La matita verde

Il mio diario “La matita verde”

Tempo stimato: dieci-dodici settimane.

Che tempo? Giulia smise di passare il fazzolettino sul ventre, asciugando il gel.

Ma il tempo della gravidanza, Giulia! Sei un medico, o sbaglio? Possibile che tu non ci abbia pensato da sola a cosa stesse succedendo?

Ma che dici? Non posso essere incinta!

E perché mai?

Non sono sposata. Non più. E io Giulia si fermò, come se improvvisamente la verità le fosse balenata davanti agli occhi. Davvero?

Serrò le palpebre, cercando di scacciare la sensazione assurda che tutto quello che stava vivendo fosse solo un brutto sogno, logorante, uno di quelli che ti fa sentire bloccato dalla paura e sembra che non riuscirai più a liberarti. Le dita le si intorpidivano succedeva sempre quando si agitava troppo e provò ad aprire gli occhi. No, non avrebbe dato spettacolo. Tanto meno oggi. La mamma non avrebbe approvato. Avrebbe detto: Giulia, sei sempre la stessa, un vero struzzo sullasfalto.

Immaginando quel piccolo quadretto che la mamma le aveva disegnato e appeso sopra la scrivania, Giulia inspirò profondamente e azzardò un sorriso. Era proprio vero. Era così: unenorme e spaurita bestia al centro della città, incapace perfino di notare che accanto cera almeno un pezzetto di prato, morbido e invitante, dove infilare la testa o una strada lunga lunga su cui scappare veloce e lontano.

Vedi? Quelluccellino ha tantissime vie duscita, ma resta lì, immobile e spaventata. Le sembra che sia lunica soluzione. Ma secondo te è davvero così? Osserva bene.

A sei anni, Giulia aveva rigirato a lungo fra le dita quel foglietto.

Non so sospirò infine Mi fa pena.

Pena? Cosa? La possibilità? la mamma rideva.

Luccello! Quasi piangeva Giulia.

Pensando soltanto a quanto ti dispiace, cosa cambia?

Niente!

E invece, guarda qui!

La mamma infilò a Giulia in mano una matita verde, lei prese la gomma.

Su, osserva!

La gomma cominciò a cancellare la città intorno allo struzzo; pian piano scomparivano le case, e Giulia guardava incantata, ancora senza capire cosa volesse ottenere la mamma.

E adesso, insieme!

Le dita forti della mamma, abituate a tenere pennelli e matite, si intrecciarono con quelle di Giulia, e attorno allo struzzo comparve un prato verde, due alberelli, e qualche nuvoletta non delineate in azzurro, chissà perché, ma ugualmente riconoscibili.

Vedi? Adesso, come pensi stia luccello?

Giulia guardava il disegno, quasi vedendo lo struzzo partire di corsa su quellerba, felice e libero, dimentico delle sue mille preoccupazioni.

Sì, adesso sta bene.

E chi ha fatto tutto questo?

Tu?

No, tu. Hai preso la matita e il resto lhai immaginato tu. Io ti ho solo dato una mano. Tesoro, puoi cambiare la tua realtà così, in qualsiasi momento. Uno e inventi un prato verde! Due e ci corri, senza guardare indietro! Al tre inventati il desiderio più bello e tenta di esaudirlo. O almeno provaci. Sognare fa sempre bene, anche se resta solo un sogno.

La mamma ormai non cera più, ma Giulia ricordava ogni parola. Ogni fiaba inventata che nessun libro avrebbe potuto restituirle. Tutte le chiacchiere, serie e non, fatte in quella cucina minuscola, dove tutto, a differenza del resto della casa invaso da tele, colori, pastelli, era sempre pulito e ordinato. La mamma lavorava a casa perché non aveva uno studio, e chiamava quei momenti le confidenze.

