Mamma, sei stata tu a sceglierlo.
Di nuovo la lista? la sua voce suonò come unaccusa.
Martina si fermò un istante e fece un respiro profondo.
Paolo, Giulia ha sedici anni. Le serve un giubbotto nuovo per linverno, quello dellanno scorso è piccolo.
Un giubbotto ce lha.
Sì, ma è quello dellanno scorso. Le maniche sono corte, è cresciuta.
Paolo si appoggiò allo schienale del divano, fisso su di lei con quello sguardo pesante, indagatore. Martina conosceva quello sguardo. Sapeva cosa sarebbe venuto dopo.
Senti, viviamo nel mio appartamento. Pago io le bollette, faccio la spesa. Tu sei impiegata, io lavoro come responsabile, guadagno bene. Abbiamo un bilancio condiviso, te lo ricordi? Condiviso. Eppure ogni volta mi porti la lista delle sue necessità, come se fossi io costretto a mantenere la figlia di un altro.
Ma vive qui con noi, disse Martina piano. Mangia con noi. Dorme qui.
Appunto. Dorme in casa mia. Mangia il mio cibo.
Martina sentì stringersi qualcosa dentro. Questa discussione si riproponeva, con leggere varianti, da due anni. Da quando lei e Giulia si erano trasferite da Paolo, dopo il matrimonio. Prima avevo provato a discutere. Poi avevo imparato a tacere. Ma ogni volta che serviva qualcosa per mia figlia, dovevo ricominciare tutto da capo.
Va bene, risposi, rimettendo la lista nella tasca della vestaglia. Lo compro io.
Con quali soldi? la domanda suonò quasi divertita. Il tuo stipendio va tutto nel bilancio familiare. Oppure mi nascondi del denaro?
No. Io… chiederò a Marco.
Paolo sogghignò.
Allex? Ottimo. Vai pure da lui. Raccontagli che sono un mostro. Che sia lui a pensare a sua figlia, tanto è così premuroso.
Non risposi. Marco in realtà aiutava, ma non regolarmente. Passava lassegno, spesso in ritardo. A volte dava qualcosa in più per unemergenza, ma sempre con mille domande sui motivi. Non volevo dipendere da lui. Non volevo passare per leterna bisognosa.
Il bilancio familiare dovrebbe comprendere anche le spese di Giulia, riprovai. Siamo una famiglia.
Famiglia? Paolo si alzò e andò in cucina, si prese una birra dal frigo. Famiglia siamo io e te. Giulia è tua figlia. A me non importa che viva qui, ma suo padre dovrebbe aiutare anche lui.
Martina lo guardava dalla porta, la schiena larga. Quando ci eravamo conosciuti, tre anni prima, ero convinta di aver trovato un punto fermo, un uomo affidabile, concreto, che diceva le cose giuste. Diceva di essere stanco della solitudine, che voleva una famiglia. Dopo il mio divorzio da Marco ero rimasta a lungo sola, tra lavoro, figlia, faccende. Paolo era sembrato una benedizione: corteggiava con attenzione, invitava fuori, regalava fiori. Con Giulia era stato gentile, diceva che una bambina in casa era una gioia.
Tutto cambiò appena ci trasferimmo a casa sua.
Esco a fumare, dissi, uscendo sul balcone.
Avevo iniziato a fumare sei mesi prima. Prima di nascosto, poi non più. Paolo storceva il naso, ma non diceva niente. Forse era lunico campo in cui riuscivo ancora a fare di testa mia.
Sul balcone odorava di autunno e cemento freddo. Accesi una sigaretta. Sotto, nel cortile, le luci dei lampioni, un cane che abbaiava in lontananza. Una sera qualsiasi in un quartiere qualsiasi di Roma. Avevo un lavoro fisso, un tetto sulla testa, un marito che non beve e non alza le mani. Per le mie amiche ero sistemata. Eppure, ogni sera, mi trovavo qui fuori, accoccolata tra le ombre, con la sensazione di essere in trappola.
Qualcuno aprì la porta del balcone. Giulia.
Mamma, non volevo che litigaste per me.
Non è successo niente, spensi la sigaretta. Tutto bene.
Ho sentito. Non dirgli che ho bisogno del giubbotto. Glielo chiederò io.
Non serve. Ci penso io.
Giulia rimase in silenzio. Poi sussurrò: Mi sento… di troppo, qui dentro.
