Superfluo: Quando il troppo stroppia nella vita quotidiana degli italiani

Liliana, perché non sei a scuola? domandò Giulia appoggiando le pesanti borse allingresso e lasciandosi cadere spossata contro il muro.

Che giornata, quella! Non bastava il caos in ufficio, con il capo che, come sempre, laveva sgridata: ora anche la figlia minore pareva aver combinato qualche altra marachella. Ma che punizione è questa?

Mamma, ho mal di pancia, disse Liliana, rimanendo curva sulluscio della cameretta, le braccia abbandonate.

Giulia si morse le labbra. Era una posizione che sua figlia mostrava troppo spesso ultimamente e le dava sui nervi. Possibile che sia così difficile stare dritte con la schiena? Caterina e Matteo, i più grandi, non avevano mai questi problemi. Certo, Caterina faceva ginnastica artistica, la postura era sempre perfetta, e Matteo, con il nuoto e il karate, aveva una schiena dritta come una tavola. Ma Liliana una mollezza, sempre abbattuta e vaga, e sempre qualche dolore: ora la testa, ora lo stomaco, ora tutti e due insieme. Da quando Giulia laveva rimproverata lultima volta, almeno, Liliana non si era più fatta mandare via da scuola. Perché oggi fosse tornata prima, era un mistero. E a Giulia non andava proprio di approfondire. Oggi era il compleanno di Sandro e bisognava mettersi subito ai fornelli. A sera sarebbero arrivati i parenti: tutto doveva essere pronto.

Si tolse gli stivaletti e si diresse in cucina, già scordandosi della figlia. Liliana rimase ancora un poco nellingresso prima di infilarsi in camera sua. Si rannicchiò sul letto con il vecchio orsetto, Orsacchiotto, consunto dal tempo, stretto al petto.

Liliana sapeva che la mamma aveva troppi pensieri per occuparsi di lei e non voleva seccarla. E poi, a che serviva? Aveva già preso la pastiglia, subito dopo essere tornata, e il dolore che prima sembrava dilaniarla ora era solo un piccolo animaletto sgradevole che si muoveva dentro, graffiando e mordendo quel tanto da farsi sentire ma senza più spaventare.

Orsacchiotto, con il bottone che Liliana aveva cucito al posto dellocchio mancante, sapeva fare la sua magia: la aiutava sempre. Liliana baciò il muso sdrucito del pupazzo e andò al tavolo da studio, che divideva con la sorella. Bisognava sbrigarsi, tra poco sarebbe tornata Caterina dallallenamento e avrebbe dovuto lasciarle il posto, e mettere tutto perfettamente in ordine. Altrimenti, Cat erina avrebbe fatto il diavolo a quattro e la mamma, esasperata, avrebbe esclamato con le dita sulle tempie:

Ma volete farmi morire? Fate voi, litigate fra voi ma lasciatemi in pace!

Naturalmente, nessuno avrebbe fatto pace. Caterina le avrebbe dato un pizzicotto dolorosissimo di nascosto, poi avrebbe sibilato come un cigno indispettito dello stagno dove le portava la nonna in estate:

Questa volta hai proprio esagerato!

Il che significava: Liliana avrebbe serrato i denti nel cuscino e aspettato E la sera, quando la mamma avesse spento la luce, avrebbe cercato di non urlare durante la lezione della sorella che la costringeva nei giorni seguenti a restare seduta sulla panca della palestra, invece di fare ginnastica. Immancabilmente, i compagni di classe la prendevano in giro:

Ravelli, ancora? Ma non stai mai bene? Dovresti curarti, sul serio

La classe di Liliana adorava leducazione fisica e si assentava solo per due motivi: un certificato del dottore o quello di cui tutti sussurravano, ormai non più un tabù in una scuola superiore piena di studenti esperti di biologia come la loro.

Coprendo con cura i lividi lasciati dalla discussione con la sorella, Liliana si immergeva nei libri, sapendo che lunico vero apprezzamento dei suoi poteva arrivare solo dai voti alti. E imparare, a lei, tutto sommato piaceva. Solo la salute a volte la tradiva. Ma aveva imparato da tempo a tacere: che senso aveva lamentarsi? Nessuno avrebbe fatto nulla. La mamma la riteneva una figlia debole e piagnucolosa, il padre la ignorava. Le domande venivano sempre accompagnate dalla solita risposta:

Alla tua età che ti può far male? Mai che si lamenti Caterina o Matteo! Sempre e solo tu.

