L’àncora è riemersa

Lancora è emersa

Fu un novembre che arrivò senza avvisare, quello. Non poco a poco, come era sempre successo, con i platani che prima ingiallivano nel cortile, poi le notti via via più fredde, e le piogge che si allungavano e scurivano. No, quellanno novembre si presentò tutto insieme: in un giorno solo, si svegliò Lucia Federica Montanari, guardò fuori dalla finestra e cera già tutto quanto lei detestava il cielo grigio senza aperture, lasfalto bagnato, gli alberi che sembravano strizzati fino allultima linfa.

Aveva quarantasette anni. Quarantasette, e stava in cucina, in vestaglia di flanella, mescolando la minestra e ascoltando, dallaltra stanza, la voce di Vittorio che parlava al telefono. Aveva una voce bassa, da affari. Così parlava solo con chi contava: soci, clienti, a volte superiori. Con lei, era diverso: più morbido, più breve. Talvolta, niente parole.

Era una minestra di pollo. Lucia tagliava le carote a piccoli cubetti, perché Vittorio non sopportava i pezzi grossi, controllava che le patate non scuocessero e pensava di non dimenticare di mettere a asciugare le sue camicie dalla lavatrice. Le preferiva chiare, di cotone. Bisognava toglierle subito, per non farle sgualcire. Lo sapeva a memoria, come la tavola pitagorica.

Vittorio aveva cinquantadue anni. Era direttore commerciale di una società di costruzioni, la CostruItalia. Il lavoro era buono, lo stipendio rispettabile, le trasferte rare. Da otto anni Lucia gli curava la casa: dapprima solo aiutava, poi man mano aveva preso in mano tutto, finché smise di accorgersi che lo faceva da sola. Succede, a volte: prendi un pezzetto della vita di qualcun altro, poi un altro, e poi ti volti e della tua non resta quasi più niente.

In passato, aveva lavorato in ambito finanziario. Capo contabile in uno studio di revisione, poi aveva cominciato ad avvicinarsi allanalisi, frequentava corsi fiscali, leggeva riviste del settore. Ma quando si erano messi insieme e avevano iniziato a convivere, aveva dovuto tagliare le ore per via dei viaggi di lui, poi mollare del tutto: lui era stato promosso, si erano trasferiti in un altro quartiere, andare al vecchio lavoro era diventato complicato. Lucia si era detta che avrebbe trovato qualcosa di più vicino. Non lha trovato. Passò un anno, poi un altro, finché smise di capire dove fosse tornare e, ancor più, perché avrebbe dovuto.

La conversazione telefonica oltre la parete terminò. Lucia abbassò il fuoco sotto la minestra e mise il coperchio. Vittorio entrò in cucina e si fermò davanti al frigo. Non si sedette, come dabitudine, non cercò la tazza. Rimase lì, fermo, a guardarla.

Lei si voltò.

Aveva lespressione che Lucia aveva visto solo poche volte in vita sua, sempre prima di qualcosa di importante. Non era rabbia. Era una calma risoluta, per questo tanto più spiacevole.

Lucia, dobbiamo parlare.

La minestra sarà pronta tra dieci minuti.

Non è per la minestra.

Lucia sistemò il cucchiaio. Si voltò verso di lui. Dal buio oltre il vetro della cucina il lampione proiettava una macchia gialla e opaca sullacqua che colava sulla finestra.

Ti ascolto.

Vittorio prese tempo. Quando aveva da dire qualcosa di serio, faceva sempre così: si fermava, come a scegliere lordine delle parole. Una volta, lei trovava questa sua precisione rassicurante. Ora, attendeva senza emozioni.

Me ne vado. Non per lavoro. Per sempre.

Nella pentola qualcosa sobbolliva piano.

Capito, disse Lucia.

Non hai capito. Voglio spiegare.

Non devi spiegare.

Lucia, sarà meglio per tutti e due se lo dico chiaramente. Sei diventata per me un’ancora. Capisci cosa intendo? Non in senso brutto, tu sei una donna buona

In quale senso si dice ancora, se non in negativo?

Tacque.

Tu mi tieni fermo. Non cresco più. Torno a casa e trovo sempre la stessa cosa: minestra, camicie, un telefilm, le tue domande su come è andata la giornata.

E sarebbe male?

Non è quello di cui ho bisogno adesso. Hai capito? Mi serve altro. Unaltra aria. Unaltro livello.

