Ricominciare da capo a cinquantacinque anni

A cinquantacinque anni ricominciare da capo

Mi ha chiamato il telefono che non erano neanche le dieci e già lo sapevo chi era, senza bisogno di guardare lo schermo. Era sempre il momento meno adatto, quello che sceglieva Carla per chiamare. Non lo faceva per cattiveria eh, semplicemente da anni il suo ritmo era diventato lunico concesso alluniverso.

Senti Luisa, hai segnato tutto quello che bisogna comprare? ha esordito Carla senza nemmeno un ciao. Sempre quel tono preciso, da capotreno che salva la giornata.

Buongiorno anche a te, Carla le ho detto, appoggiando la tazza di tè sul davanzale.

Sì, buongiorno, buongiorno. Quindi, hai scritto tutto?

Me lo ricordo. Tovaglioli di lino, candele nei candelabri alti, olive denocciolate e poi qualcosina ancora.

Non qualcosina, ma roba fondamentale. Le olive devono essere taggiasche, delle grosse, in vetro, non in latta. La latta rovina tutto il sapore. E le candele, che siano avorio, non bianche. Su una tovaglia scura, il bianco sembra da supermercato.

Ho sbuffato piano, voltandomi verso la finestra. Settembre colorava il cortile di giallo e arancione, i passeri ci si buttavano nelle pozzanghere dopo la pioggia. In fondo al cortile tre vecchi tigli, che mi erano così cari che quasi li sentivo di famiglia, come solo chi vive in città capisce.

Va bene, avorio.

E poi, Luisa, vorrei che tu arrivassi per le due. Non per le tre come hai detto. Devo mettere tutto in ordine, Paolo non è capace, mette sempre i piatti storti.

Carla, fino alluna ho un massaggio.

Ma che paziente il sabato?

Faccio la massaggiatrice. Il sabato per me è lavoro. Lo sai da ventanni.

In linea è scesa una pausa, quelle micidiali che Carla sapeva orchestrare meglio di chiunque. Diceva tutto: Eh, certo, tu hai sempre un motivo.

Vabbè. Arriva per le due e mezza. Ma non dopo. I primi arrivano alle sei.

Due e mezza, va bene.

E, per favore, vestiti decente. Non con quei tuoi camicioni di lino.

Carla.

Dimmi?

Ti voglio bene anchio ho detto, seria, senza alcuna ironia.

Silenzio, breve. Poi, più tenera:

Vieni presto.

Chiudo la chiamata, finisco il tè ormai freddino. La cucina sapeva di dolci, avevo messo a cuocere delle girelle alla cannella, così, senza motivo, solo perché mi andava. Da me profumo ce nè sempre: di torta, di caffè, di erbe essiccate appese dovunque. I vicini una volta hanno detto che casa mia sembra quella della nonna in campagna. Io lho preso come un complimento.

Esco verso le due meno un quarto, calcolando che fra traffico e tutto, arrivo giusta per le due e mezza. Invece la città si svuota: lautobus fila veloce, e alle tre meno dieci mi ritrovo davanti al portone in centro. Quei palazzi lì, li avevano costruiti negli anni 60 per la bella gente, soffitti alti, scale larghe, portiere allingresso. Carla diceva sempre che queste case hanno carattere. Per me, una malinconia; ma ho sempre lasciato perdere.

Suono. Niente. Suono di nuovo. Silenzio. Aspetto, poi prendo la chiave che Carla mi aveva dato per le emergenze, e penso che oggi è proprio emergenza magari lei in bagno, magari con le cuffie.

La porta non fa un rumore: Carla lha sempre oliata. Allingresso semioscuro, in fondo le tende tirate. Appendo la giacca, passo nel corridoio con il parquet scuro.

Sto per entrare in salotto quando sento una risata.

Mi blocco.

Non è una risata che conosco. La voce sì, è di Carla, ma la risata? No, quella no. Carla rideva sempre educatamente, mano davanti alla bocca, come ci insegnava la mamma. Questa invece è una risata a gola spiegata. Lo sento dal suono.

Faccio un passo, resto sulla soglia.

Sul tappeto chiaro, seduti per terra, cerano due. Carla, con una vecchia vestaglia a righe blu sbiadita che giuravo fosse sparita dai tempi delluniversità. I capelli raccolti come veniva, qualche ciocca sugli zigomi, niente trucco. Accanto a lei, un uomo sui cinquantacinque, jeans e camicia a quadri, capelli brizzolati alle tempie. Tra loro un foglio di carta da forno, sopra due piadine avvolte nella stagnola, verdure che spuntano dal bordo. Due bicchieri con cola e dei tovaglioli di carta già usati.