Le cinsi le spalle. Ormai era alta quasi quanto me, magra, capelli corvini raccolti in una coda.
Non dire queste cose. Questa è casa nostra.
Casa sua, mi corresse. Non serve nemmeno dirlo. Mi ricorda ogni giorno, con gli sguardi, con la voce.
Aveva ragione. E non sapevo cosa rispondere.
***
Alla fine per linverno riuscii a comprarle un giubbotto chiedendo i soldi a Marco. Lui accettò, ma a condizione di non ricevere richieste di anticipo sul mantenimento il mese successivo. Accettai. Quando Paolo vide il giubbotto nuovo, si strinse le labbra.
Quindi lex i soldi li trova. Ma per la nostra famiglia non cè mai abbastanza.
È per Giulia.
Capito. Per lei li tira fuori. Per la casa mia, invece, devo pensarci io.
La discussione si chiuse con lui a volume alto davanti alla TV, a ignorarmi. Lo faceva per punirmi: silenzio ostinato, muto. Poi, dopo un giorno o due, tornava come niente fosse, ed io mi godevo qualche giornata di respiro.
E così passò linverno. Giulia cominciò la quinta superiore. Studiava tanto, quasi sempre chiusa in camera. Quando entravo da lei, la trovavo sui libri, pallida e gli occhi cerchiati.
Mangi normale? chiedevo.
Sì.
Forse ti servono vitamine? Le compro io.
Lascia stare. Paolo ricomincia con le storie dei soldi.
Giulia aveva iniziato da poco a chiamarlo solo Paolo, con un filo di sarcasmo che mi feriva.
In primavera proposero una gita di classe a Firenze. Tre giorni tra musei e teatri. Costa seicento euro. Giulia tornò a casa con gli occhi lucidi.
Mamma, posso andare? Vanno tutti.
La guardai. Sapevo che non potevo dirle di no. Da due anni si era rinchiusa, non usciva quasi con i coetanei, subito dopo scuola tornava. Quella gita poteva essere la sua boccata daria.
Certo che vai, le dissi.
La sera, dopo cena, trovai il coraggio.
Paolo, a scuola propongono una gita a Firenze per i maturandi.
Non alzò nemmeno lo sguardo dal telefono.
E quindi?
Dovremmo trovare seicento euro.
Posò il telefono, mi fissò con quel suo sguardo lungo, pesante.
Seicento euro per una gita?
Tre giorni, con albergo e pasti, e un bel programma culturale.
Martina, siamo a maggio. In estate dovremo pagare il condominio, le tasse sulla casa. Tu volevi anche andare al mare.
Non ci andrò. Giulia va, noi ci riposiamo qui.
Ah, quindi per far contente tua figlia dobbiamo sacrificare tutto? Siamo sicuri che capisce il valore dei soldi?
Giulia è molto matura.
Sì, così matura che neanche ringrazia quando pago la luce o lacqua che usa.
Sentii ribollire la rabbia, lenta e vischiosa. Volevo gridargli che Giulia viveva in tensione, che aveva paura ad attraversare la casa per non incontrarlo, che mangiava quasi niente a cena per non dare adito a nuove allusioni sulle spese. Volevo dirgli che era lui a rendere la casa invivibile per una ragazzina. Ma tacqui. Ogni parola si sarebbe ritorceva contro me.
Chiederò a Marco, dissi, piatta.
Fallo pure, scrollò le spalle e tornò al telefono.
Uscii sul balcone, mani che tremavano. Guardai le luci della notte romana e pensai a quanto fosse umiliante chiedere soldi per mia figlia. Avevo un lavoro, uno stipendio, ma tutto confluisce nel magico bilancio familiare. E quando serviva qualcosa per lei, sempre la stessa trafila di scuse, richieste, spiegazioni.
Quando mi sposai con Paolo parlò di equità, di rispetto reciproco. Propose lunione dei conti: Siamo una famiglia, perché dividere?. Mi sembrò logico, ma presto mi accorsi che il controllo era solo suo. Ogni spesa doveva essere approvata. Ogni scontrino mostrato. Se qualcosa non rientrava nei suoi parametri, via con i predicozzi sul peso che aveva sulle spalle.
Giulia uscì fuori poco dopo.
Mamma, davvero non farmi andare. Non ne vale la pena.
Tu andrai, le dissi. Ci andrai per forza.
***
I soldi per la gita li presi da una collega dellufficio. Lucia accettò subito, dopo una lunga pausa gentile.
