Vicini di vita

Vicini di vita

Sei rientrata tardi ieri sera, disse Vittorio, senza alzare lo sguardo dalla Gazzetta dello Sport.

Fiorella restò immobile con il bollitore in mano. Lacqua versata rimbalzò rumorosamente nella tazza, una nuvola di vapore si stese fino al soffitto. Aveva aspettato quella domanda da una settimana, forse un mese, forse tutta una vita. Si era preparata alla scenata, a domande ficcanti, occhi indagatori, magari qualche lacrima di rabbia. Si aspettava urla, porte sbattute, uragani domestici. Ma Vittorio semplicemente girò la pagina.

Autobus bloccato, cera traffico, rispose lei, posando la tazza davanti a lui.

Ah, fece lui, senza sollevare lo sguardo.

Tutto qui. E quello era il loro dialogo. Fiorella si sedette di fronte, strinse il suo tè fumante fra le mani. Bruciava, ma era un buon bruciore: almeno qualcosa sentiva. La cucina odorava di minestrone e carta da parati stanca. Da fuori, nel quartiere periferico di Lambrate dove vivevano da trentatré anni, risuonava lo schianto del camion della raccolta rifiuti. Solito ottobre color grigio Milano.

Vitto, iniziò a bassa voce.

Mmm?

Mi ascolti?

Lui posò il giornale, guardandola sopra le lenti. Gli occhi calmi, un po stanchi, di chi ha imparato a non vedere.

Ti ascolto. Che cè?

Nulla, sospirò Fiorella. Ti volevo solo sentire.

Vittorio tornò al suo articolo sul rincaro della luce. Lei rimase lì, a domandarsi se quello era il momento di dirgli tutto. La verità: la biblioteca, Sandro Bernasconi, i tè bevuti insieme dopo le ore di volontariato, i discorsi su libri e desideri, sulle cose che mancavano. E di quella volta, una settimana prima, in cui lui le aveva preso la mano, e lei non si era tirata indietro. Non ricordava neppure lultima volta che qualcuno lavesse toccata con intenzione, davvero.

Ma Vittorio leggeva dei rincari della nuova bolletta e non vide che sua moglie crollava dallaltra parte del tavolo. Non la guardava da dieci anni, forse più.

***

Fiorella aveva cinquantotto anni e non capiva come ci fosse arrivata. Non per le malattie o i guai; il tempo le era passato sopra come un treno. Un battito e ci si ritrova adulta, pensava, mentre si rivedeva in abito blu da sposa accanto al giovane ingegnere Vittorio. Poi la nascita di Anna, le chiacchiere ai giardini con le altre mamme, i pomeriggi da ragioniera alle poste centrali, la routine, fino alla pensione. Anna cresciuta, università, poi matrimonio a Bologna, un nipotino che vedevi solo su Skype una volta a settimana. E ora eccola, in una cucina di palazzina anni Sessanta, a chiedersi se aveva mai davvero vissuto la sua vita.

Vittorio era sempre stato un buon marito. Non beveva, non urlava, riportava a casa lo stipendio in euro ogni mese. Dava una mano solo se gli chiedevano, ma non si poteva lamentare. Di corna, per carità, non si era mai accorta. Era come una credenza robusta: cera sempre, ma passava inosservato. Avevano fatto lamore lultima volta? Tre anni fa, forse quattro: dopo una festa di pensionamento e qualche bicchiere di troppo. Pure allora, tutto un rito, senza passione.

E quando avevano davvero parlato, per lultima volta? Non delle bollette, né dei dottori o della lista spesa, ma di qualcosa di vero? Forse mai. Forse avevano vissuto ognuno per conto proprio dal primo giorno.

La mattina lui andava in garage, a trafficare con una vecchia Panda che non partiva mai. La sera, calcio o talk show. Lei puliva, cucinava, leggeva un po, andava al solito supermercato Casa Mia, ormai regalavano punti fedeltà solo a lei. In pensione aveva iniziato a fare volontariato alla biblioteca di zona: sistemava i libri, aiutava ai banconi, chiacchierava con qualche lettore. Lì sentiva che il mondo era ancora vivo. Lì cera Sandro Bernasconi.

***

Signora Fiorella, ha mai letto Calvino? le chiese lui, mentre sistemavano i libri nuovi sulle mensole.

Sandro era di tre anni più vecchio, ex professore di letteratura, vestiva maglioni infeltriti e camicie spiegazzate, ironico ma con lo sguardo triste di chi ha conosciuto la solitudine. Vedovo, aveva detto la responsabile, figli nulla.

