempre più uguali. Al mattino aspettavo che lui esca per cucinare, pulire, attendere il suo ritorno. Alla sera si faceva tutto ciò che lui decideva. Ero diventata unombra.
A volte mi mancava me stessa: le risate con Chiara, le notti a cucire ascoltando musica, i sogni da grafica di successo. Mi dicevo che era egoismo, Riccardo faceva tanto per me.
Un giorno Chiara mi contattò: Passo dalle tue parti, fermiamoci almeno per un caffè. Accettai e andai da lei di nascosto. Ci sedemmo in una caffetteria. Chiara era bellissima, solare. Mi sentii subito a disagio.
Come va?
Bene, tutto bene.
Non mentirmi.
Mi venne da piangere. Avrei voluto raccontare che Riccardo controllava ogni cosa, ma non ci riuscivo. Meglio mentire a me stessa.
Solo un po stanca.
Se hai bisogno, la nostra casa è anche tua. Puoi tornare quando vuoi.
Grazie. Ma non serve.
Resta in contatto, almeno.
Lo prometto.
Poco dopo tornai di corsa a casa: temeva che Riccardo trovasse vuoto. Lui era già lì.
Dove sei stata?
A fare la spesa.
Non mentire.
Davvero. Ho messo il cellulare in silenzioso.
Mi guardò con occhi gelidi.
Sono uscito per un caffè con Chiara, confessai infine.
Serrò le labbra.
Non voglio che frequenti Chiara. Ti ha sempre messo contro di me.
È una mia amica
Era. Ora sei sposata, hai altri doveri.
Mi strinse la mano.
Non voglio perderti.
Nessuno ci divide.
Promettimi che non la vedrai più.
Prometto.
Mi baciò la fronte, poi sparì in studio. Rimasi solo, tra le lacrime. Sapevo che qualcosa si era rotto.
Passò un anno. Poi un altro. Ci sposammo in una chiesa di Firenze, ricevimento sontuoso in villa Toscana. I miei vennero da Pistoia, commossi e felici. Mia madre piangeva, felice per avermi sistemata con un uomo vero. Non invitai Chiara: Riccardo non lo volle, e io cedetti. Lei mi mandò solo un messaggio: Auguri. Ricordati che puoi sempre contare su di me. Non risposi.
Nacque nostra figlia, Martina. Riccardo era contento, acquistò una casa ancora più grande e assunse una tata. Io trascorrevo le giornate con la bambina. Martina era tutto ciò che mi faceva andare avanti. Ma nel tempo persi me stessa. Riccardo controllava ogni spesa, ogni uscita, ogni telefonata. Dovevo giustificare ogni scontrino.
Provai un colloquio in unagenzia grafica senza dirglielo. Mi presero. Quando lo seppi, Riccardo mi chiese:
Perché hai bisogno di lavorare?
Voglio sentirmi utile, fare le mie cose.
Non basta essere madre e moglie?
Voglio altro, non stare solo in casa
Così vuoi solo scappare da me, trovare altri amici, magari un altro uomo?
No!
Allora chiama e rifiuta.
Chiamai. E piansi. Mi abbracciò:
Non piangere, hai tutto. Siamo io e Martina, la tua famiglia.
Ma sentivo solo vuoto. Guardandosi allo specchio, non mi riconoscevo.
Gli anni passarono. Martina cresceva, Riccardo la accudiva, ma lei lo temeva. Sapevo che avevo insegnato io stessa quella paura, col mio silenzio.
Un sabato, portai Martina al centro commerciale per delle scarpe. Lì incontrai Chiara. Anche lei più adulta, sempre elegante. Mi vergognai dei miei vestiti logori.
Giulia! Ma che gioia vederti.
Mi abbracciò e trattenni le lacrime.
Come stai?
Bene, mentii. Ma Chiara mi guardava davvero.
Beviamo un caffè, ti prego.
Proprio in quel momento Riccardo mi chiamò.
Dove sei?
Al centro commerciale, con Martina.
Quanto ci metti?
Venti minuti.
Torna a casa entro le due.
Quando rientrai da Chiara, lei lesse tutto nei miei occhi.
Era lui?
Sì.
Giulia
Ti prego, non dire niente.
Solo cinque minuti, ti prego. Mi manchi.
Accettai. In caffetteria, Chiara mi raccontò della sua vita: matrimonio, un lavoro buono, la speranza di un bambino. Io ascoltavo sentendo una profonda nostalgia per una vita che non avrei mai avuto.
E tu?
Tutto bene. Abbiamo le nostre difficoltà, ma…
Chiara mi afferrò la mano.
Se vuoi scappare, io ci sono. Altrimenti, promettimi solo che resta in contatto.