La piccola Liliana piangeva, ma la Liliana grande no. Si prendeva una pastiglia, così come le aveva insegnato la nonna dopo essere stata con lei dal medico, e andava avanti. A undici anni sapeva già cosa prendere per il mal di testa e cosa per il mal di pancia. A quindici era unesperta, indipendente, da tempo non chiedeva più alla mamma cosa fare.

Avrebbe dovuto mettersi a studiare, ma aveva la testa pesante. Sfogliava distrattamente i quaderni. Mise da parte la tanto amata biologia, lasciandola per ultima, e aprì il quaderno di geometria.

Proprio mentre imparava a memoria il teorema, la porta si spalancò e Caterina la scacciò:

Sei ancora qui? Via dal mio tavolo! Devo studiare per gli esami!

Liliana raccolse in fretta i suoi libri prima che Caterina facesse ordine a modo suo: gettando tutto per terra, penne e matite comprese.

Finito, vado via!

Benissimo! Sparisci! Sta arrivando Stefano, non voglio tra i piedi nessuno!

Allora vado ad aiutare mamma.

Fai come vuoi, a me non interessa! rispose Caterina mentre si specchiava, uscendo poi con una trousse rossa fiammante che tutte in squadra avrebbero invidiato.

La mamma, per la bellezza delle figlie, non badava a spese. Ma per Liliana, quei sogni non esistevano.

Ma che devi truccare, figlia mia! brontolava Giulia, stringendo il mento di Liliana vicino alla finestra, dove la luce metteva in risalto ogni imperfezione. Caterina non ha mai avuto questi brufoli! Io, la pelle, sempre perfetta! E tuo padre pure. Vai a lavarti la faccia! Il trucco? No! E niente ragazzi, hai ancora tempo!

Ma Liliana dei ragazzi non pensava affatto. Le sembrava impossibile piacere a qualcuno: magra, coi brufoli, gli occhiali e senza prospettive di sentirsi dire: Che bella bambina, Giulia! Quella frase era solo per Caterina.

Liliana vedeva ladorazione per sua sorella da parenti e vicini. Delicata, piccina, bella come una bambolina di porcellana, Caterina sorrideva di lato, ascoltando i complimenti. Solo Liliana conosceva davvero la sorella. E invece di arrabbiarsi, la compativa. Ma queste cose non si dicono: sapere a cosa si va incontro. E allora, in silenzio, raccoglieva i suoi libri e ricordava le parole della nonna:

Non è bene ridere dei deboli. Né arrabbiarsi con loro. Se una persona ha il cuore arido, è una disgrazia, figlia mia. Non per gli altri, per lei stessa. Non se ne renderà conto e la vita le passerà accanto. Dove non cè bontà, cresce la cenere. E un giorno, anche troppo tardi, capirà cosa ha perso. Forse non riuscirà a cambiare, ma il rimorso la consumerà fino alla fine

Liliana ascoltava, ricordando che la nonna Galina era lunica a non farla sentire di troppo.

Anche Matteo, col quale Liliana aveva rapporti strani ma almeno non ostili, preferiva far finta che lei non esistesse. Né era diverso con Caterina, almeno fino a che non aveva cominciato a notare le ragazze belle intorno a loro.

Superflua Liliana aveva sentito la parola per la prima volta a cinque anni, quando i genitori, in piena notte, alzavano la voce:

Te lavevo detto, non ci serviva un altro figlio! Ma tu hai deciso così, pure se mia madre ti proponeva alternative. E addirittura si era offerta di sistemare tutto lei!

Sistemerà Lei ha sempre pensato a sé. E se mi fosse successo qualcosa? Mia madre è anziana e non ce lavrebbe fatta, la tua non affidabile neanche per un gatto. Figuriamoci per i bimbi!

Mia madre ha cresciuto me senza danni! Solo che non voleva un altro inutile membro in famiglia. Due figli, maschio e femmina, non bastavano?

Per me sì, ma sei tu che hai voluto tornare giovani e fare campeggio selvaggio! Ed ecco la sorpresa! E ora che facciamo con questa figlia in più?

Nulla il padre si aggirava pesantemente, e Liliana si rintanava sotto le coperte. Allora stavano ancora nella piccola casa della nonna, il lettino di Liliana in camera dei genitori, ché in cameretta non cera spazio. Tu hai ragione È stupido litigare ormai.

Dopo ancora qualche parola a bassa voce, spensero la lampada coperta dal foulard di seta della mamma e Liliana restò a pensare. Se proprio era di troppo, magari sarebbe stato meglio andarsene. Così nessuno avrebbe avuto da lamentarsi.