Lucia fissava la macchia gialla fuori dal vetro. Poi di nuovo lui.

Un altro livello, ripeté. Non era una domanda.

Cè unaltra persona. Non la conosci.

Una collega?

Sì, si occupa di investimenti. Brillante, attiva. Noi

Basta, disse Lucia.

Non volevo finisse così.

Ma così è stato.

Non è colpa tua, Lucia. Sono io che sono cambiato. Ho bisogno di altro.

Hai già detto. Altro respiro, altro livello, altra persona. Capito. Quando prendi le tue cose?

Vittorio sbatté gli occhi, non si aspettava una risposta simile.

Pensavo magari questo fine settimana. Se ti fa comodo.

Puoi domani. Io sarò al mercato dalle tre alle cinque. Lascia la chiave sulla mensola allingresso.

Luc

Ora spengo la minestra. Serviti, se vuoi.

Prese lasciugamano, si asciugò le mani ed uscì dalla cucina. Entrò in camera da letto. Chiuse la porta piano, senza rumore, solo il clic della maniglia. Si sedette sul letto. La stanza era la stessa di sempre: i comodini ai lati, la lampada nellangolo, la giacca di lui sulla spalliera della sedia. Eppure qualcosa era diverso. Come se i mobili si fossero spostati di mezzo centimetro, abbastanza da far percepire allo sguardo che qualcosa stonava, senza capire cosa.

Lucia rimase a lungo così. Le mani in grembo, perfettamente tranquille. Sentiva freddo, là sotto le costole, quel gelo compatto che provi dopo ore al vento, quando il freddo penetra fino in fondo. Non un dolore pungente. Più un peso sordo, invadente.

Dalla cucina non provenivano suoni. Più tardi, lo sbattere della porta dingresso.

Non pianse. Aveva quarantasette anni, e non pianse.

La mattina dopo, Lucia si alzò alle sei e mezza. Si lavò il volto, preparò il caffè, lo sorseggiò in piedi alla finestra. Il cortile era vuoto e lucido di acqua. Un piccione era appollaiato sul bordo della giostra del parco giochi e fissava una pozzanghera, assorto come se pure lui stesse rimuginando qualcosa. Lucia lo guardò a lungo.

Poi si dedicò ai piatti.

Li lavò in modo meticoloso, molto più del necessario, sfregando più volte ogni tazza, verificando che il bordo non avesse aloni. Quella di lui stava a parte, grande, blu scura, con una scritta bianca ormai consumata. Lucia la prese tra le mani. Della scritta si leggevano solo poche lettere. La rimise al suo posto, con le altre.

Quel giorno non andò al mercato dalle tre alle cinque. Non uscì affatto. Rimase sulla poltrona in soggiorno, fissando la parete, e dentro provava quel senso di pietrificazione: non dolore, non sollievo, solo unimpaccatura come se dentro avesse cemento. I pensieri giravano a vuoto, senza arrivare a nulla. Otto anni. Minestra. Camicie. Ancora. Altro livello. Altro respiro.

La sera, arrivò una rabbia quieta. Non rabbia che grida. Una rabbia che resta come brace sotto la cenere, che scalda a lungo.

Vittorio venne a riprendersi le sue cose il venerdì. Lucia non cera: era andata apposta da Teresa, unamica che non vedeva da un anno e mezzo. Teresa apparecchiò il tè, portò una crostata, guardò Lucia e le disse:

Racconta.

Ora no, rispose Lucia.

Quando?

Non lo so. Quando ci sarà qualcosa da raccontare.

Teresa non insisté. Rimasero insieme per tre ore a parlare di tuttaltro: dei figli di Teresa, dei lavori di casa, di quel nuovo mercato vicino al centro dove si trovavano formaggi artigianali ottimi. Quando Lucia se ne stava andando, Teresa labbracciò nellingresso.

Quando vuoi, chiama.

Lo farò, rispose Lucia.

A casa, sulla mensola dellingresso, trovò la chiave di Vittorio. La tenne un attimo in mano, poi la mise nel cassetto della scrivania. Si affacciò in camera: la giacca sulla sedia non cera più. Sul suo comodino solo il segno scuro lasciato dalla lampada che lui si era portato via.

Lucia si fermò a fissare quella macchia.

Poi andò in cucina e gettò la tazza blu.

