Incontro di Capodanno
Mamma verrà per tutte le feste. Ho già preso il biglietto la voce di Oliviana al telefono era pratica e sbrigativa, come se stesse annunciando larrivo di un nuovo divano, non quello della sua mamma.
Sei impazzita? scappò a Domenico, prima che potesse indossare la sua espressione da razionale imperturbabile. Dove la metto qua? Abbiamo la serata programmata con i colleghi, tutta quella gente in carriera…
Domme, è mia mamma. E starebbe da sola, poverina. Sono solo dieci giorni.
Dieci giorni. Nel suo mondo perfettino e lucido come una padella nuova, dove anche la polvere temeva di posarsi fuori posto, stava per infilarsi un pezzo di vita reale, rumorosa e molto poco allineata.
Domenico fissò limmagine di Oliviana sulla spiaggia di Positano che ancora lampeggiava sullo schermo. Sorrideva serena, come se non avesse idea del terremoto che stava mettendo in piedi. O forse lo sapeva perfettamente.
Oli, ascolta cercò di darsi un tono non ho nulla contro tua mamma, davvero. Ma è un periodo di fuoco. Non potrebbe venire che so, a febbraio? Oppure in primavera?
Domme, ha sessantotto anni. Magari la primavera non la vede nemmeno, chi lo sa.
Colpo basso. La signora Assunta era una roccia: lo scorso autunno ancora sradicava erbacce nellorto e preparava sottolio funghi da far perdere la testa. Ma Oliviana aveva premuto proprio sul nervo giusto, e Domenico sentì cedersi qualcosa dentro.
Va bene sospirò purché ci organizziamo. Ho la cena di lavoro, non posso disdire. Giusto?
Certo, ci mettiamo daccordo. Oliviana tagliò corto e passò a raccontare della scuola sub di Amalfi.
Domenico poggiò il telefono sul tavolo in vetro della cucina e osservò il suo regno: centoventi metri quadri in zona Porta Romana, piano alto, il panorama di Milano illuminata dalle luci di sera. Muri color grigio pietra, tubazioni a vista, mobili selezionati gara dopo gara tra showroom Fiorentini. Ogni oggetto costava più della pensione annuale di Assunta.
Ed ecco che quelluniverso calibratissimo, creato come unorchestra, stava per essere invaso. Da lei.
Si servì un caffè dalla macchina Virtù di ultima generazione (capace di fare trentaquattro tipi di caffè e sembrare un Tesla in miniatura) che, anche stavolta, venne fuori cremoso, temperatura perfetta, retrogusto nocciola.
Si ricordò di quando, cinque anni prima, entrando in quellappartamento insieme a Oliviana, la suocera arrivò ad aiutarli con le pulizie. Allepoca i mobili di design non esistevano e i muri erano bianchi e tristi. Assunta si aggirò fra le stanze con uno strofinaccio, lavò i vetri, sgridò gli operai per la polvere. Poi, con lunica pentola rimasta, cucinò una zuppa con quello che aveva portato nella borsa, e la mangiarono insieme seduti sul davanzale.
Bella casa aveva detto Assunta. Qui cresceranno bene dei bambini.
Domenico aveva solo annuito. I figli non erano in programma. Carriera, macchina, viaggi. I figli dopo. Cè tempo.
Son passati cinque anni. Di figli nemmeno lombra. Solo una casa sempre più bella e sempre più fredda. E ora Assunta sarebbe tornata.
***
Arrivò il ventinove dicembre, in una Milano sferzata dalla nebbia, e la TV già piena di speciali natalizi. Domenico la accolse alla Stazione Centrale, inguainato nel suo piumino costoso, accanto alla sua Jeep Medici color argento. Cercava una figura minuta, avvolta nel famoso piumino di un rosso ormai macchiato dal tempo.
Assunta scese dal treno col suo trolley vissuto e una borsa piena. Il viso era stanco, ma quando vide il genero sorrise un po.
Buongiorno, Domme.
Salve, signora Assunta. Le porto io la valigia.
Si sorprese di quanto fosse pesante. Sicuramente piena di vasetti di sottolio, marmellate, bontà agricole di cui nel suo frigo non cera mai posto, visto che era stipato di insalate pronte e Chardonnay.