Ma Martina, scusa, non è tuo marito che guadagna bene? Cosa succede?
Niente. È solo un momento difficile.
Non volevo confidarmi. Non volevo che qualcuno mi compatisse, né sentirmi consigliare la separazione. Mi terrorizzava lidea del divorzio. Dove sarei andata con Giulia? Affittare un monolocale col mio stipendio da impiegata di magazzino per la Deltacom? Tornare nel monolocale ammobiliato di una volta?
No. Dovevo resistere. Passare la nottata. Giulia avrebbe finito la scuola, magari avrebbe trovato più autonomia. E forse Paolo sarebbe cambiato, senza una figlia a ricordargli ogni giorno la mia vita passata.
Giulia partì per Firenze allinizio di giugno, tornò dopo tre giorni raggiante, piena di aneddoti sugli Uffizi, il teatro, le passeggiate per il centro. Mi fece piacere vederla così viva.
Paolo ascoltava di sfuggita e appena finì le disse:
Spero abbia capito il valore di questi viaggi.
Non risposi.
Lestate passò tranquilla. Niente mare. Paolo andò due volte a pescare con amici, io presi ferie e stetti a casa. A volte portavo Giulia al parco a mangiare un gelato. Erano i momenti più sereni.
In autunno iniziò lultimo anno. Decise di iscriversi al corso di formazione per maestra dasilo. Io la incoraggiai, pur sapendo che non era il mestiere meglio pagato. Ma Giulia aveva sempre amato i bambini.
Una sera, verso novembre, Paolo mi disse:
Stavo pensando, forse Giulia potrebbe trovarsi un lavoretto.
Alzai lo sguardo dal piatto.
Studia. Fa la maturità.
E allora? Cè chi lavora e studia. Oramai è grande, diciassette anni. Potrebbe contribuire anche lei alle spese.
Paolo, a primavera ha gli esami. Deve prepararsi.
Capito. Ma mantenere gratis una quasi adulta non è giusto.
Lo fissai a lungo. Mi sentivo vuoto, prosciugato.
Non è una donna adulta. Ha diciassette anni. Ed è qui perché è mia figlia.
Appunto, annuì. Tua figlia. Non la mia. Ecco perché mi domando perché devo occuparmi io del suo mantenimento.
Giulia, uscita dalla stanza, aveva sentito tutto.
Posso lavorare quando vuoi, disse piano.
No, replicai secca. Tu devi studiare.
Non voglio essere un peso, mamma.
Non lo sei, la presi per mano. Vieni via con me.
Ci rifugiammo sul balcone. Lei si chiuse nella giacca.
Mamma, se serve lavoro un paio dore come cameriera, come fanno le altre. Ce la farò.
Devi studiare.
Ce la faccio per tutto, mamma.
Giulia, vedo quanto fatichi qui dentro. Devi finire la scuola e costruirti un futuro. Questo conta.
E poi? Sarò sempre di troppo.
Non dire così.
Ma è vero. Lui non mi vuole qui. E io non sopporto vivere dove non mi desiderano.
Restai in silenzio, perché aveva ragione.
***
Linverno portò nuovi problemi, questa volta a tavola.
Come sempre cucinai il solito: pollo al forno, patate, insalata. Seduti in tre. Giulia prese una porzione minuscola, io poco di più. Paolo si fece un piatto abbondante. Dopo un po guardò Giulia.
Non hai fame, oggi?
Sì, solo poca.
Mica non ti piace come cucina tua madre?
Cucina bene, solo non ho molta fame.
È strano. Alla tua età tutti hanno appetito.
Capivo dove voleva andare a parare.
Giulia ha mangiato a scuola, intervenni.
Ah, la mensa scolastica. Paghi tu, vero?
Sì, con i miei soldi. Quello che mi resta per le spese quotidiane.
Ah, le tue piccole spese. Chissà perché a me non resta mai niente, tutto finisce tra casa, bollette e la spesa.
Giulia si alzò.
Devo andare a lavare i piatti.
Parecchio da pulire, eh? commentò Paolo sotto voce.
Quando uscì, mi avvicinai a lui.
Era necessario davanti a lei?
Che cosa?
Umiliarla così.
Paolo si appoggiò, stanco, sulla sedia.
Martina, sono stufo. Mi sembra di essere in debito continuo in casa mia. Di non poter dire le cose come stanno.