Per le prime settimane visse a sufficienza. Mangiare abbastanza, dormire abbastanza, uscire almeno una volta al giorno. Non di più. Qualcosa dentro procedeva al minimo, custodendo energie. Nemmeno sapeva se doveva arrabbiarsi oppure lasciarsi andare, perdonare o aggrapparsi al torto subito. Quelle domande sembravano estranee, prese da vite altrui.

Ma iniziò a riordinare. Prima le sue cose dimenticate da lui: un paio di libri, un vecchio ombrello, qualche attrezzo sotto il lavandino. Poi le sue: scatole nei ripiani alti, cartelle negli armadi. Tra queste, sotto polvere di vecchie bollette e riviste, trovò le sue agende di lavoro. Tre quaderni spessi, pieni di appunti ordinati: schemi di corsi di analisi finanziaria, estratti di norme fiscali, esempi di bilanci.

Sfogliò uno di questi. Il segnalibro era ancora nella sezione su analisi dei crediti: quando unazienda controlla quanto le devono e capisce se quei crediti sono veri o solo sulla carta. Lucia lesse le sue stesse note. La grafia era la sua, ma sembrava quella di unaltra: netta, precisa, senza ghirigori. Non sapeva riconoscersi in quella mano. O forse, invece, era proprio sé che ritrovava: quella di prima.

Chiuse il quaderno. Lo ripose. Andò a letto.

Quella notte pensò ai soldi. Ai suoi soldi: erano pochi, risparmi di anni di convivenza; Vittorio aveva sempre tenuto le redini delle finanze domestiche, lei gestiva solo le spese. Per lessenziale aveva qualcosa da parte, ma non un reddito proprio ormai da sei anni. Lappartamento era suo, ereditato dalla madre, lunica certezza solida. Ma occorreva vivere. E vivere, comunque, in qualche modo, andava fatto.

La mattina dopo, tirò fuori i quaderni dagli scaffali alti. Li mise sul tavolo, accese il portatile. La prima cosa che cercò fu: requisiti revisore Italia 2024.

La pagina si aprì. Lucia lesse lenta, dallinizio.

Il settore finanziario era cambiato. In sei anni i modelli erano nuovi: standard di bilancio diversi, normative aggiornate, programmi informatici mai sentiti. Lucia cominciò a misurare la distanza tra quello che sapeva e quanto era richiesto ora. La distanza era notevole. Non però un baratro.

Siscrisse a un corso di riqualificazione. Pagato, tre mesi, con esame e attestato finale. Le lezioni erano serali, online, tre o quattro ore, quattro volte a settimana. A fine novembre trovò lavoro come contabile in una piccola ditta che aveva bisogno di braccia più che di curriculum: stipendio minimo, mansioni semplici, ma numeri veri sotto gli occhi ogni giorno. Essenziale.

Teresa la chiamò a dicembre.

Come va?

Lavoro, disse Lucia.

Davvero? Dove?

Non importa. Poi racconto.

E tu, come stai? Non solo il lavoro, intendo.

Lucia ci pensò su.

Occupata, disse. Aiuta.

Loccupazione era reale. Si alzava alle sei e mezza, alle otto era già in ufficio, fino alle sei sistemava scartoffie, la sera seguiva le lezioni al pc. Andava a letto alluna, talvolta più tardi. Dormiva male: la mente continuava a lavorare anche nel sonno, rielaborando numeri, modelli, regolamenti. Più di una volta si svegliava alle tre con unidea chiara su una scrittura contabile, restava sdraiata finché il pensiero si scioglieva.

Perse quattro chili nel primo mese, senza volerlo. Dimenticava di mangiare, si limitava a mordere qualcosa, in piedi davanti al frigo, perché sedersi a cucinare era tempo, e il tempo non bastava. Una sera si ritrovò a sgranocchiare grissini su un manuale e pensò che prima non avrebbe mai fatto una cosa simile.

Prima, avrebbe pensato alla sua minestra di lui.

Ma quel pensiero non era amaro. Contava e basta. Fero come una riga su un bilancio.

A gennaio superò il primo esame intermedio: novantuno su cento. Il docente commentò: Ottima base, si vede lesperienza. Lucia rilesse la nota due volte. Non era particolarmente lusinghiera, ma era la prima volta da anni che veniva valutata per ciò che sapeva fare nel lavoro, non nella cura della casa o nel servire il caffè. Era altro.

Stampe il risultato e lo attaccò al muro sopra la scrivania.

