Abbi pazienza, sono famiglia

Aspetta, sono famiglia

Caterina Colombetti spalancò la porta con la sua chiave, come ogni sera negli ultimi sette anni, e subito sentì qualcosa di strano. Marco stava seduto in cucina, non in salotto davanti alla TV come al suo solito dopo il lavoro. Teneva la schiena dritta, posizione che non aveva mai saputo mantenere a lungo, e la faccia era quella di uno scolaro in attesa della preside.

Cate, cominciò lui, mentre lei ancora portava i tacchi ai piedi.

Aspetta, lo interruppe lei.

Si tolse le scarpe, posando i mocassini ben accostati al muro come sempre. Appese la giacca di lana blu alla gruccia, non la lanciò sopra la sedia in ingresso come Marco, a volte, era solito fare. Poi passò in cucina, riempì un bicchiere dacqua dal rubinetto filtrante e solo allora si girò a guardarlo.

Cate, cè una cosa…

Capì dal tono che stava per sentirsi raccontare qualcosa che le avrebbe cambiato la sera. Forse anche qualcosa di più.

Mia madre e Francesca staranno qui, disse Marco, fissando il tavolo. Solo un paio di settimane. Lacqua si è infiltrata da noi, tubi scoppiati.

Caterina posò il bicchiere, lentamente. Nessun rumore.

Dove staranno?

Qui… Alzò finalmente gli occhi. Cate, ma dove dovrebbero andare? È tutto allagato, lavorano ai tubi. Francesca, suo figlio Andrea e mamma. Lei da sola non ce la fa, lo sai.

Dove dormono?

Mamma nel tuo studio, Francesca in salotto sul divano letto con Andrea.

Caterina lo fissava, Marco sperava che lei lo rassicurasse, che gli dicesse che aveva fatto bene.

Stanno già arrivando? domandò, incrociando le braccia.

Sì, sono in macchina.

Lei annuì ed uscì dalla cucina.

Aveva cercato questa casa per quasi due anni. Vide centinaia di annunci, visitò decine di appartamenti, in sole e pioggia, calcolò e ricalcolò, risparmiò, rinunciò, tagliò sulle spese; e alla fine scelse questa. Una traversa tranquilla vicino ai Navigli, secondo piano, affaccio interno, pareti spesse dun palazzo antico. Il parquet lo aveva voluto lei, chiamato gli artigiani e seguito i lavori da vicino ogni giorno; per le piastrelle del bagno passò le domeniche nei negozi, le maniglie degli armadi sarebbero potuti raccontare la storia della sua pazienza. Tre settimane a scegliere le tende.

Prima di qui, una stanza affittata per otto anni a Lambrate. Prima ancora una camera nel collegio universitario, venti persone e un solo bagno, la sveglia allalba per non fare la fila. Prima ancora, infanzia in un bilocale di Segrate, con genitori e fratello, il suo angolo separato soltanto da una libreria malmessa.

Questa casa era il primo posto soltanto suo.

Al mattino, nientaltro che i versi dei piccioni sotto il tetto. Lodore del caffè nella moka, un po di cera per il parquet. Ogni cosa messa dovera, nessuno a spostare né sistemare mentre lei dormiva.

Lo studio che Marco aveva appena assegnato alla suocera era il suo regno: grande scrivania davanti alla finestra, schermo buono, tavoletta grafica per i progetti. Scaffali con campionari, bacheca in sughero piena di ritagli, file da discutere nei meeting online. Qui Caterina inventava, parlava con clienti, lavorava fino a tardi se veniva lispirazione. Un profumo unico: carta, grafite, e la tazzina immancabile sotto il monitor.

Rimase sulla soglia dello studio a fissare la scrivania. Poi tornò in cucina.

Marco, disse decisa, in questi giorni ho un progetto delicato. Un cliente importante, davvero grosso.

Cate, sono solo due settimane.

E dove lavoro io?

In cucina, oppure in salotto… si bloccò vedendo il suo sguardo. Cate, dai, sono famiglia. Che devono fare?

Caterina guardò il cortile nella sera. Il lampione acceso, i platani si dondolavano nel buio.

Due settimane, disse.

Sì. Finiti i lavori, vanno.

Daccordo.

Andò in bagno e rimase sotto la doccia finché lacqua si raffreddò.