Che cose, scusa?
Che metti sempre tua figlia prima. Che qualsiasi discusione gira intorno a lei. Che non possiamo permetterci niente, perché ogni centesimo viene investito per lei.
Non è vero.
Invece sì. Ma tu non lo vuoi vedere.
Raccolsi i piatti. Le mani tremavano. Andai in cucina, dove Giulia stava lavando in silenzio. Non si voltò nemmeno quando la chiamai piano. Le misi una mano sulla spalla, lei si divincolò.
Basta mamma.
Ti prego, scusalo. È solo stanco.
Basta giustificarlo, si voltò, gli occhi bagnati. Sai benissimo che non sono benvenuta. E tu lo sai. Ma non fai nulla.
Non posso, sentii le lacrime salire. Non ho due stipendi. Possiamo permetterci al massimo una stanza. E basta.
Meglio la stanza di questa prigione, disse asciugandosi le lacrime. Meglio qualsiasi cosa che sentirmi sempre indesiderata.
Uscì sbattendo la porta. Rimasi appoggiata al lavandino, guardando i fiocchi di neve che cadevano, soffici e silenziosi. Là fuori, chissà quante famiglie avevano ancora rispetto, mentre la mia si era ridotta a una lotta continua per qualche euro e una manciata di serenità.
Quella notte, uscita a fumare, capii che Giulia aveva più coraggio di me. Lei vedeva già una via duscita, mentre io non facevo altro che giustificare.
Essere madre, pensai. Che significa? Proteggere un figlio. Ma se sono io la prima a non esserci riuscita, come potrò mai recuperare la fiducia di mia figlia?
***
La primavera dellultimo anno fu tutta esami. Giulia studiava chiusa in camera, io le portavo tè e panini. Paolo, quasi sorprendentemente, in quei mesi sembrava cambiato. Non attaccava, non parlava di soldi. Mi illusi che forse qualcosa fosse migliorato, che magari stavamo superando una tempesta.
Lei passò bene gli esami ed entrò al corso di formazione per linfanzia. Ottenne anche un posto in convitto. Era felice; io invece capivo che era semplicemente una fuga.
Quando Giulia annunciò che si sarebbe trasferita, Paolo fu addirittura sollevato.
Decisione intelligente, disse. Un po di autonomia fa bene.
Dentro di me si lacerava qualcosa. Mia figlia se ne andava a diciottanni, non perché dovesse, ma perché respirava laria di non essere mai la benvenuta in quella casa. E io, come madre, avevo fallito a proteggerla.
Mammina, non stare male, mi disse abbracciandomi. Tornerò nei weekend.
Certo, sorrisi io. Sempre.
Mentre preparavamo il vecchio borsone, ogni vestito sembrava pesare come piombo. Insistevo per darle la coperta buona.
Prendila, che lì fa freddo.
Ce nè già, mamma.
Porta la mia comunque, e la infilò nel borsone.
Paolo lavorava il giorno del trasloco. Chiamai un taxi, la aiutai a sistemare tutto nella nuova, piccola stanza a quattro letti, mobili vecchi, pareti scrostate.
Va benissimo così, mamma, disse Giulia guardando attorno.
Mi sedetti un po con lei, in silenzio. Mi prese la mano.
Grazie di tutto.
Ma cosa dici? Io non ti ho dato una vera famiglia.
Mi hai dato il massimo che potevi. Non è colpa tua.
Invece sì. Sono stata io a portarlo nelle nostre vite.
Volevi solo che ci sentissimo più al sicuro. Lho capito.
Quando uscì, le promisi che sarei chiamata ogni sera, che casa sarebbe rimasta casa sua. Ma lo sapevamo entrambe: non era vero.
***
Le prime settimane senza Giulia furono surreali. Casa e lavoro, cena e TV. Paolo era più sereno, quasi tenero: Adesso finalmente la casa è solo nostra, abbiamo più libertà, più soldi.
Annuii, ma dentro ero vuoto.
Chiamavo Giulia tutte le sere. Si limitava a risposte brevi, senza freddezza, ma quasi impersonali. I primi sabati aspettavo che tornasse. Ma lei aveva impegni, o semplicemente stava meglio lì.
Una volta Paolo mi disse:
Martina, posso usare la stanza di Giulia come studio?
Lo guardai.
È la sua stanza.
Formalmente. Ma non torna mai. Almeno metto la scrivania, il computer.
No.
Perché?
