Bottoncini

Eh, ma che peste che sei, Bianca! Cosa hai combinato stavolta?

Nonna Gabriella si affacciò nella stanza e vide la sua nipotina adorata in mezzo al caos. Mani dietro la schiena, occhi spalancati, e quellaria da oggi ne ho fatta unaltra che già lasciava intuire: serenità oggi scordatela. Ma in fondo, quandè mai stata tranquilla casa sua, con Bianca sotto allo stesso tetto? Avere la nipotina in giro era garanzia di allegria e un arcobaleno di emozioni. E più cresceva Bianca, più le cose si facevano movimentate. Così Gabriella, mani sui fianchi e sopracciglia aggrottate, si preparò alla battaglia.

Niente!

E questo niente, cosè esattamente? la guardava con unaria talmente sospettosa che Bianca, senza accorgersene, prese la stessa posa della nonna. Mani sui fianchi, sopracciglia a capanna: identiche! Da dove le veniva, poi?

Ti ho detto: niente, proprio niente!

Gabriella diede unocchiata circolare alla stanza e sospirò piano. Il vecchio gatto Cesare, che aveva ormai la coda spelacchiata, stava stravaccato sul divano a fare finta di non essere coinvolto in tutta quella confusione. Aprì un occhio verde e lo puntò su Gabriella, poi lo richiuse subito. Se litigate voi, non litigate con me e questo mi sta più che bene!

Visto che Cesare era spesso complice prediletto delle marachelle di Bianca, Gabriella si allarmò ancora di più. Se il gatto non era stato imbottigliato nel passeggino, non correva per casa in abiti da principessa sfornati con la veste di raso della nonna, e non veniva forzatamente nutrito a cucchiaiate di pappa da una nipote troppo generosa tanto valeva: di sicuro la ragazzina aveva in serbo qualcosa che avrebbe fatto sobbalzare anche il cuore di una nonna navigata.

Dai, Stellina, racconta alla nonna cosa hai combinato. Non ti sgrido!

Eh, lo dici sempre! Poi subito: Oddio, reggetemi! Bianca imitò lesclamazione tipica della nonna con una tale enfasi che Gabriella, a stento, trattenne una risata.

Te lo giuro, piccola! capì che a quel punto era meglio sedersi, per ogni evenienza, e scivolò sulla poltrona.

Bianca restò a pensare: svelare ora il capolavoro o aspettare pranzo? Sapeva benissimo che la nonna aveva preparato dei bignè, e rischiare di rimanere senza il dolce preferito insomma, era audace persino per lei. Però la voglia di vedere la reazione della nonna era più forte. E poi, alla peggio, avrebbe mangiato il bignè la sera, quando sarebbe arrivata la mamma. Mamma non dice mai di no, soprattutto quando Bianca la guarda con quegli occhioni blu del tutto simili al lago della casa in montagna della nonna. Se poi ci aggiungeva un po di supplica, anche la nonna cedeva. Peccato che senza mamma, lincantesimo non funzionava: la nonna diventava inflessibile. Persino, orrore, aveva messo Bianca dietro la porta più di una volta. Mai più di due minuti, ma era pur sempre una questione di principio. E a sei anni quasi compiuti, diciamolo, era offesa!

Bianca si rabbuiò, andò verso la finestra e scostò la tenda. Quello che vide la nonna Gabriella fece quasi svenire.

Reggetemi sussurrò Gabriella, mentre Bianca la guardava orgogliosa.

Bello, eh? Ho fatto tutto io! Il nonno non mi ha aiutato. Ha detto che tu ti saresti arrabbiata di sicuro, e lui di guai ne ha già abbastanza.

E dovè adesso?

È scappato! Ha paura di te, nonna! Spaventi tutti, non ti vergogni?

IO?! esclamò Gabriella riprendendosi. Biancaaaaaa?

Bianca si rintanò nella tenda, che teneva ancora stretta.

Non voglio andare dietro alla porta, ho fame!

Gabriella a fatica si inginocchiò vicino al capolavoro. Le bottoni erano cuciti come lei aveva insegnato a Bianca: ben stretti, con il filo nero che aveva arricciato il tulle bianco trasformandolo in un ricamo bizzarro, effetto ragnatela. La vecchia scatola di latta piena di bottoni, ereditata da sua nonna, stava lì accanto. Bianca, tentando di liberarsi dalla tenda, inciampò e fece cadere il coperchio sul parquet con triste rumore.

Stai ferma! Altrimenti spargi tutto! Gabriella tolse la scatola dal pericolo, recuperando il coperchio. Una vecchia immagine della Befana era ancora nitida sopra. Gabriella sentì un nodo in gola e gli occhi lucidi.

