Non darò via mio figlio
Perché non capisci, Ludovica? Questo bambino ha bisogno di una vita normale, non delle tue illustrazioni mi ha detto Maria Antonietta, incrociando le braccia, grossa e ferma come un vecchio armadio in legno massiccio.
Questa è la mia vita, e anche la sua, ho risposto.
Maria Antonietta si imponeva in salotto, fiera, immobile. Sul dito anulare brillava un anello con una pietra enorme, talmente pesante che sembrava la tenesse ancorata a terra. Alle sue spalle, seduto in poltrona, cera Matteo. Sei anni. Stringeva una macchinina nuova, rossa, lucida, e non ci guardava.
Ero sulla porta, pronta a portare via mio figlio, come daccordo. Dovevo prenderlo alle otto. Erano già quasi le dieci, ma la suocera si comportava come se non avessimo mai fissato un orario.
Matteo resta qui stanotte, ha affermato calma. Domani lo accompagno io a scuola, tanto ho lautista.
Non serve, porto mio figlio io, in macchina mia.
E con cosa? Quella Panda scassata?
Sentivo dentro qualcosa stringersi. Non era più rabbia: era una stanchezza profonda, che si accumula silenziosa negli anni, fino a salire in gola.
Matteo, dai, vestiti che torniamo a casa.
Si è alzato dallo schienale, mi ha guardata, poi ha fissato la nonna. Maria Antonietta gli ha solo fatto un piccolo cenno di no. Gli è bastato.
Mamma, posso giocare ancora un po? ha mormorato Matteo.
Hai sentito? la suocera continuava, compiaciuta. Il bambino sceglie da solo.
Sono entrata, superando la porta. Matteo, è tardi ormai.
Dal corridoio arrivò la voce di Lorenzo, mio marito alto, camicia chiara, smartphone sempre in mano, quasi rifugio.
Ludo, insomma, non farne un dramma. Mamma vuole solo stare col nipote.
Sono due ore oltre la nostra intesa, Lorenzo.
Che intesa… Siamo in famiglia.
Ecco, appunto intervenne ancora una volta Maria Antonietta Famiglia. Solo che tu, Ludovica, ti opponi sempre alla famiglia.
Ho guardato mio marito: occhi bassi sullo schermo.
Ricordai quando ci conoscevamo da poco. Un tavolino di legno in un bar a Napoli, lui che diceva che ero diversa, che lo affascinava quello che disegnavo e la mia quiete. Allora ci avevo creduto, sul serio. Pensavo vedesse me.
Alla fine, aveva visto solo ciò che desiderava: una presenza educata, che non avrebbe mai discusso con la madre.
Presi Matteo per mano. Andiamo.
Ludovica! la voce della suocera diventò più aspra Così fai male a tuo figlio.
Ha ragione mamma, mormorò Lorenzo, senza staccare gli occhi dal telefono. Non farne una scenata inutile.
Una scenata? Mi voltai verso di lui. Non tremavo più, no, ma la voce era tesa, sottile come una corda appena prima di spezzarsi. Lorenzo, tua madre non vuole ridarmi nostro figlio. Questa non è una scenata. È la realtà.
Esageri.
Ah, quindi esagero io.
Ci fissammo in silenzio. Lui non si mosse.
Va bene dissi, infine. E uscii.
Camminai nel corridoio lungo e vuoto della villa, accanto a quadri in cornici dorate, specchi a tutta altezza, piante ornamentali che sembravano vere ma non fiorivano mai. Tutto trasudava lusso e freddezza: Maria Antonietta aveva arredato casa più per le riviste che per viverci.
Fuori era umido. Ottobre. Raggiunsi la mia Panda, modesta, vecchiotta, con un graffio sulla portiera. Mi sedetti. Accesi il motore e andai via.