Carla Gualtieri, la madre di Marco, arrivò alle nove e mezza con i suoi borsoni. Caterina sentì il citofono, sentì i passi, la voce di Andrea che gridava per la fame. Stesa sul letto, fissava il soffitto.

Marco fece capolino in stanza:

Cate, vieni a salutare.

Sono distrutta, finse.

Ci restano male.

Si alzò.

Carla era in corridoio, cappotto lungo, lo sguardo di chi entra in un atelier e valuta mentalmente il prezzo degli oggetti. Francesca, la sorella di Marco, sistemava Andrea: il piccolo, già senza giacca, saltava sul parquet lasciando impronte nere con le scarpe da ginnastica.

Andrea, lo fermò Caterina, togliti le scarpe, dai.

Non sente, rispose Francesca svogliata, senza voltarsi.

Signora Carla, buonasera.

Caterina, disse lei, le labbra sottili. Ebbene, eccoci qua. Che ci vuoi fare…

Abbracciò Marco come si recupera qualcosa dimportante, poi esplorò lingresso senza togliere il cappotto, aprendo porte e sbirciando dentro.

Mi arrangio, Marco, fammi vedere dove, disse infastidita dal tentativo di lui di aiutarla. Che complicazione cè, due locali sono questi.

Caterina la seguì con lo sguardo mentre entrava nello studio, accendeva la luce. Sentì il cigolio della sua sedia.

Bella scrivania, gridò, Marco, aiutami con le borse.

Intanto Andrea era arrivato in cucina, arrampicandosi sulla sedia.

Ho fame, dichiarò.

Arrivo, sospirò Francesca, rivolta a Caterina. Cate, cè qualcosa da mangiare? Non ci siamo fermati.

Caterina aperse il frigo. Il pranzo che aveva preparato per domani: insalata in un Tupperware, uova, yogurt, avanzo di minestrone. Il pensiero che non era passata al supermercato perché avrebbe fatto spesa la mattina, che nel mobile la pasta cera. Cosa avrebbe potuto cucinare a quellora? Era quasi mezzanotte e alle nove cera una call importante.

Va bene la minestra? domandò.

Se non cè altro, rispose Francesca.

Caterina mise a scaldare lacqua.

La mattina dopo si svegliò con il rumore del televisore in salotto. Documentari sulla natura, volume a palla, bambini che ridono. Le sette.

Restò stesa, fissando il soffitto. Marco dormiva con la faccia rivolta al muro. Lui poteva dormire anche durante un concerto rock, lo sapeva. La sua moka era in cucina. Il bagno era uno solo. Lo studio occupato.

Si alzò, si strinse nella vestaglia e andò in corridoio.

Dal salotto arrivavano le voci del presentatore e i gridolini di Andrea. Francesca rispondeva, ancora mezza addormentata. Caterina entrò in cucina e simmobilizzò.

La sera prima, mentre lavava i piatti nessuno aveva granché apprezzato la minestra, ma fu finita Carla era rimasta di fianco a fissare come Caterina sistemava piatti e bicchieri nella credenza.

Mettete i piatti capovolti? chiese la suocera.

Così prendono meno polvere.

Mah… e non fu aggiunto altro. Ma i piatti, evidentemente, li aveva già rimessi come preferiva, appena Caterina era andata a dormire.

Adesso erano tutti pancia in giù. Vicino ai fornelli era comparsa una padella vecchissima, loro. Sul piano cucina, tre borse di plastica piene di cibo: le loro provviste. Occultavano proprio il punto dove Caterina appoggiava normalmente il tagliere.

Lei spostò i sacchetti su uno sgabello presso la finestra, mise la moka sul fuoco. Mentre lacqua borbottava, guardò il cortile: luci accese nelle case di fronte, qualcuno portava fuori il cane, foglie gialle ammucchiate sullasfalto bagnato.

Il caffè era davvero buono. Ne assaporò metà in silenzio, quando Andrea entrò, pigiama con delle macchinine e piedi in calzini.

Cè biscotti? domandò spudorato.

Al mattino si mangia la pastina, rispose lei.

Non voglio la pastina.

Vai da mamma.

Dorme.

Andrea si arrampicò sullo sgabello, direttamente sui sacchi della spesa e restò a fissare il cortile. Caterina finì il caffè e andò a vestirsi.