Erano stati ridendo fino a un istante prima. Quando mi vede, tutti e due zitti, con una faccia sorpresa da film comico.

Io zitta.

Poi l’uomo si gira verso Carla ed è li che lo riconosco di profilo. Naso aquilino, occhi scuri, una cicatrice piccola sul mento che proprio lei mi aveva descritto tanti anni fa, per una caduta da ragazzino.

È Stefano.

Non lo vedevo da trentanni. Ma era lui, anche se gli anni passano cè qualcosa nelle persone che non cambia mai.

Luisa, finalmente dice Carla. E nella voce nulla di colpevole, più una specie di intimità, come se mi trovasse, per caso, lì dove non doveva.

Ho citofonato, dico io. Non rispondeva nessuno. Avevo la chiave.

Non abbiamo sentito, risponde Stefano.

Vedo.

Silenzio. Io guardo Carla, lei guarda me. Stefano si mette a scrutare il muro con grande diplomazia.

Dai, vieni fa Carla, vuoi una piadina?

No grazie, entro piano in salotto: sarebbe assurdo restare in piedi.

Guardo intorno. Il salotto di Carla sempre perfetto: mobili scuri, pareti chiare, quadri incorniciati, nulla fuori posto. Eppure, in mezzo a tanta perfezione, quei due lì, seduti a terra a mangiare da asporto era il quadro più felice che avessi visto da mesi.

Stefano, butto lì, giusto per dire.

Proprio io, sorride, come nelle vecchie foto: quel sorriso un po storto, con la fossetta a sinistra.

Ci siamo ritrovati, inizia Carla.

Lanno scorso, aggiunge lui.

Sì, lanno scorso, conferma lei. Luisa, so come sembra.

Non lo sai, rispondo, se no non saresti lì.

Carla ride. Questa volta quella risata nuova, alleggerita, come se avesse tolto un peso.

Siediti, su, non restare impalata.

Mi accomodo sul divano, quello di pelle beige che, a detta sua, costa quanto una Panda usata. Sempre avuto paura di sciupare limbottitura. Ora mi viene da sorridere.

Si sono messi a parlare. Più loro, io ascoltavo. Si erano visti per caso, ad una mostra di un pittore che amavano da giovani. Stefano adesso viveva fuori Milano, in campagna, con un orto, qualche animale. Sposato e divorziato, nessun figlio. Carla a quel punto ha distolto lo sguardo.

E io pensavo che non la riconoscevo più. Carla non sedeva mai per terra. Carla non avrebbe mai mangiato piadine per terra. Questa invece sì. E guardava Stefano come si guarda qualcosa che non vorrai più smarrire.

Mi sentivo come davanti a un libro che hai sempre letto, ma di colpo le pagine sono cambiate.

E proprio in quel momento, la chiave gira nella toppa.

Tutti lo sentiamo. Carla si raddrizza, Stefano posa il bicchiere, io serrò una mano sul cuscino.

Paolo, sussurra Carla. Una certezza, nessuna domanda: chi altri?

I secondi si confondono. Carla scatta su e tira Stefano nel corridoio, bisbigliando. Sento solo bagno, bagno, e capisco che lo sta nascondendo nel bagno in fondo, dove dallo studio non si entra subito.

Attrezzi! sussurra Carla guardandosi intorno.

Eh?

Luisa, ci vogliono degli attrezzi in mano, tipo che è venuto per aggiustare qualcosa! Qualunque cosa!

Mi guardo in giro, prendo una scatola di legno dal mobile e frugo in un cassetto del comò; trovo una chiave inglese. Carla ha già accartocciato la stagnola sotto al divano, i bicchieri li nasconde dietro la monstera in angolo.

Non passa mezzo minuto.

Entra Paolo. Si toglie il cappotto con calma, lo appende, poggia la ventiquattrore. Sempre metodico. Mai una mossa a caso.

Carla? chiama.

Qui! gli risponde lei da salotto, voce più ordinaria che può. Io penso che non la batte nessuno a ricomporsi.

Entra. Avrà poco più di sessantanni, uomo robusto, capelli pettinati alla perfezione, vestito elegante. Faccia che non gli si legge mai niente, e questa cosa mi ha sempre messo un po a disagio.