A febbraio, la piccola ditta entrò in crisi: il proprietario non riusciva più a tenersi i locali, ormai era certo che in pochi mesi avrebbe chiuso. Lucia non aspettò. Scrisse il curriculum: onesto, ben fatto, con quei sei anni di buco che non nascondeva, ma spiegava come pausa per motivi personali. Riqualificazione in corso su analisi finanziaria e revisione. Così era, in effetti.

Al primo colloquio non andò bene. Le chiesero subito del buco, Lucia rispose senza filtri. La responsabile HR la guardò con quellespressione di cortesia che vuol dire solo grazie, la chiameremo. Una settimana dopo ricevette il rifiuto.

Il secondo colloquio fu migliore. Meno domande sullinterruzione, più casi pratici. Lucia rispose precisa, numeri e dettagli. Le proposero lincarico di analista finanziario presso Horizonte Capital, una società dinvestimenti di media dimensione, prova tre mesi. Lo stipendio era il doppio di prima.

Accettò.

Horizonte Capital gestiva portafogli: in parole povere, investiva in varie aziende, le monitorava, decideva se proseguire, vendere, risanare. Lucia fu assegnata al controllo finanziario. Il suo diretto superiore era Domenico Andrea Rinaldi, uomo di circa quarantacinque anni: essenziale, severo; tipo che non spiega due volte, non loda se non serve.

La prima settimana sbagliò un conteggio due volte entrambe le volte si accorse da sola prima che lerrore uscisse. Rinaldi notò.

Controlla sempre?

Sempre, rispose lei.

È una buona abitudine, disse lui, andandosene.

Fu il loro primo scambio degno di nota. Lucia lo giudicò positivo.

Il lavoro era faticoso, ma nel modo giusto. La tirava su, come una salita in montagna: le gambe pesano, ma è fatica produttiva. Ogni giorno imparava strumenti nuovi, modelli, regole di bilancio. Le lezioni serali erano utili; spesso ciò che studiava la sera serviva la mattina, o viceversa: un caso pratico di lavoro illuminava una teoria.

Le notti insonni divennero abitudine. Se alle due non prendeva sonno, si sedeva al tavolo e studiava. Poi tornava a letto. Talvolta si addormentava subito, talvolta no, ma almeno era un pensare produttivo. Meglio così che fissarsi su ciò che non cera più.

Vittorio chiamò una sola volta, alla fine di febbraio. Lucia vide il suo nome comparire sullo schermo e lo fissò qualche secondo. Poi rispose.

Pronto?

Lucia. Come stai?

Bene. Che succede?

Niente. Solo volevo sapere.

Adesso sai. Sto bene.

Lavori?

Sì.

Mi fa piacere. Sul serio.

Vittorio, sono occupata. Arrivederci.

Chiuse la chiamata. Rimase seduta un minuto. Poi accese il portatile.

A marzo superò lesame finale del corso: novantasei punti. Ricevette il certificato, lo mise in una cartellina con il primo risultato. Li mise uno accanto allaltro. Novantuno. Novantasei. La crescita era poca, ma era costante.

Rimessi via.

Sul lavoro la inserirono in organico prima del previsto: dopo due mesi e mezzo, anziché tre. Rinaldi glielo comunicò secco, senza fronzoli:

Montanari, siete confermata in organico dal primo, stipendio nuovo.

Chiaro. Grazie.

Di niente, lavorate.

E lei lavorava.

Ad aprile, Lucia si accorse di non pensare più a lui ogni giorno. A volte lo notava quasi per caso, come quando ci si accorge che non ha piovuto per giorni solo guardando allindietro. Era diventato come una vecchia pagina di agenda: cera, ma era voltata, e lagenda andava avanti.

La rabbia era rimasta. Non svaniva, e Lucia sapeva che non sarebbe mai sparita del tutto. Ma aveva cambiato forma: era diventata qualcosa di piatto, solido, sistemato fra le costole, non ostacolava il respiro. Aveva imparato a usarla: quando era stanca, quando voleva fermarsi, la rabbia sussurrava no, piano ma certo. E non si fermava.

In estate, Horizonte Capital avviò una grande ristrutturazione interna. Davano nuove deleghe, ricollocavano figure, creavano posti. In controllo finanziario si liberò la posizione di analista senior. Rinaldi glielo disse di persona.

È pronta a più responsabilità?

Sì.

Ne è sicura?

Ho già deciso: sì.

Lui annuì.

Bene. Faccia una presentazione sul portafoglio Italia Est. Consiglio direttivo, tra una settimana.

