**Diario di Marina**
Oggi la nonna Pina mi ha annunciato con orgoglio: «Ho insegnato al tuo piccolo Enrico a giocare a carte!»
«Perché?» ho chiesto, stanca dopo il lavoro. Enrico ha solo sei anni.
«Ma come, no?» ha risposto la nonna. «Così, quando verrà a trovare qualcuno, potrà far loro compagnia! È importante per la socialità!»
Capisco il suo modo di pensare. È cresciuta negli anni del boom economico, quando una partita a carte o a domino era il miglior passatempo. E poi, questa storia non succede oggi, ma negli anni 70, quando le cose erano diverse. Quindi, forza, diamoci al sette e mezzo e alla scopa!
La nonna Pina veniva a badare al mio bisnipote, il piccolo Alessio, di un anno. E lì cera sempre anche Enrico, che odiava lasilo. Era un bambino indipendentela chiave al collo e il pranzo nel thermosallepoca era normale. Oggi non staccano i figli dal seno neanche a quarantanni.
Il nostro cortile era accogliente, circondato da palazzi su tutti i lati. Cera persino un tavolo da ping-pong e un bel parco giochi con altalene e sabbiera.
In uno di quegli edifici cera il negozio “Luce”, che vendeva lampadari, applique e, chissà perché, anche mobili. E i mobili sono pesanti. Scaricarli non era proprio unattività che metteva di buon umore.
Così, i bambini tornavano a casa con nuove parole da aggiungere al vocabolarioqualcosa che iniziava per B, per C, per M«Mamma, ma cosa significa…?»
Noi le chiamavamo «parole luminose».
Ma erano piccoli difetti in confronto al grande vantaggio: potevi lasciare i bambini in cortile senza preoccupartipersino gli scaricatori li tenevano docchio!
Io, Marina, mi sono sposata per prima. Mi sono innamorata di un compagno di università e sono rimasta incinta. Poi mia suocera, che lavorava allasilo nido, ha preso mio figlio durante la settimana, così ho potuto laurearmi in medicina.
Dopo, io e mio marito siamo diventati medici di baseallora cera ancora lassegnazione diretta.
La mia bella sorella Livia si è sposata solo a venticinque anniper lepoca era tardi.
Eravamo completamente diverse: io, magra, veloce e coi capelli scuri; lei, lenta, formosa e bionda. Ma entrambe attraentiil nero e il bianco, non solo un contrasto, ma due metà dello stesso intero.
La gente ci guardava e chiedeva: «Ma siete sorelle? Davvero avete lo stesso padre?»
«Non proprio!» rispondevamo seccate, anche se tra noi andava tutto bene.
Papà era morto da tempo, e mamma si era rifatta una vita altrove, lasciando lappartamento a noi. Quando le facevano domande, sfuggiva: «Perché vi interessa? Certo che avete lo stesso padre! Uno solo!»
Fino a ventiquattro anni, Livia aveva avuto gli uomini ai suoi piedi. Lanima sua dormiva ancora, anche se non mancavano gli innamori.
Col futuro marito si era conosciuta a una festa, qualche anno dopo il liceo. Era amico e vicino di casa di un compagno di scuola, Sandro Semprini.
E Livia aveva accettato di uscire con Pietro. Ma tornò a casa delusa.
«Sai cosè che mi ha chiesto?» mi disse indignata. «Non immagini neanche!»
«Cosa?» domandai, col cuore in gola. Se Livia era così scandalizzata, doveva essere qualcosa di grave.
«Mi ha chiesto se avevo messo le mutande di lana! Che schifo!» fece una smorfia. «Che volgarità!»
Sì, il corteggiatorepiù grande di lei di tre annile aveva dimostrato preoccupazione chiedendole se si fosse coperta bene. Allora tutti portavano mutande imbottite, e fuori faceva freddo.
Niente di male, insomma. Solo attenzione per la salute di quella stupida farfalla di Livia. Ma la giovinezza è categorica. Così, il sensibile Pietro fu rifiutato, insieme alle mutande.
