Marmellata di ciliegie
Elena, dove ha messo mamma la bacinella? Quella grande, la riconosci? Ci faceva sempre la marmellata! Carla stava aprendo uno dopo laltro i pensili stretti della cucina della casetta in campagna. Non la trovo più! Ho guardato dappertutto.
Magari lha portata in soffitta? Mi ricordo che dopo che papà se nè andato, ha detto che la marmellata non la faceva più, tanto non cera nessuno per cui farla.
Sì certo, come se noi non fossimo nessuno Carla si alzò con fatica dalle ginocchia, dolorante.
Coshai, Carla? Elena la guardò con apprensione.
Ancora la schiena. Niente di nuovo. Solito dolore. Dovevo solo rialzarmi piano.
Perché non vai dal medico?
Cosa vuoi che mi dica di nuovo? Ormai so tutto quello che cè da sapere.
Sei tale e quale a mamma! sbottò Elena gesticolando. Le gocce dellacqua con cui lavava le ciliegie schizzarono via, alcune finirono pure sulla pelliccia di Tito, il gatto, che dormiva beato sulla sedia a fianco. Tito sbuffò scocciato e aprì un occhio dorato per poi rimettersi a dormire, nascondendo il muso sotto la zampa. Sei sempre stata tu a rimproverarla che non si curava e non ascoltava i medici. E ora tu fai lo stesso, e secondo te dove porta tutto questo?
Elena, lasciamo stare Sai che la schiena mi fa male da anni e farà male sempre. Cerchiamo piuttosto la bacinella. Ho già provato a farla in quella nuova, ma non è la stessa storia. Buona sì, ma non quel sapore lì.
Forse mamma aveva un segreto?
Non ci ha mai parlato di segreti. Quante volte labbiamo fatta insieme: solito metodo.
Elena si alzò e uscì dalla cucina.
Dove vai? gridò Carla.
In soffitta!
Andavo io
Siediti, che se lì ti blocchi la schiena, ci vuole la gru per tirarti giù!
Carla rise, la loro era una confidenza verace, senza giri di parole. Diversissime di aspetto, però, di carattere erano simili, due ciliegie dello stesso ramo. Magra e slanciata Elena, minuta e morbida Carla: così aveva voluto la natura. Carla somigliava alla mamma quel tanto da non poter mai sentirsi estranea: gli occhi blu trasparenti erano i suoi, i ricci scuri del papà, il resto tutto dalla nonna materna. Oltre allaspetto, le era toccato anche il carattere: determinata e testarda, la prima parola che aveva pronunciato non era mamma ma Faccio io!. Questo era rimasto lo slogan di tutta la sua vita.
Amava la storia della sua famiglia, fiera di essere paragonata alla nonna. Giuseppina, rimasta vedova a ventitré anni con due gemelle piccole senza alcun aiuto dai suoceri – che addossavano tutto al proprio dolore – non si era abbattuta. Capendo di non farcela col piccolo stipendio da segretaria, si rivolse alla vicina di casa.
Signora Lidia, lei conosce un sacco di gente. Posso trovare lavoro come donna delle pulizie o aiutante? Sono ordinata e non ho paura di lavorare.
Lo so, rispose la signora Lidia, la preside della scuola del paese, energica e rispettata da tutti, con amicizie ovunque.
Mentre le versava il té, Lidia la studiava severa:
Saprai adattarti a qualche signora stramba? Ce ne sono parecchie che cercano aiuto ma sono strane forti.
Ho scelta io?
No, nessuna. O lavori o niente. Ma senti, Giuseppina, perché non lasci per un po le bambine in qualche istituto? Quando ti sistemi le riprendi.
Giuseppina si irrigidì, poi respirò e rispose con dignità:
Non sono stata cresciuta così. I miei figli, nemmeno per sogno li lascio. Grazie, ce la farò.
Siediti. Lidia finalmente sorrise. Mi piace, hai carattere e giudizio. Unaltra mi avrebbe mandato al diavolo; tu reggi la tensione. Taiuto io.
Detto fatto: Lidia la mise a servizio da una certa Milena, cantante lirica eccentrica ma generosa. Un vero personaggio.