Ho letto poco, solo fiabe da ragazza, confessò Fiorella.

Si inizia da qui, le porse Il barone rampante. È una finestra sul mondo. Consiglio da amico.

Lei lo prese. Lo divorò in una sera, mentre Vittorio russava davanti allennesima replica di Scommettiamo Che… Lessi, e piano le lacrimavano gli occhi: forse perché Calvino fissava la vita con quellironia dolorosa che lei aveva sempre temuto.

Il martedì dopo, restituì il libro.

Allora? domandò Sandro col sorriso gentile.

Bellissimo, disse lei. Ma una malinconia…

Le cose importanti si lasciano dietro sempre un po di tristezza, rispose lui. È perché finiscono.

E parlarono. Di libri, film, della Milano degli anni Ottanta, delle manifestazioni, di Guccini e della nostalgia delle balere. Scoprì che Sandro, anche lui, era allergico ai pranzi chiassosi, che pure lui si sentiva solo in mezzo a tutti.

Ma tuo marito che dice di queste ore passate qui? chiese una volta, mentre sorseggiavano tè con la bibliotecaria Flora in sottofondo con le sue chiacchiere.

Fiorella si mise a ridere:

Se sparissi per tre giorni, si preoccuperebbe solo di non trovare la carbonara in frigo.

Capisco, fece Sandro. Anche mia moglie ormai, negli ultimi anni, era come una vicina di pianerottolo. La malattia, certo, però già prima si viveva da coinquilini. Vicini, non compagni.

Eh già, mormorò Fiorella. Vicini.

E in quella parola stavano trentanni di matrimonio. E di solitudine.

***

Non aveva programmato di innamorarsi. A cinquantotto anni! Sembrava uno scherzo da barzelletta, una cosa patetica. Ma le successe. Ora davanti alla biblioteca si sistemava un po meglio: il cardigan nuovo che le aveva regalato Anna, un filo di rossetto. Si guardava allo specchio, si sentiva quasi sciocca e ragazza.

Sandro era diverso. Ricordava tutto: come stava, come si sentiva la stanchezza alla schiena, i dettagli delle sue giornate. Le portava le mele dalla campagna. Una volta le regalò una spilla dargento della mamma, A me non serve, magari a te porta fortuna. Fiorella la nascose in borsa e, a casa, la fissò a lungo con dita tremanti. Poi la mise nella scatola dei ricordi, accanto alle cose che importavano davvero. Vittorio, ovviamente, non notò nulla: né la spilla né il cardigan né il sorriso nella luce nuova di sua moglie.

Poi, una settimana prima. Rimasero soli a mettere via i fascicoli. Flora se ne andò, lasciando il mazzo di chiavi a Fiorella. Milano era già buia, i lampioni accesi, altra sera dautunno.

Sandro si sedette, tirò fuori la cioccolata.

Fiorella, sai che sto bene con te?

Un attimo sospeso.

Anche io.

Lo so che a questa età… inciampò, quasi scusandosi. Però volevo dirtelo. Sei importante.

Le prese la mano. Solo la mano. Non strinse, non trascinò: la tenne così, leggera e decisa. E per poco Fiorella non pianse. Non per tristezza. Perché ricordò cosa si provava a sentirsi viva.

Sandro…. Sono sposata.

Lo so.

E ho cinquantotto anni.

Pure io, superata la sessantina. E allora?

Rimasero così. E dentro Fiorella qualcosa si risvegliò.

***

Tornò a casa camminando, anche se era tardi e faceva freddo. Pensava: sto tradendo? Ma in fondo, ancora solo parole e mani intrecciate. Il tradimento, si disse, parte dalla mente. Quando il cuore svolta verso un altro, il resto viene dopo.

Arrivò a casa verso le dieci. Vittorio davanti alla TV.

Dove sei stata? non girandosi neppure.

Biblioteca.

La cena è pronta?

Scaldatela, rispose lei con un tono talmente spento che si stupì.

Vittorio la guardò quasi attento, ma non vide nulla.

Va bene, scalderò io.

Fiorella andò in camera, si sdraiò tutta vestita. Sperava che lui venisse a chiederle che cosa avesse. Ma no: cenò, lavò il piatto come sempre, andò a letto senza dire niente. Tra loro, mezza vita di distanza in quello spazio di un letto matrimoniale.