Su, unaltra serata di confidenze? diceva entrando in cucina, cercando di pulirsi la vernice dal naso o dalle guance chissà perché, dipingendo, finiva sempre colorata così che Giulia scoppiava a ridere.

Mamma, sembri un quadro! Potrei appiccicarti a un chiodo, vivace così!

Spesso il dolce appena sfornato minacciava di cadere per terra, e ridevano insieme, senza un perché.

Erano felici, vicine nonostante tutto. La mamma non era quella giusta, e Giulia già da bambina si asciugava i vestiti e cucinava la colazione da sola, imparando anche a preparare una torta che le veniva sempre perfetta. Con la mamma, le sembrava di avere sempre accanto qualcuno che lavrebbe sostenuta in ogni caso.

E in effetti, qualche volta ne aveva avuto la prova. La prima fu alle elementari, tornata a casa con la camicetta strappata e un occhio nero enorme.

Perbacco, ma che sfumature! Sembra proprio un regale viola! Dove ti sei conciata così, figliola?

Giulia ebbe paura che la mamma si arrabbiasse per la camicetta, e scoppiò a piangere così tanto che le lentiggini le parvero quasi sparire dal naso. Non aveva voglia di raccontare che il bullo della classe, Tommaso, aveva provato a portarle la cartella per aiutarla, ma lei aveva frainteso e così si era difesa. E ora tanto lui quanto lei pensavano che Giulia non fosse normale. Non poteva immaginare che Tommaso avesse potuto provare simpatia per lei, e pensava che la cartella lui la volesse solo per fare uno scherzo cattivo. Dentro, poi, cera la preziosa scatola di pastelli nuovissimi che aveva preso di nascosto dalla mamma per la lezione di disegno.

Alla fine, quelle speranze rimasero tali. Giulia non seguì le orme materne. Quando, a bassa voce, chiese se poteva iscriversi a medicina, la madre scrollò le spalle.

È la tua vita.

E quella sera la sentì chiusa in camera, ridere o forse piangere, convinta che Giulia dormisse già.

Ma da dove diavolo le viene, eh? Non mi somiglia affatto! Eppure, guarda uno spiccicato arancio. Come il padre lui sì che era un arancio vero!

Sapeva che la mamma stava parlando con lunica amica che avesse mai avuto, zia Rosaria.

Mamma, perché solo zia Rosaria è la tua amica?

Perché ne basta una. E poi, anche Rosaria è come me due solitudini che si danno una mano. Se non ci va di parlare, si tace. E tra amiche questa è la cosa più importante: capirsi.

E perché non vi salutate mai? Niente ciao, buongiorno…?

Non ci serve. Non ci sono limiti. Siamo sempre insieme. E rideva.

Io non ho mai capito tutto, ma il fatto era che la zia Rosaria era la sola persona di cui la mamma si fidava ciecamente. Quando mamma se ne andò, fu lei a raccontarmi del papà.

Era chirurgo, Giulia. E bravo davvero. Tua madre, dopo lincidente, aveva quasi perso la mano: lui glielha aggiustata così bene che è tornata a disegnare. Un cervello, ma come uomo non ci sapeva fare. Se lè data non appena ha saputo che arrivavi tu. Non voleva problemi.

E poi è diventato famoso?

Non lo so. Sparì quando avevi cinque anni. Me lo ricordo bene perché fece pure un intervento a me. Mi ha salvato la vita, questo sì. Ma scappò via senza neanche salutare.

E la mamma avrebbe voluto rivederlo?

Certo che sì. Almeno una volta. E ci rimase malissimo che non si presentò.

Meglio così. Giulia si tolse dalla testa la buffa bandana nera che qualcuno le aveva messo. I suoi ricci rossi brillarono al sole, e ignorando gli sguardi di rimprovero e sorpresa delle vicine, tolse le forcine che le tenevano su lo chignon e si scosse i capelli.

Così deve fare, brava ragazza! Tua madre sarebbe daccordo esclamò Rosaria, scacciando le vicine. Vivi! Lei voleva che tu vivessi e respirassi! Tutto il resto via!

