Guarda, ti racconto cosa è successo qualche tempo fa al lavoro, che ancora mi fa un po’ sorridere, ma anche pensare.
Da un anno e mezzo era arrivata nel nostro ufficio una collega, Laura Russo. Una donna molto simpatica, sempre ben vestita, precisissima, mamma di due bambini. Tutto iniziava con richieste innocue tipo: Oh, sono bloccata in farmacia, puoi rispondere tu alla mia chiamata? oppure Devo prendere prima la bimba dallasilo, puoi caricare il report nel sistema? Sono solo due click. Noi, che siamo davvero un gruppo affiatato, siamo abituati ad aiutarci e per me era normale darle una mano.
Solo che, con il tempo, ho realizzato che cera una differenza sottile tra aiutarsi e diventare il parafulmine dei problemi altrui. Allinizio era una sciocchezza, poi si è trasformata in interi blocchi di lavoro. Laura mi scriveva verso le cinque: Tanto resti fino alle sei, il piccolo è di nuovo con la febbre. Classica mossa: ti fa sentire in colpa, sfrutta tutto il discorso dellessere mamma. In Italia le mamme sono quasi intoccabili, e lei se ne approfittava. Alla fine, mi sono accorta che il mio tempo libero cominciava a sparire.
Laura sapeva costruirsi questo personaggio, una donna sempre di corsa, che lotta tra casa e lavoro senza sosta. Ma la realtà era semplice: stipendio uguale, è solo che parte della sua mansione era finita sulla mia scrivania. Quando ho provato a dire di no, con tatto, mi sono trovata davanti allimmancabile frase: Tu non hai figli, non puoi capire, noi siamo sempre a pezzi. Ti mette nella classica trappola: non hai diritto ad essere stanca, i tuoi motivi non valgono nulla.
Poi è arrivato il gran finale. Dovevamo consegnare delle tabelle, lavoro di precisione, concentrazione totale. Alle 16.45 ricevo una mail da Laura, dati grezzi e messaggio: La recita allasilo è stata spostata, devo scappare. Completa tu, sei la nostra esperta, ci metti un quarto dora, io non posso lasciar solo il piccolo. Domani mi sdebito! In quel momento ho capito che se dicevo sì, mi avrebbero delegato tutto ancora per mesi. Se avessi replicato con un no secco, sarebbero fioccate lamentele e occhiatacce. Bisognava cambiare approccio, portare la questione sul piano ufficiale.
Non ho scritto nulla a Laura. Ho girato la mail al nostro responsabile, Marco Bianchi, con una nota tranquilla: Marco, ti inoltro la richiesta di Laura. Sta lasciando il lavoro ad altri per motivi familiari, e non riesce a gestire tutto durante lorario. Forse bisognerebbe rivedere il suo carico, o passare a part-time. Io oggi sono piena fino al collo e non posso prendere altro senza peggiorare la qualità.
Premere invia mi è costato tanto: mi sentivo un po una spia, temevo di passare per quella cattiva. Ma sinceramente, mi ero stancata di lavorare anche per altri.
La risposta non ha tardato. Marco non aveva idea che Laura lasciasse parte delle sue mansioni a me e pensava che tutto filasse liscio. Il giorno dopo Laura è stata chiamata in ufficio. Non so i dettagli, ma è uscita con un bel colorito rosso, silenziosa come un pesce. Da allora non mi ha più chiesto puoi prendere tu? o finisci tu?
Qualcuno magari dirà: Ma dovresti essere più comprensiva, la maternità è sacra! Senzaltro, ma la gentilezza a danno degli altri si chiama sfruttamento, no? Chi ha davvero bisogno va dal capo, si accorda per smartworking, orari flessibili, ferie, non carica tutto di nascosto sulle spalle dei colleghi.
Non ho fatto nulla per vendetta, ho solo messo dei confini. In azienda funziona così: se non fai notare che il lavoro ti pesa, nessuno si accorge e continueranno a chiedertelo. Da quel giorno Laura si è arrangiata. Ora tra noi cè un rispetto formale, lufficio funziona come prima e ho scoperto che, volendo, Laura ce la fa eccome a gestire tutto senza scaricare nulla su altri.






