Cassa Comune

Cassa comune

Le ho detto, Paola, dora in poi mi darai tu lo stipendio. Tutto nella cassa comune. La signora Teresa Bernardi ha posato la tazza sul tavolo così di colpo che il tè ha schizzato sulla tovaglia cerata.

Paola ha alzato lo sguardo dal piatto. La suocera stava davanti a lei, braccia conserte, e la guardava con quellespressione a metà tra la superiorità e la noia, quella che probabilmente aveva rivolto al mondo intero negli ultimi trentanni, anche se in realtà era alta almeno dieci centimetri meno di Paola.

In che cassa, signora Teresa?

Nella cassa comune, ho già spiegato. Vivete qui, mangiate quello che porto in tavola, usate lacqua, consumate corrente. Non è gratis.

Paola ha appoggiato con lentezza la forchetta. Dentro, sentiva la rabbia arricciarsi come una mano che si chiude a pugno, e insieme capiva che doveva tenere la voce bassa. Solo calma, il segreto era parlare piano.

Noi già paghiamo. Io e Marco ogni mese vi diamo metà del suo stipendio.

Quella metà non basta più da un pezzo. I prezzi salgono ogni giorno. Io al supermercato ci vado e so cosa si spende. I tuoi soldi invece non si sa dove vanno a finire.

I miei soldi vanno dove so benissimo: vestiti, medicine, regali pure per voi.

Teresa ha stretto un po le labbra: segno inequivocabile che aveva giudicato largomento ricevuto e immediatamente scartato.

Una brava nuora porta risorse in famiglia, non le spende in sciocchezze.

Paola fissava la tovaglia, ormai logora e coi fiori scoloriti. Ventanni quella tovaglia, posta sempre lì su quel tavolo, e lei ormai sapeva a memoria ogni margherita stampata. Seduta in quella cucina per tre anni, mangiando ciò che Teresa decideva, ringraziando ciò che Teresa portava, sorridendo quando la suocera comandava che era il momento di sorridere.

Vedrò, ha mormorato Paola. Si è alzata, portando il piatto al lavandino.

Alle sue spalle la suocera ha detto sottovoce, ma chiaro:

Marco ti spiegherà tutto lui.

E infatti Marco ha spiegato la sera stessa. Era seduto sul letto a guardare il cellulare quando lei è entrata in camera e ha chiuso con discrezione la porta. La serratura era rotta da quasi due anni, Marco continuava a promettere che lavrebbe riparata. Sempre tutto rimandato.

Marco, dobbiamo parlare.

Mh.

Dico sul serio.

Lui ha posato il telefono, guardandola un po colpevole, un po scocciato. Trentadue anni, lavorava come impiegato in unazienda di materiali da costruzione, amava la birra la domenica e odiava i conflitti. Paola tempo prima pensava fosse calma, poi aveva capito che era altro.

Hai parlato con tua madre?

Ho parlato, sì. Vuole che le porti tutto lo stipendio.

Non tutto. La cassa comune è giusto. Viviamo tutti nella stessa casa.

Sei serio?

Riprese il telefono, poi lo lasciò, poi ancora lo prese.

Dai Paola mia mamma vuole solo organizzare meglio. Bisogna fare ordine coi soldi.

Marco, anchio ho le mie spese. Ho delle cose di cui ho bisogno. Non posso venire ogni volta a chiedere i soldi per lo shampoo.

Dai, se ti serve te le dà. Devi solo chiedere.

Paola guardava il marito, cercando di capire se davvero non ascoltava o solo faceva finta. Chiedere i soldi alla suocera per lo shampoo. Rendicontare ogni euro. Spiegare perché le serve un altro maglione.

Marco, lavoro anchio. Quel che guadagno è mio.

Paola, viviamo a casa di mia madre.

Viviamo, sì. Tutti e due. Tu sei suo figlio, io tua moglie. E ogni mese paghiamo.

Mamma dice che non basta.

Allora può dirci quanto basta, e ne parliamo, ma non lascio tutto lo stipendio nelle sue mani.