Lucia ci lavorò quattro notti. Dormì cinque ore a notte. Mangia quando capitava. Rifaceva la presentazione da capo, non perché la precedente fosse sbagliata, ma perché vedeva come renderla più precisa, più concisa, più convincente. Lultima notte, alle due ancora sistemava ogni numero.

Al mattino, caffè, giacca grigia, la cartelletta.

La presentazione durò venti minuti, domande per altri quaranta. Rispose sempre a braccio, perché conosceva tutto a memoria. Uno dei direttori, un anziano dagli occhi attenti, le pose tre interrogativi di fila, senza tregua. Rispose a tutti.

Più tardi quello, parlando con Rinaldi sottovoce, la guardò. Rinaldi non aggiunse nulla.

La promozione ad analista senior arrivò tre giorni dopo.

In autunno si verificò, da Horizonte Capital, ciò che chiamavano acquisizione strategica. Lazienda stava valutando due o tre società di costruzioni in crisi, piccole ma con buoni asset; in pratica: qualcuno aveva gestito male, era caduto nei debiti e ora la holding poteva comprarlo a buon prezzo, risanarlo, tenerlo nel portafoglio o rivenderlo. Lucia curava le analisi di alcune candidate.

Tra queste cera la CostruItalia.

Videro quellintestazione e per qualche secondo le mancò il fiato. Poi riprese a leggere.

CostruItalia stava messa male. Lucia studiò i bilanci con calma e precisione. Negli ultimi due anni, i debiti erano aumentati, i ricavi crollati, i principali clienti passati alla concorrenza. La gestione aveva fatto una serie di scelte sbagliate: investimenti falliti, prestiti a condizioni gravose, occasioni perse sui bandi pubblici. Era unazienda viva, ma in picchiata.

Lucia compose la sua relazione: asciutta, chiara. Suggerì di acquisire.

Rinaldi lesse, la fissò.

Ne è sicura?

Sì. Gli asset sono buoni. Il nodo è la gestione. Se si cambia squadra e si ristruttura bene, si ritorna in attivo in otto-dieci mesi.

Va bene. Preparate il piano di integrazione.

Ad ottobre, il consiglio di amministrazione Horizonte Capital diede lok allacquisizione di CostruItalia. A novembre la trattativa fu chiusa. Lucia, nel frattempo, era diventata vicedirettrice del controllo finanziario. Un passo la separava dalla vicepresidenza: lo compì a fine ottobre, quando il vecchio vicepresidente passò ad altro ruolo e fu Rinaldi in persona a proporre il suo nome al consiglio.

Pochissime parole.

Montanari, sa cosa vuol dire? Altri compiti. Altra responsabilità. Altre persone che peseranno ogni sua decisione.

So.

E?

Sono pronta.

Rinaldi la osservò qualche secondo. Poi disse:

Non avevo dubbi.

Lufficio da vicepresidente era allottavo piano, con grandi vetrate su via Turati. Il primo giorno in cui Lucia entrò lì, già in nuova veste, era nuvolo. Pioggerella sottile sulle finestre la stessa pioggia di novembre di un anno prima, come se il tempo avesse girato in tondo ma tutto il resto fosse cambiato.

Lucia mise la cartelletta sul tavolo, si guardò attorno. Poi si sedette. Accese il portatile.

Cera moltissimo da fare.

Lintegrazione della CostruItalia significava ricollocare o tagliare personale, rifare i quadri dirigenti. Lucia seguiva tutto con le risorse umane: elenchi, ruoli, stipendi, competenze. Era snervante e richiedeva attenzione ai dettagli.

A fine novembre, esattamente un anno dopo quella sera in cucina con la minestra di pollo, la segretaria squillò in ufficio:

Dottoressa Montanari, qui cè Vittorio Bianchi. Vuole parlare per una questione personale. Non ha appuntamento.

Lucia prese una penna, girò tra le dita.

Fissagli un appuntamento oggi, alle tre. Dì di attendere.

Subito.

Lucia appese. Guardò fuori. Da due giorni, pioveva di continuo. Rigagnoli dacqua sui vetri, vento che piegava i rami secchi in basso.

Alle tre la segretaria chiamò di nuovo:

Bianchi è qui.

Fallo accomodare.

Entrò.

Era cambiato, Lucia lo notò subito e con distacco. Vittorio era più piccolo. Non di statura: si era come rimpicciolito nelle spalle, la stanchezza segnava il viso. La guardava con unespressione che allinizio non capì: smarrimento. Era proprio smarrito.