Avrebbe voluto urlare: “Vedi che sono viva! Sto morendo e tu non guardi!” Ma Vittorio già russava.

***

Passarono giorni dangoscia. Alla biblioteca, Fiorella evitava Sandro con sguardi e parole. Lui capiva, non insisteva, ma restava vicino. A casa osservava Vittorio, cercando almeno un pretesto, una qualunque brace di affetto. Ma trovava solo abitudine.

Una sera, a cena, non resse più:

Vitto, ti va se usciamo? A teatro, al cinema, anche solo per passeggiare in centro? Ne è passato di tempo

Vittorio alzò gli occhi dal risotto come se avesse proposto una spedizione in Nepal.

Per cosa? Fa freddo. Il teatro costa. Cè troppa gente. Non stai bene qui?

Ma ci fa bene, per lanima. Un tempo ci andavamo. Ti ricordi?

Fiorella, ma abbiamo unetà! La gioventù è finita. Meglio stare a casa tranquilli, no?

E così, anche quella conversazione si chiuse nella tomba dei rimpianti. A lui bastava così. Silenzio, una minestra tiepida, la TV. E lei una piantina nel cornice dabitudine.

***

Chiamò Anna, la figlia.

Mamma, come va?

Tutto a posto, tesoro. E voi?

Solite cose. Claudio in trasferta, Marco ha il raffreddore. Senti, non riuscite mica a venire su una settimana? Non so a chi lasciare Marco

Fiorella guardò Vittorio, incollato allo smartphone.

Anna chiede se andiamo da loro a Bologna, aiutare con il bambino.

Lui non alzò nemmeno lo sguardo.

Impossibile. Ho il garage da sistemare. Vai tu, se vuoi.

Anna sospirò al telefono.

Mamma, puoi venire da sola? Digli ciao da parte mia.

Ti richiamo, amore.

Chiuse. Sedeva ancora davanti a Vittorio.

Perché sempre così? Anna è nostra figlia

Già detto, vai tu. Me la cavo.

Non ti interessa neanche del nipote.

Finalmente, Vittorio alzò la testa, stanco:

Fiorella, vuoi proprio una scenata? Ho tanto da sistemare e tu mi parli di viaggi

Sempre lavori, lavori, TV. Quandè che viviamo noi?

Che vuol dire viviamo? Hai la casa, il cibo. Che vuoi?

Siamo vicini, Vittorio. Solo vicini!

Lui inarcò le sopracciglia.

Ma che dici? Siamo marito e moglie da una vita!

Lo siamo? O solo coinquilini?

Il suo sguardo perse la rotta. Poi, con laria di chi trova la risposta che spiega tutto:

Sono queste cose da donne? Forse sei in menopausa. Prendi una camomilla.

Fiorella si ritirò in camera. Abbracciò le ginocchia, in cerca di senso. Non malattia, Vittorio. Ero solo una persona che non voleva sparire.

***

Il martedì successivo, Fiorella arrivò presto in biblioteca. Sandro stava spolverando.

Buongiorno, sorrise lui.

Sandro posso chiederti un favore?

Dimmi.

Portami fuori. Al museo, in mostra, ovunque. Ho bisogno daria.

Si tolse i guanti, serio.

Fiorella, ne sei sicura?

No, disse sincera. Ma ho bisogno di questa cosa. Tanto.

Uscirono insieme il sabato dopo. Vittorio, tutto felice, era partito per il fine settimana in campagna. Sandro si presentò con un mazzolino di crisantemi gialli. Lei si appuntò la spilla vecchia; avevano unaria di commedia allitaliana, ma ci ridevano sopra.

Passeggiarono per le vie di una Milano che sembrava nuova, entrarono in un bar anni 60 a Porta Venezia, parlarono delle scuole del tempo, delle donne di allora, della vita che chiamava ancora nonostante tutto.

Dopo che è morta mia moglie pensavo che fosse finita, disse Sandro. Invece mi sono accorto che qualcosa resta. Diverso, ma vivo.

Fiorella lo ascoltava e capiva che nessuno le aveva mai parlato damore così. Del desiderio semplice di guardarsi, di ascoltarsi.

Sandro ho paura. Mi sembra di tradire

Ma tradisci solo te stessa, se resti nella solitudine. Camminiamo insieme, non cè niente di male.

Lui le prese la mano. Fiorella lanciò un sorriso triste:

Se pensare a te è tradimento, allora sono colpevole.

Macché colpevoli, sorrise lui. Finalmente vivi.