Luisa, fa con cenno. Sei arrivata presto.

Non cera traffico, rispondo.

Ma perché sei in vestaglia? chiede a sua moglie.

Mi stavo cambiando. Giusto iniziato, è arrivata Luisa Carla regge lesame come sa. Paolo, come mai già qui? Non dovevi tornare per le sei?

Hanno spostato la riunione, risponde, guardandosi attorno.

Io studio la monstera, cerco di ignorare i bicchieri nascosti.

Cosè quello? domanda Paolo, indicando la chiave inglese che mi ritrovo ancora in mano.

Lidraulico, si inventa Carla al volo. Il rubinetto perdeva. Ho chiamato uno.

E la chiave a Luisa?

Glielho data io, per liberare le mani, riesco a dire senza scompormi troppo.

Paolo la fissa. Poi si siede in poltrona, mani giunte.

Dovè questo idraulico?

In bagno, risponde Carla.

Chiamalo qui.

Silenzio. Carla immobile.

Ti ho detto, chiamalo. Così gli chiedo se conviene cambiare il rubinetto.

Finisce un attimo e viene, fa Carla.

Aspetto.

Detto piano, ma la tensione nellaria sembra diventare pesante.

Passa un minuto. Due.

Non sarà mica annegato? butta Paolo.

Io guardo Carla. Che guarda fuori. Le spalle le si abbassano, la testa resta china.

Carla. Paolo adesso ha la voce dura. Chi cè in casa nostra?

Stefano, dice lei piano. Si chiama Stefano.

Silenzio.

Stefano chi?

Un mio compagno di liceo. Un amico di vecchia data.

Perché lo nascondi?

Carla si gira verso il marito. Non ha paura, ma una nuova fermezza. Quella di chi ha deciso di non rimandare più una conversazione dolorosa.

Perché avresti iniziato con le domande.

Le faccio anche adesso.

Paolo, esci Luisa.

Luisa resta, risponde lui.

Luisa, per favore, vai fuori, mi prega Carla.

Esco in corridoio. Mi appoggio al muro, il parquet vibra appena sotto i piedi. Dal bagno, nessun suono. Penso a Stefano lì dentro, al buio.

Dal soggiorno, la voce piatta di Paolo:

Voglio che questa persona esca dalla mia casa.

Nostra, corregge Carla.

Sì, nostra.

Paolo, ti spiego.

Spiegami.

Pausa. Sento Carla camminare, passi sbilanciati quando è agitata va così.

Ci siamo rivisti un anno fa, per caso. Non lo vedevo dal 87. Ha vissuto allestero, poi è tornato.

Carla, la sua biografia non mi interessa.

A me sì. La voce di lei si fa decisa. Mi interessa. Perché non lho mai dimenticato. Mai. Ventotto anni di matrimonio e non lho mai dimenticato nemmeno un giorno.

Un silenzio lungo.

Mi appoggio di più al muro, chiudo gli occhi. Una stanchezza improvvisa.

Mi hai tradito? chiede Paolo.

No.

Allora cosa succede?

Niente. Pausa. Ed è questa la cosa peggiore, Paolo. Da tanto.

Non capisco.

Lo so.

Da qui la voce di Paolo diventa più bassa:

È il tuo amante?

No.

Allora che ci fa qui?

È venuto. Abbiamo parlato. Mangiamo. Ridiamo. Carla fa una pausa. Non mi ricordo lultima volta che ho riso così. Davvero non me lo ricordo. E questo mi fa paura.

Allora sei infelice perché non ridi?

So sorridere, so fare bella figura alle cene di lavoro, alle feste. Ma ridere perché ne ho voglia, non per dovere, quello non mi ricordo più come si fa.

Carla.

La casa è bella, lo so. Lho fatta io, con le mie mani. Ho scelto ogni piatto, ogni tenda. So quanto vale quel tappeto dove oggi mi sono seduta. Pausa. E quando mi sono seduta e mangiato una piadina per terra, non mi importava di rovinarlo.

Hai mangiato la piadina sul tappeto.

Sì. E nella voce cera qualcosa di nuovo, diretto e fragile. Ed è stata la cosa più bella degli ultimi anni.

Carla, ti rendi conto?

Sì. Sento me stessa. Da tempo. Pausa. Paolo, la nostra casa è un museo. “Vietato toccare”. Viviamo così da anni. Bella. Perfetta. Morta.