Giulia prese a cuore le parole di zia Rosaria. E visse Università, studio, notti in bianco sui libri, un vuoto intorno a sé. Nessuno intorno che davvero volesse avere accanto. Neanche a scuola si era mai sentita parte del gruppo. La prendevano in giro per laltezza, la goffaggine, i capelli rossi e le lentiggini.

Elefantino! Elefante rosso! Mai visto un elefante rosso, eh? E pure stortignaccolo!

Seduta in fondo allaula, orgogliosa e solitaria, Giulia sognava solo che ci fosse, almeno, una persona a cui piacessero quei suoi riccioli ruggine, quei suoi occhi smeraldo da laghetto e quelle mani e gambe grandi.

Ma quel qualcuno si era perso per strada, e a scuola non lo trovò mai. Il suo migliore amico era la mamma. E lei la amava e la capiva meglio di chiunque altro. A cosa sarebbe servito cercare altri?

Fabio arrivò nella vita di Giulia al terzo anno di università. Stanca e assonnata, stava andando verso laula magna quando qualcuno la urtò: i quaderni le volarono dalle mani.

Scusami, scusami tanto! Non volevo!

Un ragazzo basso, due spanne meno di lei, con certi occhiali buffi, si prese a raccogliere tutto.

Ecco! sistemando gli occhiali sul naso, le restituì i quaderni. Studi qui anche tu?

Giulia, reduce da una notte desame, si limitò ad annuire e andò avanti. Non vide la delusione negli occhi di Fabio. Né che, abbassata la testa, diede un calcio seccato alla borsa, ancora a terra.

Quellesame, però, andò sorprendentemente bene. Uscita, si appoggiò al muro sognando solo una cosa: mangiare qualsiasi cosa, come se fosse a digiuno da cento anni.

Fabio, invece, la attendeva sotto la pensilina del bus.

Aspetta! Scusa posso sapere come ti chiami?

Giulia lo guardò sorpresa.

Giulia.

Piacere, Fabio! le sorrise.

Stettero un po in silenzio, sotto gli sguardi curiosi dei passanti. Quando arrivò lautobus:

Dove vai adesso?

A casa.

A fare cosa?

A mangiare insalata di riso.

La adoro!

Allora, che aspettiamo? Andiamo! Io la preparo buonissima! Si stupì per quanto le sembrasse naturale dirlo.

Si sposarono dopo sei mesi. Fabio non voleva aspettare. E Giulia accettò: con lui si sentiva tranquilla, non allo stesso modo della mamma, ma comunque bene. Finalmente qualcuno si prendeva cura di lei.

La suocera, Anna Maria, non era però entusiasta. Quella ragazza rossa, strana, che in un attimo le aveva portato via lunico figlio, non le piaceva. Trovava che Fabio meritasse di meglio, soprattutto di qualcuna più bassa e più normale nei comportamenti.

Giulia, non va! Cosa dirà la gente? sospirava Anna Maria, per nulla convinta che i ragazzi preferissero viaggiare con quei soldi invece di fare una grande festa di nozze.

Quale gente? ribatteva Giulia.

Noi parenti, e sono tanti! Entrate nella nostra famiglia: bisogna rispettarne le tradizioni.

Fabio, mesto, e Giulia, rassegnata, finirono per accettare una cerimonia con tutti i parenti, anche se lei se ne pentì quasi subito. Seguì la suocera nella scelta dellabito, della torta, dei dettagli, sorridendo a ogni imposizione.

Fu una giornata caotica e priva di emozioni. Giulia si annoiava e sognava di scappare. I parenti non fecero altro che commentare i suoi capelli fiamma, ridendo perché lei aveva lasciato i ricci sciolti invece della classica acconciatura.

E che sarebbe questa nuvola in testa? protestò.

Fai tu, è il tuo matrimonio.