Lavorare in cucina, quel primo mattino, era surreale. Laptop sul tavolo, secondo caffè, tentava di concentrarsi sui disegni ma sentiva le voci. Carla entrò alle otto, sorpresa di trovare Caterina al lavoro.

Ma tu lavori qui?

Sì.

È scomodo però.

Mi adatto.

Carla mise il bollitore, rovistò tra i suoi sacchetti, estrasse una marmellata, aprì e annusò. Dolce ovvio e denso, Caterina odiava lodore troppo zuccherato al mattino ma lasciò correre.

Alle nove si collegò con il cliente. Il proprietario di una villa in Brianza voleva un progetto unico, con livelli diversi, terrazza sul verde, luce naturale. Era il suo lavoro la sua reputazione, i suoi euro.

Parlò sottovoce, perché la suocera riposava nello studio, ormai sua stanza. Ma poi Andrea corse nel corridoio con un camioncino rumoroso, Caterina dovette chiudere la porta della cucina e stringere il telefono allorecchio, guardando il cielo.

Sì la sento, ci si può lavorare col terreno… sì…

Finita la call, fissava lo schermo. Il progetto era bello, il cliente serio. Il contratto le avrebbe consentito sei mesi di lavoro. Avrebbe dovuto concentrarsi. Invece pensava che la sua scrivania fosse sommersa di medicine e vestiti altrui, che la suocera le avesse già chiesto una sottopentola qualunque, e lei gliene aveva data una di legno, portata dalla Finlandia tre anni prima.

La prima settimana passò ovattata, come in un sogno. Caterina si svegliava alle sei e trenta, lavorava nella quiete fino alle otto, poi la tempesta familiare: chiacchiericci, TV, spostamenti. Ora la quiete era scomparsa.

Andrea si svegliava parlando, cantando, raccontando cartoni animati a nessuno in particolare. La sua voce acuta bucava ogni porta.

Carla monopolizzava il bagno. Quando Caterina aveva bisogno di prepararsi per una videochiamata, lacqua era già in funzione.

Francesca girava per la casa in calzettoni di lana, lasciando oggetti sparsi ovunque: il cavo del cellulare in corridoio; un beauty sul bordo del lavabo; una rivista aperta sul tavolino.

Al terzo giorno, la suocera cucinò il pranzo. Inaspettato e sembrava un buon segnale. Mentre Caterina cercava di lavorare in cucina, Carla friggeva polpette. Lodore, denso e grasso, impregnò tutto.

Ho fatto le polpette, venite a tavola quando vuoi. Marco mangerà caldo.

Grazie, dopo.

Perché? Si freddano…

Ho un punto delicato.

Carla fissò il laptop interrogativa, come se non potesse capire come qualcosa potesse essere più importante delle polpette calde.

Vabbè, fai come vuoi, poi non ti lamentare.

Caterina si mise le cuffie.

La sera Marco tornò e Carla lo viziava a cena, chiacchierava con Francesca, ridevano. Caterina si rifugiava in salotto col portatile sulle ginocchia, lavoro che riusciva male.

Cate, vieni a cena! gridò Marco dalla cucina.

No grazie.

Dai, mamma ha cucinato.

Lo so.

Pausa. Marco comparve in salotto con un piatto.

Ti ho portato qui.

Lascia, Marco, dopo magari.

Cate…

Sto lavorando.

Lui tornò in cucina. Attraverso la porta sentiva Carla bisbigliare qualcosa, …si vede che non fa piacere averci qua…

Caterina chiuse il laptop e restò ferma. Il silenzio non era vero silenzio: Andrea guardava un video nel salotto, in cucina le chiacchiere continuavano. Ecco, in quellappartamento cera ancora uno studio profumato di carta, con moodboard, campioni, una scrivania; uno studio ormai conquistato dallodore di un altro profumo.

Al quinto giorno, Carla spostò le tazze.

Per Caterina, un dettaglio importante: teneva le mug nello scomparto basso a sinistra, pratico per prendere quella davanti. Ora stavano tutte in alto a destra, mentre nello spazio libero cerano i barattoli con la pasta portata da Carla.

Le rimise giù. La sera dopo, erano su di nuovo.

