Non abbastanza brava

Non abbastanza brava

Mamma ha portato di nuovo le focacce disse Sergio, appoggiando la sporta sul tavolo Questa sì che è una vera padrona di casa! E tu, Eleonora, nemmeno a cucinare due crespelle riesci come si deve.

Eleonora rimase immobile davanti al lavello, la spugna per i piatti stretta in mano. Lacqua scrosciava piano ma lei non ne sentiva più il rumore. Sentiva solo la voce di suo marito, quel tono abituale, come se stesse parlando del tempo.

Che hai detto? si voltò, sforzandosi di mantenere la calma.

Che ho detto mai? scrollò le spalle Sergio, tirando fuori le focacce dorate ripiene di verdure È la verità. Mia madre fa i dolci come una catena di montaggio, e tu invece le crespelle le fai o piene di grumi o crude. Ma è così difficile imparare?

Sergio, oggi ho consegnato il progetto Eleonora poggiò la spugna sul bordo del lavello Ci lavoravo da tre mesi. Il committente è rimasto entusiasta. Mi hanno promesso una gratifica.

Brava, annuì mordendo una focaccia Ma che centrano le crespelle? Una cosa non esclude laltra. Mia madre riusciva sempre a cucinare, a tenere pulita casa, e anche a lavorare.

Tua mamma faceva la ragioniera allASL di quartiere, disse piano Eleonora Tornava a casa ogni giorno alle quattro.

E allora? Eppure riusciva a fare tutto, lo stesso. Mica come te, sempre con la scusa del lavoro o della stanchezza. La famiglia dovrebbe essere al primo posto, Eleonora.

E lì dentro qualcosa si incrinò. Non si spezzò di colpo, no, ma si fece una crepa. Si asciugò le mani sullo strofinaccio e uscì dalla cucina senza rispondere. Sentiva il fiato scontento di Sergio alle sue spalle, ma non si voltò.

Si erano sposati due anni prima. Si erano conosciuti a una cena aziendale da amici in comune. Sergio allora le era sembrato affidabile, calmo, uno di cui ci si poteva fidare. Corteggiava con garbo, portava fiori, la invitava al ristorante. Diceva di cercare qualcosa di serio, era stanco delle ragazze superficiali, e questa serietà a lei piaceva. A ventotto anni, Eleonora sognava stabilità, famiglia, forse dei figli. La madre, Carmela, laveva cresciuta da sola, dopo che il padre era sparito quando lei aveva solo tre anni. La mamma le ripeteva sempre: limportante è che sia un uomo perbene, che non beva, che sia fedele. E Sergio lo era, perbene. Non beveva, non tradiva, lavorava in unazienda di materiali edili, guadagnava bene, era gentile con Carmela.

Ma la suocera, Angela, Eleonora laveva conosciuta davvero solo dopo le nozze. Prima laveva vista solo di sfuggita, ai pranzi di famiglia, sempre un po altezzosa, capelli messi in piega con cura e voce squillante. Subito aveva cominciato a dispensare consigli: come sistemare la tavola, quali tende comprare, dove trovare la biancheria più economica. Eleonora allinizio annuiva e sorrideva, pensando che volesse solo aiutare. Ma i consigli si erano fatti presto ordini, e gli ordini rimproveri.

Cara, almeno la polvere potevi spolverarla meglio! diceva Angela quando veniva a trovarli Sergio è abituato alla casa pulita, io sempre tenevo tutto a puntino.

Signora Angela, io torno a casa alle sette provava a spiegare Eleonora Poi preparo la cena, lavo, stiro.

Eh, allora alzati prima, cara mia. Io alle sei ero già in piedi, la casa splendeva e la colazione era pronta. Un uomo deve vedere che la donna si prende cura di lui.

Sergio in quegli attimi taceva. O annuiva. O mormorava: ha ragione la mamma, Eleonora, devi impegnarti di più. Così Eleonora si impegnava: sveglia alle sei, colazione, pulizie serali, le camicie di lui sempre stirate. Al lavoro la stimavano, seguiva progetti importanti, progettava impianti per centri commerciali, guadagnava veramente bene. Ma a casa tutto questo sembrava non contare nulla. Contavano solo le crespelle.

Eleonora, e tu adesso? Sergio spuntò in salotto con una focaccia a metà Non te la prendere! Voglio solo un po di calore in casa. Come da mia madre.

Sergio, sai che il rubinetto in cucina perde da un mese? chiese lei senza voltarsi.

E allora?

Ti ho già chiesto tre volte di aggiustarlo.

Non ho avuto tempo. Troppo lavoro, riunioni, lo sai il mio orario quanto sia fitto.

Certo, il mio invece è tempo libero, vero? finalmente Eleonora si girò verso di lui Sergio, ti rendi conto che anche io lavoro? Che anche io ho scadenze, riunioni, responsabilità?

Lo so, scrollò le spalle Ma questo non elimina i compiti di casa. Tu sei la donna.

Ecco. Tu sei la donna. Come se questo spiegasse tutto. Come se essere donna volesse dire automaticamente saper fare le crespelle, pulire perfettamente la polvere e non stancarsi mai.

E tu sei luomo sussurrò Eleonora E intanto il rubinetto perde ancora.