Sento Paolo alzarsi. Cammina pesante.

Cosa vuoi?

Voglio togliermi tutto di dosso, dice Carla, e nella voce quasi piange, ma non escono le lacrime. Ho costruito tutto per essere felice. Fatto tutto giusto. Ma dentro si spegneva tutto. Capisci? Sempre più silenzio, come un museo.

Vuoi andare via.

Non era una domanda.

Sì, dice Carla, e dentro ci sta tutta la sua decisione.

Per lui?

Per me. Lui mi ha ricordato che esisto.

Adesso esco dal mio angolo, vado a bussare in bagno con due colpetti, come da bambine. Stefano esce dal buio, con la scatola di legno in mano.

Ci guardiamo, stretti in quellandrone.

Hai sentito tutto, dico.

Sì.

Cosa pensi?

Sta zitto un po, poi dice:

Io non mi aspettavo nulla. Sono venuto perché mi ha chiamato. Non credevo sarebbe andata così.

Così come?

Che lavrebbe fatto davvero.

Lo guardo bene. Ha le mani rovinate dal lavoro e gli occhi stanchi. Non è luomo per cui di solito si butta tutto per aria. Ma in lui cè qualcosa di vero, semplice, come una panca che nessuno guarda, ma dove vuoi sederti davvero.

La ami? gli chiedo.

Sempre amata. Anche senza vederla, dice piano. Magari può sembrare strano.

No, dico io. Non è strano.

Carla esce dal salotto, pallida ma decisa, di quella calma che ti arriva solo dopo un terremoto interiore.

Mi guarda.

Vado via, dice.

Lo so.

Subito.

Ma hai preso qualcosa?

Documenti nel cassetto e qualche soldo, mi fa. Il resto dopo. Ora non riesco.

Luisa, arriva la voce di Paolo dalla sala, dille che sta facendo una sciocchezza.

Io taccio un attimo.

Non lo dirò, rispondo a voce bassa.

Carla prende una borsa, infila la giacca sopra la vestaglia, unocchiata allo specchio e poi via.

Lu, dice sulla porta.

Dimmi.

Non giudicarmi ora. Fallo dopo, se vuoi.

Non ti giudico.

Annuisce. Esce. Stefano dietro. Chiude la porta.

Mi ritrovo sola nellingresso.

Dal salotto, il nulla.

Aspetto un po, poi vado. Paolo è seduto ben dritto nella poltrona davanti alla finestra. Odora di colonie buone e chissà come mai di piadina, odore che mi rendo conto solo adesso.

Ha bisogno di tempo, dico perché qualcosa devo dire.

Aveva bisogno di un altro marito, risponde lui senza voltarsi. Voce svuotata.

Non trovo risposta. E forse è giusto così.

Prendo la giacca, saluto e scendo.

Fuori è quasi buio. Le sere di settembre sono corte, fresche. Mentre cammino verso la fermata, penso a Carla, a Paolo, a Stefano che ha avuto il sangue freddo di reggere venti minuti in un bagno che non era suo senza perdere la dignità. Penso alla vecchia vestaglia. Al bicchiere dietro il vaso.

Non so se Carla ha fatto bene. Nemmeno so se esiste un bene e un male in questa storia. So solo che stasera qualcosa si è spostato dentro di noi, per sempre, come col terremoto.

Passano dei mesi strani. Io sento entrambi. Paolo ogni tanto mi telefona, parla poco, chiede se Carla ce lha fatta a organizzarsi. Io rispondo con cautela. Carla invece chiama più spesso, parla in modo diverso. Si è trasferita da Stefano, nella casa che aveva comprato anni fa in un buco di paese verso Lodi. Tre ore di autobus da Milano. Racconta della capra che hanno, di come ha imparato a fare il fuoco nella stufa, delle mani sempre gelate.

Io lascolto, e non riesco veramente a immaginarmela con le sue creme chic e la manicure da estetista, ma quando penso alla vestaglia e a quella risata sul tappeto, ci credo.

Sua figlia Elisa vive a Torino, lavora, cresce un bimbetto. Vede la mamma poco, la sente meno. Quando ha saputo della separazione, è rimasta muta, poi ha detto solo: è assurdo, mamma, non posso capire e non voglio capire. Carla lo racconta con calma, ma sento che questo è il colpo più duro.