Lo sguardo di Marco era quello consueto di chi è costretto a scegliere tra due cose spiacevoli e proprio non vuole scegliere.

Paola, ho già fatto il bonifico.

Non capì subito.

Che bonifico?

Il tuo stipendio a mamma. Era meglio subito, così si evita di discutere.

Nella stanza ci fu silenzio. Si sentiva la televisione a basso volume dalla camera di Teresa.

Hai mandato i miei soldi, sussurrò Paola.

Dai, non fare quella faccia.

Senza dirmelo?

È per il bene di tutti. Così mamma si calma e si va avanti.

Paola restava lì, in piedi, a fissare il marito. Tre anni. Tre anni a ripetersi che Marco era solo troppo tenero, che sua madre era complicata, che doveva pazientare, diventare parte della famiglia. Lei ci provava. Aiutava in cucina, taceva quando Teresa prendeva le sue cose senza chiedere, taceva quando entrava in camera senza bussare; non invitava più neanche le amiche, perché a Teresa non piaceva il chiasso, e conduceva una vita da topolino in un appartamento non suo secondo regole non sue.

E adesso il marito le aveva mandato via i soldi, perché a sua madre serviva stare tranquilla.

Marco, ti rendi conto di cosa hai fatto?

Basta Paola, non esagerare. I soldi non contano.

Hai preso i miei soldi per darli a tua mamma, senza chiedere.

Non è come dici tu. Siamo una famiglia.

Appunto. Allora perché decidi solo tu?

Marco sospirò come chi sente di subire uningiustizia.

Paola, sei stanca, parliamone domani.

Lei non rispose. Uscì dalla stanza, entrò in bagno e si chiuse col salvaserratura. Si sedette sul bordo della vasca, fissando il rubinetto. La goccia cresceva, scendeva, cadeva nel lavandino. E di nuovo, e di nuovo.

Pensava che ora la sua carta era a secco, e mancavano due settimane alla paga successiva. In quelle settimane avrebbe dovuto chiedere alla suocera i soldi dellautobus, del pranzo, di ogni minima cosa.

Sapeva già che non lavrebbe chiesto. Non riusciva.

Prese il cellulare e scrisse a Chiara: Sei sveglia?

Risposta dopo un minuto: Sto guardando un film. Che succede?

Posso venire da te?

Ora?

Sì.

Certo. Ma qualcosa di serio?

Paola fissava lo schermo. Dietro, la goccia cadeva di nuovo.

Sì.

Uscì piano dal bagno. In camera la luce era già offuscata, solo il bagliore azzurro del telefono sotto il piumone. In salotto la televisione di Teresa borbottava ancora. Paola aprì larmadio, tirò fuori una borsa della spesa grande, cominciò a mettere dentro le sue cose: documenti, ossia carta didentità, contratto di lavoro, certificato di matrimonio, due cambi di vestiti, trousse, caricatore. Si muoveva pensierosa: questo è mio, questo anche questo invece no.

Prese il cappotto dallingresso. Si mise le scarpe in piedi, senza sedersi per non far scricchiolare nulla. Prese giusto i suoi mazzi di chiavi: lavoro, casa della madre, mentre quello della suocera lo lasciò sulla mensola.

La porta si richiuse quasi in silenzio.

Fuori era marzo, di notte ancora faceva freddino. Paola camminava verso la fermata, respirando laria pungente, pensando che aveva trentun anni, un buon lavoro, era intelligente e nemmeno cattiva, eppure tutto questo non era bastato.

Chiara aprì la porta in vestaglia e capelli arruffati.

Ma tu sei a posto? Sei pallida!

Sì, sono solo andata via.

Per sempre?

Non lo so forse sì.

Chiara si spostò, facendola entrare.

Dai, metto su lacqua per un tè.

Sedute in cucina, Paola raccontava tutto: la cassa comune, Marco e i suoi bonifici, la notte a fare la borsa al buio. Chiara la ascoltava col mento sul palmo, annuiva, commentava eh sì, ma mai interrompeva. Paola aveva sempre apprezzato questa cosa di lei.

