La valigia senza manico

La valigia senza manico

Che ti manca? Viviamo già insieme. Perché deve importarti tutto questo? Ti viene voglia di un anello e di una firma, questo conta più del mio amore? Più di tutto quello che faccio e dico per te? Andrea si scaldava sempre di più, mentre Anita, con molta attenzione, posava il ferro da stiro sulla base, temendo che da un momento allaltro avrebbe perso la pazienza.

Io non ti ho detto una parola su anelli o firme. Ho solo chiesto: e ora cosa succede? Andrea, sono quasi sei anni che viviamo insieme.

E allora? Ci sono persone che vivono così tutta la vita. Senza obblighi, senza legami. Vivono il loro amore liberamente, senza preoccuparsi di cosa dicano gli altri. E poi chi se ne importa di queste formalità? Io no di certo. A te servono?

Anita, sentendo che stava per scoppiare, appese con cura la camicia di Andrea sullultima gruccia e uscì dalla stanza in silenzio.

Non era la prima volta che parlavano di questo. E non era neppure Anita ad aprire largomento. La prima discussione si era conclusa con un litigio clamoroso: si erano lasciati e per sei mesi nemmeno una telefonata. Lei allora si era quasi tranquillizzata, vedendo la storia come definitivamente finita. Non le piacevano i confronti e non aveva mai saputo difendere i suoi interessi. Bastava che le si inumidissero gli occhi, e tutta la sua capacità di affermarsi svaniva. Da bambina era una piagnona. Come gli altri ridevano per un nonnulla, così Anita versava lacrime per qualunque cosa. Né lei né i genitori sapevano da dove venisse questa sensibilità fuori misura. La mamma si arrabbiava e tentava di farla ragionare, il papà la consolava, dicendo:

Piagnona mia! Presto non servirà più innaffiare i fiori in casa, basterà chiamare Anitina, daccordo? Che ti ha fatto piangere stavolta?

La risposta poteva richiedere tempo e se poi si scopriva che stavolta piangeva perché le dispiaceva per la mosca che la mamma aveva schiacciato in cucina, forse madre di famiglia anche lei, i genitori scoppiavano a ridere e Anita passava al pianto serio, offesa. Come, non la capivano!

Con gli anni, le ragioni sciocche finirono, ma non il pianto: Anita, in lacrime sul libro o su una serie tv, sapeva commuoversi ancora vedendo qualcuno aiutare una nonna ad attraversare o tirare giù un gatto dallalbero. Solo per la tenerezza della scena.

Fu proprio in uno di quei momenti che Andrea la vide. Stava piangendo silenziosamente mentre guardava le foglie cadere nel parco.

Andrea era di carattere duro. Inevitabile, visto che tre sorelle più grandi e madre e nonna si erano messe dimpegno per farlo diventare uomo. E gli uomini non piangono! Nemmeno ci pensano! Questa lezione gli era stata impartita presto. Solo le femminucce piangono, e non tutte. Le intelligenti no: mollano uno schiaffo al bullo e vanno avanti. Così facevano le sorelle di Andrea, che difendevano se stesse e anche lui dal nido dinfanzia alle scuole. Quando a scuola Andrea chiese con forza che lo iscrivessero a lotta libera karate non lo voleva, cerano già le sorelle.

Le sorelle risero, ma la nonna le zittì subito:

Fino a quando volete saltare su per lui? Come crescerà mai uomo se gli state sempre intorno come tre arpie? Fatevene una ragione! Solo così imparerà ad arrangiarsi da solo e difendere sé stesso.

Le sorelle zittirono e si giustificarono: era solo una battuta.

Appena iniziarono ad arrivare i suoi risultati coppe e medaglie, piccole ma sue Andrea divenne uno dei ragazzi del gruppo. Un paio di nasi rotti, un braccio ingessato e nessuno lo prendeva più in giro, le sorelle pensavano ora agli affari loro.

Convinto che le donne non fossero affatto il sesso debole, Andrea rimase incantato quando, alla domanda: chi ti ha fatto piangere, vuoi che gli sistemi le cose?, Anita scosse la testa:

È solo… così bello…

Tanto gli bastò per vedere in quella ragazza, diversa dalle sorelle combattive, qualcosa di fragile e delicato, che non aveva mai conosciuto.