Io vado a trovarla solo lanno dopo. Prima non me la sentivo, poi fra lavoro e altro, il coraggio mi è arrivato quando nei viali della mia via i tigli sono tornati gialli. Prendo il biglietto per il paesello si chiama Fontanella, un nome che sembra uscito da una storia dei nonni. Lautobus ci mette una vita, ogni quattro passi si ferma, la gente sale e scende con sporte, gabbiette di galline, sacchi di patate. Io guardo fuori e penso che non ero mai stata così lontano da Milano.

La casa di Stefano è in fondo al paese, una casetta di legno mai ridipinta, davanti ci crescono le astri autunnali, viola. Dietro si vede lorto, tutto lavorato per linverno. Dal camino esce fumo anche se non fa poi così freddo.

La porticina cigola, spingo.

Dal fondo dellorto esce Carla. Stivali di gomma, giacca imbottita, secchio in mano. Capelli annodati in una treccia. La faccia diversa, e mi accorgo che semplicemente è invecchiata parecchio, molto di più in questo ultimo anno. Le mani con le nocche segnate, quando posando il secchio mi abbraccia.

Luisa, dice, e nella voce tutta la tenerezza che da troppo non sentivo.

Ci stringiamo nel cortile.

Sei invecchiata, le dico.

Lo so, e ride. Quella stessa risata nuova.

Ti dona.

Non mentire.

Non sto mentendo.

Entriamo. La casa: il caos accogliente che io chiamo vivo. Ode di legno e di torte sul tavolo un centrino alluncinetto, vaso di geranio sul davanzale. Nellangolo, la stufa a legna smaltata, mezza annerita per luso.

La accendi tu? chiedo indicando la stufa.

La accendo io. Stefano mi ha insegnato. Basta non dimenticarsi la bocchetta aperta o ti intossichi.

Giro per la stanza. Tutto diverso dalla casa in città. Niente mobili costosi. Qualche pezzo antico, altri moderni ma comprati in sconto. Tende a quadretti, scaffali di libri e alcune foto in cornici di legno. In una ci siamo io e lei, da giovani in un campo.

Lhai presa con te quella foto?

Stefano lha fatta stampare, glielavevo mandata scansionata. Carla mette lacqua a bollire. Siediti tranquilla.

Parliamo in cucina. Carla racconta: la capra dà latte, è testarda, ma ormai ci si capisce. Questanno sono venuti bene i cavoli nellorto. Stefano va in paese una volta a settimana per fare la spesa. I vicini sono gentili, una signora le insegna a fare la verza sotto sale e il pane.

Io la ascolto e non la riconosco. Quella di prima si faceva portare tutto a casa. Quella di oggi parla di verza come una volta parlava di borse firmate.

Sei felice? chiedo senza girarci intorno.

Carla ci pensa davvero, non un attimo, ma sul serio.

È una domanda strana. Non posso dire che va tutto bene. Elisa non mi parla lultima volta è stata a maggio ed è andata male. Ho sempre i piedi ghiacciati, perché il pavimento è freddo e le assi nuove non le abbiamo ancora messe. Mi manca la doccia calda a qualsiasi ora, qui lacqua a volte manca. Prende la tazza fra le mani. Però mi sveglio e la prima cosa che penso non è devo. Esisto, e va bene così.

Capisco, dico io.

Una volta non capiresti.

Forse.

Stefano arriva per pranzo dal cortile. Mi saluta pacato, apparecchia con Carla senza una parola di più né una di meno. Ecco come vivono chi si è scelto davvero. Eppure, sono solo un anno insieme.

A tavola si parla del clima, dellorto, di come Stefano vuole costruire una serra piccola lanno prossimo. Io racconto del lavoro, dei pazienti, del gatto che ho adottato a ottobre scorso, un tigrato dalle zampine bianche.

Come si chiama? chiede Stefano.

Pietro.

Bel nome.

Dopo pranzo, Carla mi porta a vedere la capra. Vive in una baracca dietro casa, mastica il fieno come se la prendesse davvero sul serio.

Si chiama Bianca, dichiara Carla.

Mi giudica, dico ridendo.

Giudica chiunque. Ma dà un latte spettacolare. Stefano ci fa il formaggio, semplice ma buono.

Vedo mia sorella in stivali di gomma, nel cortile, con la capra, sotto il cielo grigio. Una roba che nemmeno nei miei pensieri di un anno fa.