In auto silenzio. Domenico accese la playlist jazz che portava al lavoro. Assunta scrutava la città: palazzi addobbati, gente carica di regali.
Comè andato il viaggio? buttò lì lui, per cortesia.
Bene, dai. In cuccetta ero con una signora che mi ha raccontato ogni cosa sui suoi nipoti.
Ah, meno male.
E tu lavori ancora come un matto?
Eh già. Fine anno, sempre il caos.
Altra pausa. Eppure loro, lui e la suocera, una volta avrebbero parlato per ore. Quando frequentava Oliviana e andava a trovarle a Pavia, nella loro casetta modesta. Assunta tornava tardi dalla clinica, sempre stanca, ma preparava la tavola, gli chiedeva dei suoi progetti. Lui raccontava, sognava ad alta voce. E lei ascoltava, annuiva e rabboccava il tè nella tazza spaiata.
In quegli sguardi cera come una fiducia. Non solo un ragazzo per la figlia, ma uno che ce lavrebbe fatta. E lui ce laveva fatta. Ora però, guardandola riflessa nello specchietto, provava un disagio inspiegabile.
***
La casa li accolse silenziosa. Domenico accese la luce. Assunta restò sullingresso, ammirando le pareti eleganti, le superfici specchiate, i lampadari scultorei.
Oh sembra una rivista.
Si accomodi, si spogli pure. Larmadio è qui.
Le mostrò la cabina armadio con le camicie a livello olimpico. Anche a lui venne da ridere quando vide il vecchio piumino tra i completi sartoriali. Assunta lo appese in un angolo, spaesata.
Dormirà qui la accompagnò nello studio, ribattezzato camera degli ospiti per loccasione: divano, scrivania, e libri mai letti. Lenzuola e asciugamani sono puliti, cè tutto.
Grazie, Domenico. È davvero molto accogliente.
Si sistemi. Vuole un tè? O mangiare qualcosa?
No, grazie Magari solo una lavata al volo.
Domenico scappò in cucina. Scolò un bicchiere dacqua frizzante dun sorso. Dieci giorni. Doveva resistere. E soprattutto, trovare una soluzione per la serata di Capodanno.
Il trentuno sarebbero arrivati i colleghi: otto, forse dieci. Tutti rampanti, tutti con una montagna di euro. Igor colla nuova moglie, Costantino con la modella, Lella architetta di grido col consorte. Tutti aspettavano che Domenico orchestrasse una serata impeccabile: champagne-moda, finger food da michelin, atmosfera di successo scintillante.
E ora anche la suocera. Con la sua vestaglia. Le sue chiacchiere sugli acciacchi. Il suo sguardo che legge sempre troppo.
Scrisse ad Oliviana: Tua mamma è arrivata. Tutto ok. Lei rispose con cuoricino e faccina. Dallaltra parte del mondo, la moglie prendeva il sole a Ischia senza il minimo pensiero sui rompicapi che lasciava.
Assunta uscì dalla camera in maglione scuro e pantaloni grigi. Capelli raccolti, viso lavato. Sembrava ordinata, dignitosa, quasi seriosa, ma sempre, in quellarredo patinato, fuori posto.
Domme, posso sistemare la cucina? Prima delle feste, a casa mia, è tradizione pulire tutto.
Guardi che viene la donna delle pulizie due volte a settimana.
Eh, ma male non fa. Oppure dimmi, posso aiutare col cenone? Oli mi ha detto che inviti gente.
Eccolo, il discorso che temeva.
Sì, vengono Ma, sa, è più che altro una serata di lavoro. Colleghi, partner Parliamo dei progetti futuri. Una specie di riunione informale.
Assunta lo osservò. In quello sguardo non cera critica, soltanto comprensione (che a quellora pesava il doppio).
Capisco, Domme. Non ti preoccupare, non darò fastidio. Me ne sto tranquilla in camera, leggo. Ho portato un libro che volevo finire.
No, ma non è che deve sparire. Solo che non voglio che si senta fuori posto.
Sta tranquillo, come vuoi tu.
Prese la borsa e tirò fuori vasetti di cetriolini, pomodori sottolio, funghi, confetture. Ogni barattolo maneggiato con più premura di un calice di cristallo.