Di Anita gli piaceva tutto: il modo di parlare piano, senza mai alzare la voce; il sorriso leggero, come un tintinnio; il suo umorismo sottile, a volte incomprensibile per lui.

Sono proprio come una giraffa: ci metto almeno tre giorni a capire le battute! E rideva, stringendosi nelle spalle quando Anita lo guardava stupita. È buffo!

Ma era una battuta di ieri!

Lo capisco solo ora…

Stavano bene così. Quando Andrea trovò lavoro, mentre finiva lultimo anno di università, andarono a vivere insieme, contro il parere dei genitori di lei.

Anitina, così non si fa!

E perché, mamma, se ci amiamo? Cosa cè di male a voler vivere insieme?

Elena guardava la figlia mentre preparava le sue cose, muovendosi con quella sua grazia misurata. Tacitamente pensava: Una ragazza daltri tempi; rabbrividì, poi con decisione mise la mano sulla pila delle magliette che Anita stava per prendere.

Non va bene il rischio… Che tu finisca come una valigia senza manico.

Cioè? Anita si fermò in una posa scomoda, fissando la madre senza osare tirare la maglietta.

Cioè, che a un certo punto magari Andrea si stufa di questa vostra vita insieme, senza obblighi, e decide che è libero di far ciò che vuole? E tu resti così: non ti lascia perché sarebbe una crudeltà, dopo tanti anni, ma nemmeno ha senso andare avanti. Una valigia pesante da portare ma che dispiace abbandonare.

Anita si raddrizzò e si abbracciò le spalle, pensierosa.

Mamma, ma anche le coppie sposate divorziano, no? Il matrimonio cosa cambia, davvero?

Non lo so, cara… Ho sempre pensato che se un uomo chiede a una donna di sposarlo, significa che vuole prendersi le sue responsabilità. Forse sono vecchia dentro. A me dispiace che tu vada via di casa senza la marcia nuziale, solo con una valigia.

Anita restò muta, abbracciando la madre, stringendosi a lei, senza voglia di aggiungere altro. Neanche a lei piaceva dirlo, ma anche per lei era doloroso. Andrea, infatti, mai aveva parlato di volerla come moglie, domani o un giorno… Non ne avevano mai discusso.

Sto così bene con te! Andrea la baciava fuori dal portone. Non voglio separarmi, nemmeno per un minuto! E poi, che rabbia pensare ogni volta che devo tornare a casa e aspettare ancora, domani, di rivederti… Uffa! Se vivessimo insieme, nientaltro ci separerebbe. Non dovremmo trovare sempre posti dove stare da soli, temere che le mie sorelle ci scoprano… Che caos sarebbe! A loro tutto è permesso, possono fare quello che vogliono, stare con chi vogliono. Io, invece, niente.

Perché?

Sono il piccolo! Andrea rideva, ma in modo amaro. Cè sempre chi deve proteggermi. E se qualcuno mi fa del male?

Tipo me?

Eh, appunto. Anche se sembra ti piacciano, continuano a osservarsi come cobra una metafora, sono solo belle, astute e anche pericolose se serve, ma non per niente.

Ti è andata bene! Anita si rituffava nelle sue braccia.

Perché?

Hai delle sorelle. Io, invece, sono figlia unica…

Te ne regalo una, se vuoi! E Andrea le baciava il naso, ridendo insieme.

Così finivano questi discorsi, finché una settimana prima Andrea non ricevette il primo stipendio e corse da lei, eccitato.

Ti ricordi mio zio? Parte di nuovo per lavoro allestero. E ci lascia casa sua! Non vuole affittarla a estranei. Con noi si fida! Mi ha chiesto di tenergli docchio anche il cane, tutto qua. Che vuoi che sia?

Anita era rimasta titubante. Sembrava una proposta allettante, ma Andrea non spiegava la vera natura del trasloco: non cera molto da capire, semplicemente. Anita cercava sempre significati nascosti; Andrea era diretto come una riga. Vivere insieme aveva per lui solo quel significato.

Traslocarono a casa dello zio di Andrea: andavano a passeggio di sera col suo bulldog inglese, cucinavano, facevano la spesa, si dividevano lultima pastarella… Insomma: una vita insieme. Ma… senza vere conseguenze.