Giusy cara, dove sono quelle tue bellissime bimbe? Ti ho vista col passeggino.
Una signora vicina mi fa il favore di vegliare su di loro.
Ma no! Portale qui, devono stare con la mamma! E poi la casa è tanto grande! Anzi, che ascoltino la buona musica, fa bene allanima.
Milena era sola, la sua arte e la voce erano tutto, ma non le bastavano a colmare un vuoto innato. Un Capodanno, dopo un po di vino, raccontò a Giuseppina la sua solitudine.
Vedi, la musica non ammette rivali. Oppure sono io così? Un errore, e resti senza figli e senza uomo. E io, chi mi vuole ora?
Essere donna, Milena, non è solo avere figli, rischiò a chiedere Giuseppina.
No, certo. Ma non so. Parlo di me. A me è rimasta solo la musica.
Così prese in simpatia le gemelle di Giuseppina, quasi a sentirle sue. Una volta disse:
Permettimi di essere la loro madrina. Non si usa più, ma lo desidero.
Così fecero. Milena coccolava tutte e due le ragazzine, ma era chiaro che più di tutte ne aveva bisogno lei. Dopo un po, vedendo la passione di una per la musica, insistette perché frequentassero la scuola musicale.
Quando Giuseppina trovò lavoro stabile e meglio pagato, non lasciò Milena, ormai era di famiglia. E quando Milena si ammalò, Giuseppina si occupò di lei come fosse una sorella, le figlie la aiutavano senza protestare. Alla fine, Milena se ne andò serenamente, lasciando la casa in eredità alle gemelle.
Il notaio, che conosceva Milena da sempre, le disse:
Accetta tutto ciò che lei vi ha lasciato, ringraziala per quellillusione di maternità che avete saputo regalarle. È lunico regalo che desiderava.
La vita andava avanti. Le due figlie di Giuseppina, Anna e Caterina, cresciute e laureate, si erano trasferite ognuna in una città diversa per stare con i mariti. I nipoti arrivarono con grande gioia: fu nonna due volte in pochi mesi. Ma nelle case delle due figlie latmosfera era diversa. Anna era felice, ma Caterina aveva un marito, Gennaro, buono ma poco determinato. Non avevano casa propria e Caterina mal sopportava di vivere con la suocera. Giuseppina propose allora di trasferirsi nella casa di Milena.
Carla ricordava ancora il primo ingresso in quel grande salone dominato dal pianoforte a coda quasi vivo. Mentre gli adulti erano intenti a sistemare scatoloni, lei allora bimba di cinque anni sollevò il coperchio e premette i tasti, sentendo il suono che la folgorò. Presto però sua madre la bloccò, rimproverandola e richiudendo con un colpo secco il coperchio che le pizzicò le dita. Da allora, per Carla, la strada verso la musica fu chiusa. Qualsiasi tentativo della nonna di convincere Caterina fu inutile: Carla avrebbe potuto occuparsi di qualsiasi cosa, ma non della musica.
Poi nacque Elena, la preferita. Quella che, sin da piccola, era tutto per la madre, che continuava a farle da chioccia anche a scapito della primogenita Carla. E così Carla veniva affidata spesso alla nonna Giuseppina che la portava con sé in campagna. In lacrime un giorno chiese:
Nonna, ma adesso mamma non mi vuole più bene?
Ma no, tesoro. Elena è piccolina, ha bisogno della mamma più di te, che ormai sei grande e sai già fare tante cose. Ma tua madre vuole bene a tutte e due!
Da ragazzina Carla capì che i secondogeniti spesso si conquistano più attenzione, ma che non era colpa della sorella. Così fece di tutto per essere notata: ottimi voti, disegni stupendi, ginnastica artistica. La madre liquidava tutto con un distratto Brava.
Crescendo, divenne ancora più chiaro che ogni dote di Elena veniva esaltata, la madre era tutta per lei. E quando Elena entrò in conservatorio, Carla pensò al suo pianoforte mai suonato. Non poteva però starsene amata dal resto della famiglia. Alla fine le due sorelle, proprio grazie al legame con la nonna e i ricordi dinfanzia comune, non si persero mai di vista.