A casa, nel nostro trilocale che avevamo acquistato cinque anni prima, grazie anche allanticipo della suocera (che non mancava mai di ricordarmelo), entrai direttamente nel mio atelier una stanzetta minuscola e accesi la luce. Sulla scrivania cerano fogli sparsi, tempere, pennelli. Unillustrazione ancora da finire: una bambina su unaltalena, giardino dautunno e foglie che volano. Negli occhi della bambina qualcosa che non era né felicità né tristezza, ma verità.
Mi sono seduta e sono rimasta a guardare il disegno a lungo.
Sono nata a Perugia. Famiglia normalissima: mamma maestra, papà meccanico, appartamento modesto, tende colorate. Il nostro gatto si chiamava Gino. Disegnavo da quando mi ricordo: nei quaderni, sulle pareti, sui margini dei giornali. Mia madre non mi sgridava mai. Diceva: Lasciala creare, vuol dire che il mondo lo vede a modo suo.
Poi ho fatto il liceo artistico, poi lAccademia delle Belle Arti a Firenze. Ho conosciuto Lorenzo lì, studente di Giurisprudenza, sempre sorridente e generoso, fiori e cene. Mi sono innamorata subito, senza pensare alle conseguenze.
Con la suocera avevo avuto poco a che fare prima del matrimonio: un po fredda, cortese ma distante. Dopo le nozze, la cortesia sparì.
Quando è nato Matteo, Maria Antonietta si è appropriata di lui come di un nuovo progetto di vita. Vedova da anni, il marito un funzionario importante le aveva lasciato la villa sullAppia, un appartamento in centro Roma, e sufficiente denaro per non preoccuparsi mai. Aveva un solo figlio: Lorenzo, tutto per lei. Ora cera anche un nipote.
Veniva sempre senza avvisare. Portava oggetti che non avevo mai richiesto. Diceva che le tutine erano scadenti, lo svezzamento sbagliato, io incapace a fare il bagnetto, a coccolarlo troppo (diventerà mammone!) oppure troppo poco (non sentirà mai affetto). Cambiava giudizio secondo lumore, ma il tono era sempre superiore.
Lorenzo, allora, spariva. Andava in cucina, si ricordava di una telefonata. Si rifugiava nello smartphone mentre sua madre mi spiegava come si educa un figlio.
Un giorno glielho detto:
Perché non le dici mai niente?
Che devo dire? Lei ci tiene.
Ieri ha detto che sono una cattiva madre.
No, che sei troppo ansiosa. Non è lo stesso.
Sì, invece. È identico.
Lorenzo mi guardava come se stessi esagerando per niente.
Ludo, non prendertela con una signora anziana. Vuole solo aiutarci.
In silenzio, continuavo a disegnare; sopravvivevo così ai primi anni. Lavoravo di notte, quando Matteo dormiva: piccole illustrazioni da vendere online. Un editore mi notò, poi un altro. Arrivarono i contratti veri.
Quando la suocera lo scoprì, trovò subito nuovi appunti.
Perdi tempo con i tuoi disegni, mentre il bambino è trascurato.
Matteo sta allasilo. Io lavoro quando lui non cè.
Non è un lavoro vero. Se lavorassi davvero, guadagneresti uno stipendio, non le briciole.
Guadagno abbastanza.
Per lei, abbastanza era una barzelletta.
Seduta da sola, pensavo a quella sera. Agli sguardi di Matteo, incollato fra me e la nonna. A Lorenzo chino sul telefono.
A mezzanotte Lorenzo tornò.
È con te Matteo?
No, è rimasto da mamma. Sta bene lì.
Le hai detto che non va bene?
Non ricominciare, Ludo.
Devo farlo io, visto che tu non lo fai mai, neanche quando si tratta di nostro figlio.
Ma è sua nonna.
Io sono sua madre.
Hai fatto la mattata, davanti a lui. Mamma ha ragione, sei troppo nervosa.
Mi sono fermata in salotto, fissandolo la postura afflosciata, sempre uguale, sempre presente e ormai estraneo. Quanto tempo avevo atteso che diventasse adulto davvero? Che scegliessimo noi, io e Matteo, non sua madre.