Si sta tornando in casa, quando sentiamo una macchina fermarsi davanti al cancello. Da queste parti non passa mai nessuno. Carla si blocca.

Fuori cè una grossa berlina nera, assurda per una strada di fango. Ne scende Paolo.

Sento tutta laria che cambia attorno.

Carla resta ferma. Paolo apre il cancello e entra.

Sempre in ordine, elegante, con due grandi sacchetti.

Carla, dice.

Paolo, risponde.

Buonasera, Luisa.

Buonasera.

Si guarda intorno, come chi è in terra sconosciuta e per educazione finge di capirci qualcosa.

Ho portato un po di cose. Mette i sacchetti sulla panca. Roba calda, stivali veri, non di gomma. Passata, biscotti.

Carla guarda i sacchetti.

Non serviva.

Qui non cè nulla di questo.

Cè quello che basta.

Carla. Pausa. Tu stai qui in una casa in campagna, con la stufa e la capra. Non è per te.

Mi ci abituo.

Questa non è vita.

Carla lo fissa, dritta.

La vita, Paolo, di chi è? Tua o mia?

Sei caduta in basso. Lo capisci?

Mi sono rialzata. Voce pacata, senza rabbia. Tu vedi un paio di scarpe vecchie, una casa scrostata, una giacca della bancarella. In basso, per te è questo. Io invece non devo più mettere la maschera ogni giorno.

Non te lho mai chiesto io.

Non me lhai chiesto esplicitamente. Ma era lunico modo per stare al passo.

Paolo infila le mani in tasca, guarda la casa, poi di nuovo sua moglie.

Sono cambiato. Se torni, sarà diverso.

Paolo, Carla non ha freddezza, solo fermezza di chi ha deciso. Sei una brava persona. Non mi hai mai fatto soffrire, hai dato tutto a me, a Elisa. Hai comprato casa, hai mandato Elisa alluniversità. Hai fatto tutto giusto.

Allora perché?

Perché giusto e bello non sono la stessa cosa. Fa una pausa. Non hai colpa. Ma io soffocavo. E nemmeno è colpa tua. Succede.

Paolo la guarda a lungo, poi i sacchetti, poi lei.

Elisa non ti perdonerà.

Lo so.

Per lei hai tradito la famiglia.

Forse. Morde il labbro, primo segno di cedimento. Spero che col tempo capisca, non che approvi, solo che capisca. Sono diverse queste cose.

Io non capisco, dice. In queste tre parole, cè finalmente una traccia vera.

Me ne dispiace, risponde Carla piano.

Sta ancora un po, poi si volta e va alla macchina.

Tieni i sacchetti, comunque.

Grazie.

Se ne va e la polvere resta nellaria.

Restiamo lì. Odore di terra, di fumo. Di là abbaia un cane stanco.

Tornerà, dico piano.

Credo sì. Finché non si rassegna.

E tu? Tanta fatica?

Sì. Carla prende su i sacchetti, entra in casa. Dammi una mano va.

La sera scende silenziosa, come sa fare solo in campagna a ottobre. Stefano accende la stufa, calore bello pieno. Beviamo il tè con la marmellata di ciliegie della vicina. Stefano presto ci lascia sole e io capisco che ce la regala.

Restiamo sedute, ognuna da una parte del tavolo, come da bambine. Carla tiene la tazza fra le mani, dalla finestra solo buio, appena il battito del vento tra lorto.

Luisa, dice, tu mi giudichi?

Non rispondo subito. Stavolta penso davvero.

Non lo so. Un anno fa avrei detto sì: una follia, a cinquantacinque anni non si fa. Ma ora…

Ora?

Ora guardo te che mi stai davanti, e mi chiedo chi ha stabilito che a una certa età non si fa. Chi ha scritto che se sei sposata devi restare lì, anche se dentro ti spegni?

Non la pensavi così prima.

Prima non ti avevo vista ridere così.

Mi sorride.

Ero io a non ricordarmi più di saper ridere sul serio.

E io ero rimasta scioccata. Vedevo te, che eri la realizzata, la donna con tutto: casa, marito, soldi, sicurezza. Io invece vivevo alla buona, lavoro semplice, mobilio riciclato. A volte pensavo: Luisa, non combini mai niente. Guarda Carla…

Lu.