Eleonora, dài… Sergio si fece scuro in volto Io ai rubinetti non so mettere mano. Chiama un idraulico.

E io non so fare le crespelle. Comprale in pasticceria.

Non è la stessa cosa! alzò la voce Per gli idraulici ci vogliono capacità specifiche. Le crespelle deve saperle fare ogni donna.

Perché?

Perché… è la casa, la famiglia, la cura… Mia mamma le ha sempre fatte. Anche mia nonna. È una tradizione.

Eleonora si alzò, si avvicinò alla finestra. Fuori il pomeriggio di febbraio era grigio, la pioggia cadeva sottile e seccante. Pensò a sua madre. Carmela aveva cucinato le crespelle solo nelle grandi occasioni. Aveva lavorato in tre posti diversi per crescere la figlia e permetterle di laurearsi. Tornava a casa stanca, ma aveva sempre tempo per ascoltarla, darle forza. Mai le aveva detto che una donna deve. Le aveva sempre detto: puoi. Puoi studiare, lavorare, scegliere.

Sergio, vado da mamma domani disse, senza girarsi Starò da lei una settimana. Ho bisogno di riflettere.

Riflettere su cosa? la voce del marito vibrava di tensione Ma davvero ti sei offesa per le crespelle?

Non per le crespelle si voltò Perché non mi rispetti.

E questa da dove viene?

Sergio, non mi hai nemmeno chiesto del mio progetto. Ci ho messo tre mesi di lavoro e tu pensi solo alle crespelle.

Sergio rimase senza parole.

Sono contento per te… Ma quello è il tuo lavoro, la tua carriera. Casa è casa, bisogna impegnarsi.

E perché tocca solo a me? la voce di Eleonora tremava Perché la casa è mia responsabilità e il lavoro quella tua? Qui viviamo in due. Perché non puoi cucinare tu quelle benedette crespelle se ci tieni tanto?

Perché non ne sono capace, rispose semplicemente e nemmeno ci voglio provare. Ho altre cose da fare.

E io non ce le ho, le altre cose?

Si guardarono negli occhi, ed Eleonora capì: lui davvero non capiva. Per lui tutto ciò era la normalità. Mamma cucinava, puliva, stirava. Papà lavorava, ogni tanto sistemava cose in casa. Se aveva voglia e tempo. Altrimenti mamma chiamava lartigiano. E questa era la famiglia giusta. Amore e rispetto come ripeteva sempre Angela.

Vado da mamma ripeté Eleonora Ho bisogno di starmene un po da sola.

Non fare così, Sergio provò a raggiungerla per un dispetto del genere! Daccordo, non parlerò più delle crespelle, va bene?

Sergio, non è quello il punto scosse il capo È il tuo modo di trattarmi. Tu pensi che il mio lavoro sia un passatempo, che la cosa importante sia il minestrone e la polvere.

Non lo penso!

Invece sì. Nemmeno mi hai ascoltata sul progetto. Ma ti sei accorto subito della focaccia di tua madre. Ammiravi lei.

Ma perché, sono buone!

Eleonora sospirò. Inutile. Andò in camera, dal guardaroba prese una borsa e iniziò a fare la valigia. Sergio si fermò sulla soglia, spaesato.

Sei seria? Te ne vai per una discussione?

Per una discussione che va avanti da due anni rispose senza guardarlo Sono stanca, Sergio. Stanca di non essere abbastanza. Non abbastanza brava in casa, non abbastanza donna di casa. Sono ingegnere, progetto edifici, e tu mi valuti dalle crespelle.

Non è vero…

Sì, invece. Anche tua madre mi valuta sempre, ogni volta la sua lista: le tende non vanno bene, la polvere, la minestra è liquida. Io taccio e fingo di non sentire. Mi sforzo, mi consumo. Ma basta.

Chiuse la valigia e prese la giacca.

Tornerò tra una settimana. Forse in questo tempo capirai cosa vuoi. Una moglie o una governante.

Eleonora!

Ma lei era già nellingresso. Si mise le scarpe, e se ne andò. Sergio non la seguì. Eleonora scese le scale, uscì in strada. Piovigginava ancora. Chiamò un taxi, salì in macchina. Il tassista, un signore con i baffi, la guardò nello specchietto.

Dove andiamo?

Eleonora disse lindirizzo di sua madre. Il tassista annuì e partì. Dalla finestra guardava le luci della città, sentendosi strana: da una parte più leggera, dallaltra spaventata. Era sposata. Amava Sergio. Ma lamore e il rispetto dovrebbero andare a braccetto. Se un marito non rispetta il tuo lavoro, i tuoi interessi, i tuoi confini, è davvero amore?

Sua madre le aprì senza domande. La abbracciò, disse solo:

Vieni, cara. Ti metto su un po di tè.

Carmela abitava nella stessa casa dove Eleonora era cresciuta: un modesto appartamento al quarto piano di un palazzone, finestre sul cortile. Un vecchio mobile pieno di bicchierini, le foto di Eleonora bambina, alluniversità, il matrimonio. In quella del matrimonio, lei e Sergio sorridevano felici, innamorati. Cera rispetto allora? O lei semplicemente non si accorgeva della sua assenza?