Finalmente ho capito che non dovevo più aspettare oltre.
Lorenzo dissi calma Vai via.
Cosa?
Prendi le tue cose e vai da tua madre stanotte.
Dici sul serio?
Sì.
Mi guardò per una lunga attimo. Rise nervosamente, non per cattiveria ma incredulità.
Ok mormorò Quando ti passa, chiamami.
Lascia le chiavi.
E andò.
Restai ad ascoltare la pioggia, la notte. Matteo domani avrebbe avuto scuola, intanto era da Maria Antonietta. Non sapevo cosa avrei fatto il giorno dopo, solo una cosa: sarei andata a riprendermi mio figlio.
Non dormii. Rimasi in atelier fino allalba, solo a pensare, ricordando il modo di ridere di Matteo: testa allindietro, naso arricciato, quel suono buffo che non si può descrivere. Quando per la prima volta, a due anni e mezzo, prese un pennello e tracciò una linea rossa seria seria, come se firmasse un patto. Le domeniche dei pancake insieme, lui su uno sgabello, impasto dappertutto, risata libera.
Quelli erano veri ricordi. Nessuna macchinina rossa può comprare queste cose.
Al mattino mi sono vestita semplice: jeans, maglione, giubbotto, niente trucco. Non dovevo sfilare, dovevo portare a casa mio figlio.
La villa era circondata da un alto cancello, videocitofono. Ho suonato.
Pausa lunga, poi la voce della donna di servizio:
Chi è?
Ludovica Belli. La madre di Matteo.
Altra attesa. Scattarono i cancelli.
Maria Antonietta mi aspettava in ingresso, elegante anche in abito da casa, pronta a tutto.
Sei in anticipo, mi ha detto sbrigativa.
Mi serve Matteo.
Sta facendo colazione.
Lo aspetto.
Fece cenno di accomodarmi. Salotto enorme, parquet lucido, tende di seta, tutto perfetto e studiato, come in esposizione.
Siediti, disse fredda.
Mi sono accomodata. Lei, seduta davanti, mi osservava un punto poco sopra la mia spalla.
Te lo dico chiaro, Ludovica: mi sono informata. I tuoi guadagni sono precari. Oggi lavori, domani chissà. Non sono le basi per crescere un bambino.
Faccio il possibile.
Adesso sì. Ma quando non basterà? Un bambino ha bisogno di stabilità. Una scuola buona, sport, vacanze. E i soldi non li hai.
A Matteo serve altro.
Le tue figure? sussurrò, morbida ma carica di disprezzo.
Anche quelle, risposi.
Mi fissò, stringendo appena le labbra.
Sei intelligente. Non fare sciocchezze. Lorenzo vuole tornare, possiamo dimenticare tutto, sistemare questa storia. Matteo vivrà sereno.
Lui vive sereno.
Lui vive nella povertà.
Non è la stessa cosa.
Maria Antonietta si alzò. Camminava nervosamente, imposizione vecchia quanto il mondo.
Posso rivolgermi al tribunale. Ho i mezzi. Potrò dimostrare che non sei allaltezza. Reddito instabile, casa piccola, lavori troppo, non hai tempo per lui.
Provi, risposi piano.
Lei si arrestò. Mi guardò di nuovo, stavolta diversa.
Matteo!
La sua voce era quella di comandare una truppa. Poco dopo entrò Matteo, pigiama e mano impiastricciata di pane e marmellata. Quando mi vide, rimase fermo un istante.
Mamma?
Ciao, tesoro. Sorrisi, senza correre da lui. Finisci la colazione, poi ci prepariamo insieme.
Matteo, vuoi vedere il cartone che ti ho scaricato? chiedeva la nonna.
Guardò lei, poi me.
Mi sono chinata alla sua altezza.