Sono per te. E per Oliviana, quando torna. I cetriolini sono uno spettacolo. I funghi anche, puliti e messi via come piaceva a te. Destate ci pensavo, mentre li facevo: magari servono in una serata come questa.
Domenico osservò quei vasetti e sentì un misto di irritazione e vergogna. Si vergognava di irritarsi.
Grazie… sono gesti carini.
Che ci vuole, sei della famiglia.
Domenico guardò quelle mani forti e segnate dal tempo, il volto scavato di rughe. Un tempo Assunta era stata una donna bella, occhi profondi, capelli scuri, la figura sottile. Rimasta vedova presto, con una bambina da crescere, aveva fatto miracoli tra turni assurdi e corsi serali. Fermo che la figlia dovesse sempre poter scegliere per il meglio.
Ora era qui, nella sua casa da catalogo, timida, con i suoi sottaceti.
Signora Assunta… nemmeno lui sapeva cosa voleva dire davvero non si faccia idee. È solo un periodo un po difficile.
Figurati, Domenico. Faccio piano, non ti accorgi nemmeno che ci sono.
E davvero cera e non cera: per due giorni si alzava allalba, preparava colazione sul fornelletto piccolo, lavava subito piattino e tazza e tornava in camera. Un filo di TV, qualche pagina di libro. Usciva per tè, e chiedeva: Domme, ti servo qualcosa? Un pranzetto?
No, grazie, mangio fuori.
Cercava di star via da casa. Usciva di corsa, tornava tardi. Rientrava con la casa silenziosa, solo una lucina in corridoio, Assunta già a dormire dietro la porta.
Ma la sua presenza si sentiva: una tazzina pulita, un profumino darrosto nellaria, una coperta piegata sul divano. Segni silenziosi di premura.
Il trenta dicembre trovò finalmente il coraggio.
Signora Assunta, riguardo domani sera… Stavo pensando… Magari può fingersi, ecco, una specie di aiuto in casa?
Lei sollevò lo sguardo dal libro. Quel qualcosa che si era acceso nei suoi occhi, parve spegnersi di colpo.
Una collaboratrice, vuoi dire?
Sì, insomma, giusto per evitare domande. Sono gente un po esigente, non capirebbero…
Cosa non capirebbero, Domenico?
Tacque. Cosa doveva dire? Che avrebbero giudicato la suocera in tuta nella sua bella casa? Che qualcuno avrebbe sussurrato dietro: Col reddito che ha, si porta la suocera dalla provincia?
Sono abituati a certi standard. Vorrei evitare imbarazzi, per lei…
Per me? Assunta sorrise tristemente. Temi che sia io a sentirmi fuori posto?
Ma no…
Fa niente, Domenico. Va bene così. Sarò la collaboratrice.
Si rimise a leggere, ma le pagine restavano fisse. Ci fu un silenzio che restò appeso nellaria.
Signora Assunta…
Vai pure, sarai impegnato, io leggo qui.
Domenico uscì, chiudendosi la porta alle spalle. Appoggiò la fronte al muro. In pancia un groviglio di emozioni.
Domani doveva essere tutto perfetto.
***
Il trentuno iniziò con Igor al telefono.
Domme, pronto a fare il padrone di casa? Siamo daccordo per le otto, eh?
Tutto a posto. Lo champagne è in frigo, le tartine sono ordinate.
Che ne dici se arriviamo un po prima? Mia moglie vuole vedere la tua mitica casa.
Meglio verso le otto. Ho ancora da preparare.
Igor rise a pieni denti:
Ah, ci vuoi stupire ancora, eh?
Domenico rimase lì, a fissare lorologio. Dieci e mezza. Giornata lunga.
In cucina, Assunta già era al tavolo col tè e il suo quadernetto di appunti.
Buongiorno salutò con dolcezza.
Buongiorno. Fai la lista della spesa?
Stavo solo controllando cosa cè in frigo. Magari riesco a preparare qualcosa per stasera, se vuoi.
Lui sarebbe andato di piatti già pronti, ma non si poteva mai sapere con gli orari delle consegne.
Magari qualche stuzzichino fatto in casa…
Certo, lascia fare a me.
Si mise al lavoro. Rapida, precisa. Tagliava, impastava, mescolava, senza batter ciglio. In un momento lui la guardò e pensò che non la vedeva così viva da tanto tempo.