Tre anni, ha detto infine Paola. Tre anni a pensare che con la pazienza sarebbe cambiato tutto.

E?

E non è cambiato niente. Solo è diventato normale.

Chiara ci pensò.

Resta pure da me. Finché vuoi.

Ma hai solo una stanza!

Il divano è comodo. Non mi disturbi.

Paola la guardò. Dodici anni damicizia, da quando si erano conosciute alluniversità. Chiara era sempre così: poche parole, ma affidabile come un muro.

Grazie, mormorò Paola, col fiato che le tremava.

Su, smettila. Va a lavarti e sdraiati. Domani si vedrà.

Il mattino Paola si svegliò su un divano letto e per un secondo non capì dovera. Poi si ricordò: il soffitto di Chiara era bianco, senza quelle macchie gialle come nellangolo della camera dalla suocera, dove per tre anni ogni giorno aveva visto quel triangolo sformato lasciato da una vecchia infiltrazione.

Il telefono taceva. Nessuna chiamata da Marco. Strano, comunque.

Andò al lavoro direttamente da Chiara, con i vestiti che aveva preso la sera prima. Lufficio era piccolo, venti colleghi, fornivano attrezzature industriali. Il capo, Giulio Romano, i primi tempi le incuteva soggezione. Era riservato, esigente, nessuna scusa per lavori fatti male. In due anni, però, Paola capì che almeno era giusto: se rimproverava aveva ragione, se faceva complimenti erano meritati.

Quella giornata la trascorse in silenzio, immersa nel lavoro, sentendosi quasi trasparente. Verso le tre Giulio la chiamò nel suo ufficio.

Entrò e chiuse la porta.

Siediti, Paola. Come va?

Normale, grazie.

Sicura?

Lei lo guardò: seduto dietro la scrivania, stavolta senza guardare le carte ma solo lei, attento ma senza invadenza.

Oggi ho lasciato mio marito, le uscì allimprovviso.

Giulio tacque un attimo, poi disse:

Mi dispiace.

A me no, sussurrò Paola.

Meglio così. Dove stai dormendo?

Da unamica. Provvisoriamente.

Senti, non ti offendere, ma ho un amico che affitta un bilocale in zona. Piccolo ma carino, prezzo giusto. Se vuoi ti metto in contatto.

Paola lo fissò.

Perché questa gentilezza?

Lui sorrise appena.

Ci sono passato anchio. Alcuni anni fa. Anchio avevo bisogno di una mano con una casa. E uno mi ha aiutato. Tutto qua.

Capisco, rispose lei.

Non ti serve decidere ora. Pensa con calma.

Ci penso. Grazie Giulio.

Tornò al suo posto. Il resto del giorno, pensava sempre a quellappartamento piccolo, con le pareti bianche e nessuna tovaglia a fiori estranea.

La sera chiamò Marco.

Paola, dove sei?

Da una mia amica.

Quale?

Marco, non sono tenuta a dirtelo.

Silenzio.

Mamma è molto giù di morale, lo sai.

Paola chiuse gli occhi. Mamma è giù, ovvio.

Marco, tua madre mi ha preso lo stipendio. Tu lhai aiutata. Io così non ci sto.

Ma la smetti di fare tragedie? Se vuoi ti restituisco i soldi.

Non è questione di soldi.

E allora di cosa?

Lei non rispose subito; spiegargli quella cosa era come far capire a un cieco il colore del cielo.

Marco, non torno. Non stasera. Ho bisogno di pensare.

Dai, Paola, ma dove vai?

Sono già andata.

Riagganciò, lasciando il telefono sul divano. Chiara la osservava con la tazza in mano.

Ti chiede di tornare?

No. Si chiede soprattutto dove andrò.

Classico ragazzo da mammà, concluse Chiara. Senza la mamma non respira, ma con la mamma non ti lascia vivere.

Sai che lo capisco, Marco? ammise Paola. Lo ha tenuto sempre così. Non conosce altro.

Capirlo si può. Starci insieme no.