Cosa è successo? chiese la madre, quando si sedettero a tavola col tè.

Eleonora raccontò tutto, delle crespelle, della suocera, del rubinetto, dei doppi pesi. Parlando piangeva, rideva, si fermava a riflettere. La madre ascoltava silenziosa, ogni tanto annuiva.

E quindi, mamma, ora non so cosa fare terminò infine.

Carmela le riempì la tazza, mescolando piano lo zucchero.

Sai, anche io lasciai tuo padre per cose simili. Pensava che dovessi stare a casa a fare la pasta, mentre lui era libero di uscire e bere. Ho sopportato, poi ho capito che non volevo quella vita. Meglio sola che senza dignità. Ma la decisione è tua. Forse Sergio cambierà, è ancora giovane.

Non cambierà, Eleonora scosse la testa La madre lha sempre coccolato, sembra un bambino. È convinto che la donna debba servire.

Spiegaglielo.

Ci provo. Non sente.

La madre sospirò.

Vita di famiglia, che fatica. Bisogna venirsi incontro, trovare accordi. Ma se uno non vuole ascoltare, come si fa?

Quella notte Eleonora dormì nella camera della sua infanzia. Non riusciva a prendere sonno. Pensava a Sergio, a se stessa, al loro matrimonio. Lo amava, sì. Ma sentiva ormai di essere sempre più rinchiusa. I successi al lavoro non contavano. Contava solo aver stirato le camicie, cucinato la cena, pulito. E la suocera sempre con le sue focacce.

Il mattino dopo Sergio chiamò.

Eleonora, finirai mai di essere arrabbiata? Torna a casa.

Non sono arrabbiata, disse calma Sto pensando.

Ma a cosa? Ti ho chiesto scusa. Non parlerò più delle crespelle.

Sergio, ma tu hai capito davvero qual è il problema? O vuoi solo che torni e tutto torni come prima?

Silenzio.

Voglio stia bene tra noi. Che non litighiamo.

E per non litigare, dovresti ascoltarmi. Capisci?

Ti ascolto.

No, non mi ascolti. Tu vuoi che io sia come tua madre. Io sono diversa. Ho altri interessi, un altro lavoro, e voglio che tu lo rispetti.

Io ti rispetto!

E allora perché non mi hai mai chiesto del mio progetto? Perché parla solo delle focacce di tua madre e della mia incapacità di cucinare?

Ancora silenzio.

Eleonora, non capisco cosa vuoi.

Voglio che tu mi veda come una persona. Non solo colf. Una che lavora, si stanca, ha i suoi sogni. E che la casa sia un impegno di entrambi. Non solo mio.

Ma faccio anche io le cose. Porto fuori la spazzatura, cambio le lampadine.

E ti pare che buttare la spazzatura sia la metà dei lavori di casa? Tutto il resto sono io: cucina, pulizia, bucato, stiro. Hai mai lavato il pavimento?

No.

Vedi

Ma io lavoro iniziò a spazientirsi Porto i soldi a casa.

Anche io lavoro, e guadagno pure bene. Dimenticato?

Non dimenticato. Ma una famiglia va avanti con i ruoli: luomo lavora, la donna si occupa della casa.

Sergio, lavoriamo entrambi. Allora casa, entrambi.

Di nuovo il silenzio. Eleonora sentiva solo il suo respiro pesante dallaltro capo del telefono.

Non so come si fa ammise, infine Non sono abituato.

Impara. Anche io non sapevo tante cose, ma le ho imparate. Perché tu no?

Perché esitò Mi sembra non sia cosa da uomo.

Eccolo, il colpo finale. Non da uomo. E lavorare dodici ore come faceva sua madre? Era normale? E lavare a terra, non è da uomo?

Sergio, Eleonora sospirò Resto da mamma ancora qualche giorno. Ho bisogno di capire come mi sento.

Vuoi divorziare? stavolta la paura nella voce.

Non lo so. Voglio solo capire se cè un futuro. Perché se non puoi rispettarmi e vedermi come pari, che futuro abbiamo?

Lui non disse niente.

Ti richiamerò concluse lei, e chiuse.

I giorni dopo passarono sospesi. Eleonora continuava il lavoro, si provava sul nuovo progetto. La sera stava a casa con la madre, bevevano tè, parlavano un po di tutto. Carmela non chiedeva troppo, le stava vicino e basta.

Un pomeriggio la chiamò lamica, Ilaria. Erano amiche dai tempi della scuola, Ilaria si era sposata giovane e aveva due bambini. Il marito era camionista, spesso via per mesi.

Ele, ma che fine hai fatto? chiese Ilaria Ho chiamato a casa, Sergio mi ha detto che sei da tua madre.

Eleonora sintetizzò la situazione. Ilaria ascoltava, ogni tanto esclamava:

Eh sì. Chiaro. Capisco.

Tu che ne pensi?

Penso che gli uomini sono tutti uguali sospirò Ilaria Anche il mio crede che stare a casa coi figli non sia un lavoro. Lui dice che così fan tutte le donne.

Anche sua madre è una santa…

Pure la mia. Ma a cosa serve fare le eroine? Io non voglio più.