Serve una mano?
No, no, tu pensa alle tue cose.
Lui sorseggiò caffè mentre, fuori, Milano sembrava un presepe immerso nella neve (che invece era solo nebbia, ma per una volta, si poteva sognare).
Ti ricordi il primo Capodanno insieme? disse Assunta senza girarsi. Tu e Oliviana eravate appena fidanzati. Sei venuto da noi a Pavia.
Domenico annuì. Altro che Milano: era il terzo anno duniversità, soldi pochi, idee tantissime.
Feci il cappone ripieno continuò lei. Tu avevi pelato dieci chili di patate!
Ricordo.
Restammo a tavola fino allalba, a parlare. Tu volevi cambiare il mondo. E io pensavo: questo ragazzo è vero. Vero.
Qualcosa si strinse nella gola di Domenico. Era vero. Anni prima era altro. Affamato, ingenuo, onesto. Se ne fregava delle figuracce. Era sé stesso.
I tempi cambiano… bisbigliò lui.
Sì, cambiano chiuse limpasto, coprì con strofinaccio. Ma tu hai fatto un sacco di strada. Ne sono orgogliosa, davvero.
Ti ringrazio.
Ma cè una cosa che non capisco. Perché ti vergogni di me?
La domanda era semplice, per nulla accusatoria. Ma Domenico diventò rosso.
Non mi vergogno iniziò a mentire, ma lei alzò la mano.
Domme, ho sessantotto anni. Gli occhi non ingannano. Ti imbarazzo, lo so perché vengo dal paesello. Gente semplice, lavoro duro, vestiti di chi fa durare tutto. Vasi di cetrioli in dispensa, più che bottiglie di vino.
Signora Assunta…
Non me la prendo, davvero. Solo, mi dispiace. Perché tu venivi da lì. Te lo dimentichi?
Sapeva benissimo da dove veniva: infanzia a Sesto San Giovanni, papà in fabbrica, mamma in mensa. Niente di lussuoso. Ma quella era la normalità, quella del pane caldo della domenica e dei panni stesi in cortile. Ora sembrava tutto così lontano, unaltra dimensione.
Vorrei di più mormorò è sbagliato?
Desiderare di più non è un peccato. Dimenticare le radici, quello sì rispose Assunta pacata. Bisogna ricordarsi la strada e chi ti teneva la mano quando sembrava lunga.
Ripulì le mani nello strofinaccio e lanciò uno sguardo così triste che lui si voltò.
Vado a sistemarmi. Rifletti, Domenico. Prima che sia troppo tardi.
Sparì. Lui restò fermo col caffè ormai freddo e il cuore in confusione.
***
La sera la casa brillava. Sul tavolo, piattini di tartine homemade: involtini di bresaola, mousse di tonno nei bicchierini, insalatine monodose. Sembravano piatti da catering stellato. Altro che infermiera, pensò tra sé, doveva fare la chef.
Arrivarono ostriche, tartare di tonno, foie gras, formaggi francesi dal delivery. Disposizione precisa, champagne Ferrari appena stappato e flute di cristallo.
Assunta uscì dalla camera alle otto meno cinque. Vestita in modo sobrio ma elegante, capelli ordinati, niente orpelli. Pronta per servire.
Sono pronta disse piana.
È proprio necessario? domandò lui, rendendosi conto di essere andato troppo oltre.
Sì, tranquillo. Servirò, sparecchierò. È il minimo.
Raccolse in sé una dignità che metteva tristezza.
Il campanello suonò. I primi furono Igor e Marina. Igor il solito spaccone di successo, orologio che brillava più del lampadario. Marina, short dress, perfetta, e una nuvola di profumo.
Ma che meraviglia, Domme! Marina si aggirava incantata. Questi applik sono nuovi?
Sì, su misura da Firenze.
Sogno! Igor, guarda è così che si fa!
Igor risate e pacca sulla spalla tipo squadra vinci sempre.
Assunta arrivò con il vassoio, flute di Ferrari. Prego, signori.
Marina prese il bicchiere senza nemmeno guardarla. Igor fece un cenno:
Grazie.
Questo è Assunta, ci aiuta stasera mormorò Domenico, sentendosi falso anche lui.