Perché tornerà a casa per le feste.
E allora dormirà sul divano.
Uscii, chiudendo la porta, a fumare. Paolo mi seguì.
Non fare così.
Lascia stare la sua stanza.
Martina, è grande. Non tornerà più. Sposerà uno, prenderà casa, non vedi che ormai la sua vita è altrove?
Non risposi: sapevo che aveva ragione.
***
Ottobre fu un mese di pioggia e silenzio. Paolo spesso fuori per lavoro, io sempre più muta. Giulia telefonava poco a poco meno, era ovvio che si staccava. E mi faceva male, ma era giusto.
Una sera, entrai nella sua stanza. Tutto in ordine: il copriletto che avevamo scelto anni prima; in un cassetto le sue vecchie penne e una molletta a forma di farfalla che teneva da bambina. La presi in mano: era fredda, tagliente come la nostalgia.
Non sentii Paolo entrare.
Nostalgia?
Solo un po.
Lui sospirò e riprese il discorso dello studio. Mi opposi ancora. Mi fissò irritato.
Martina, questa è casa mia. Ormai Giulia è grande, va avanti, è ora che lo capisci anche tu.
Uscii dalla stanza, scossa.
Quella notte, in balcone, mi chiesi: se ho un lavoro, qualche risparmio, potrei trovare una stanza da sola. Ma la paura del giudizio, della solitudine, dellincognito era ancora più grande della voglia di libertà.
E la paura peggiore, la più segreta, era che forse senza questa tensione avrei provato sollievo. E quel sollievo mi avrebbe fatto sentire traditrice della mia famiglia.
***
A novembre, Giulia tornò a sorpresa. Mi emozionai, mi precipitai a cucinare. Paolo guardava la partita.
Oggi cè Giulia, lo avvisai.
Sì, va bene.
Mia figlia entrò: stava bene, occhi più lucidi, quasi ingrassata.
Tutto bene? Comè la scuola?
Stanca, ma bene.
Passammo il pomeriggio insieme, io felice di chiacchierare come non succedeva da mesi.
Paolo fece un saluto freddo e tornò al suo calcio. Dopo cena, Giulia andò in camera sua. Mi preoccupai che fosse triste.
Solo stanca, mamma. Dormo qui stanotte?
Ma certo! La tua stanza è qui.
Dopo cena Paolo domandò sottovoce:
Resta qui a lungo?
Solo fino a domani mattina.
Meglio così.
La solita rabbia amara mi salì dentro.
È tua figliastra, Paolo.
Sulla carta.
Potresti almeno rispettarla.
La rispetto, per questo non le dico in faccia tutto quello che penso.
Schiacciata da tutta quella violenza silenziosa, uscii in balcone a fumare. Piangevo ormai senza più voce.
Giulia venne da me.
Vado via domattina, mamma.
Resta ancora.
Non riesco. Qui è troppo pesante.
Scusami, perdonami tutto.
Non devi scusarti. Capisco che cercavi solo una famiglia. Ma lo capisci, mamma, che ormai è una tua scelta? Ogni giorno scegli lui.
Non posso semplicemente andarmene.
Sì, che puoi. Solo che hai paura.
Abbassai la testa, mortificata. Lei mi tenne tra le braccia.
Se resti con lui, perderai me. Non ce la farò più a tornare qui. E nemmeno a sentirti davvero.
Non so cosa fare.
Nessuno lo sa, mamma. Ma pensa almeno a quello che vuoi davvero. Pace o felicità. Sono due cose diverse.
***
Al mattino se ne andò. La accompagnai alla porta, la abbracciai.
Scrivimi quando arrivi.
Lo farò.
E torna, davvero.
Vedremo, disse con una tristezza negli occhi che sapeva daddio.
Entrai nella sua stanza, presi la molletta a forma di farfalla. Pace o felicità, sono due cose diverse, risuonavano le sue parole.
Per tanti anni, dopo il divorzio, ho inseguito la pace. Un uomo che non beve, una casa tranquilla, un po di stabilità. Ma a quale prezzo? Tre anni della mia vita, tre della sua. Gli anni in cui Giulia avrebbe dovuto sentirsi amata li ha passati come un peso, sempre in tensione.
E io lo vedevo, ma rimanevo. Troppa paura della miseria, della solitudine, del giudizio. Ma a che serve avere uno accanto quando hai buttato via anni di felicità del tuo unico vero amore: tua figlia?