Signora Carla, le preferisco sotto le tazze.

Caterina, adesso ci sono le paste, è più logico così. Gli alimenti con alimenti, stoviglie con stoviglie, no? voce paziente, da insegnante allalunno.

Questo è il mio mobile, mi trovo bene così.

Visto che siamo ospiti, mi sembra più giusto così.

Caterina bevve il caffè in piedi davanti alla finestra.

Quella stessa sera mancava uno yogurt. Quella mattina aveva comprato uno yogurt greco naturale, dopo lallenamento del parco. Rientrò per pranzo e aprì il frigo.

Mica ha visto il mio yogurt, signora Carla?

Andrea voleva il dolce, gli ho dato quello. Hai il supermercato sotto.

Caterina chiuse il frigo.

Signora Carla, la prego, non tocchi le mie cose senza chiedere. Se Andrea vuole qualcosa, me lo dica.

Ma Caterina, suvvia. Cosa sono questi permessi? Viviamo assieme.

Siete ospiti temporanei.

La suocera la guardò scandalizzata. Scosse la testa, uscì dalla cucina.

Quella sera Marco si avvicinò nel letto, prese la mano di Caterina.

Cate, non essere dura con mamma, ci è rimasta male.

Le ho solo chiesto di non toccare le mie cose.

Era uno yogurt.

Non è per lo yogurt.

E allora?

Lei fissò il soffitto, ricordò quando aveva tolto la carta da parati e ridipinto tutto col rullo, da sola, sbagliando colore una volta. Adesso, pensava, è il mio soffitto, qui non devo spiegare niente.

È il mio frigo, nella mia casa, non devo giustificarmi.

Caterina, pazienza. Due settimane passano.

Lhai già detto due volte.

Così hanno detto, i lavori vanno avanti.

Hai chiamato lidraulico?

Pausa.

Hanno tolto lacqua, adesso devono sostituire la colonna.

Quanto ci vorrà?

Non si sa con precisione.

Quindi non hai chiamato.

Nessuna risposta.

Il nono giorno perse la padella. Non sparita, ma non più la stessa. Caterina aveva una padella antiaderente comprata cara, sempre lavata a mano, mai col metallo. Quella mattina il rivestimento era rigato. Qualcuno laveva grattata col pagliaccio dacciaio. Solchi chiari su tutto il fondo.

Rimase lì a fissare le graffiature. Poi la mise nellangolo.

Entrò Carla.

Buongiorno, prepari colazione? Aiuto io.

No grazie.

Ma…

Signora Carla, chi ha lavato la mia padella?

Carla guardò la padella.

Lho lavata io, era unta. Ho strofinato per bene.

Col metallo? È ceramica, ora è rovinata.

Oh via, non esagerare. Brilla, è pulita.

Adesso è rigata. Non si fa col metallo.

Caterina, per carità, la padella è una padella. Un po di segni, che sarà mai. Faccio così da sempre.

Era la mia padella. La prossima volta usi solo le vostre.

Cercavo solo di aiutare!

Non ho chiesto aiuto.

Carla uscì, chiuse la porta con insistenza.

La sera Marco aveva la faccia colpevole.

Mamma è triste per la padella.

Mia madre ha rovinato la padella.

Non era intenzionale. Voleva solo aiutare.

Era costata cinquanta euro. Ora va buttata.

Ne compro una nuova.

Non è per la padella nuova.

Allora?

Caterina si sentiva osservata. Marco non capiva, davvero. Lo guardò.

Non è la sostituzione. È che qui cè chi entra, tocca, rompe, e a me si dice che esagero.

Cate, mamma ormai è anziana. Non lo fa apposta.

Non è una questione di intenzione. È rispetto.

Pazienza, Caterina.

Quante volte lo dici ancora?

Si grattò il capo.

Cate, sono sangue mio…

Lei si alzò, andò in camera e chiuse la porta. Sentiva Marco in cucina, sentiva Carla lamentarsi, una litania sul suo nome.

Chiamò Martina, lamica universitaria.

Sono nove giorni, Marty.

Credevi due settimane.

I lavori ci mettono, nessuno sa quanto.

Cate, è così per tutti. Vengono per poco, restano una vita.

Marti, non ridere…

Dico davvero. Ricordi Silvia? La suocera venuta per qualche mese: tre anni.