Passeggiarono ancora unora. Poi Sandro, davanti alla Metro, le sfiorò la guancia con un bacio. Lei tornò a casa sapendo che niente sarebbe stato più uguale.

***

Vittorio tornò dal paese carico di cassette di patate.

Ottimo raccolto questanno, gridò, lavandosi le mani.

Sì. Fiorella mise la tovaglia.

Che hai? Sembri strana.

Solo stanca.

Ah, domani vai in Casa Mia? Prendimi dei calzini nuovi. Qui son tutti bucati.

Sì.

Cenarono come sempre, in silenzio, ognuno chiuso nel proprio guscio. Poi Vittorio si piazzò davanti a Report, e Fiorella andò in camera. Chiusa in quellombra, pensava alle mani gentili di Sandro. Al calore. Alla gentilezza.

E capì che attendeva solo che Vittorio la scoprisse, gridasse, le imponesse una scelta. E invece niente. Lui niente notava, niente chiedeva. La sua indifferenza, più pesante di ogni urlo.

***

Chiamò la vicina, la signora Graziella.

Vieni, beviamo un tè, si chiacchiera.

Fiorella accettò, perché il suo salotto profumava di torta e chiacchiere, non di silenzi.

Tutto bene? chiese Graziella, tagliando una fetta di ciambella.

Così così.

E Vittorio? Buona salute?

Come sempre

Graziella la studiò. Tu sembri giù, coshai?

Stanca, tutto qui.

Ah, alla nostra età! Ma sei felice, Fiorella?

Colta in fallo, la vicina pensò:

Felice? Che domanda Limportante è la salute e che la pensione arrivi.

E tuo marito lo ami ancora?

Chissà. Forse abitudine. Quarantanni insieme, ci si fa compagnia.

E se dovessi ricominciare?

Ma va! Troppo tardi per nuove vite. Aspettiamo i nipoti, e basta.

Fiorella sorseggiava il tè capendo che Graziella aveva ragione, secondo la cultura. Loro, le donne cresciute a così si fa. Famiglia come routine, non felicità. Però la vita, pensò, è una sola.

***

Novembre arrivò in fretta. Sempre più freddo, buio che calava troppo presto. Fiorella frequentava sempre la biblioteca, dove Sandro cera sempre. A volte lui, da vero signore, la invitava a casa: una stanzetta piena di libri, odore di moka calda e qualche ricordo di unaltra vita.

Una sera la guardò negli occhi:

Vorrei che fossimo una coppia, Fiorella. Se lo vuoi.

Il cuore le balzò nel petto.

Significa separarmi. Ti rendi conto?

Sì. Ma devi saperlo: hai una scelta. Nessuno ti trattiene.

Lei restò in silenzio. Non sapeva rispondere.

La sera, rientrata in casa, guardò Vittorio dormire. Cercò tra i ricordi, domandandosi quando aveva smesso di amarlo, davvero. O forse non era mai stato amore? Ci si era sposati perché si doveva, perché era serio, lavorava, aveva voglia di famiglia.

Vittorio si svegliò di colpo:

Sei tornata tardi. Doveri?

Biblioteca.

Mah, vabbè. Io vado a dormire.

E lei restò lì, sentendo che dentro di sé si spezzava qualcosa. Non con urla, ma in silenzio. Come una lampadina che si brucia.

***

La settimana seguente: robotica. Lavava, cucinava, sistema, va al supermercato, risponde alle chiamate di Anna. Di dentro cresceva il vuoto. Guardare Vittorio a tavola: era un estraneo. Quali sogni aveva? Quali paure?

Una sera, gli chiese:

Vitto, sei felice?

Lui spezzò lo sguardo dal quiz show.

Che domanda è?

Ti piace questa vita? La nostra vita?

Ci pensò, mai avuto una simile domanda in trentatré anni.

Beh sì. Perché no? Manca niente.

Non parliamo, non ci tocchiamo, non ridiamo. Esistiamo. Basta?

Fiore, son cose da giovani. Noi ormai Che vuoi fare, la luna di miele a ottantanni?

Allora restiamo così, in silenzio?

Forse chai qualcosa che non va. Fatti controllare!

E Fiorella capì che era inutile parlare. Non avrebbe mai ascoltato.

***

Sabato. Sandro e lei in un parco ormai bagnato dal nevischio. Riparati nella vecchia pergola, guardavano un cielo milanese color carta da zucchero.

Ho pensato alla tua proposta, ammise Fiorella.

E allora?