Nonnaaaa! Che succede? Non lo faccio più! Lhai detto tu stessa: una bambina deve saper fare tutto! Io mi alleno! Il brodo non posso ancora cucinarlo, mamma dice che non posso toccare i coltelli. Ci avrei provato, ma ha detto che allora al mare non ci andiamo. Spero non abbia mentito, meglio non rischiare!

Bianca Gabriella si asciugò una lacrima, poi si ricompose. Ma chi ha detto che la mamma mente? Malandrina! Attenta che stavolta la porta piange aspettando te!

Sei tu che piangi! Perché? Bianca strisciò vicino alla nonna e la abbracciò talmente forte al collo che Gabriella restò quasi senza fiato.

Mi soffochi, Stellina, lasciami! Fiuu Gabriella ricambiò labbraccio e la fece sedere in braccio. So che mi vuoi bene. Non stavo piangendo, mi ero solo commossa.

Co co cosa hai fatto? Bianca tentava di afferrare la parola, ma mollò il colpo.

È quella sensazione che ti prende quando vedi una bella cosa o ricordi qualcosa che ti emoziona. E allora magari scappa una lacrima.

E cosa hai ricordato?

Questo accarezzò la scatola di bottoni. Da sempre le sue dita ricordavano la sensazione vellutata e fresca del metallo, misteriosamente morbido. Da bambina ne era incantata: apriva la scatola, accarezzava la Befana disegnata, sognava mantello, guanti e treccia lunghissima, poi affondava i polpastrelli in quel mare di bottoni

Questa scatola labbiamo riempita tutte le donne della famiglia. Un giorno toccherà anche a te.

Come si fa? Bianca si sistemò meglio sulle ginocchia della nonna, capendo ormai che la tempesta era passata. E in fondo, aveva lavorato come la nonna le aveva insegnato: filo resistente e nodino, anche se quelli doveva farli, per ciascun bottone, almeno una decina di volte! E alla fine aveva lasciato il filo lungo, tanto ogni bottone si poteva cucire vicino allaltro. Mica cera bisogno di tagliare tutto a pezzetti. Se la nonna non fosse arrivata, tutta la tenda sarebbe stata un capolavoro!

Gabriella intanto sovrappensiero rimestava tra i bottoni, li faceva scorrere tra le dita uno a uno.

Ci vuole tempo, Bianca, tanto tempo. Hai visto quanti sono?

Tanti!

Eh sì, tantissimi. E sono tutti diversi. Ognuno ha la sua storia.

Me la racconti?

Tutte?

Sì!

Non posso, Stellina. Non le so nemmeno io tutte Alcune nessuno me le ha mai spiegate, altre le ho dimenticate.

Raccontami quelle che sai! stavolta Bianca non chiedeva: pretendeva.

Gabriella lasciò scorrere una pioggia di bottoni tra le mani.

Daccordo. Ma ci spostiamo sul divano, o non mi rialzo più. E il brodo è sul fornello. Se trabocca, a pranzo con cosa mangiamo?

Biscotti! Bianca saltò sul divano e diede un colpetto al magro fianco di Cesare.

Il nonno storcerebbe il naso. A lui serve carne! E pure Cesare protesterebbe! sospirò Gabriella, aiutandosi al bracciolo della poltrona per alzarsi. Faceva anche fatica, ormai. Gli anni passano. Almeno poteva parlarne serenamente: figli grandi, nipoti, marito tutto sommato in salute Cosaltro serviva ad una donna per essere felice?

Pure un po di follia aveva colorato la sua vita, sorprendente anche se stessa partorendo la seconda figlia quando già suo figlio era alluniversità! Si vergognava quasi, si nascondeva sotto il cappotto gigante mentre lui, il figlio, insisteva per comprare qualcosa di carino: “Ma sei ancora giovane, mamma!” Poi il marito aveva confessato tutto al figlio, che prima era rimasto di sasso poi non aveva mai visto lo sguardo così felice in suo figlio. Aveva adorato la sorella, laccompagnava a scuola, aiutava con i compiti, nonostante fosse già sposato e pure papà. Poi lui e la moglie erano partiti per lavorare in unaltra città scelta giusta, con il tempo si erano messi in proprio, venduto lappartamento, costruito la loro casa. Peccato che ora sono lontani. Fortuna che i nipoti sono intelligenti come i loro genitori, le hanno insegnato a usare il computer: Nonna, ti chiamiamo in videochiamata su Skype. E lha proprio benedetto chi lha inventato! Così può vedere come cambiano e crescono Certo, Gabriella va a trovarli quando può, ma da quando cè Bianca il tempo è meno e la piccola, che si ammala spesso, sta dalla nonna più che allasilo. Aveva detto alla figlia: Toglila dallasilo, non ha senso stare più a casa che lì! Ma la figlia le ha solo sorriso, liberando Cesare dalle grinfie di Bianca: No, mamma! Così ti lasciamo almeno un po di tempo libero nel weekend. Lenergia di questa bambina va incanalata, altrimenti aiuto!