Caterina sospirò.

No. Non tre anni.

Appunto. Si sono lasciati.

Sei di conforto.

Ti sei mossa almeno?

Faccio notare quello che trovo. Marco dice pazienza.

Si vede.

Sto resistendo. Se non parlo, impazzisco.

Resisti, andranno via. Ma non star zitta.

Non sto zitta.

Fece silenzio, si stirava sul letto.

Dai rumori oltre la parete, madre e figlio ridevano. Un riso vero, che Caterina non aveva mai sentito: con lei, Carla era perennemente rigida.

Pensò che Marco, accanto alla mamma, qui era felice. Era la sua casa, non la sua. O meglio, casa sua, ma non il suo regno.

Al dodicesimo giorno, Carla commentò la cena.

Caterina cucinava pesce, una trota con limone e prezzemolo. Più volte aveva fatto così.

Rendi sempre il pesce così? chiese la suocera, osservando i gesti.

Dipende.

Marco non lo preferisce il pesce.

Lo mangia, lo sai.

Da bambino voleva la carne, polpette, era felice.

Il pesce è più salutare.

Mah, cè chi dice. Un uomo ha bisogno di mangiare sul serio, carne, risotto, arrosti… col pesce resta vuoto.

Caterina dava la svolta alla teglia.

Marco non si è mai lamentato.

Eh, per delicatezza. Ma conosco mio figlio, lho nutrito ventanni.

Lo nutro io, da sette.

Il silenzio diventò solido, come pane raffermo. Carla si alzò, prese il tè e uscì. Francesca, seduta allangolo col cellulare, se ne andò subito.

Marco entrò dopo un po. Si sedette, guardò la teglia.

Pesce?

Pesce.

Buono, si servì. Mamma dice che…

So già cosa dice.

Non discutete.

Cosa dovrei fare, tacere mentre mi dice come cucinare?

Non lo diceva con malizia.

Marco, ti accorgi che la giustifichi sempre? Ha rovinato la padella non voleva. Lo yogurt non voleva. Adesso insinua che cucino male non voleva?

Non ha detto male.

Lo ha detto eccome.

Marco rimase in silenzio, mangiando il pesce. Poi ammise:

È buono.

Caterina lavò le mani, andò in camera.

Di notte, Marco si sdraiava, sospirando.

Non dormi, Cate?

No.

Pazienza. Ancora poco, i lavori vanno avanti.

Hai chiamato lidraulico?

Pausa.

Mamma dice tre settimane almeno.

Caterina aprì gli occhi.

Tre settimane.

Bisogna cambiare tutti i tubi.

Non erano due settimane, allora.

Che posso fare? Non li mando sotto i ponti.

Nessuno lo chiede. Ma tre settimane non sono due. E io ci perdo soldi, il lavoro va a rotoli. Non riesco a lavorare in cucina con un bambino al giro.

Cate…

Ho perso il mio studio, non posso fare le videocall, non dormo con la TV accesa in salotto.

Andrea adesso va a letto alle nove.

E si alza alle sette, e in mezzo fa chiasso, e io sento tutto.

Mamma si corica presto.

Ma gira di notte per bere acqua. Accende le luci.

Come lo sai?

Perché non dormo.

Silenzio.

Parlo con lei.

Non serve, Marco. Solo tre settimane.

Pazienza.

Non disse altro.

Il progetto intanto la divorava. La villa nella Brianza, la richiesta di fare unabitazione che seguisse il terreno, livelli e terrazza, giochi di luce. Da due settimane studiava la composizione, come se la casa sbocciasse dal paesaggio, ne seguisse le curve, come ledera.

Ma lavorare era impossibile: Andrea infilava la testa davanti allo schermo, Carla occupava i fornelli o chiedeva spazio, Francesca metteva il bollitore e si metteva al telefono senza curarsi di altro.

Puoi telefonare da unaltra stanza? propose Caterina.

Siamo in cucina, io bevo il tè.

Sto lavorando.

Ma sono a basso volume.

Non era vero. Rideva, chiacchierava, ricominciava. Caterina mise le cuffie, fissò il disegno senza vedere nulla.

Così Caterina cominciò a lavorare solo di notte. Quando tutti finalmente dormivano, tornava in cucina, preparava un tè e lavorava fino a tardi. Dormiva poco, ma almeno produceva.