Ho paura. A cinquantotto anni E cosa diranno tutti? Anna, i vicini, i parenti? Sarò la vergogna della scala.

Ma vivi per loro? Per la gente? O per te?

Sempre vissuto per gli altri. Famiglia, genitori, marito, figli Adesso non cè più me.

Lui la prese per le spalle, forte.

Non ti porterò via se non vuoi. Ma hai diritto a essere felice. Vuoi passare altri ventanni così?

Fiorella si appoggiò a lui. Sentì il tepore. Quel senso di attenzione, di presenza, per cui valeva la pena respirare.

Ci penso, mormorò.

***

La sera, Vittorio trafficava col rubinetto.

Passami la chiave.

Lei obbedì, aspettando dieci minuti in piedi mentre lui bestemmiava.

Fatto! Non gocciola più.

Senti, Vitto

Dimmelo dopo? Cè la partita.

È importante.

Fiore, mancano solo cinque minuti. Un secondo.

Si piazzò sul divano, accese la TV. Lei ci rimase male. Unaltra volta, la stessa scena. Capì che se avesse aspettato ancora, si sarebbe dissolta del tutto. Allora prese il cellulare:

Posso venire?

Sandro rispose subito: Certo. Ti aspetto.

Fiorella prese una valigia, buttò dentro qualche vestito, i documenti, la spilla di Sandro. Le mani le tremavano.

Dal salone si sentì urlare: GOOOL! Vittorio esultava.

Lei sinfilò il cappotto.

Dove vai? gridò la voce dalla TV.

A fare la spesa, rispose.

Prendi il pane.

Va bene.

Uscì, chiudendo la porta. Rimase un attimo nel viottolo delle scale. Dentro, solo il fragore del calcio.

***

Sandro le aprì teso.

Che succede?

Entrò, si sedette in cucina ancora con la giacca indosso.

Non so cosa sto facendo. Non posso tornare a casa. Non ce la faccio più.

Lui le prese entrambe le mani.

Sei sicura?

No. Di nulla. Ma lì muoio di giorno in giorno.

Resta qui. Sta a te.

***

Dopo un paio dore, squillò il cellulare.

Dove sei? Tutti i negozi sono già chiusi!

Fiorella inspirò profondamente.

Non torno, Vitto.

Silenzio.

Che vuol dire? Ma dove sei?

Da unamica.

Quale amica? Che sta succedendo?

Niente. Resto qui.

Pausa.

Senti, lascia stare ste cavolate. Torna a casa. Sono stanco.

Vittorio, con te non sto bene. È da anni che non sto bene.

Da dove ti vengono ste idee?

Da dieci anni. Siamo estranei. Viviamo da vicini, non da marito e moglie.

Ti sento strana Avrai bevuto! Vieni a dormire, domani passa.

Vittorio, basta. Tanti anni, sempre così.

Riattaccò, crollò sul divano di Sandro scoppiando a piangere. Non di gioia. Non di dolore. Solo di liberazione.

***

Passò la notte sveglia, fissando il soffitto di una casa non sua.

Al mattino, Sandro si presentò con tè e pane tostato.

Come va?

Forse ho sbagliato tutto.

O forse hai fatto la cosa migliore della vita.

Ma magari mio marito ha ragione. Forse le cose stanno così, dopo tanti anni.

Lui sedette accanto a lei.

Il matrimonio non è una condanna. Si deve stare insieme davvero. Se non cè, si può scegliere.

E se me ne pento?

Allora torni indietro. Ma prima, prova a pensare a te stessa.

***

Restò da Sandro tre giorni. Lui era discreto, gentile. Facevano colazione, leggeva il giornale mentre lei lavava i piatti. Diverso. Non cerano obblighi, nemmeno discorsi inutili.

Vittorio chiamava ogni giorno. Prima imponeva, poi supplicava, poi rimaneva zitto. Il quarto giorno domandò:

Cè un altro, vero?

Fiorella ammise:

Sì.

Ah. Allora mi avevi già tradito.

Non ti ho mai tradito. Ho solo trovato chi mi vede.

E che vuoi da me?

Il divorzio.

La parola rimase nellaria, scola e amara. Ma ora laveva detta.

Va bene. Vieni a prendere le tue cose.

***

Si incontrarono in casa, di giorno. Vittorio sembrava sfiorito.

Accomodati, prendi coshai da prendere.

Si sedettero in cucina, dove tutto era diventato polvere.

Allora, davvero divorzio. Dividiamo tutto?