Dopo cinque giorni Paola traslocò nellappartamentino che le aveva segnalato Giulio. Piccolo, affacciava su una via tranquilla, pareti bianche e parquet che scricchiolava. I mobili semplici: tavolo, armadio, divano, letto. Il proprietario, il signor Nicola Gori, uomo anziano coi baffi, si scusava per il frigo vecchio e prometteva che lavrebbe cambiato.

Limportante è che funzioni, disse lei.

Entrò, poggiò la borsa, fece il giro della stanza, si affacciò alla finestra. Fuori piovigginava. Osservò le gocce sul vetro: ecco, quello era il suo spazio. Piccolo, in affitto, ma suo.

Andò a fare la spesa, prese lindispensabile: tè, pane, uova, latte, una tazza, rossa. A casa di Teresa le tazze erano solo bianche.

Quella notte dormì davvero. Per la prima volta da così tanto.

Le settimane dopo non furono facili, ma almeno oneste. Paola doveva contare i soldi, perché Marco non le aveva ancora restituito nulla e aspettare la paga era lunga. Mangiava semplice, una volta chiese a Chiara un prestito e Chiara glielo diede senza tante smancerie. Al lavoro si comportava normalmente e nessuno sapeva quasi nulla, tranne Giulio.

Lui ogni tanto veniva da lei, con scuse di lavoro, domande per nulla urgenti. Solo per vedere come va, dire una parola, uscire. Lei cercava di non pensarci, anche se faceva piacere.

Un giorno le portò un caffè. Lo posò vicino al computer e disse:

Hanno messo la nuova macchina per il caffè di sotto; lho provata, non è male.

Grazie, sorrise lei.

Figurati.

Andò via. Paola guardava il bicchierino. Pensava che da tempo nessuno faceva cose così semplici per lei. Un caffè, così, senza motivo.

Marco chiamava ogni tanto. Prima invitava a tornare, poi diceva che lei era ingiusta, poi che sua madre soffriva e doveva andare per parlarci. Paola rispondeva secco e poi chiudeva. Non era arrabbiata davvero. Lo vedeva solo per ciò che era, uno che non si sarebbe cambiato mai.

Un giorno a metà aprile chiamò Teresa. La voce bassa, quella di chi fatica a non gridare.

Paola, ti rendi conto che stai distruggendo la famiglia?

Buonasera, signora Teresa.

Non ti telefono per gentilezze. Hai lasciato tuo marito, stai dove non si sa. Cosa penserà la gente?

Non posso preoccuparmi anche di quello.

Torna a casa. Marco soffre.

Marco si è preso i miei soldi, senza chiedere.

I soldi sono di tutti, in famiglia!

Non sono daccordo.

Sei unegoista, Paola.

Forse. Arrivederci, Teresa.

Riagganciò, le mani un po tremavano. Niente paura, solo così.

Preparò un tè. Prese la tazza rossa con tutte e due le mani, le scaldò. Seduta nella sua piccola cucina, guardando il muro, pensava che lindipendenza economica delle donne di cui aveva letto in certi articoli eccola, era questa cosa qui: poter sedere in cucina propria senza dover rendere conto a nessuno.

Poi scrisse a Chiara: Mi ha chiamata la suocera.

Chiara: E?

Dice che sono egoista.

Brava. Vuol dire che stai facendo la cosa giusta.

Paola sorrise al telefono.

A maggio successe qualcosa che proprio non si aspettava.

Uscendo dallufficio un martedì, alle sei, uscì a prendere i guanti dalla borsa. Sentì la voce di Teresa.

Paola!

Si girò. Teresa era lì davanti, cappotto nero, borsa al braccio, e a fianco Marco, che guardava da unaltra parte.

Paola espirò lenta, scese le scale.

Perché siete qui?

Perché non rispondi al telefono.

Rispondo, non voglio questa conversazione.

Che tu lo voglia o meno, devi ascoltare. Hai un marito e vivi chissà dove.

Vivo in un appartamento che affitto.

Con i soldi di tuo marito?

Con i miei.

Teresa strinse gli occhi.

Stai chiedendo il divorzio?

Sì.

Ti rendi conto che rimarrai sola? Alla tua età, dopo i trenta, la felicità femminile è difficile da trovare.