Marco la notava.

Hai ancora fatto notte?

Sto lavorando.

Cate, così ti ammazzi.

Non ho alternative.

Lavora quando Andrea esce.

Esce unora, se Francesca lo porta. E non sempre lo porta.

Marco sospirava. Prendeva il caffè e usciva.

Caterina pensava che avrebbero dovuto parlare, davvero. Un confronto serio, di giorno, senza scuse. Ma ogni volta sembrava non essere mai il momento; o lui arrivava distrutto, o cera la madre, o lei era troppo stanca e avrebbe gridato.

E così andava avanti.

Al diciassettesimo giorno, accadde.

Una mattina grigia, piovigginosa. Caterina aveva lavorato fino alle tre e ora, alle undici, era seduta in cucina a rifinire le alzate della facciata est, il punto in cui il progetto prendeva finalmente forma tutte le ore, lispirazione, le linee finalmente giuste.

Un tè, mormorò, alzandosi.

Metti acqua nella teiera, prendi la tua tazza preferita, versa le foglie. Bastarono tre minuti, cinque al massimo.

Si girò.

Andrea aveva preso la sua sedia, il portatile spalancato davanti. In mano, un bicchierone di succo di amarena, guardava interessato lo schermo premendo tasti a caso. Poi fece quello che fanno i bambini: si sporse, il bicchiere si rovesciò.

Caterina urlò, senza parole, solo voce; corse al tavolo, ma ormai era tardi. Il succo scivolava tra i tasti, larga chiazza rossa, e il portatile si spense. Amen.

Andrea la guardò spaventato.

Non volevo, disse.

Caterina fissava la tastiera grondante, la macchia di amarena inespugnabile, che si allargava fino alle stampe dei progetti.

Fraaan! gridò.

Entrò Francesca, vide il macello.

Andrea, ma che hai fatto?

Ha rovesciato il succo sul portatile.

Non lha fatto apposta.

Lì dentro ci sono giorni di lavoro.

Ma Cate, è un bambino…

Entrò Marco, ancora in pigiama: era domenica.

Che è successo?

Il portatile, sussurrò Caterina.

Marco guardò la scena, prese il computer lo inclinò, scese succo dalle fessure.

Mamma mia…

Cerano giorni di lavoro. Un progetto.

Cate, capisco…

Capisci? Il suo tono era un sussurro, inquietante. Quei file sono un contratto. Tre notti senza dormire.

Dai, sono bambini…

Non parlo del bambino! Parlo del fatto che in casa mia non posso lavorare senza che tutto venga invaso!

Carla entrò, osservò la scena, scosse la testa.

Colpa tua, disse.

Caterina si girò, gelida.

Cosa?

Si tratta così la tecnologia? Lasci tutto in giro, con un bambino nei paraggi.

Signora Carla.

Che cè? Ho ragione. Bastava mettere via.

Mi ero alzata tre minuti per un tè.

E allora? Tre minuti e guarda, il danno è servito. Dovevi pensarci, qui non è più solo tuo, scusami.

Questa è cucina mia, questo è il mio tavolo. Non devo nascondere tutto come fossi in un ostello.

Cate, disse Marco, non scaricare la rabbia su Andrea. Lo sai che non capisce. Sei tu la grande, stai attenta tu. La cucina non è uno studio.

Caterina lo fissò.

Aveva la stessa espressione di sempre, quella di chi spera di spegnere il fuoco col silenzio. Se lei avesse annuito, tutto sarebbe sparito, la madre contenta, Andrea una carezza, la pace. Aspettava che dicesse, hai ragione Marco, scusa.

Quindi è colpa mia, dichiarò Caterina.

Non ho detto colpa..

Proprio questo hai detto. Non dovevo portare il portatile in cucina. Nella mia cucina. In casa mia.

Dai Cate…

Signora Carla, scandì lenta, ha ragione. Avrei dovuto capire prima.

Prese il portatile, lo avvolse in uno strofinaccio e si chiuse in stanza.

Sul letto, fissava il pavimento.

Sentiva le voci nel corridoio. Carla diceva qualcosa a Marco. Francesca portava via Andrea. Poi silenzio, passi, Marco fuori dalla porta che non bussava.