Te lo ricordi il pancake che dovevamo fare? Sabato pomeriggio? E il drago che volevi finire?
Sì, rispose piano, seguiva il discorso.
E il drago senza coda non può volare, ricordi?
Si è acceso un mezzo sorriso. Occhi scuri, come suo padre, ma dentro brillava qualcosa di mio, qualcosa che guardava anche dietro le cose.
Il cartone può aspettare, disse deciso. Voglio andare con la mamma.
Maria Antonietta era rigida come una statua. Si sforzò di non reagire.
Bene, vai a vestirti.
Mentre lui saliva, restammo in silenzio. Guardavo il giardino, alberi nudi.
Pensi di aver vinto, disse la suocera dopo un po.
No, penso che sto tornando a casa con mio figlio.
Matteo scese con lo zainetto. Mano nella mia, siamo usciti.
In auto Matteo era silenzioso. Dopo un po’:
Mamma, papà sarà a casa?
Non subito.
È andato dalla nonna?
Sì.
Tornerà?
Non lo so, amore risposi, guardando la strada piena di foglie e pioggia.
Va bene, disse e si voltò verso il finestrino.
Cera in quel va bene qualcosa di adulto e bambino insieme che mi commosse. Allora strinsi più forte il volante.
Le settimane dopo furono complicate. Lorenzo mi chiamò molte volte. Per lui stavo commettendo uno sbaglio. Matteo soffriva. Sua madre ci aveva aiutato tanto. Io lasciavo correre; non dicevo né sì né no. Capivo che non mentiva, credeva davvero a ciò che diceva. Era questo il problema.
Lorenzo non era cattivo, solo non maturo abbastanza. Non sapeva stare di fianco, solo un passo indietro, dietro il suo schermo.
A novembre avviai la causa di separazione. Maria Antonietta mantenne la promessa: avvocati, carte, tentò di dimostrare che non ero idonea. Il processo durò fino allinizio dellestate.
In quei mesi ho lavorato senza tregua. Ho detto sì a qualsiasi incarico: copertine, locandine per asili, tutto. Il mio stile iniziava a essere notato: qualcuno scrisse che le mie illustrazioni “respirano”. Non sapevo bene cosa significasse, ma mi fece piacere.
Non persi la causa. Il mio avvocato era sconosciuto, ma onesto e preparato. Ormai guadagnavo dignitosamente. La casa era mia, ereditata da una zia. Matteo andava bene a scuola, era affettuoso, tranquillo.
Maria Antonietta ebbe il diritto alle visite calendarizzate. Cominciò a contestare, ma il tribunale aveva deciso.
Lorenzo alla fine accettò il divorzio, dopo molte telefonate di notte e tentativi confusi di riavvicinarci. Lo ascoltavo, senza più rabbia né malinconia. Era come parlassimo separati dai vetri di una banca.
Matteo vedeva il padre la domenica; Lorenzo lo portava al cinema, al parco o dalla nonna. Tornava spesso silenzioso. Io non chiedevo nulla: basta la nostra cucina, qualche foglio e la pazienza di aspettare che torni ad aprirsi.
Un giorno tornò da suo padre: La nonna dice che avete sbagliato tutti e due.
Gli preparai la cioccolata.
Si può sbagliare in due? mi chiese.
Così dice lei.
E tu che ne pensi?
Mi fissava con serietà da adulto di sette anni.
Non conta chi ha ragione, Matteo. Conta come si vive, dopo.
Lui ci pensò.
Risposta intelligente.
O diplomatica.
Cosa vuol dire diplomatica?
Che non si risponde del tutto.
Ah. Va bene.
Finì la cioccolata e tornò a disegnare.
Passarono due anni da quella notte di ottobre. Non furono leggeri, ma veri. Tante sere crollavo tra matite e tablet. Alcune settimane ero al limite con i soldi e preparavo la minestra con quello che trovavo, fingendo con Matteo che fosse un nuovo esperimento da chef. Tanti silenzi, in cui restavo ad ascoltare il battito della casa.