Fantastico! cinguettò Marina. Di solito la gente si danna per servire. Qua è perfetto! Domme, se la trovi per noi, io la chiamo subitissimo!
Vecchia conoscenza tagliò lui corto.
Assunta sparì in cucina. Arrivarono gli altri, casa piena di risate, brindisi, racconti di villeggiature.
Te lo dico, Mykonos è peste in inverno! urlava Vicky a mezza sala, calice in mano. Kosta vuole comprarci casa!
Noi preferiamo Madonna di Campiglio, chalet da paura! si vantava Lella. André, falla vedere la foto!
Domenico ascoltava discorsi su soldi, investimenti, ski pass oro, e si sentiva sempre più spettatore. Forse non iniziava oggi, forse era da quando Assunta era entrata a rimescolare tutto.
Lei appariva, scompariva, come un fantasma silenzioso: serviva, puliva, riempiva i bicchieri. Per gli ospiti era un elemento di contorno.
Ma queste tartine… Paradiso! Marina si gettò su quelle di bresaola. Dove le hai ordinate?
Fossi matta! la interruppe Igor dopo aver assaggiato il rotolino. Questa roba è fatta in casa. Ha cucinato quella signora!
Indicò Assunta che aspettava in disparte.
Eh sì… confermò Domenico.
Un tesoro! brindò Igor. Assunta, complimenti. Le do dieci e lode.
Assunta sorrise stanca. Grazie, è un piacere.
Ma fa catering? si intromise Lella. Ho il compleanno del marito, la prendo io!
Io Assunta lanciò unocchiata a Domenico.
È impegnata, non può azzardò lui.
Che peccato Lella tornò a parlare di Saint Moritz.
Domenico e Assunta si incrociarono per uno sguardo. Nessun rimprovero. Solo tristezza.
***
Mezzanotte. Fuochi dartificio fuori, la città a festa, brindisi e abbracci. Domenico sorrideva, diceva parole giuste. Ma dentro era vuoto.
Scorse Assunta piegata sui piatti nella cucina, da sola. Esausta, le spalle curve. Avrebbe voluto correre e abbracciarla, chiedere scusa. Ma non lo fece. Ammettere chi era, davanti a tutti, non era pronto.
Domme, ma ti sei imbambolato? Igor diede una spinta. Un altro giro, dai alla faccia di chi resta indietro!
Eh, beviamo
Bicchieri su bicchieri, voci che crescevano. Marina e Vicky si lanciarono in pista, André raccontò un barzelletta sguaiata. Tutti ridevano.
Assunta, invece, continuava. Puliva, riordinava, perfino raccoglieva i cocci di un bicchiere rotto. Sempre muta, sempre in ombra.
Alle tre cominciarono a sfilare, fra abbracci e auguri esagerati. Marina lo abbracciò:
Serata super! Davvero. Di alla signora che se viene da noi, la pago oro.
Le riferirò rispose vuoto.
Igor rimase per ultimo, in corridoio, a infilarsi il cappotto:
Sai che guardavo quella tua collaboratrice tutto il tempo?
Sì?
Mi ha ricordato mia nonna. Sempre silenziosa, a lavorare per tutti. Quasi nessuno ha detto grazie. Poi è morta, sola. E io non cero. Tutti eravamo impegnati.
Fece un mezzo sorriso triste.
Da allora sono passati ventanni. Ma io quegli occhi non li ho più dimenticati.
Domenico sentì scattare qualcosa dentro.
Perché me lo dici?
Così, forse ho bevuto troppo. Buon anno, Domme. Tieniti stretti chi vuoi bene.
E svanì.
Domenico chiuse la porta. La casa era di nuovo perfetta e deserta. In cucina lacqua scorreva lenta. Entrò.
Signora Assunta, vada a riposare. Faccio io.
Ho quasi finito. Ancora un attimo.
La prego…
Lei chiuse il rubinetto, si asciugò le mani senza rabbia né rimprovero. Solo stanca.
Sai, Domme, mentre pulivo pensavo a Oliviana. A quando ti ha scelto. Tu eri diverso, davvero.
Non sono cambiato…
Altroché sì. Sei come loro. Eleganti, vincenti, affascinanti, ma… vuoti. Cercate sempre di dimostrare qualcosa a tutti, mai a voi stessi. Soldi, successo, paura di perderli.