Posò il portatile accanto a sé. Sulla custodia rimaneva il segno della macchia. Chiuse gli occhi. Dentro, qualcosa finalmente smetteva di stringere non perché fosse leggera, ma perché sera svuotata.

Ecco. Questo è tutto, pensò.

Quella notte non lavorò.

Fissava il buio e pensava, calma, come chi risolve qualcosa di definitivo. Marco entrò alle undici, Cate, come va, Tutto bene, e poi niente.

Pensava alla casa. A quanto laveva voluta. Alla prima volta in queste stanze spoglie, le pareti scrostate, capii subito: era quel posto. Ricordi del cantiere, gli artigiani, la scelta delle lampadine. La prima notte sul pavimento, senza mobili, solo sacco a pelo e abat-jour, e la sensazione di essere davvero a casa.

Pensava al progetto, che forse avrebbe ricostruito. Non tutto, ma una parte sì. Bastava poter ricominciare.

E non poteva.

Perché la sua scrivania era occupata, la cucina conquistata, il corridoio, il bagno, laria, la pace del mattino occupata da chi era arrivato per qualche giorno e non andava più via. E il marito vedeva tutto questo e diceva: Pazienza, sono famiglia, sei la grande.

Caterina pensava alla parola pazienza.

Laveva avuta tutta la vita. In collegio con venti persone per un bagno, in affitto da estranei, nella stanza in cui non poteva far rumore la sera. In bilocale dietro una libreria.

Aveva usato tutta quella pazienza per arrivare a questa casa, risparmiando, rinunciando, lavorando la sera tardi, alzandosi a fare progetti. Aveva creato un luogo in cui finalmente non serviva più avere pazienza.

E ora le chiedevano ancora: pazienza.

Sentì crescere dentro una decisione semplice, calma, rettilinea.

Allalba si alzò alle sei. Tutti dormivano. Caffè in silenzio davanti alla finestra. Poi iniziò.

Lavorava veloce: prese la grande valigia dal mobile dellingresso. Nello studio Carla dormiva, medicine sulla sua scrivania, golf della suocera appeso tra i suoi campioni, foglietti altrui sopra la sua bacheca.

Non la guardò. Mise via i suoi materiali, chiuse i raccoglitori, tolse le sue carte, lasciò la carta della suocera dove stava.

Passò in salotto: Francesca e Andrea dormivano. Mise insieme tutte le loro cose. Gli stivali di Carla, i giubbotti di Andrea, la borsina dei trucchi di Francesca, spaghettini, sacchetti, cavetti.

In camera, Marco dormiva di fianco alla parete.

Marco.

Un mugolio.

Sveglia, Marco.

Si voltò.

Vide il viso deciso, capì che era meglio svegliarsi.

Cate, che cè?

Ho preparato le valigie di tua madre e di Francesca. Sono in ingresso. Arriva il taxi tra venti minuti.

Si mise seduto.

Cosa?

Oggi vanno via.

Cate, che ti prende?

Marco, è una decisione. Ti chiedo solo aiuto.

Caterina, non sei normale… dove vanno? Casa loro è allagata!

Non è mio problema. Avete deciso tutto senza di me. Ora decido io.

Cate…

Se vuoi, vai con loro. Ma devono andare.

E uscì.

Francesca fu la prima a svegliarsi.

Che significa?

Tra diciotto minuti, taxi. Ho chiamato a casa vostra.

Ci cacci via?

Sì.

Francesca la fissava incredula, sperando fosse uno scherzo.

La casa non è pronta, non si può stare lì.

Problema vostro.

Lo dico a mamma.

Fallo.

Carla emerse in vestaglia da camera. Vide le valigie, Caterina.

Che sarebbe ciò?

I vostri bagagli. Cè il taxi.

Ma ti rendi conto? Non puoi cacciarci. È anche casa di Marco!

Sono lunica proprietaria, Marco è residente, ma la casa è mia. Con i miei soldi, il mutuo, tutti i lavori.

Non ne hai diritto!

Invece sì. Se resterete vi chiamo la polizia: avete distrutto cose di mia proprietà, padella, portatile. Ho tanto da denunciare.

Sei una…

Carla! Marco era già in piedi, vestito in fretta. Guardava madre, moglie, le sacche nel corridoio.