Annuii, pur sapendo che non lavrei fatto. Tornai da Riccardo. Subito mi chiese:
Chi era quella donna?
Unamica. Incontrata per caso.
Chiara?
Il gelo nella voce. Andammo a casa. Sapevo che ci sarebbe stato un altro colloquio la sera.
Dopo cena, quando Martina dormiva, Riccardo mi chiamò in salotto.
Non voglio che frequenti ancora Chiara.
È solo la mia amica.
Era la tua amica. Ora hai me e tua figlia.
Ma
Mi zittì:
Promettimelo.
Lo feci, ma dentro sapevo di aver ormai perso tutto. Anche lillusione.
Lo specchio rifletteva una donna che non riconoscevo. Avevo trentacinque anni, ma lo sguardo spento. Dove ero finita? Avevo sacrificato tutto per lui: amici, lavoro, sogni.
Poi un giorno Chiara mi chiamò. Chiese solo:
Cosa vuoi davvero, Giulia?
Risposi sincera:
Non lo so più.
Allora vediamoci oggi.
Andai. Non sapevo neanche perché. Seduti in caffetteria, Chiara mi domandò:
Sei felice?
Abbassai lo sguardo, tersa. Poi scossi la testa.
No.
Tutto crollò. Piansi a lungo. Chiara mi abbracciò.
Se vuoi scappare, io ci sono.
Ho paura
Tutte abbiamo paura. Ma ci si rialza.
Non sono forte.
È la paura che aiuta a diventarlo.
Il giorno dopo, al rientro, Riccardo se ne accorse.
Di nuovo da lei?
Sì.
Litigammo. Lui alzò la voce, io risposi per la prima volta. Mi spinse, caddi. Ma non eravamo più una marionetta.
Mi alzai. Presi il telefono, scrissi a Chiara: Portami via. Ti prego. Lei arrivò subito.
Preparai una borsa, presi i documenti. Riccardo apparve sulla soglia.
Te ne vai?
Sì.
Non puoi portare via Martina.
Ti sbagli.
Chiara si mise tra noi.
Vuoi problemi? Chiamo i carabinieri.
Riccardo sorrise con odio.
Vattene. Ma la bambina non si muove di qui.
Prova a fermarmi dissi fissandolo dritto negli occhi.
Andai a scuola, ritirai Martina. Le dissi:
Da oggi stiamo da Chiara. Papà rimane qui.
Non aggiunsi altro: le spiegazioni sarebbero arrivate.
In casa di Chiara, per la prima volta dopo anni, mi sentii libera. Riccardo telefonava, minacciava. Ignorammo. Mi cercò anche a casa di Chiara; chiamammo la polizia. Si zittì per qualche giorno.
Trovai in fretta lavoro in una piccola agenzia. Lo stipendio era basso, ma il mio capo apprezzava le mie idee. Piangevo di gioia.
Il processo di separazione fu lungo e duro: Riccardo assunse i migliori avvocati. Sosteneva che non ero adatta, che avevo abbandonato la famiglia. Ma non mi lasciai intimidire.
Chiara era il mio sostegno. Preparava la cena, stava con Martina, ascoltava i miei sfoghi. Le sarò sempre grata.
Dopo mesi, mi concessero laffido di Martina. Riccardo aveva diritto di visita. Era furioso, ma impotente.
Trovai un piccolo appartamento. Lavoravo, portavo Martina a scuola, vivevamo di poco ma di cuore. Tornai a cucire la sera, come nei miei sogni. Prendevo corsi di aggiornamento. Gli amici ritornarono. Ero diversa: più forte, più vera, capace di sorridere di nuovo.
Martina un giorno mi chiese:
Tornerai da papà?
No. Stiamo meglio così.
Sei felice?
Sì. Adesso sì.
Anni dopo, Riccardo aveva già unaltra donna, giovane e docile. Io lo incontrai per caso. Ci guardammo solo: per lui ero solo una che aveva perso. Non mi importava.
Andai a bere un caffè con Chiara ora madre felice. Raccontai:
A volte penso che avrei dovuto ascoltarti subito.
Lo dovevi fare. Ma non saresti cambiata.
Forse. Adesso ho imparato che lamore non è sacrificio, né sottomissione: è rispetto e libertà. Solo così si è felici. Lo dirò a Martina.
Fallo. E non smettere mai di crederci.
Era autunno, il sole colorava le pietre delle stradine di Firenze. Camminavo piano, finalmente in pace.
Da qualche parte, in una casa con grandi finestre, forse unaltra ragazza pensava che basti essere perfette per essere amate. E io, se lavessi saputo, avrei sospirato. Perché finché continueremo a credere alle favole romantiche, ci saranno uomini pronti ad approfittarsene.
E lunica salvezza è smettere di credere alle favole. E imparare a credere in sé stessi.