Non si pose il problema di dove andare: esisteva una sola persona che la amava davvero, la nonna Giulia, la mamma della madre.

Pur abitando lontano, Liliana ricordava il viaggio in treno, quindi bisognava capire come arrivare in stazione. La domenica, senza scuola, si alzò presto, prese la piccola borsa pronta dalla sera prima con il suo libro preferito, i calzettoni nuovi coi pon pon e i suoi stivaletti di gomma, che Orsacchiotto scrutò con aria interrogativa dalla mensola:

Non guardarmi così! Fuori cè fango, in campagna dalla nonna è ancora peggio. È autunno! È tutto calcolato. Basta che nessuno si accorga di nulla.

Liliana quasi arrivò alla fermata del tram quando la bloccò la vicina, zia Silvia.

Dove vai, Lilianina? E tua madre?

È a casa.

Ah, allora sei con tuo padre?

No, da sola.

Da sola? Ma dove vuoi andare?

Dalla nonna!

Da sola? Perché?

Perché tanto qui sono una di troppo. Dalla nonna non è così. Arrivederci.

Zia Silvia la seguì e la raggiunse.

Liliana, ma come speri di arrivarci?

In treno!

Tesoro mio, senza documenti non ti fanno salire.

Perché?

Ci vuole il passaporto di mamma o papà, e il tuo certificato di nascita. Serve per prendere il biglietto.

Come per lautobus?

Solo che lì i documenti non servono, qui sì. Li hai portati?

Liliana scosse la testa.

No

Allora li prendiamo. Vieni a casa con me, poi riparti.

Liliana prese la mano della vicina e rassicurò Orsacchiotto:

Torniamo solo un attimo, poi partiamo, promesso.

I genitori scoprirono tutto solo grazie alla chiamata della vicina che si presentò a casa, Liliana per mano. Giulia, che stava facendo le crespelle, spense il fornello con stizza.

Chi sarà mai a questora!

Nel vedere Silvia e Liliana sulluscio, chiamò a gran voce il marito:

Sandro! Vieni subito!

Dopo le spiegazioni sbrigative, Liliana si rintanò nella cameretta tenendo Orsacchiotto strettissimo. La sorella la accoglieva sbadigliando:

Che hai combinato stavolta?

Quella domenica, Liliana la passò allangolo. Il padre laveva messa lì, severissimo: Non ti muovere, finché non ti dico io. Caterina, dopo averla derisa, la prese in giro a lungo. Poi le portò Orsacchiotto:

Tieni, smettila di piagnucolare! Papà si arrabbia, ma poi gli passa. Bisognava ragionare un po di più!

Frase che Liliana sentiva sin da piccola. E se la prendeva con la sua testa, che pareva non ragionare mai come si deve.

La nonna ne rideva e diceva:

Liliana, non tutti vivono di testa. Cè chi vive di cuore. Non è sempre il meglio, ma se ti ha fatti così Dio

Perché non il meglio? domandava Liliana ogni volta.

Perché il cuore può essere buono e tenero ma anche duro, invidioso. La testa serve a tenerlo a bada. A valutare le conseguenze.

E il mio, comè?

Il tuo? Doro, cara mia. E per questo temo per te.

Perché?

Non vorrei ti facciano male.

Liliana queste parole non le ha scordate, e ogni volta che capitava qualcosa, le tornavano in mente e le facevano sentire meno sbagliata.

Dopo il tentativo di fuga, Liliana smise di voler cambiare le cose. Caterina e Matteo le avevano spiegato che fino ai diciottanni i figli appartengono ai genitori, punto. Bisogna solo aspettare. Così Liliana cominciò a prepararsi alla maggiore età. Scelse la sua strada e decise che era il momento di insistere.

Veterinaria? Tu? Ma dai!

Perché no, mamma?

Perché non è una professione seria! Segui lesempio di Caterina, lei fa economia. Avrà soldi e carriera! E tu?

Mamma, ti prego, lascia decidere a me.

Fa pure. Una croce così non lho mai avuta! Mai che tu ascolti!

Liliana ascoltò zitta lennesimo monologo materno sul tema figli deludenti, ma in cuor suo era felice: il piano stava funzionando. Nessun ripetitore, nessun aiuto: sola con i suoi libri.

Se ragionavi come Caterina o Matteo, ti avremmo aiutato. Ma così? Arrangiati, Liliana. Scelta tua.

Il classico campanello in corridoio la interruppe: arrivavano gli ospiti. Bisognava stare al tavolo almeno mezzora per fare la comparsa.