Se vuoi.

E Anna, che le diciamo?

La verità.

Lui si grattò la testa:

Che mamma, a quasi sessantanni, scappa con un altro…

Che mamma vorrebbe vivere finché può.

Non ti capisco. Non ti è mai mancato niente.

Non mi sei mai mancato, Vittorio. Tu, davvero tu.

Ma io chiedevo sempre come stavi.

Solo per gentilezza. Non ascoltavi la risposta.

Stettero lì, ognuno perso nelle sue domande.

Alla fine, Fiorella chiese: Mi hai mai amata davvero?

Forse da giovani. Poi si è spento qualcosa, ci siamo abituati.

E quando si spegne un amore, si muore.

Vittorio annuì, quasi sollevato. Le aiutò a fare le valigie. Sulla porta, si abbracciarono imbarazzati.

Abbi cura di te, Fiore.

Anche tu, Vitto. Trova qualcuno, non restare solo.

Vedremo.

***

La figlia chiamò la sera stessa.

Mamma, è vero?

Sì, Anna.

Sei scappata così? Alla tua età?

Proprio ora. Perché magari mi restano ancora ventanni.

E papà? Non ci pensi a lui?

Per trentanni ci ho pensato solo a tutti voi. Ora basta.

È egoismo.

Un po sì. Me lo merito.

Anna restò in silenzio.

Sei felice, almeno?

Fiorella guardò Sandro che sistemava il sugo ai fornelli. Guardò il buio oltre linsegna del bar.

Non lo so. Ma mi sento viva, Anna. E tanto basta.

E lami?

Fiorella pensò.

Forse, in modo diverso. Ma con lui mi sento vista. E capita.

Fai attenzione, mamma.

Sempre.

Chiuse il telefono. E capì: ce laveva fatta. Aveva scelto se stessa.

***

Trascorrevano le giornate tra biblioteca, cena cucinate a due, cinema con sconto over 60, qualche biciclettata in mezzo ai Navigli. Raccontavano, ridevano, leggevano ciascuno allaltro.

Una sera Sandro chiese:

Ti penti mai?

Di non averlo fatto prima, questa scelta.

E se Vittorio volesse che tornassi?

Non lo farà. Per lui ero una sedia che si è rotta. Se vuole, si compra una nuova.

***

Dicembre: chiamata di Graziella. Sapeva già tutto.

Fiorella! Hai lasciato lintero palazzo sotto shock.

Che pensino quello che vogliono.

Vittorio si aggira spaesato. Ha pure cucinato i tortellini surgelati!

Imparerà, ha più di sessant’anni.

Sei crudele.

No. Sono onesta. Non posso vivere la sua vita. Ne ho una anche io.

Un po ti invidio, lo sai? Sarei rimasta sola. Ma ho paura, troppa abitudine.

Non è mai tardi, Graziella. E sorrise.

***

A Natale, Anna venne a trovarle in treno con Marco. Salutarono la nonna, mangiarono panettone, guardarono i cartoni insieme a Sandro. Anna osservava, non diceva nulla. A fine giornata, abbracciò la madre.

Sembri felice. Diversa.

Lo sono, tesoro. Hai visto? Si può cambiare anche a cinquantotto anni.

Papà invece si è trovato una nuova compagna, una Lucia, la signora del garage. Vanno insieme ai laghi.

Fiorella sospirò di sollievo.

Allora va tutto bene. La vita riparte, per tutti.

***

Lanno si chiuse così, Sandro e Fiorella insieme, neppure grandi dichiarazioni damore. Solo tanta attenzione reciproca.

Ricevette una chiamata da un compagno di pesca di Vittorio.

Dice che ha capito. Vuole che tu sappia che non ti porta rancore.

Fiorella lo ringraziò col cuore leggero. Si abbracciarono, lei e Sandro, una piccola felicità nelloceano vasto della cittadina.

***

Nei giorni piovosi Sandro le leggeva Pavese, o la portava a mangiare pasticcini in centro. Nei giorni di sole, lunghe passeggiate, silenzi pieni.

Niente era perfetto, ma era finalmente la sua vita.

E Fiorella, alla fine, dopo cinquantotto anni di ordinarietà, si disse che era ora: ora poteva vivere, finalmente per sé. E in tutto questo cera di mezzo la paura, certo. Ma cera anche la felicità sottile, quella che non ha bisogno di urli.

Aveva trovato se stessa. E non era mai troppo tardi. Mai.

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