Non si fa così!

Invece sì. Vi sto solo chiedendo di andarvene.

È la stessa cosa!

No. Buttare fuori è urlare, insultare. Io chiamo solo il taxi.

Caterina, parliamone… sei agitata per ieri, calmati…

Sono calma, Marco.

Cate…

Mi senti? Sono calma. Ho deciso. Voglio che vadano.

È mia madre…

E io rispetto questo. Ma questa casa deve essere il mio porto. E non lo è più da diciassette giorni.

Il viso di Marco era quello di chi sa da sempre la verità, e la inghiotte ogni volta. Aprì la bocca. La richiuse.

Cate…

A quel punto, il telefono vibrò. Taxi in arrivo, diceva lapp.

Manca poco. Marco, dai una mano.

Carla uscì con il volto contratto, sistemava le ultime cose, brontolava a Marco. Francesca prese Andrea assonnato tra le braccia. Il bimbo guardò Caterina e chiese:

Andiamo via?

Sì, la vostra casa è pronta, Andrea.

Lui annuì e si strinse alla mamma.

Marco portò lultimo sacco. Tornò in ingresso.

Cate.

Sì?

Anche io devo… insomma…

Lei lo fissò. Marco, quarantacinque anni, responsabile marketing, sempre desideroso di accontentare tutti e non far felice mai nessuno davvero. Sette anni in casa sua, il suo caffè, il suo letto, ma al dunque aveva scelto la mamma.

Prepara la tua roba, disse Caterina.

Ma…

Prepara, Marco. Raggiungili. Va dove vuoi. Ma adesso, ho bisogno che lasci questa casa.

Sei seria?

Sì.

Rimase a guardarla, poi entrò in camera, raccolse poche cose in una borsa. Prima di uscire:

Pensavo tu fossi diversa.

Anche io.

Poi la porta si chiuse.

Caterina restò sola nellingresso.

Sentiva il rumore dei passi nel vano scala, la porta dellascensore, il clangore, poi tutto tacque.

Passò in cucina. Il tavolo, una macchia di amarena appena appena schiarita, il bicchiere di Andrea, una tazza non sua lasciata in bilico.

Rimisi a posto la sua tazza, la mise nel lavandino.

Fece il giro della casa. In corridoio, le impronte sul parquet. Lo studio era di nuovo suo: scrivania, scaffali, la bacheca. Restava un vago odore di profumo estraneo, ma sarebbe passato.

Sul divano del salotto, il copridivano spiegazzato. Lo piegò, lo mise via.

Poi tornò in cucina e mise su la moka.

Durante il borbottare, chiamò Martina.

Cate, tutto bene? Ti vedo online alle sette!

Se ne sono andati.

Ma come?

Ho fatto le valigie. Taxi. Tutti. Anche Marco.

Silenzio.

Ma Cate…

No, non dire nulla.

Penso che Martina cercava parole. Come ti senti?

Caterina guardò fuori. Il cortile bagnato, lasfalto ancora lucido, il cielo pallido di unalba milanese.

Non lo so, rispose. Strano. Vuoto.

Cate…

Non sto male. Semplicemente… sembra di aver buttato fuori qualcosa di pesante, e lo spazio deve pian piano riempirsi.

Lo sai che parleranno. Marco tornerà, faranno pressioni…

So tutto.

Sai cosa vuoi?

Caterina ci pensò. La moka cominciò a fischiare.

Ora no. Adesso voglio solo una cosa.

Quale?

Voglio bere il mio caffè, in silenzio. E mi basta.

Versò il caffè. Sentiva il rumore vero della casa. Il cane in cortile, le campane di Sant’Ambrogio, il primo tram del mattino.

Poi riempì la sua tazza, quella che aveva sempre tenuto sul ripiano basso.

Andò alla finestra.

Là fuori Milano si stava svegliando. La casa aveva macchie di succo, copertine fuori posto, tracce, residui di uninvasione; ma erano le sue macchie, il suo disordine, e lei avrebbe scelto il momento giusto per sistemarlo.

Posò le chiavi dellingresso sul mobiletto. Un solo mazzo. Non due, uno solo.

Poi tornò alla finestra e bevve il suo caffè.

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Abbi pazienza, sono famiglia
Non è un problema suo