Paola osservò la suocera e si accorse allimprovviso di non averne più paura. Proprio mai. Vedeva solo una donna anziana in cappotto scuro, abituata a comandare, stupefatta che qualcuno non la tema.

Non ho paura di stare sola, disse.

Marco, parla tu! Sei suo marito o no?!

Marco la guardò. Negli occhi solo pena, e basta.

Dai Paola, torna. Ci mettiamo daccordo, dai.

Su cosa, Marco?

Boh sui soldi, su tutto.

Tre anni hai detto che ci saremmo messi daccordo. Non ne posso più di compromessi.

A quel punto uscì Giulio dalla porta dellufficio. Non era chiamato, ma era pronto a tornare a casa. Inquadrò subito la scena.

Paola, tutto bene?

Teresa lo squadrò.

Lei chi sarebbe?

Il direttore. E lei chi è?

Sua (ex) suocera.

Ok. Paola, ti accompagno?

Lei lo guardò. Tranquillo, senza esibizione, solo presente.

Sì, grazie.

Non ha diritto a portarla via, iniziò Teresa.

Abbiamo diritto di andarcene, rispose Giulio calmo. Buonasera.

Camminarono due isolati. Giulio domandò:

Ti cercano spesso?

Ultimamente molto. Però è la prima volta che vengono di persona.

Fastidioso.

Sì. Ma non fa più paura.

Lui annuì.

È il segno che hai fatto la svolta giusta.

Arrivarono alla fermata. Paola voleva dire qualcosa di semplice, tipo grazie, a domani Ma Giulio domandò:

Hai già cenato?

No, non ancora.

Cè una tavola calda qua vicino. Vieni?

Lo fissò. Sembrava chiedere senza insistenza.

Volentieri, rispose.

Seduti nella tavola calda, con il profumo di minestrone nellaria, scelsero due piatti, si sedettero. Giulio parlò un po di sé: aveva divorziato tre anni prima, aveva anche lui vissuto per un po in una stanza in affitto, era stato doloroso allinizio ma ora stava bene.

Anche la sua ex suocera era un problema? chiese Paola, sentendosi stupida, ma lui sorrise solo.

No, la mia ex moglie aveva trovato un altro. E basta.

Mi scusi.

Tutto a posto. Adesso non pesa più. Allepoca era dura, ora so che andava così.

Paola fissava il piatto.

Non mi rendevo conto che vivevo una vita non mia, ha messo a bassa voce. Pensavo di impegnarmi, di costruire una famiglia, che fosse giusto adattarsi. Solo quando sono uscita da lì ho capito che per tre anni sono stata solo un ospite. In una casa non mia.

Giulio la lasciò parlare. Poi disse:

Solitudine e compagnia: la gente vede come se una fosse male e laltra bene. Ma la solitudine sbagliata sono anche certi rapporti: solo che fanno più rumore.

Paola alzò lo sguardo.

Vero.

Stettero lì quasi due ore. Non ricordava il resto della conversazione, solo la sensazione buona di potersi esprimere, di essere ascoltata senza dover semplificare o giustificare.

Tornò a casa in metro e pensò che era così che doveva essere la normalità: stare con qualcuno e non sentirsi mai fuori posto.

Non voleva immaginare di più. Il matrimonio non era ancora ufficialmente concluso, né la causa, né le chiamate di Marco o della madre. Prima risolvere il passato, poi pensare al dopo.

Fece domanda di separazione a fine maggio. Marco tentò dapprima di prendere tempo, poi tramite un avvocato iniziò a discutere sui beni. Insieme avevano poche cose: la macchina comprata tre anni prima e qualche altro oggetto. Paola era pronta.

Giugno volò tra scartoffie e telefonate. Dopo quellepisodio in ufficio, Teresa non tornò, ma ogni tanto arrivavano audio dove ricordava a Paola che stava sbagliando tutto, che la solitudine è brutta, che senza famiglia una donna non vale niente. Paola ascoltava, qualche volta sorrideva, spesso cancellava.