Ma cera anche altro.
Le domeniche mattina dei pancake, il profumo di pioggia e foglie, Matteo che rideva a testa indietro. I giorni in cui aveva la febbre e lo vegliavo leggendogli le storie finché non mi mollava la mano nel sonno. Le volte in cui tornava da scuola con un disegno: Mamma, voglio mostrartelo prima di tutto a te!. Più di qualsiasi verdetto.
Maria Antonietta rispettava gli incontri decisi dal giudice. Allinizio provava ancora a farmi discorsi: regole, metodi, disciplina. Io ero cortese, breve, mai polemica. La stancai piano piano.
Lorenzo si trasferì altrove. Ho saputo che ha trovato una nuova compagna. Non ho provato nulla. È una informazione come unaltra, come il meteo della sera.
La mia carriera cresceva. Altri due contratti con case editrici. Mamme e maestre parlavano di me sui gruppi di Facebook. Su un blog una madre scrisse: I disegni di Ludovica Belli sono vivi, veri, i bambini li capiscono. Lessi per caso e lo rilessi più volte.
Vivi, veri.
Forse perché disegno ciò che conosco: un bambino con il pancake in mano, una mamma che legge sotto una lampada, un gatto che guarda la pioggia. Niente di inventato. Solo quello che cè qui.
A novembre, due anni dopo quella notte, Matteo tornò da scuola col foglio stretto tra le mani, tutto serio.
Mamma, ho disegnato una cosa per te.
Eravamo in cucina. Il latte sobbolliva. Fuori era già buio pesto, stile novembre.
Presi il foglio.
Una casa, piccola, due finestre accese di giallo. Due figure davanti una grande, una piccola, mano nella mano. Sopra, il cielo con delle stelle storte fatte col massimo impegno. In fondo, stampato grande: “NOI”.
Guardai il disegno.
Casa semplice, niente dettagli inutili. Figure un po buffe, come disegnano i bambini. Stelle stranissime, ma perfette.
Siamo noi? domandai.
Certo. Io, tu, e questa è casa nostra.
Bellissimo.
Ho imparato anche a fare la coda al drago, vuoi vedere?
Certo.
Aspetta, la prendo.
Corse via. Misi il foglio in piedi contro la tazza. Lo osservai.
Il latte saliva nella pentola, abbassai il fuoco, ne versai due tazze. Una la lasciai al suo posto.
Mamma! gridò dalla sua camera. Quel drago può avere due code?
Certo! Se lo decide lui.
Bene!
Fuori iniziava a nevicare, il primo fiocco di novembre. Il calore della cucina, il latte fumante, il disegno con NOI.
Matteo tornò correndo. Si sedette, bevve un sorso.
Guarda, aprì il foglio una coda è spinosa, laltra liscia.
Vedo, risposi. Una è da combattimento, laltra di bellezza.
Sì! saltò su dalla gioia. Hai capito subito.
Lo fissavo tutto soddisfatto. Guardavo le due code del drago, la neve oltre il vetro.
Domani pancake?
Domani è domenica?
Sì.
Allora sì.
Con la marmellata?
Con la marmellata.
Bene, e si rimise a colorare.
Rimasi seduta, la tazza nelle mani, guardando il suo foglio. Lì fuori la città viveva al suo ritmo. In un altro quartiere forse Maria Antonietta si circondava delle sue porcellane. Da qualche parte Lorenzo aveva una nuova vita. Tutto continuava, lontano.
Finito il latte, presi il disegno.
Dove lo mettiamo?
Sul frigo?
Sul frigo va bene. Lì vede tutto il mondo.
Allora lì!
Lo fissai con il magnete. Mi scostai.
NOI era scritto un po in diagonale, ma non cambiava niente.
Così va bene? domandò Matteo senza distogliersi dal drago.
Perfetto, risposi.