Verso metà festa, si tolse il velo e rimase spettinata, a prendersi gioco degli sguardi degli invitati.

Giulia, hai scioccato tutti! rideva Fabio, e Giulia con lui.

Nonostante le insistenze di Anna Maria che voleva i neo-sposi a casa con lei, vicini fino alla laurea Giulia fu irremovibile.

Che centra? Ho un appartamento: cè posto, e luniversità è a due passi.

Ma chi farà le pulizie? Chi cucinerà? Siete sempre di fretta!

È così importante?

Certamente! Fabio è abituato a un certo ordine! Farà fatica.

Giulia chiese a Fabio. E lui, che sapeva fare a meno delle polpette materne, decise subito:

Vivremo da soli. Se restiamo con mamma, ti divora.

Perché?

Perché sei mia moglie, e hai i tuoi diritti su di me.

Che problema…

Eccome! Preparati, ce ne saranno altri. Mamma mi ha cresciuto da sola e credimi, questo è un vero problema.

Giulia capì presto che il loro trasferimento fu il primo seme di scontro con la suocera. Piccole frecciatine e allusioni si accumulavano, diventando una montagna insormontabile.

Fabio! Siete sposati da sette anni e nessun figlio! Non ti sembra che significhi qualcosa? Non dovreste pensare al futuro?

Quale futuro, mamma?

Il tuo! Vuoi davvero che la nostra stirpe finisca così? Giulia non può diventare madre capisci?

Sì, mamma. Ma non cambia nulla. Lamo.

Santo cielo, il Signore punisce togliendo la ragione! Anna Maria recitava così, straziata.

Ancora e ancora la discussione si riproponeva, finché Giulia crollò.

E se il problema non fossi io?

Anna Maria si infuocò:

E chi allora?! Fabio è sanissimo!

Giulia, restando calma, tirò fuori le cartelle mediche fatte insieme al marito.

Non ne sarei tanto sicura.

Anna Maria respinse con sdegno i documenti.

Sono solo scartoffie, cara. I figli sono doni dal cielo. Se non arrivano, vuol dire che non cè benedizione. Questo matrimonio non doveva farsi.

Una stranezza. Anna Maria aveva cominciato a praticare, frequentava chiese e santuari, impilava icone ovunque in casa. Fabio scuoteva le spalle:

Non so cosa ti agiti. Non vedo nulla di male.

Mi preoccupa che ora, alle sue critiche, si aggiungano pure le accuse da lassù. Non è divertente, Fabio.

Lascia perdere. Ognuno ha le sue manie. Non farci caso.

Ma Giulia non ci riusciva. Stanca di giustificarsi, nascondersi, tentare di mantenere la pace a tutti i costi. Non avrebbe mai raccontato alla suocera dei due aborti spontanei in passato, di come avesse aspettato quei figli, immaginato vite nuove, e poi strappato tutto. Un giorno prese la scatolina con le scarpine minuscole, rosse come piccoli calzini, e la diede a una collega in dolce attesa. Poi mise fine ai suoi sogni, vietandosi di pensare ancora a ciò che avrebbe detto la mamma.

Giulia chiese il divorzio a febbraio. Linverno gelido si tramutò improvviso in pioggia e fango, la natura sembrava condividere la disperazione: Giulia, appoggiata sulla finestra della cucina, piangeva quanto la pioggia che batteva sui vetri dallesterno. Soltanto il dito scriveva sul vetro parole che capiva solo lei.

Fabio provò a parlare, ma Giulia fu irremovibile.

Non ce la faccio più. Sono stanca, Fabio. Forse sembra assurdo ma è così: questa è la mia vita, non unaltra. Non voglio sprecarla tutta in questa confusione. Sono sempre io quella in colpa. Non ha senso, no?

No

Ecco perché ora voglio disegnare il mio prato verde. Voglio una matita verde e una realtà mia, dove sono brava e cè ciò che serve a me e a nessun altro.