Non è giusto…
Sì che lo è. Ti ho visto guardare loro con invidia. Come se ti sembrassero più importanti, dotati di chissà quale dono. Hanno solo i soldi, Domme. E il panico di perderli.
E io cosa ho?
Assunta lo fissò a lungo.
Avevi la possibilità di restare umano. E hai scelto di essere impeccabile.
Passò davanti, ferma sulla soglia.
Domattina parto. No, non convincermi. Qua sono di troppo. In questa vita patinata non cè posto per chi ricorda chi sei davvero. O per chi ti vuole bene e basta.
La prego…
Buonanotte, Domme. E buon anno.
Chiuse la porta. Domenico rimase fermo tra bottiglie vuote e tartine avanzate. Fuori i fuochi continuavano, ma sembravano rumori da funerale. Di qualcosa che aveva perso. Forse di sé stesso.
***
Non dormì. Si sedette al buio a osservare lalba su Milano. Il cielo virava dal nero al rosa, poi al bianco. La città si svegliava, stonata, dopo la baldoria.
Alle sette Assunta uscì pronta, la valigia già chiusa.
Ho chiamato il taxi. Tra mezzora sarà qui.
Domenico si alzò, le parole che aveva pensato tutta notte si sciolsero.
Non parta.
Devo.
La prego, mi scusi. Posso rimediare.
Il passato non si aggiusta. Gli posò la mano sulla spalla. Il problema vero non è che ti sei vergognato di me. Ma che ti vergogni del ragazzo che eri. Finché non lo accetti, resterai infelice. Oltre i soldi, oltre le vetrine.
Voglio essere felice, sul serio.
Felicità non è come il successo, sono due cose diverse. Puoi avere entrambi solo se non tradisci te stesso. Ma ormai non te lo ricordi più.
Lo abbracciò. Forte, come una mamma. E lui si ricordò di quando, dopo la morte della sua, aveva pianto sul grembo di Assunta, che gli aveva sussurrato: Andrà tutto bene, Domme. Andrà tutto bene.
Ma ora niente parole. Solo quellabbraccio. Poi prese la valigia e andò alla porta.
Saluta Oliviana, dille che le voglio bene sempre.
Signora Assunta…
Addio, Domenico.
La porta si chiuse con un click. Lui rimase nellingresso perfetto, a fissare il vuoto. Poi si lasciò scivolare a terra, la testa tra le mani.
Restò così, fino a quando il telefono squillò.
Oliviana. Rispose.
Buon anno! voce allegra. Comè andata ieri? Tutto bene?
Sì, tutto benissimo.
E mamma? Non si è annoiata?
Domenico chiuse gli occhi.
È partita. Stamattina.
Come partita? Doveva restare dieci giorni!
Ha detto che la chiamavano urgentemente.
Silenzio.
Domme, che hai combinato?
Cosa aveva fatto? Solo quello che tutti dicevano fosse giusto: lavoro, status, bella casa, gente che conta. Era un reuccio. Ma dentro sentiva solo il vuoto, e uno strano dolore nello specchio.
Domme, mi ascolti? Rispondi, dai!
Guardò il cielo, adesso chiaro e trasparente.
Ti sento, Oli. Non so cosa dire.
Chiama mamma. Subito. E chiedi scusa.
Lo farò.
Rimase seduto, solo. Si sentiva gocciolare un rubinetto. Il frigorifero brontolava. Dalla parete filtrava una voce di TV, una risata finta di qualche talk show.
Si alzò, con passo lento. In corridoio, lo specchio gli restituiva un volto esausto, gli occhi spenti.
Poi vide la mensola: tra i piatti rimasti solo una cosa. Un barattolino di cetriolini sottolio, con il coperchio rigato.
Lo aprì, ne prese uno. Il croc fiero di aglio e aneto, il profumo dellinfanzia, la casa di papà e mamma. Quello era il sapore della felicità: nessuna carta di credito poteva regalartelo.
E allimprovviso si trovò a piangere. In mezzo a tutta quella perfezione, con le lacrime che colavano per tutto quello che aveva perso, per chi aveva abbandonato, per la parte di sé che aveva tradito.
Fuori si svegliava un nuovo anno. Un nuovo giorno. Forse, una nuova vita.
O magari, finalmente, se stesso.