Gabriella guardava la sua bambina più piccola e pensava: Ecco la mia felicità. Un dono arrivato tardi, chissà per meriti di chi. Da piccola era già splendida, e adesso la raggiante bellezza le usciva dagli occhi. Niente deccezionale allapparenza, eppure bastava parlarle due minuti per sentire la sua luce. Anche la figlia era diventata medico, come il fratello e la cognata, ma pediatra. E i bambini lamavano subito, si fidavano. Per forza, i bambini capiscono chi vuole loro bene Ma con Bianca la mamma non riusciva mai a gestire tutto: primo figlio, si sa. Gabriella aveva viziato il figlio, era venuto su bene, perché aveva sempre cercato di insegnare il giusto equilibrio: mamma pronta ad aiutare, ma anche a lasciar fare. E aveva funzionato. Poi stesso principio per la figlia. Oggi le donne fanno di tutto, ma il figlio brontolava: Non va mica bene, mamma le donne dovrebbero essere amate, non lavorare ininterrottamente come muli! Eh, ma lo dici tu, ribattevano mamma e sorella ridendo. Invece bisogna pure lavorare, che credevi? Ma almeno che sia una cosa che ti fa stare bene, e resti anche spazio per te.

E la sorella: Dillo alla povera Marina, la cognata. Lei sì che dorme in ospedale sulle sedie, altro che stare bene!. Ma intanto, Bianca che non stava mai zitta prese Cesare, gli piazzò un bottone davanti al muso.

Guarda che bello!

Il gatto tentò una fuga, ma ormai aveva capito che tanto non aveva scampo e si sistemò mogio vicino alla sua padroncina.

Nonna! Bianca le soffiò piano nellorecchio. Mi ascolti?

Eh? Gabriella, pronta, prese il gatto e lo liberò. Cesare fece per scivolare via, poi si fermò e si sdraiò per terra, guardando la sua famiglia. Lo torturi, poveretto!

Ma non è vero! Bianca fece la linguaccia al gatto. Gli fa bene! Dorme sempre, invece si deve muovere!

Perché i gatti devono dormire!

Mamma ha detto che dormire troppo non va bene! Quando volevo dormire tutto il sabato, mi ha fatta alzare e mi ha detto che stare a letto troppo fa male, bisogna muoversi! Il movimento è Bianca saltellava sul divano, cercando di ricordare la frase, e i bottoni schizzarono dappertutto, facendo saltare Cesare dallo spavento.

Il movimento è vita! Gabriella afferrò la nipote e la baciò, poi la risistemò accanto. E tu ne sei la prova! Birichina! Resta seduta un attimo.

Va bene! rispose Bianca con troppa prontezza, e Gabriella alzò il sopracciglio. Cosa strana ci stava sotto?

Non guardarmi così! Piuttosto, racconta! Dai, questo!

Un bottone bianco e normalissimo finì sulla mano della nonna.

Questo? È un bottone del primo camice da medico di tua mamma. Glielho cucito io, e avevo preso solo quelli che servivano. Ma finivano sempre, perché tua mamma tornava a casa e sparito! Allora compra e cuci, compra e cuci.

E perché la mamma non le sapeva cucire da sola? Non mi dici sempre che le bambine devono imparare tutto?

No, lei lo sapeva! Ma studiava e lavorava così tanto, povera stella, che non aveva davvero tempo. E a me non costava niente cucirglielo. Per chi si ama non pesa far nulla, ricordalo!

Bianca annuì serissima, e Gabriella la strinse ancora.

Brava, piccina! E adesso?

Questo! uno dorato, rovinato dal tempo. Bianca lo osservò. Come si cuce?

Gabriella scosse la testa.

Questo non si cuce più, bambina mia. Vedi? Ha perso il gambo. È la bottone del nonno, quando era in missione umanitaria. Fu ferito, e lo portarono in ospedale. Aveva questo bottone stretto in pugno. Non si sa come ci sia finito. Nessuno lo sa. Ma il nonno dice che finché il bottone resta qui, tutto andrà bene.

Perché la gente litiga, nonna? Bianca strinse forte il bottone e poi lo lasciò, sentendo male.

Chi lo sa. Chiedi a tutti e ti diranno che non serve. Eppure, spesso qualcuno trova motivi per diventare nemico di un altro, anche se non cè motivo. Capisci?

Sì ma il nonno non era nemico di nessuno, vero?

No, Stellina, lui aiutava la gente.

Sentendo rumori nellingresso, Gabriella afferrò il bottone grande e colorato lasciato sul divano.