Tu ami ancora Andrea?

Eleonora restò in silenzio.

Sì, ma sono stanca. Vorrei essere apprezzata. Rispettata.

Diglielo.

Glielo dico, ma non ascolta.

Ilaria rifletté.

Guarda che la mia vicina ha fatto lo stesso: è andata via un mese e quando lui ha provato la solitudine sè dato una mossa. Ora condivide tutto. Forse anche Sergio cambierà.

Forse rispose Eleonora, ma sapeva che Sergio non era così disponibile al cambiamento. Era cresciuto con un solo modello: padre lavorava, madre manteneva la casa. Felici? Forse solo lui. Angela appariva perfetta, sempre sorridente, mai un capello fuori posto. Ma felice, chi lo sa?

Il quinto giorno suonò il campanello. Carmela aprì: cera Sergio con un enorme mazzo di rose.

Buonasera, signora Carmela disse serio Posso parlare con Eleonora?

Carmela assentì. Sergio tese i fiori a Eleonora.

Scusami disse Hai ragione. Torna a casa, parliamo, sistemiamo tutto.

Eleonora mise i fiori in un vaso, silenziosa. Sergio era stanco, con le occhiaie: la settimana era stata pesante per lui.

Siediti gli disse Parliamo.

Si sedettero. La madre li lasciò soli. Eleonora cercava di capire cosa provava: amore? Sì. Pena? Pure. Ma anche stanchezza e diffidenza.

Cosa hai capito questa settimana?

Che senza di te sto male rispose sincero Casa è vuota. Mi manchi.

Altro?

Esitò.

Mamma mi ha detto che avevo torto. Che devo apprezzarti.

Tua madre? Angela?

Sì. Avevo raccontato tutto. Allinizio era dalla mia parte, poi mi ha detto che i tempi sono cambiati. Che oggi le donne lavorano come gli uomini, e chiederti anche di occuparti da sola della casa non è giusto.

Eleonora ascoltava incredula. Angela? Quella Angela?

E tu che pensi?

Sergio si passò le mani sul volto.

Penso che devo cambiare. Non capivo davvero quanto fosse faticoso per te. Mi sembrava che non ti impegnassi abbastanza. Ora che ho vissuto solo una settimana è dura. Lavoro, casa, tutto.

E se qualcuno ti facesse pure le prediche?

Non le farò più, ti prometto. Dimentica le crespelle, limportante sei tu.

Eleonora lo fissò. Sembrava sincero. Forse meritava unaltra possibilità.

Va bene disse piano Ma Sergio, se torni a mancarmi di rispetto, me ne vado. Per sempre.

Non succederà assicurò stringendole la mano.

Tornò a casa. I primi giorni andarono bene. Sergio aiutava davvero: lavava piatti, faceva la spesa, pulì persino il pavimento una volta. Eleonora sentì sollievo, speranza. Magari ce la potevano fare.

Ma dopo due settimane, arrivò Angela. Tre sporte traboccanti di focacce e dolci.

Sergio, ti ho fatto le tue preferite con le ciliegie sistemò dolci ovunque Eleonora, le ho preparate con la ricotta per te. Ti piace la ricotta, vero?

Eleonora annuì forzando un sorriso. Angela ispezionò la cucina con occhio critico.

Oh, qui sui pensili cè ancora un po di polvere osservò Eleonora, dovresti pulire meglio.

Ho pulito ieri, signora Angela disse Eleonora, sentendo un nodo salire.

Allora fallo meglio, tesoro. Io passo prima con la spugna umida, poi con quella asciutta. Così sparisce tutta la polvere.

Sergio taceva, masticando un dolcetto. Eleonora lo fissò, aspettando che lui parlasse in sua difesa. Sergio si limitò a sorridere.

Grazie mamma, sono squisiti disse Sei sempre la migliore.

Ovvio che sì, Angela raggiante Però tu, Eleonora, ancora non hai imparato a cucinare bene? Ti avevo lasciato la ricetta.

Non ho avuto tempo serrò i pugni Eleonora Sto lavorando molto.

Ma almeno nei week-end la suocera spalancò le braccia La famiglia viene prima. Il lavoro è lavoro, ma marito e casa sono fondamentali.

Eleonora guardò Sergio.

Sergio mormorò.

Eh? si riscosse lui.

Non vuoi dire niente?

Sergio la fissò spaesato, poi Angela.

Cosa dovrei dire?

Che tua mamma continua a darmi lezioni di vita.

Ma vuole solo aiutare, si giustificò Non te la prendere…

Eccoci. Di nuovo. Tutto era come prima. Le promesse, i tentativi, erano sinceri, forse. Ma appena la madre si presentava, Sergio tornava ad essere il bravo figlio obbediente.

Eleonora si alzò.

Scusate, mi sento un po stanca. Vado a sdraiarmi.

Si rifugiò in camera, chiuse la porta. Ascoltava le voci dalla cucina. Angela chiacchierava, Sergio rideva. Vivevano nel loro mondo, fatto di tradizioni e ruoli ben definiti. Lei era unestranea, nonostante tutti i suoi sforzi.

La sera, dopo che Angela se ne fu andata, Sergio la raggiunse.