Sapeva che Fabio non lavrebbe compresa. Interruppe ogni contatto, convinta che fosse necessario tagliare ogni legame lasciato.

Restituì a Fabio le sue cose, cambiò numero, mise una nuova serratura, smise di aprire a chiunque. Non le importava più di nulla. Di notte vagava per casa, piangendo a volte o desiderando che Fabio fosse lì, sul letto, una mano dietro la testa come sempre. Avrebbe voluto infilarsi sotto le coperte, aggrapparsi a lui, sentire la sua voce sussurrarle contro, infine addormentarsi al suo calore, maledicendo la sveglia che li avrebbe separati allalba.

Ma Fabio non cera più. Bisognava smettere di nascondere la testa nella sabbia cercando di recuperare il passato.

Da una mensola Giulia ritrovò la scatola con i colori e le matite della mamma, che non aveva permesso ad Anna Maria di buttare via durante lultima pulizia. Dust, tosse e ricordi. Mancava la carta, e Giulia decise di comprarne un blocco grande: doveva pensare, e solo disegnando ci riusciva sul serio.

È tanto che non lo faccio, mammina. Avrò sbagliato a smettere? domandò, accarezzando la foto della mamma sulla mensola. Un velo di polvere sulle dita: istintivamente pensò di pulire magari Anna Maria sarebbe venuta a controllare Poi rise da sola. Ormai nessuno lavrebbe più rimproverata. Ora era da sola e poteva decidere qualsiasi cosa.

Eppure il giorno dopo non riuscì a passare al negozio. La mattina fu caotica e, arrivata in ritardo in ambulatorio, si mise il camice chiamando la collega a cui aveva dato le scarpine anni prima.

Chiara, puoi visitarmi? Non mi sento molto bene.

Il lavoro la distrasse. Una valanga di pazienti. Cercava di non pensare a ciò che avrebbe detto Chiara. Sapeva che probabilmente avrebbe avuto bisogno di cure, forse di un ricovero. Avrebbe dovuto organizzarsi con la vicina per le piante, con la gatta Minerva che non poteva più affidare a sua suocera.

Quello che Chiara le disse, la lasciò senza parole. Il resto della giornata lo visse come in un sogno. Arrivata a casa, salì le scale senza aspettare lascensore, immersa nei pensieri, tanto che quasi non notò Anna Maria seduta ad aspettarla davanti alla porta.

Giulia

Si voltò, sollevando il sopracciglio.

Lei?

Sì Scusami, Giulia, davvero. Non volevo Cioè, sì. Avevo bisogno di parlarti! È una cosa importante, se me lo permetti

Giulia lottò con la chiave e poi aprì.

Avanti.

Anna Maria entrò, accarezzando Minerva, la gatta seduta sulla scarpiera.

Ciao, coshai mangiato, eh? Ti stai facendo una palla! Devi metterti a dieta, così non va.

Nel frattempo Giulia si tolse scarpe e cappotto, prese le ciabatte del marito.

Sono di Fabio.

Sì.

Non le hai buttate? Perché?

Giulia non rispose, andò in cucina e accese il bollitore.

Mi dica, vuole parlare?

Sì Anna Maria, imbarazzata, si sedette. Ti devo tanto, Giulia. Ho sbagliato con te, e con Fabio.

Sbagliato? In cosa?

Sono stata io a separarvi. E ora perdo mio figlio Anna Maria pianse, ma Giulia ormai viveva troppo nel proprio dolore per far altro che scrollare le spalle.

Non le è passato per la testa che siamo adulti, e che un matrimonio è una responsabilità nostra, non sua?