Passarono uno, due, tre anni. Poi Anita iniziò a riflettere. Andava più spesso dai genitori, guardava le ex compagne di scuola con i figli, e sentiva che le mancava qualcosa. Non sapeva nemmeno definirlo. Non era un matrimonio da favola quello che desiderava. Ma, guardando Olga, con cui aveva diviso il banco per anni, girarsi lanello nuziale e lamentarsi del marito, Anita capì di volerlo anche lei. Mostrare fiera il proprio lui, lamentarsi per i calzini lasciati in giro o una tazza dimenticata. Poter accarezzare dolcemente un bambino e dire: Tutto suo padre! Da me niente! Così somigliante che fa paura….

Tutto ciò, con amore, e con il senso che questa fosse davvero la vita. Raggiunto, trovato, pesato. Forse da vecchia, con i suoi pregiudizi, ma sentiva che era giusto.

Andrea non la capiva.

Ma a che serve? Raccogliere euro su euro per sei mesi o più, solo per il matrimonio! Nutrire cinquanta invitati, gente che non vedrai più. Fare i giochi sciocchi, baciarsi sotto le grida dei parenti, evviva gli sposi!? Davvero vuoi tutto questo?

No! Anita quasi piangeva. Voglio solo che siamo qualcosa di più di due coinquilini, Andrea!

Tu sei tutto per me, Anita! Non ti basta? Andrea la fissava così, perplesso, che Anita preferì cambiare argomento e lasciar perdere.

La seconda discussione, oggi, laveva ferita molto di più. Anita, dopo aver bevuto due bicchieri dacqua di fila, rimase a lungo davanti alla finestra in cucina, ascoltando il russare di Dickens, il bulldog dello zio.

Dik, abbreviazione per comodità, era diventato la sua spalla nei momenti in cui voleva sfogarsi senza ricevere spiegazioni in cambio su quanto si sbagliasse.

Anche ora Anita, seduta a terra vicino alla cuccia di Dik, lo grattava dietro le orecchie. Quando lui starnutì, lei sorrise amaramente:

Vedi, Dik? Tu stai bene… Io, invece, mi sento uno straccio. Non so nemmeno spiegare quello che voglio a Andrea. E forse lo spiego male… Siamo daccordo che è sciocco? Non so come si fa…

Dik la ascoltava placidamente con il muso sulle sue ginocchia, ronfando allunisono col suo respiro. Man mano che Anita lo accarezzava, sentiva crescere dentro la frustrazione.

Ma perché doveva sempre essere lei a spiegare, a domandare? Non si erano forse già assegnati, da anni, i rispettivi ruoli, senza più voler cambiare nulla?

Sono pur sempre una donna, o no?! sbottò, picchiandosi il ginocchio: Dik ululò, spaventato. Scusa caro! Ma temo dovrò lasciarti.

Quasi senza sapere, decisa in cuor suo, Anita si alzò e andò in camera. Andrea dormiva, russando piano. Ella rimase a guardarlo a lungo, cercando una certezza, poi prese la valigia silenziosamente e cominciò a mettere via le sue cose.

I genitori, ovviamente, si allarmarono quando tornò a casa nel cuore della notte, ma non la interrogarono. La madre le portò un bicchiere di latte caldo, che innescò un diluvio di lacrime, e poi la rimboccò nella sua vecchia stanza come ai tempi dellinfanzia.

Mamma…

Sì? Elena si girò sulla soglia, guardando la figlia stravolta.

Non voglio essere una valigia…

E allora? Nessuno ti obbliga!

Ma io lo amo…

Oh, piccola mia… Elena tornò a sedersi accanto a lei, stringendole la mano. Quando eri piccola volevi diventare una principessa da grande. Dicevi che avresti aspettato il tuo principe in cima a una torre, con la treccia fuori dalla finestra. La treccia, presa dalla cintura della vestaglia, te la ricordi?

Anita sorrise ricordandolo: scovava la cintura del vestito della mamma per farsi la treccia, nessun altro accessorio era adatto. La usava con due lunghe strisce di nastro; poi prendeva le scarpe col tacco della mamma, il velo prima copertina per la carrozzina e poi mantello da principessa , si arrampicava sul divano, lasciava la treccia penzolare e aspettava.