Poi accadde che Anna, rimasta sola, volle tornare in città. Così discusse con Caterina su come spartirsi eredità e case. Caterina la prese male, si sentì usurpata, mentre Gennaro cercava solo di farle capire che la casa era intestata a entrambe.
Gli anni passarono. Carla e Elena con le loro figlie, i figli di Anna si riunivano spesso nella casa di campagna. Dopo la morte improvvisa di Giuseppina per una disgrazia sotto un vecchio albero di noce, tutto cambiò. Niente più torte calde, nessuno a cui chiedere consiglio.
Sei mesi dopo anche il matrimonio di Caterina andò in pezzi: Gennaro se ne andò, esausto.
Perché? urlava lei Hai unaltra?
Nessuna. Non ce la faccio più. Aiuterò sempre, ma non riesco più a vivere qui.
Caterina, incattivita, impose alle figlie di non vedere il padre, ma questa volta Carla e Elena si opposero unite. E questo segnò una svolta: la madre, pur di non perdere Elena, smise di fare guerra aperta.
Qualche giorno dopo, tra risate e scambi di aneddoti col gatto Tito che scappava in giardino, Carla chiese:
Ricordi come mamma faceva la marmellata? Non uno, ma dieci vasi ogni volta! Papà ne andava matto.
Certo. Ma a mamma dava fastidio se mangiava direttamente dal barattolo.
Alla fine, però, è rimasta solo lei. Le sue gelosie lhanno isolata.
Chissà perché sospirò Elena versando altro té. Non lho mai capita.
Strano, lei diceva che solo tu la capivi.
Macché Non ho mai capito perché era così severa con te.
Parlarono di giochi passati di mano, di rimproveri e della passione col pianoforte che Elena aveva coltivato anche grazie alla sorella.
Peccato tu abbia scelto numeri invece di musica.
Ma anche tra i numeri cè un po di sinfonia, con le dichiarazioni dei redditi allAgenzia delle Entrate! rise Carla.
Restarono in silenzio e poi Carla:
Perché nostra madre era così? La nonna ci ha sempre amate tutte, anche le figlie. Anna diceva che non cera mai distinzione.
Anna dice che ora non cerca nemmeno più di capire. Se Caterina dovesse bussare, la riaccoglierebbe senza rinfacciare nulla. Che senso ha portare rancore? Meglio la pace, anche solo per un giorno.
Ha ragione. Da giovani avrei detto il contrario, ma adesso lo capisco: il tempo vola. A volte non resta nemmeno tempo per chiedere scusa.
Lhai pensata tu?
No. È stata nonna Giuseppina ad insegnarmelo. Mi diceva che nessuno è più importante della famiglia e che, anche se loro non ci amano come vorremmo, niente ci vieta di amarli come vogliamo noi.
Anna fa proprio così.
Speriamo che anche mamma se ne renda conto prima o poi. Ormai è ora Accidenti allorologio! Dobbiamo prepararci, che tra poco arrivano tutti!
In men che non si dica, la casetta si riempì di nipoti, pronipoti, ognuno con la sua tazza personale portata fuori solo nelle grandi occasioni. Carla posò il pentolone di marmellata al centro della tavola, Tito si eclissò sotto i cespugli, sapendo cosa lo aspettava. I bambini, figli e nipoti delle due sorelle, mangiavano la marmellata facendone sparire ogni traccia, gettando di nascosto i noccioli tra i cespugli fingendo di piantarli per far crescere altri alberi delle marmellate.
Poi, la sera, si rifugiarono tutti insieme sulla veranda, cantando piano fino allalba. Solo allora Tito tornò in casa, si accucciò accanto a uno dei bambini e ronfando sotto le loro mani, capì che la felicità era tutta lì, nel respiro tranquillo dellaffetto.
Guardando tutti quei volti intorno, si capiva che la lezione di mia nonna era la più giusta: alla fine, conta solo amare senza condizioni, perché la famiglia è davvero lunico dolce che non stanca mai.