Cominciava ad abituarsi al suo appartamentino. Comprò una piantina, un piccolo cactus, mise su una mensola una cartolina spiritosa di Chiara con una tazzina e una frase buffa, la tazza rossa in bella evidenza.

Il lavoro proseguiva normale. A volte andava con Giulio nella solita tavola calda, non ogni giorno, senza programma: succedeva. Parlavano di libri, di ferie, del mare dove avrebbe voluto andare.

Un giorno domandò:

Giulio lei non soffre la solitudine?

In che senso?

Dopo il divorzio, insomma. Vivere da soli.

Lui ci pensò.

Allinizio era bruttissimo. Poi mi sono abituato. Poi mi sono dimenticato che era brutto. Ogni tanto penso che mi piacerebbe ricominciare. Ma non con una qualsiasi: dovrei sentire qualcosa di vero.

E come si riconosce, qualcosa di vero?

Non lo so nemmeno io. Forse quando non servono maschere.

Paola annuì.

Capisco.

Sì, tu capisci davvero, disse Giulio, guardandola appena più a lungo del solito.

Lei abbassò lo sguardo sul piatto. Il cuore le batteva calmo, semplicemente un po più caldo del solito.

A luglio era il compleanno di Chiara. La aiutò a preparare la tavola, poi si sedette con amiche che non conosceva, sorseggiò un bicchiere di vino, ascoltò chiacchiere di altri. Si trovò vicino a una signora di nome Lina, sulla sessantina, occhi vivacissimi e capelli corti. Si misero a parlare.

Anche Lina aveva divorziato, a quarantacinque anni.

Era dura? chiese Paola.

Terrificante. Mia figlia era piccola, il lavoro così così, tutto in affitto. Ma ho capito una cosa dopo

Cosa?

Che la paura non è una ragione per restare dove non stai bene. Paura è solo paura, passa. Se resti solo per paura, però, la gioia se ne va e resta solo labitudine.

Paola la fissò.

Ha trovato un altro marito?

No. Ma ho un uomo, ognuno a casa sua, ci vediamo, parliamo. Così sto meglio che mai.

Ancora separati, davvero?

Eh sì. Ci vediamo quando vogliamo, nessuno deve fingere nulla.

Strano.

Per la nostra cultura sì, ma per la vita, no. Conta che tu stia bene, per te. Non per tuo marito, non per tua suocera, solo per te.

Paola a lungo ripensò a quella frase. Vivere per se stessi. Parole semplici, ma concrete. No egoismo, solo avere diritto alla propria vita. Diritto che aveva sempre avuto, ma ogni volta aveva ceduto agli altri un pezzettino, convinta che fosse la norma.

A fine luglio telefonò Marco. La voce diversa, più debole.

Paola, puoi parlare un momento?

Sì, dimmi.

Volevo solo dire che ho capito di aver sbagliato. Allora, coi soldi e tutto.

Paola restò muta.

Sono abituato così. Mamma sapeva sempre tutto. Non è una scusa, solo una spiegazione.

Ho capito, Marco.

Sei felice lì? Da sola?

Sto bene. Marco, tu sei una brava persona; non siamo compatibili. Tutto qui.

Silenzio.

Mamma dice che hai trovato qualcuno al lavoro.

Mamma non lo sa, cosa faccio al lavoro.

Non è affar mio, scusa se chiedo.

Facciamo che la chiudiamo serenamente, ok?

Ok, e appena lo disse si sentì sollevato.

Ad agosto faceva caldo. Paola la sera si sedeva a una panchina nella piccola piazza del quartiere, prendeva un gelato, stava lì senza fretta, senza un pensiero particolare.

Pensava che una volta non sapeva fermarsi. Sempre a rincorrere qualcosa, a non disturbare, a non deludere. Ora poteva semplicemente stare.

Una sera ricevette un messaggio da Giulio: Ciao, come stai?

Rispose: Seduta in piazza, mangio un gelato. Bene.

Dopo un minuto lui: Che piano perfetto per la serata.

Paola rise, sorpresa da sé stessa.

Scrisse: Vieni anche tu.

Lui: Arrivo tra poco.