Paolo entrò mentre stavo lì.
È andata via?
Sì.
Bene. Ora posso sistemare lo studio.
No, dissi.
Come no? Ne abbiamo già parlato.
No, non ne parliamo più. Basta.
Non capisco. Sei aggressiva.
Sono stanca. Stanca di questa storia, di dover stare zitta ogni volta che parlo di mia figlia, di sentirmi sbagliata perché la metto al primo posto.
Non ho mai detto che è di troppo.
Lhai detto. Ogni santo giorno. Magari non a parole, ma lhai fatto.
Bene. Dimmi la verità. Che vuoi?
Voglio che non mi controlli su ogni spesa, che possa comprare qualcosa a mia figlia senza rendertene conto. Voglio rispetto.
Io guadagno di più, ho il diritto di sapere dove finiscono i soldi.
Anchio lavoro.
Ma non sei indipendente.
Non lo sono stata, fino ad ora. Ma adesso sì.
Che significa?
Che me ne vado.
Rise, ma senza gioia.
Te ne vai dove? In una stanza? Sei abituata adesso, non sai più stare da sola.
Aveva ragione, la paura cera. Ma forse mi venne il dubbio la vera paura era di riscoprire una tranquillità perduta.
Forse. Ma ci penserò, mormorai.
Mi trasferii in cucina, posai la farfalla sul tavolo. Ora Giulia era davvero volata via. Non perché era diventata adulta. Ma perché io, sua madre, non ero stata capace di difenderla. Avevo barattato quella leggerezza per unidea falsa di sicurezza.
Porterò il senso di colpa per tutta la vita, pensai. Che resti o meno con Paolo, Giulia ormai è cresciuta sentendosi fuori posto. Sapendo che ho scelto lui, non lei.
Forse è tardi per recuperare. Ma posso almeno provarci, ora.
***
Passarono altre settimane di silenzi. Paolo sembrava aspettare che mi ricredessi. Io non lo facevo, ancora bloccata dalla paura. Giulia telefonava raramente, e la sua voce era distante.
A dicembre venni a sapere tramite una collega che si liberava un monolocale economico. Presi il numero, lo misi in un cassetto. Non chiamavo, ma sapere di avere una via duscita mi dava coraggio.
Una sera, prima di Natale, Paolo mi propose:
Perché non andiamo in vacanza? Sharm El Sheikh costa poco, riposiamo.
E Giulia?
Cosa centra? È grande ormai, non viene. E poi non chiama neanche.
Forse a Natale torna.
Martina, è ora che accetti che tua figlia è adulta. Non è più il centro della tua vita.
Annuii, ma dentro sentivo solo vuoto. Non volevo simulare allegria accanto a un uomo che mi aveva tolto il rispetto di me stessa.
Non risposi. E la notte, sola sul balcone tra i fiocchi gelidi, mi chiesi: cosa voglio davvero? Restare qui o costruire una vita diversa, senza paure, con la speranza di riavvicinarmi a mia figlia?
So solo che così non poteva andare avanti. Qualcosa doveva cambiare. O mi sarei spezzata.
***
A Capodanno Giulia mi chiamò.
Auguri mamma!
Tesoro mio! Dove sei?
A festeggiare con le ragazze della scuola.
Buon divertimento!
Mamma, ti voglio bene. E voglio che tu sia felice.
Lo sono.
No mamma, non sembri felice. Ma ricordati: puoi sempre ricominciare. Anche a quarantanni. Anche sola.
Grazie, amore.
Devo andare, ti bacio.
Ti bacio anchio.
Misi giù il telefono. Tirai fuori dal cassetto il numero della signora del monolocale. Paolo rideva in salotto davanti al solito programma televisivo. Solita vita.
Ma qualcosa, dentro di me, si era sciolto. Forse stare da sola non è la fine del mondo, ma unoccasione. Forse non è un dramma ripartire da capo in piccolo, ma libera. Dove Giulia possa davvero tornare, sentirsi la benvenuta.
Non lo so se avrò il coraggio di andare via. Non so se Giulia mi perdonerà. Ma per la prima volta, sentii una speranza tiepida.
Presi la molletta a forma di farfalla e la posai sullabat-jour nella camera vuota di Giulia.
Perdonami, sussurrai. Farò il possibile ora, giuro.
Era poco, era fragile. Ma era qualcosa.
E forse, bastava per muovere il primo passo.