Ciao, Lucia.

Buongiorno, dottor Bianchi. Si accomodi.

Si sedette. Guardò la scrivania, il portatile, le cartelle. E poi lei.

Lavori qui.

Sì.

Non lo sapevo

Immagino. Dica pure.

Restò un momento in silenzio. Con le mani intrecciate in grembo: un gesto che lei non gli aveva mai visto prima. Nuovo.

Lucia, sono venuto So che sembra strano. Ma non ho altre strade. Sono stato licenziato. Tre settimane fa, con lintegrazione. Non so chi abbia preso le decisioni sulle persone, non pensavo che

Sono stata io.

Pausa.

Capisco, disse lui.

Continui.

Chiedo di poter restare. Qualsiasi ruolo. So di non essere più al vecchio livello. So che è passata molta acqua. Ma ho esperienza nel settore. Conosco il mercato, posso essere utile. Chiedo una possibilità.

Lucia lo ascoltò senza batter ciglio. Parlava diritto, senza piaggeria; per questo gliene fu grata.

Come sta Silvia? chiese lei.

Rispose dopo un momento.

Ci siamo lasciati. Ad agosto.

Capito.

Ma non centra con questa richiesta. Non sono qui per quello.

Lo so, disse Lucia.

Prese la penna. Aprì il fascicolo delle posizioni aperte. Cercò la sezione giusta: cera una lista di ruoli per il settore progetti edilizi, che sarebbero partiti a dicembre con lintegrazione CostruItalia: middle management, coordinatori, tecnici.

Cè un posto da responsabile accompagnamento progetti. Lo stipendio è circa la metà di quello che aveva. Quattro mesi di prova. Se va bene, si rivaluta. Documentazione tramite il personale, non io direttamente, è prassi.

Vittorio la fissava.

Sei seria?

Non sono capace di scherzare su queste cose.

Lucia

Dottoressa Montanari, lo corresse. Senza rancore. Solo per precisione.

Lui annuì.

Dottoressa Montanari. Accetto.

Bene. Lucia prese nota. Porti i documenti entro domani a mezzogiorno, Carina Vivaldi del personale la riceverà.

Si alzò. Prese la giacca. Poi, sulla porta, si voltò.

Avevi ragione, disse. Un anno fa. Sono stato ingiusto.

Lucia appoggiò la penna. Lo guardò.

Dottor Bianchi. Disse che ero unancora. Che la trattenevo ferma. Sa cosa? Aveva ragione.

Lui la fissò, senza capire.

Lancora impedisce di salpare. Ora, lancora io non ce lho più. Come vede.

Non rispose. Aprì la porta. Uscì.

Lucia rimase immobile. Un minuto. Forse due. Poi chiuse la cartella. Prese il telefono e controllò le mail. Ce nera una da un investitore: proponeva un incontro la settimana seguente per un nuovo asset nella logistica. Rispose breve: Mercoledì, ore 11:00, confermo.

Lasciò il telefono. Si alzò.

Prese il cappotto, la borsa. Disse alla segretaria:

Carina, io ho finito oggi. Domani il dottor Bianchi viene per i documenti, accompagnalo da Carina Vivaldi.

Ricevuto, dottoressa Montanari, serve altro?

No, tutto bene. Buona serata.

Lascensore la portò al piano terra. Lucia attraversò latrio, spinse la porta a vetri.

Fuori non pioveva più.

Il cielo sopra Milano era quasi bianco, come succede a novembre nei rari intervalli fra una nuvola e laltra. Il sole calava basso, radente ai tetti, così che le ombre degli alberi e dei lampioni correvano lunghe sullasfalto. Lucia si fermò sui gradini. Laria era fredda, ma finalmente limpida. Fece un respiro profondo. Poi un altro.

Unauto passò lontano. Poi fu silenzio.

Scese i gradini, raggiunse il parcheggio dove laspettava la sua utilitaria. Nella borsa il telefono, con lincontro fissato di mercoledì. In testa, già i pensieri sulle domande che avrebbe fatto ai partner: struttura dellasset, debiti, organico. Era un buon lavoro. Il suo lavoro.

Aprì la macchina. Poggiò la borsa accanto.

Una sottile striscia di sole di novembre le accarezzava il parabrezza. Lucia la osservò un secondo. Poi girò la chiave nel quadro.

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