In meno di mezzora arrivò davvero, con un gelato pure lui; si sedette. Rimasero lì, guardando la gente, i cani, i bambini. Non parlavano molto. Finalmente, silenzio buono.

Poi disse:

Paola, voglio dirti una cosa.

Dimmi.

So che ora per te è un momento delicato. Probabilmente non vuoi impicci.

Continua.

Sto bene con te. Non solo come collega. Tutto qui.

Paola guardava la piazza: un bimbo rincorreva un piccione, il piccione scattava più in là.

Anche io sto bene con te.

Questo è già molto.

Già, sussurrò. È già tanto.

Rimasero lì a lungo, si fece sera, si accesero i lampioni, il gelato era finito da un pezzo. Lui la accompagnò a casa. Si fermarono sulla porta.

A domani, disse Paola.

A domani.

Salì le scale, e dentro si sentiva silenziosa, come quando qualcosa di bello appena nasce e ancora non osi chiamarlo con un nome, per non rovinare la magia.

Il processo era a settembre. Ledificio del tribunale era vecchio, corridoi lunghi, panchine di legno. Paola arrivò in anticipo, cappotto grigio e cartellina in mano. Lavvocata, una giovane di nome Francesca, era già lì.

Non si preoccupi, disse. Tutto è in regola. Finirà presto.

Non sono nervosa, rispose Paola.

E davvero non lo era. Guardava i corridoi e pensava che tre anni prima non avrebbe mai creduto di arrivare lì, con quelle carte, ma invece riusciva a farcela.

Marco arrivò con Teresa, vestita in modo pomposo, lo sguardo sulla nuora come per dire hai rovinato tutto. Marco teneva lo sguardo basso.

Il processo fu rapido. La giudice chiese se cerano speranze di riconciliazione. Paola no, Marco muto. Divisione dei beni già pattuita. Tutto liscio.

Poi Teresa si avvicinò e disse piano:

Te ne pentirai.

Paola la fissò.

Forse sì. Ma sarà comunque una scelta mia. Arrivederci, Teresa.

Uscì in corridoio. Una fascia di luce in fondo, la porta dingresso.

Spinta la porta, trovò Giulio ad aspettarla sotto i gradini. Non era nemmeno entrato, lei non glielaveva chiesto: sapeva ora e luogo, basta.

Stava lì, occhi su di lei, mani in tasca. Paola scese.

Comè andata?

Tutto finito. Divorzio.

Lui annuì.

Come ti senti?

Ci pensò bene, senza cortesia.

Stanca. E stranamente, leggera.

È normale. Quando molli qualcosa che pesava, fa vuoto ma anche sollievo.

Sì. Un po vuoto, ma non fa paura.

Rimasero lì davanti al tribunale. Passava gente, un settembre tiepido, le foglie già un po gialle.

Andiamo a mangiare qualcosa? propose Giulio.

Sì.

Camminavano senza fretta. Tre anni erano passati da quella notte in cui Paola faceva la borsa in silenzio, credendo di andare nel vuoto. E invece ci era solo voluto tempo.

Giulio, disse lei.

Sì?

Sai qual è la cosa più difficile da capire?

Cosa?

Che andarsene non è una sconfitta. Per anni ho pensato che lasciare volesse dire perdere. Che tre anni fossero buttati. Poi ho capito: non sono buttati. In quei tre anni ho solo capito cosa non voglio. E cosa invece voglio.

E cosa vuoi, Paola?

Si fermò, lo guardò.

Questo. Camminare accanto. Potermi fidare senza paura. Scegliere io.

È poco, disse lui. E allo stesso tempo è tutto.

Esatto.

Ripresero a camminare, le foglie scricchiolavano sotto i passi, il sole li abbagliava di lato, Paola socchiudeva gli occhi, e dentro di sé pensava che adesso stava bene. Non perché fosse tutto facile, ma solo perché stava bene. E alla fine, forse, quello è limportante.

Il rumore della città rimaneva in fondo. Accanto cera qualcuno. Davanti, un futuro indefinito, ma non più qualcosa da temere.

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