Eleonora, perché sei giù?

Davvero non lo sai?

Mia mamma voleva solo aiutare.

No. Vuole controllare. Vuole che io sia come lei. E tu non la smentisci mai.

Non è vero si rabbuiò Non voglio ferirla. Si impegna tanto

E invece me lo puoi fare? Mi lasci criticare e non prendi mai posizione. Avevi detto che avresti difeso me. Ma non lo fai.

Sergio sedette troppo vicino, scomposto.

Cosa dovrei fare? Sgridare mia madre?

No! Ma potresti dire che va tutto bene, che sei contento di me, che la casa è pulita. Invece taci.

Lei dà solo consigli.

Per te, consigli. Per me, umiliazione.

Taceva.

Non so più come fare disse infine Qualunque cosa faccia, non va bene.

Non chiedo limpossibile. Solo rispetto. E di stare dalla mia parte, specie quando tua madre vuole comandare.

Ma è più anziana, più esperta… Forse ha ragione.

Eleonora chiuse gli occhi, sfinita. Ancora, sempre e soltanto la mamma. Mamma è sacra, moglie provvisoria.

Lo sai cosa penso? riaprì gli occhi Sono stanca di lottare. Vivi pure come preferisci, se ti basta che sia tua madre a decidere.

Vuoi andare via? voce impaurita.

No. Non me ne vado. Ma non mi sforzerò più. Ti piace pulito? Fatti aiutare da una donna delle pulizie. Io farò quello che posso e voglio. Il resto, sono affari tuoi.

Lui la guardava sconvolto.

Allora niente più casa?

Farò la mia parte. Uguale alla tua. Tu il pavimento, io stiro. Tu cucini, io lavo. Cinquanta e cinquanta.

Ma non so cucinare.

Imparerai. Internet serve anche a questo. Ho imparato anchio.

Sergio si alzò, fece avanti e indietro.

Questo è un ultimatum?

No. È la mia decisione. O siamo partner, o ciascuno per sé.

E lamore? Dovè lamore?

Ecco, un sorriso amaro Dove? Dimostramelo, Sergio. Amami per quello che sono, non per come stiro.

Lui uscì. Eleonora rimase sola. Si sdraiò, fissando il soffitto. E adesso? Il divorzio? O restare così, in questa tensione continua? Non lo sapeva.

Passò un mese, La convivenza era strana. Vivevano come coinquilini. Sergio provava a cucinare con risultati pessimi , lei mangiava in silenzio. Ognuno puliva per sé. In casa regnava meno ordine, ma Eleonora non diceva nulla. Che si abitui.

Angela continuava ad arrivare con le sue focacce, ma ora guardava Eleonora con disappunto e diceva sottovoce a Sergio:

Figlio mio, questa casa sta peggiorando. Forse Eleonora è malata? Bisogna farla vedere da un dottore?

Sergio rispondeva evasivo, Eleonora ignorava. Ormai aveva smesso di spiegare.

Al lavoro venne promossa: ora dirigeva un team, stipendio raddoppiato. I colleghi la felicitarono, il direttore le strinse la mano. Tornò a casa colma di gioia, desiderosa di dirlo a Sergio. Lui guardava la partita.

Sergio, mi hanno promossa!

Mh senza staccare gli occhi dalla TV.

Ora dirigo il reparto, stipendio doppio.

Brava, un cenno, sempre fisso alla TV.

Eleonora rimase a fissarlo. Si aspettava che si congratulasse, che labbracciasse. Ma niente.

Mi ascolti?

Ti ascolto! Ho detto brava, sono contento.

La voce piatta, meccanica. Eleonora si chiuse in camera. Si sedette, capì che era finita. Non cera più amore né rispetto. Solo abitudine. Non quello per cui aveva sposato Sergio. Niente supporto, niente vera complicità.

Chiamò la madre.

Mamma, posso venire da te? Dobbiamo parlare.

Certo, scricciola. Vieni.

Più tardi, a tavola, Eleonora raccontò tutto: la promozione che Sergio ignorava, la suocera che non smetteva di giudicare, la casa diventata campo di battaglia. Confessò di non sentirsi più amata.

La madre ascoltò, annuendo.

Che pensi di fare?

Non lo so Eleonora si asciugò le lacrime Divorziare fa paura. E se poi resto sola? E se non vado mai più bene per qualcuno?

Figlia le strinse la mano Meglio sola e felice che insieme e infelice. Ti ho cresciuta da sola e ce lho fatta. Ce la farai anche tu. Ma scegli tu. Forse un’altra possibilità cè ancora?

Non so Eleonora scosse il capo Lui non ascolta. Gli importa solo della propria comodità.

Parlagli ancora. Faglielo capire. Digli che siete sullorlo del divorzio. Magari capirà.

Tornò tardi, Sergio dormiva. Lei si infilò a letto, ascoltò il suo respiro. Una volta quella schiena era un rifugio. Ora era solo la schiena di uno sconosciuto.

Al mattino lo svegliò presto.

Sergio, dobbiamo parlare.

Ora? Che ore sono?

Sette. Sono seria.

Sergio si mise seduto.