Poi la nonna ti disse che di principi ce ne sono pochi Meglio trovare un bravo ragazzo che ti voglia bene e ti protegga. E tu, insomma, da principessa eri stanca di aspettare. Dicevi: Poteva anche sbrigarsi, eh?

Anita uscì dal piumone per abbracciare la mamma.

Mi stai dicendo che devo pensarci ancora? Che forse sto lasciando andare il mio principe?

Lhai detto tu. Però mi piace questa idea. Elena la baciò e le carezzò i capelli. Voglio solo che tu sia felice. E se questo principe non è capace di renderti felice, magari è il caso di cercarne un altro?

Anita non seppe cosa rispondere. Non sapeva più cosa volesse. Le emozioni andavano avanti e indietro come altalene: un attimo prima piangeva, subito dopo rideva.

Rimasero ancora un bel po sedute, bisbigliando per non svegliare il papà, finché Anita si tranquillizzò. Era a casa, ed era amata. Là, con Andrea ora non era più sicura.

Si addormentò verso lalba, quando la madre, guardando lorologio, uscì sperando di poter comunque dormire un paio dore prima di andare al lavoro. Anita, che aveva il giorno libero, dormì quasi fino a mezzogiorno; preparò la colazione, dimenticando le diete, poi si avvolse nel plaid e decise di piangere quanto voleva, che tanto nessuno la disturbava.

Ripensò a tutte le cose belle con Andrea, ma le lacrime non venivano, i pensieri invece correvano veloci come cavalli imbizzarriti. Anita si fermò, riflettendo a voce alta come faceva suo padre:

Chi è povero di pensiero, arricchisce con le sciocchezze, Anastasìa! Basta! E tanto ormai… quello che era fatto, è fatto. Cambia nulla ora?

Aveva appena finito la frase, quando suonarono alla porta.

Non voleva aprire, aveva paura. Se fosse stato Andrea, sarebbe stato solo lennesimo litigio, poi la solita riconciliazione, magari tornando nella vecchia casa, con la promessa di non riparlare mai più di tutto questo, ormai convinta che quelle discussioni erano soltanto vane parole. Nulla sarebbe cambiato, e non ci sarebbero più stati sogni. E fa male, accidenti! Tutte le ragazze, sotto sotto, da bambine a vecchie, aspettano la favola, anche se fanno le dure; tutte, in fondo, vogliono sposarsi, e sognano il dolce far niente, la tenerezza… o i cetriolini sottaceto e la moto nuova, a seconda della mamma che hanno avuto. Ma in fondo tutte vogliono qualcuno che le capisca, le ami, le faccia sentire principesse, anche senza treccia e torre.

Anita restò ancora a pensare ascoltando il campanello insistente, poi si decise e andò ad aprire. Rimase senza parole.

Tutte e tre le sorelle di Andrea si presentarono alla porta, la maggiore addirittura con in braccio un neonato.

Ciao! Abbiamo unemergenza! Dovè il bagno? Marta, la più grande, passò il piccolo piangente ad Anita e si precipitò nel corridoio.

Diana e Nina, le altre due, le misero in mano dei sacchetti pesanti e si diressero in cucina:

I tuoi genitori sono a casa? Bene!

Hai il giorno libero? Perfetto!

In cucina apparecchiarono, poi fecero sedere Anita, chiamando Marta e proclamando:

Siamo venute a contrattarti! Abbiamo un buono partito per te… cioè, nostro fratello! Ti va di sposarlo?

Anita fece un sussulto, sorpresa.

E lui dovè?

Sta festeggiando la sua codardia. Ha paura a venire dopo quello che ti ha detto ieri. Oggi lo abbiamo messo sotto torchio sulle questioni di famiglia e matrimonio. Marta le diede una pacca. Ah, che fatica crescere un uomo! Oh, come ammiravo la signora Rottermeier, tutta poca pazienza e tanto pragmatismo!

A te a che serve? Diana le porse un bicchiere di prosecco invece del nipotino. Il tuo bimbo è ancora piccolo!

Solo per precauzione. Meglio prepararsi! Se cresce anche lui come un giovanotto senza pensieri… O fa luomo o lo diseredo! E Andrea con te è stato fortunato, io sarei scappata da un pezzo. Perché sei rimasta?

Lo amo, quel disgraziato! Anita spinse via il bicchiere che le porgeva Nina.