E tornò nella sua vita solo sette anni dopo. Nel frattempo, Livia aveva avuto la sua dose di corteggiatori, ma alla fine era rimasta solaancora nella stessa casa con me e la mia famiglia.
A un certo punto, i pretendenti sembrarono svaniti. Lo capì a Capodanno, quando si ritrovò a festeggiare con noinessuno laveva invitata.
Poi, per caso, trovai un ago nascosto nel suo cuscino. Segno che qualcuno le aveva fatto un malocchio, un incantesimo, o peggio!
Livia aveva molte amiche che spesso dormivano da noi. Lappartamento era vicino alla metro, comodo per luniversità e poi il lavoro. Tutte ne approfittavano.
Tolto lago, Livia incontrò di nuovo Pietroera un segno del destino! E questa volta la domanda sulle mutande di lana la fece sorridere: «Che premuroso, vedi?»
Così accettò di sposare Pietro, ormai dottore in matematica.
Lo sposo si trasferì da noi, portando in dote una nuova moka smaltata e un divano.
«Ma ne abbiamo già una!» dissi. «A cosa serve?»
«Questa è vostra!» spiegò il matematico. «Questa sarà nostra!»
Tra me e Livia nacque il primo malumore: la moka di Pietro era di marca migliore e costava di più.
E poi i suoi genitori erano benestanti, non come i miei suoceri, che mia madre chiamava, sottovoce, «quelli senza un soldo».
Si decise di dividere lappartamento, con un supplementosenza, era impossibile ottenere due monolocali. I genitori di Pietro promisero di aiutare.
Passò il tempo, e nacque Alessio. Livia tornò al lavoro, e lastuto matematico «arruolò» la nonna Pina per badare al bambino.
Un giorno tornai a casa primaavevo la febbre, forse presa da Giovanni o dai pazienti. Le mie visite erano state assegnate a un collega. «Guarisci presto, dottoressa Marina!»
Le finestre erano buiedormivano tutti.
In casa cera un altro malato: Livia, in malattia per Alessio, e Giovanni, con un po di febbre. Enrico, invece, era sempre lì.
Aprii la porta piano, per non svegliare nessuno, e sentii strani rumori. «Dio, che sia successo qualcosa ai bambini?»
Senza nemmeno togliermi il cappotto, sbirciai in camera: nella luce del tramonto, Enrico e Alessio erano seduti sul tappeto con le carte in manoEnrico stava insegnando al fratellino a giocare «per la socialità».
«Dovè papà?» chiesi.
«Papà e zia Livia stanno lavando i panni in bagno!» rispose Enrico, poi si girò verso il fratello, che reggeva a malapena una carta: «Io giococopri!»
I semi della nonna Pina avevano dato i loro frutti.
«Da quanto lavano?» domandai, col cuore in gola.
«La lancetta grande era sul sei, ora è sul nove!» disse il saggio Enrico.
«Quindici minuti!» pensai. «Con me non dura così tanto.»
Mi sentii male. Ecco perché Livia non voleva trasferirsi! Trovava sempre scusela porta sbagliata, la troppa distanza dalla metro. Invece era questo!
Chissà se Pietro lo sapeva. No, impossibilese lo avesse saputo, i suoi genitori gliele avrebbero suonate. Invece erano pronti a pagare il supplementosegno che ignorava tutto.
Senza togliermi il cappotto, mi misi ad aspettare fuori dal bagno. Poco dopo uscirono Giovanni e Livia, rossi e sconvolti.
«Non dovevi essere al lavoro? Come sei qui?»
«Sono venuta ad aiutarvi a strizzare i panninon si sa mai!» risposi. «A giudicare dalla velocità, avete già finito. Ora basta stenderli!»
«Non è quello che pensi!» disse mio marito. Ma cosa poteva dire?
«Bene!» annuii. Da allora iniziai a contare i minuti ogni volta che sentivo scorrere lacqua in bagno. E quando la lancetta raggiungeva il nove, sorridevo tra me e me, versando il caffè dalla vecchia mokaquella che era rimasta nostra.