Ti hanno promossa. Guadagni più di me. Dirigi quindici persone, hai molte responsabilità, stress. Volevo tornare a casa e sentire il tuo sostegno. Ma tu non ti sei nemmeno voltato dalla partita.

Ele, scusa. Ero stanco e cera una partita importante.

La partita è più importante di me?

No! Ero solo stanco, volevo rilassarmi.

Non sono stanca anchio? Tu pensi che la mia fatica non valga?

Sbuffò.

Che vuoi sentirti dire?

Che mi apprezzi, che sei felice per me, che sei orgoglioso.

Lo sono.

Parole giuste, voce vuota. Eleonora capì: lo diceva solo per tacitarla.

Sergio, penso al divorzio.

Sussultò.

Che hai detto?

Penso al divorzio. Perché non sono felice. Mi sento una serva criticata senza sosta.

Ele, sei matta? Ma siamo una famiglia!

Una famiglia si sostiene e si rispetta. Noi? Tu ascolti più tua madre che me. Dici che la casa è responsabilità mia e il lavoro solo tuo, anche se ora porto a casa più soldi.

E allora? Rimango comunque luomo, il capo.

Il capo? Ora chi porta più soldi sono io. Ora sono io la capofamiglia.

Diventò rosso.

Non è giusto. Luomo deve essere quello che guadagna di più.

E perché?

Perché così si fa!

Sergio, abbiamo trentanni. Siamo nel ventunesimo secolo. Io lavoro sodo, mi aggiorno, cresco. Potresti essere felice per me, invece sei frustrato.

Tacque, stringendo i denti.

Non sono frustrato.

Lo sei. E non mi rispetti. Non voglio questa vita. Voglio un uomo che sia felice per i miei successi e mi tratti da pari.

Ti vedo come una pari!

No. Mi vuoi come tua madre. Cucinare, pulire, servire. Io non voglio. Voglio costruire la carriera. E un marito che apprezzi questo.

Sergio si alzò, nervoso.

Vorresti che diventassi un uomo di casa, che cucini io e tu lavori?

No, vorrei che fossimo uguali. Lavoriamo entrambi, dividiamo la casa, ci sosteniamo. È così difficile?

Sì, ammise Non sono abituato. A casa mia era diverso.

Bisogna cambiare, allora. O ci lasciamo.

Si fermò, la fissò.

Sei seria?

Totalmente.

Silenzio. Sergio guardava fuori dalla finestra, Eleonora attese. Infine lui:

Va bene. Proviamoci ancora. Ma per me è difficile. Non so dividere tutto a metà. Ho sempre visto altro.

Anche per me allinizio era dura. Ora tocca a te.

Ci proverò.

Passarono altri due mesi. Sergio si impegnò: cucinava, puliva, imparò perfino a stirare. Eleonora nutriva speranza. Magari, ce la facevano?

Ma il nodo era più profondo. Sergio non sinteressava alla sua professione. Se Eleonora raccontava qualcosa, lui assentiva, ma era immerso nei suoi pensieri. Se la suocera chiamava, Sergio ascoltava le critiche e non la difendeva.

Un giorno Angela telefonò la sera. Eleonora sentì.

Sergio, ieri sono passata da voi. Avevo le chiavi. Volevo lasciare una crostata. A casa vostra un caos! Polvere ovunque. Eleonora si trascura?

Sergio taceva.

Ma, mamma, lavoriamo tutti e due. Non cè tanto tempo.

Come sarebbe? Una donna il tempo lo trova! Io lo trovavo. Tu vivevi nella pulizia.

Ma ora è diverso.

Diverso cosa? Casa in ordine! Dille che non può andare avanti così. Se prendi troppa confidenza poi ti trovi la moglie che comanda lei!

Va bene, mamma. Ne parlo.

Bravo, sei tu il capofamiglia. Mantieni lordine!

Eleonora uscì dal corridoio.

Parli con me? Metterai tu ordine?

Ma mamma si preoccupa

E tu?

Beh, magari si può pulire di più.

Sergio, abbiamo fatto le pulizie insieme due giorni fa! Ricordi?

Sì, ma mamma diceva che cera polvere.

Tua mamma trova da dire su tutto. E tu sempre daccordo.

Ma io

Sergio, Eleonora si lasciò cadere sul divano Non ce la faccio più. Mi impegno, ti impegni, ma nulla cambia. Per te lopinione di tua madre vale sempre più della mia. Non cambierai mai.

Ma io amo sia te che lei! Non voglio ferire nessuno.

Ma io mi sento ferita ogni volta che scegli lei anziché me.

Lui chinò il capo.

Scusa.

Non basta. Servono fatti. Se non metti dei limiti a tua madre, questo matrimonio non ha senso.

Parli di nuovo di divorzio?

Parlo di dignità. Così non posso andare avanti.

Il giorno dopo Eleonora tornò a casa e trovò Angela che puliva i pensili, canticchiando.

Signora Angela? chiese Eleonora Cosa fa qui?

Oh, cara, ciao! Sergio mi ha chiesto aiuto per le pulizie. Ha detto che siete troppo impegnati. Io sono venuta volentieri.

Eleonora gelò.

Sergio ti ha chiamato?