Perché?

Ancora non so se posso bere.

Le tre rimasero a bocca aperta e a unisono esclamarono:

Sul serio?!

Anita sorrise timida, stringendosi nelle spalle.

Non so ancora…

Ma speri? Marta la fissò e tirò un sospiro quando Anita annuì. Allora, brindiamo! Ragazze, divento zia!

I bicchieri si sollevarono, e Anita scoppiò in lacrime.

Che cè? Diana si agitò, portando subito due bicchieri dacqua, mentre Marta le metteva tra le braccia il bambino.

Abituati! E basta piangere, o lo fai cadere!

Si calmò immediatamente, sentendo il piccolo addosso. Lo annusò ridendo:

Marta, fa paura partorire?

Macché. Paura viene dopo, quando è lì, minuscolo, e non sai cosa fare. Prima è quasi piacevole! Limportante è non lasciare respiro a Andrea. Deve capire che essere padre è impegnativo già da subito.

Come si fa?

Facile! Fai i capricci tu: quando va al supermercato, chiedi a metà strada di comprare pure del gelato o un frutto esotico. Non fa niente se poi non li mangi. Lui li finirà sicuro! È il principio che conta! Così capisce che la gravidanza è un lavoro duro.

Marito… negli occhi di Anita rispuntò una lacrima, e Nina prese piano il neonato. Dovè, sto marito? Nemmeno il fidanzato ho…

Arriverà! Marta scambiò uno sguardo con le sorelle. Perché piangi ancora?

Non voglio essere una valigia…

Ah, la famosa valigia senza manico! Diana rise. Tutte le mamme dicono le stesse cose!

E perché non lhai ascoltata?

Prima di trasferirmi con Andrea…

Le mamme non sbagliano, Anita! Marta si mise a camminare per la cucina cullando il figlio. La nostra diceva: se uscivi di casa così, non tornare indietro. E poi aggiungeva che bisogna pensare più con la testa che altro. Altrimenti, come nella barzelletta: piace, ma poi non ti scegli! Scusa, ma è la verità.

Marta guardò fuori dalla finestra e ordinò alle sorelle:

Su, tutte fuori! Arrivano i rinforzi ufficiali!

Andrea si scontrò con le sorelle nellingresso, e le salutò scansando i loro pugni e lanciando un bacio collettivo.

Stavolta, guai a farti beccare! sibilò Marta, scendendo con il figlio.

Naturalmente, Anita perdonò il suo innamorato pasticcione, ma non accettò subito di sposarlo: voleva tempo per pensarci. Le sorelle di Andrea, appresa la notizia, risero di gusto:

Ormai sei dei nostri!

E i dubbi di Anita rimasero, il primo figlio con Andrea sarebbe arrivato solo due anni dopo, metà dei quali passati da lei a pensare: è questa la felicità che voglio, o cè davvero di meglio altrove? Lei avrebbe ostentato unaria severa, ma quando Andrea le avrebbe fatto trovare un anello, sarebbe stata così spontaneamente felice da ricordargli la ragazza vista piangere in quel parco dautunno.

Per il matrimonio decisero: niente festa, solo i genitori e le sorelle. E il piano originario di risparmiare per la cerimonia sarebbe saltato quando Anita, felice davanti allo specchio del bagno, avrebbe detto ad Andrea:

Accetto!

Lui, ancora stordito dal sonno, avrebbe chiesto:

Davvero? Sicura?

Sì lei si sarebbe strofinata il naso sulla sua spalla Secondo te, bastano i soldi messi da parte per il primo anticipo?

Davvero?

Anita avrebbe annuito, poi seria guardando il futuro marito:

Siamo ormai grandi. Presto saremo genitori. Dobbiamo pensare a una casa tutta nostra. Ma

Ma?

Dik non lo lascio! In casa serve almeno un maschio che capisca cosa sia il Circolo Pickwick e mi aiuti nei momenti difficili.

Pensi che ne avrai tanti?

Sentiamo Marta, lei lo sa di sicuro!

Andrea avrebbe sospirato, e Anita, per la prima volta, invece di sciogliersi in lacrime per la felicità, avrebbe riso così di gusto che in cucina Dik si sarebbe svegliato, abbaiare incuriosito da quel suono nuovo.

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