Sì sì, è vero, però Giulia, senti, nella nostra parrocchia è arrivato un nuovo sacerdote. Non ti arrabbiare ora, lasciami finire. Poi me ne andrò. Non so come dire quello che provo. Pensavo di fare tutto il meglio per mio figlio, proteggerlo, dargli futuro. E invece lho soffocato. Lui ti ama ancora, non si dà pace, ha perfino iniziato a bere ha smesso subito però. Non smetterà mai di operare, il suo lavoro è la vita. Ma la vera vita ce lha in te. E poi, Giulia, non so se te lho mai detto prima di Fabio ho perso quattro figli. Nessuno è nato. Lultimo era una bambina. Così bella, piccola Mio marito voleva abbandonarmi, pensava fosse colpa mia. Anche lui se ne andò, poi tornò. Non abbiamo mai avuto la forza di lasciarci. Poi nacque Fabio. E la mia vita cambiò. Finalmente ero madre, e tutto ebbe un senso. Avrei voluto che anche tu lo capissi, ma tu ti opponevi.

Ha sbagliato.

Lo so, ora. Non avrei dovuto intromettermi. Avrei dovuto sostenerti, non giudicarti. Chi sono io per decidere cosa può dare Dio?

È stato il nuovo sacerdote a spiegarle questo?

Sì, Giulia. E altro ancora. Mi ha detto che solo marito e moglie devono occuparsi del loro rapporto. Che spesso pretendiamo di dare ordini al Cielo, come se potessimo obbligare Dio a fare quello che vogliamo noi. Ma i figli non sono un diritto, né una benedizione automatica. So che per te queste cose non contano molto, visto che non credi

E chi lha detto?

Anna Maria si perse.

Ma non ne parli mai.

Credo solo che la fede sia qualcosa di molto privato. E non se ne parla alla leggera davanti a una tazza di tè.

Hai ragione, scusa. Ognuno è fatto a modo suo.

Penso che nessun medico possa evitare, prima o poi, di domandarsi se qualcosa oltre noi esista. Il nostro mestiere ce lo chiede. Ma se non le spiace, lasciamo la questione a un altro momento. Ora non sono pronta a parlarne.

A un altro momento? Anna Maria strinse la tazza, guardando dritto Giulia. Vuoi dire che

Voglio dire che Fabio può tornare. No, voglio che torni. Perché anchio senza di lui sto male.

Anna Maria tirò un sospiro così profondo che Giulia non poté fare a meno di sorridere.

Ma perché? Perché hai cambiato idea?

Perché ho ritrovato la mia matita verde. E credo che anche lei abbia ritrovato la sua. Il resto glielo spiegherò più avanti, va bene? Mi scusi ma sono molto stanca e ho solo voglia di dormire. Ultimamente mi addormento spesso. Ah, Giulia depositò un mazzo di chiavi sul tavolo. Le dia queste a Fabio. E lo avverta che lo aspetto.

Non ricorda quasi come arrivò al divano, né quando si lasciò andare al sonno. Minerva la raggiunse, e solo unora più tardi Fabio la spostò per sdraiarsi accanto a lei.

Sei qui… mormorò Giulia abbracciandolo, trovando conforto sulla spalla familiare.

Dove vuoi che sia?

Quattro anni dopo, Anna Maria, seduta accanto alla nipotina al tavolino, chiederà:

Cosa disegniamo?

Un uccellino!

Che tipo?

Grande!

E perché una matita verde?

Per fare il prato! Così luccellino corre, senza farsi male alle zampe!

Mi sa che in famiglia arriverà unaltra dottoressa, eh! Questa sì che sarebbe una bella notizia per la mamma. E anche per il papà. Allora, andiamo a disegnare? dirà Anna Maria, baciando la piccola testolina rossa e sorridendo.

Oggi so che una matita verde può davvero cambiare le forme della realtà. Basta volerlo, e con un gesto piccolo piccolo si può finalmente inventare il proprio prato, il proprio spazio sicuro dove correre. Bisogna solo avere il coraggio di prenderla in mano. Questo è quello che ora porto con me: la forza di cambiare, anche quando sembra impossibile.

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