Sì, questa mattina. Lui ha bisogno. Anchio sono contenta di aiutare.

Andò in camera, chiamò Sergio.

Hai chiesto tu a tua madre di venire a pulire?

Beh ma è stata una sua proposta…

Sergio, lhai chiesto tu o no?

Silenzio.

Sì. Non abbiamo mai tempo, lei è libera…

Chiuse la chiamata. Andò in cucina.

Signora Angela, grazie ma posso fare da sola. Vorrei che se ne andasse.

Angela sgranò gli occhi.

Ma come? Voglio solo aiutare

Non desidero aiuto. Per me è uninvasione. La prego, vada via.

Angela prese la borsa e se ne andò, offesa.

Più tardi arrivò Sergio, in colpa.

Mamma mi ha chiamato. Dice che lhai mandata via.

Ho chiesto di andare. Tu lhai invitata senza consultarmi. Le hai dato una chiave di casa. Non mi hai nemmeno chiesto cosa pensassi.

Pensavo ti facesse piacere

Mi fa star male, invece. Non conta mai il mio parere. Decidete tutto tu e tua madre. Basta, Sergio. Voglio il divorzio.

Diventò pallido.

Sei davvero convinta?

Sì. Sto male. E probabilmente anche tu. Vuoi una moglie come tua madre. Io non sarò mai così.

Ti amo!

Lamore non sono solo parole. È rispetto, sostegno, fiducia. Da noi manca tutto questo.

Sergio si accasciò sulla sedia, disperato.

Cosa faccio ora?

Non so Eleonora alzò le spalle Potremmo vedere un terapeuta. O lasciarci e finire qui.

Non voglio lasciarti. Proviamoci ancora. Parlerò con mamma. Spiegherò le cose.

Me lo hai già detto altre volte, davvero troppe.

Stavolta è diverso. Dammi soltanto questa possibilità.

Lo guardava. Sembrava sfinito. Forse si stava impegnando davvero. Ma la mentalità era troppo radicata. Mamma sa sempre meglio. La donna deve, luomo comanda.

Va bene sussurrò Solo unultima prova. Ma se la tua mamma si rifà viva non invitata, o se non mi difendi, me ne vado.

Daccordo.

Per tre settimane Angela venne meno, previa telefonata. Portava qualche dolce ma non ispezionava la casa a voce alta. Sergio aiutava secondo turni concordati: lunedì, mercoledì, venerdì cucinava; martedì, giovedì, sabato puliva; la domenica decidevano insieme. Allinizio Sergio brontolava, poi sembrava quasi contento di riuscire a fare certe cose.

Tuttavia, la freddezza restava. Cordiali, ma distanti. Come coinquilini, non compagni di vita. La sera, ognuno per sé.

Una sera, telefonò di nuovo Ilaria.

Come va? Da quanto non ci sentiamo.

Tutto regolare, rispose Eleonora stanca Si va avanti.

Avete risolto con Sergio?

Formalmente sì. Obblighi chiariti. Suocera non si intromette. Ma… siamo due estranei. Funzioniamo, non viviamo.

E lamore?

Non lo so. Forse cera allinizio. Ora solo abitudine e paura di restare sola.

Pensate a uno psicologo insieme?

Proposto. Non vuole. Dice ce la caviamo da soli.

Non capisce quanto sia grande il vuoto

Esattamente. Ho bisogno daffetto vero. Di sentirmi accolta. Invece, niente.

Cosa farai?

Andrò avanti. Non so che altro.

Rimasta sola in cucina, Eleonora ripensò a tutto. Amava ancora Sergio? Una volta sì. Ora forse solo pena per quello che non erano stati capaci di essere. Lui era una brava persona, non beveva, lavorava, aiutava. Ma non sapeva rispettare, non la vedeva come pari. Sempre un gradino sotto, perché donna. Così era stato educato.

Angela non era una cattiva. Così era cresciuta: la donna serve, luomo comanda. E le era parso giusto insegnare così al figlio.

Eleonora sospirò, andò a dormire. Sergio russava tranquillo. Domani altro turno. Lavoro, doveri, casa. La vita le scivolava accanto mentre si chiedeva: restare o andarsene? Lottare o arrendersi?

Trascorse un altro mese. Primavera, profumo di pioggia nuova. Eleonora ricevette una grande gratifica, e le offrirono uno stage di tre mesi a Milano. Unopportunità per la carriera. In casa, Sergio era al telefono con la madre.

Aspettò che terminasse.

Sergio, una novità! Mi hanno offerto tre mesi di stage a Milano. Un’opportunità pazzesca!

Sergio si rabbuiò.

Tre mesi? E la casa? E io da solo?

Eleonora restò interdetta.

Quindi non sei contento?

Sì, però tre mesi sono tanti. Chi cucina, chi pulisce?

Sei grande, puoi farcela.

Sì, ma… Non è giusto. La moglie lontana per lavoro? Non sta bene.

Sergio, capisci che questa è una svolta per me?

Sì, ma la famiglia viene prima.

Per te, ma il mio lavoro?

Ma io sono uomo. Devo portare avanti la carriera. Tu puoi, ma con moderazione. Tre mesi a Milano sono troppi.

Eleonora sentì qualcosa rompersi definitivamente.