Guarda! Sai cosè?

No!

Era del mio cappotto preferito! Rosso! Fiera come un pavone quando me lha cucito la nonna! Le mie amiche si voltavano tutte!

Cosaveva di speciale?

Era rosso, acceso, con questi bottoni dipinti a mano! Le cose di solito dovevano essere pratiche, ma quello era così vivace!

Bianca osservò il disegno su bottone.

Sono fiori?

Sì! Gabriella cercò con lo sguardo. Laltro bottone era cucito sulla tenda, proprio da Bianca. Eccolo lì! Per fortuna, almeno due sono rimasti: ognuno aveva un fiore diverso, e ognuno un significato. Li scrissi pure, per ricordarmi.

Che fiore è?

Questo è il papavero. Significa qualcuno deve dimenticare le cose brutte. Quando qualcosa ti fa male, cerca di dimenticare. Non sempre ci si riesce, ma è meglio che portarlo dietro.

Dici che ci sono due significati!

Sì! Il secondo è la bellezza e la giovinezza che non sfiorisce mai.

Tu sei bellissima! Bianca sorrise, pizzicando la bottone cucito. Poi borbottò piano: Lì cè un buco

Gabriella capì al volo e rise.

Che peste sei!

Ma non ci si annoia mai con me! Dai, facciamo tutta la tenda a bottoni, poi facciamo vedere alla mamma!

Va bene, ma dopo pranzo! si ricordò del brodo. Sennò si rovescia tutto! Dai, raccogli i bottoni mentre io controllo la pentola.

Il nonno, seduto in cucina con la tazza di tè, la guardò entrare di corsa. Dopo il bacio di rito per aver spento in tempo, chiese:

Ti fa sempre ballare sulle dita, eh?

Eh sì! Gabriella tagliò il pane e raccolse le briciole nel palmo. Ma tu invece niente, eh? Perché non hai aiutato a cucire la tenda?

Ma che scherzi? Tu la baci e la coccoli, a me mi faresti la testa grossa fino alla pensione per aver rovinato le tende. Nessuna imparzialità!

Sono donna, o no? È il mio diritto! Quando hai visto una donna obiettiva?

Mai! rise il marito, e lei lo minacciò bonariamente col pugno.

Mentre ancora si prendevano in giro, Bianca piombò in cucina e trascinò via Cesare. Almeno la cena per lui era assicurata: Bianca gli avrebbe passato qualcosa di buono senza che la nonna la vedesse.

Più tardi, quando arrivò la mamma, Elisa, stanca dal turno in ospedale, rimase senza parole davanti alle tende: piene di bottoni colorati, una vera opera darte.

Mamma! Bianca mollò ago e filo e volò tra le braccia della mamma.

Elisa la sollevò, la baciò e le sussurrò allorecchio:

Che hai combinato oggi?

Ho decorato, guarda che meraviglia! indicando fiera le tende.

Più belle di così Elisa si avvicinò e riconobbe improvvisamente un bottone.

Questa era del mio vestito da sposa! Ma il vestito era del negozio! Come mai?

Gabriella arrossì, si alzò a fatica, scacciando laiuto della figlia.

Eh capita! E ora vieni a mangiare, che sarai affamata.

Elisa continuava a girare per il salotto riconoscendo, uno dopo laltro, i bottoni. Bianca la osservava soddisfatta, poi spazzolò i bottoni rimasti e richiamò la mamma:

Dai, vieni! Ho aspettato te per il bignè. Nessuno ne ha mangiato uno! Beh quasi nessuno.

Elisa sorrise e fu trascinata in cucina (con Cesare per la coda, felice che arrivasse anche per lui qualcosa di buono).

In salotto, dopo cena, Elisa aiutò la madre a sedersi, prese gli ultimi bottoni dispersi e, rimettendoli nella scatola, sfiorò il coperchio proprio come aveva fatto la nonna. La Befana danzava ancora, come da bambina, il metallo sembrava vellutato e misteriosamente caldo. Forse perché la scatola stava vicino al termosifone? No. Era per le storie che conteneva.

Lei stessa, da piccola, li metteva in fila, chiedeva di chi è questo? E questaltro? e ascoltava in silenzio. Sapeva che anche la nonna da piccola aveva fatto lo stesso, e prima ancora la bisnonna. E un giorno sarebbe stata Bianca ad ascoltare e magari, chissà, anche una sua nipotina. Così bisogna ricordare bene ogni storia: perché queste storie, come i bottoni, bisognerà raccontarle ancora e ancora, e passare la scatola, insieme alla memoria e ai nuovi bottoni che, di generazione in generazione, ci metteranno il loro piccolo segreto italiano.

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Bottoncini
Un oggetto che non serve a nulla