No, fammi finire. Pensavo che tu vivessi “giusto”, io invece arrancavo. Ma sai, quella scena della vestaglia non mi ha fatto sentire giudicante, ma sollevata. Ho pensato: vivere bene non garantisce nulla.

Fuori il vento sbatacchia la grondaia, la stufa fa il suo rumore buono, odora di legna e marmellata.

Ho perso Elisa, sussurra Carla. Lo temevo. Forse non per sempre, ma adesso non mi vuole. Risponde a monosillabi. “Tutto a posto, mamma. Va bene. Ciao.” Mi fa male più di tutto.

È giovane.

Ha trentun anni.

È giovane pure a trentuno. Le prendo la mano, è ruvida, col callo del secchio. Capirà.

Dici?

Secondo me sì. A quarantanni, magari a cinquanta, ma capirà.

Mi copre la mano con la sua, ci facciamo una piccola montagna come si faceva da piccole.

Tu parli di fuga, di catastrofe dice Carla. Paolo parla di “caduta”, Elisa di tradimento. E tu, Luisa? Davvero?

Sto zitta, guardo il vetro nero, riflessi di noi due nella luce bassa.

Penso che tu abbia fatto quello che pochi sanno fare. Non perché sia giusto o sbagliato, ma perché avere paura è umano. Paura, a cinquantacinque, di accorgersi che non si è vissuto la propria vita. Che si può perdere tutto. Che le persone che ami non ti riconoscono più. Quasi tutti resistono. Semplicemente restano. Raccontano a loro stessi che “così si deve”.

E non sai chi ha ragione?

Non lo so. E in fondo, forse non c’è neppure ragione qui.

Carla annuisce, lenta.

Neanchio lo so, mormora. Di notte penso ancora: Elisa, Paolo, quello che ho lasciato. Forse è solo debolezza? Forse dovevo restare e basta?

E tu cosa ti rispondi?

Non lo so. Pausa. Però la mattina mi sveglio e sento lo stesso: calma. Nessun devo. Cè la stufa, cè Bianca la capra, cè Stefano. Cè lorto da rimettere a posto. Cè te che sei qui. Sorride. Per ora basta così.

Io la guardo. Il viso segnato, i capelli che non tinge più, argento puro che le dona. Le mani da lavori veri, nulla a che vedere con quelle curate che ricordavo. Lo sguardo sereno.

Ripenso a che cosè davvero la felicità. Non è la prima volta, ma oggi la domanda mi sembra più viva, più vera. Francesismi che si sentono ovunque: i soldi non fanno la felicità, ma qui, in questa cucina, con due sorelle e il profumo della legna, sembrano veri.

La vita che si è costruita Carla non è una favola. È dura, fredda, il latte della capra, la figlia lontana, il marito che torna con i pacchi perché solo così sa dire “ti penso”. Ma anche questa stanza silenziosa, il fuoco che scoppietta, le nostre mani una sullaltra, è altrettanto reale. Non saprei dire quale delle due versioni pesa di più.

Forse nemmeno esiste questa domanda.

Lu’, fa Carla.

Dimmi.

Sono contenta che sei venuta.

Anchio.

Torna a Natale. Qui la neve sembra vera. Stefano prepara la sauna.

Ci penso, sorrido.

Quando dici ci penso vuol dire sì.

Vuol dire ci penso.

Carla ride. Quella risata che avevo sentito la prima volta su quel tappeto di città. Ormai la riconosco: è la sua. Vera. Era sempre lì, solo che stava muta da tanti anni.

Fuori ottobre fa il suo tramonto. Buio, silenzio, odore di terra umida e fumo. Da qualche parte lontano, a tre ore da lì, una casa con il tappeto costoso e i mobili chiari, dove Paolo siede forse e guarda fuori. Elisa, in una città diversa, addormenta il figlio e forse pensa alla mamma, arrabbiata o triste o chissà come.

Qui invece, nella casa di campagna, la stufa crepita, odora di marmellata, e due donne di mezza età bevono tè e fanno silenzio, come sanno fare solo le sorelle. Ognuna persa nei propri pensieri. Chissà quale sia la vera felicità e se abbia mai un indirizzo. Quanto costa la verità, chi la paga davvero. E se tra la vita giusta e quella viva la scelta non sia la cosa più difficile di tutte.

La stufa sbuffa, il vento carezza le imposte. Bianca mastica nel buio.

La vita continua. In modi diversi. Ma veri.

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Ricominciare da capo a cinquantacinque anni
Due amiche, due destini