Liliana! Ma guarda quanto sei magra! Non ti danno mica da mangiare qui? E poi quelle occhiaie! Giulia, dovresti portarla da un medico! Non mi piace.

Nonna Irene, sempre così elegante, sfilava i guanti rimproverando la nuora:

E Caterina? Non è a casa? Volevo proprio vederla! Le ho telefonato tre volte settimana scorsa e mai che rispondesse! E Matteo ha la sua vita, fa niente. Ma da chi devo aspettarmi aiuto, allora?

Nonna, martedì posso venire io ad aiutarti, intervenne Liliana vedendo la madre scurirsi.

Non serve! Voglio Caterina!

E io non ce la faccio, fece Caterina entrando, radiosa. Appena posso vengo.

Linsoddisfazione della nonna svanì nel momento in cui Caterina ricevette il fidanzato, presentandolo in pompa magna.

Liliana sgusciò verso la cucina, sollevata dal non essere al centro dellattenzione. Ascoltava in silenzio le lodi per la sorella, i commenti su di lei e sulla stranezza della sua scelta professionale. Ormai era abituata: non le interessava più, nessuno voleva davvero sapere cosa pensava.

Caterina prese da lei il vassoio del pesce e cambiò discorso:

Dovreste vedere che fedi stiamo scegliendo! È un sogno!

Liliana ringraziò silenziosa la sorella e si accertò che tutto fosse a posto. Poi si ritirò in camera, soffocando il dolore con una seconda pastiglia. Si assopì, ormai abituata a che nessuno si preoccupasse per lei. Nemmeno si accorse di quando gli ospiti se ne andarono, Caterina tornò e rimise ordine.

Liliana dormiva.

E la mattina seguente scoprì che la stanza era finalmente tutta sua: Caterina andava a vivere dal fidanzato. Era quasi felice.

Le tue cose non le tocco, aiutava la sorella a fare le valigie.

Meglio! Caterina, poi, scavando nella trousse, tirò fuori dei cosmetici nuovi e li lasciò sul tavolo. Tieni! Impara a usarli! Sei grande ormai, fatti vedere almeno presentabile.

Liliana avrebbe voluto ribattere che era già grande da tempo, ma si limitò a sussurrare:

Grazie.

Gli anni seguenti passarono come Liliana aveva immaginato: solo studio, nientaltro.

Caterina, madre di due figli a poca distanza uno dallaltro, concentrò su di sé lattenzione familiare. Liliana, invece, trovò la pace e la libertà per seguire i suoi progetti.

Quando annunciò di aver preso la laurea e che intendeva andare a vivere in campagna, i genitori non si scomposero troppo.

In paese? Liliana, sei sempre stata fuori dagli schemi! Va, ma ricordati che quando tornerai, dovrai fare i salti mortali per convincerci di essere normale!

Liliana non ci pensava più. Fece le valigie, salutò i nipotini che la amavano teneramente, e se ne andò dalla nonna Giulia.

Qui la aspettavano. Qui non era più superflua.

La nonna la accolse a braccia aperte, anche se, da brava cittadina, si disperò del salto della nipote verso la vita di campagna:

Liliana! Ma andrà tutto bene? Sei nata in città, qui è tutto diverso.

Nonna, tu non mi mandi via, vero?

Ma che dici!

Allora lasciami decidere, per favore. Qui sto bene questo vuol dire che il mio posto è qui.

Liliana si ambientò in fretta. Il paese era grande, lavoro ce nera per tutti, in breve divenne la veterinaria più richiesta della zona. Amava gli animali e sapeva conquistare anche i padroni più coriacei.

Hai proprio una brava nipote, Giulia. È brava ragazza. È già promessa?

Liliana rideva, almeno finché nella sua vita non entrò Vittorio. Lui aveva dieci anni più di lei, una fattoria grande e un figlio piccolo da crescere dopo la morte improvvisa della moglie, rimasto solo con laiuto di una zia anziana.

Sposarti? Sei sicura? domandò Giulia, scambiando uno sguardo tecnico col marito. Un vedovo? E con un bambino? Non sarebbe meglio qualcuno giovane e senza pensieri così? Ma perché capita tutto a te! Perché non sei come i tuoi fratelli, che hanno sempre scelto la strada giusta?

La cucina profumava di valeriana, ma Liliana sapeva che quelle erano solo storie. E Caterina, che ormai si era avvicinata a lei, non era affatto felice nel suo matrimonio, né Matteo aveva tanto da fare scuola ad altri. Ma era inutile discutere coi genitori.

Il cuore sapeva dove andare.

Il vecchio autobus, a ogni buca, sbuffava felice e la portava verso casa.