Andrò, Sergio disse fredda Che tu sia daccordo o no. È la mia vita.

E io? Chi sono, nessuno?

Sei mio marito. Dovresti sostenermi. Ma pensi solo a te.

È egoismo voler la moglie vicina?

È egoismo negare i suoi sogni.

Sergio respirava forte, guardandola.

Se vai, non so cosa succede tra noi.

Un ricatto, ora?

No, solo la verità. Tre mesi separati sono una prova dura.

Le vere unioni superano tutto. Se sono fondate su rispetto e fiducia.

Andò in camera, fece le valigie. Sergio seguì sbigottito.

Dove vai?

Da mamma. Devo pensare.

Ancora? Quante volte?

Quante serve. Sono stanca di spiegare. Se vuoi resti con me, impara ad ascoltarmi.

Uscì, scese e chiamò un taxi. Solo allora si lasciò andare. Non piangeva. Voleva solo pace.

Sua madre la accolse in silenzio, labbracciò e le servì un tè.

Sei scappata di nuovo?

Di nuovo. Non posso farcela. Lui non capisce.

Ele, io una vita da sola lho fatta. Non mi è mai pesato. Nessuno a comandarmi. Nessun ricatto.

Vuoi che lasci Sergio?

Voglio che tu sia felice. Se non lo sei con lui, a cosa serve? Troverai altro. O starai sola e basterà te stessa.

Eleonora sentì che la decisione era già presa. Non voleva la vita con Sergio. Non voleva più guerre per essere rispettata. Voleva libertà, carriera, pace.

Andrò a Milano, mamma. E al ritorno, chiederò il divorzio.

Carmela annuì.

Se lo hai scelto, sarà giusto. Sono felice per te.

La mattina dopo Sergio chiamò.

Vieni a casa. Parliamo.

Di cosa, Sergio?

Ho riflettuto. Magari dovresti davvero andare a Milano. Non mi oppongo.

Non è solo quello il punto.

Cioè?

Che siamo troppo diversi e non abbiamo trovato un compromesso.

Pausa.

Vuoi il divorzio?

Sì.

Un lungo silenzio. Si sentiva solo il respiro di lui.

Per colpa dello stage?

Perché non mi rispetti. Ho provato a spiegarti che non sono tua madre e i miei obiettivi sono diversi. Non mi hai mai ascoltato.

Mi sono impegnato…

Sì, ma non basta. In un matrimonio contano innanzitutto rispetto, sostegno, pari valore. Qui manca tutto.

Io ti amo ancora mormorò.

Lamore è anche gioire per chi ami. Non vedermi solo come una casalinga sempre a disposizione.

Non è giusto…

Invece sì. Sono stanca di giustificarmi. Voglio divorziare. Andrò a Milano. Al ritorno sistemeremo tutto.

Non possiamo provarci ancora?

No, Sergio. Non cambierai. Tu non vedi nemmeno il problema.

Chiuse. Guardò fuori: primavera, sole, la vita continuava.

Dopo una settimana, Eleonora partì per Milano. Lo stage la prese, le piacque. Imparò tanto, conobbe gente nuova, si sentì di nuovo viva. Girava per il centro, visitava mostre, teatri. Era finalmente libera.

I primi tempi Sergio chiamava spesso, chiedeva quando tornasse, se aveva cambiato idea. Eleonora rispondeva gentile e breve: no, non aveva cambiato idea. Torno fra tre mesi. Allora, ne discutiamo.

Col tempo le telefonate si fecero rare. E a Eleonora non mancavano. Si sentiva serena. Nessuno più la criticava, la giudicava, la voleva diversa.

Capì che in quegli ultimi anni aveva vissuto una vita non sua. Cercava di aderire alle aspettative degli altri, non alle proprie. Ora si era finalmente ritrovata.

Tre mesi passarono in fretta. Tornò a fine maggio. La città la accolse con caldo e profumo estivo. Si fermò da sua madre, poi telefonò a Sergio.

Sergio, sono tornata. Dobbiamo vederci per il divorzio.

Forse vale la pena riprovare nella voce cera speranza Io ora capisco. Stavolta sarei davvero diverso.

Non ci credo. Lo hai già detto. E poi tutto tornava sempre comera.

Ora è cambiato tutto!

Angela lascia ancora che invada la nostra vita? Sei pronto a trattarmi da pari?

Silenzio.

Sono pronto, ma mamma si preoccupa. Vuole solo il meglio.

Continui a giustificarla. Il problema non è lei. È dentro di te. Finché non cambia il tuo sguardo, non cambierà nulla.

Ma io ti voglio con me!

Tu vuoi che tutto sia comodo, come prima. Ma io no. Io stavo male. Ora sto bene.

Abbassarono tutti e due lo sguardo.

Allora è finita?

Sì.

Si salutarono in silenzio. Le vie brulicavano di vita. La loro storia finiva lì. Una storia damore che la realtà aveva consumato.

Chiamo io il legale disse Eleonora La casa è tua, non voglio nulla. Prendo solo le mie cose.

Va bene, annuì lui Addio, Eleonora.

Addio.

E la vita andò avanti. Senza più dover essere abbastanza brava.

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