Signorina Liliana, arrivederci!

Grazie, Valentino! Mi ha lasciata proprio al cancello, grazie!

Perché chi vale deve essere rispettato. Ho sentito che ti sposi con Vittorio, confermi?

Confermo.

Hai fatto bene! È una brava persona e il figlio è a modo. Sarà una vera famiglia!

Vera? Che significa, Valentino?

Significa, Liliana, che lì ti rispettano. Lì ti aspettano, hai il tuo posto. Cè pace.

Dove ci si vuole bene, insomma?

Sì ma noi, qui, diciamo che ci si vuole bene sul serio. Che nessuno resta solo con i suoi problemi, che ci si aiuta. E la felicità di uno è buona per tutti, più della propria. Ecco il segreto.

Semplice e complicato allo stesso tempo, disse Liliana inchinandosi grata. Grazie!

Per cosa?

Per linsegnamento! Nelle scuole ti insegnano di tutto, ma queste cose solo la vita.

Allora ti aspetto al matrimonio, eh? Verrai con la signora?

Certo! È più saggia di me!

Parlatene! Liliana fece un cenno alla nonna che laspettava sulla soglia. Ora avrei tanto da raccontare anchio

Due anni dopo, Giulia camminava nel luminoso soggiorno della casa di Liliana. Passava dalla cameretta della nonna, portata lì dopo lictus, e spingeva la carrozzina della neonata con aria perplessa.

Liliana! Quel vecchio orsetto è ormai irriconoscibile! Perché lasciarlo con la bambina?

Liliana, sistemando Orsacchiotto accanto alla figlia, sorrideva:

Vecchio sì, ma magico. Non ci credi, mamma? Con lui si addormenta subito senza piangere.

Strano ma da te non mi stupisco. Sei sempre stata diversa. Ma come madre

Mamma

Cosa?

Ero proprio così. Diversa, timida, insicura. Di troppo

Liliana lanciò unocchiata significativa alla madre. Giulia arrossì e abbassò lo sguardo.

Ora sono unaltra persona. Capisci? disse Liliana orgogliosa, accarezzando la sua bimba.

Un bambino vivace di cinque anni corse dentro dalla cucina, saltellando con un pasticcino tra le dita, aggrappandosi alle ginocchia della madre:

Mamma! Posso prendere unaltra caramella?

Prendi la ciotola e offrila anche agli altri, ma prima chiedi alla zia Caterina se si può, prima di pranzo. Mi raccomando!

Giulia scosse la testa mentre Liliana sorrideva serena.

Alla fine, aveva ragione Valentino: bisogna volere bene, davvero, alla famiglia che ci è data. Non si possono cambiare i parenti, ma loro possono cambiare un po da soli. Basta lamore. Anche un piccolo cambiamento, quando si ama, vale più di un mondo intero.

Mamma, mi tieni lei? Devo controllare loca in fornoGiulia prese in braccio la nipotina, sorpresa di quanto fosse leggera e tranquilla tra le sue mani. La guardò negli occhi, profondi dello stesso nocciola di sua figlia, e si sentì attraversare da un calore che non sapeva più nominare.

Liliana, intanto, accarezzò la testa del figlio maggiore e aggiustò la vestina della neonata. Dalla cucina arrivava il rumore dellacqua corrente e le risate soffuse di Caterina, finalmente serena, che aiutava a preparare il pranzo coi bambini.

Fuori, la campagna si stendeva verde e dorata sotto il sole. Da qualche parte, un cane abbaiava e il gallo del vicino salutava il mattino.

Per la prima volta, Giulia percepì che tutto aveva finalmente trovato un posto: le voci, le mani, le assenze e le carezze. Anche lei, improvvisamente, si sentiva più accolta.

Liliana la osservò e, con un sorriso colmo di certezza e dolcezza, bisbigliò:
È qui, mamma, che si guariscono i cuori. Uno per volta.

La vecchia nonna nella sua poltrona approvò con un piccolo cenno, e il vecchio Orsacchiotto cadde placido tra le braccia della nipotina.

Accadde un istante di sospensione, come se la casa respirasse profondamente e sospirasse fuori tutto il passato.

E in quellattimo, Liliana capì che la sua vita, così diversa e fragile, era diventata radice forte. Non superflua, non di troppo: necessaria. Proprio come il sole dopo la notte, o una storia raccontata piano, da mani che sanno ancora stringere e perdonare.

Tutto il resto, da quel giorno, fu solo vita nuova.

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ASSOMIGLIA A TUA MADRE SCOMPARSA” – DISSE LA FIDANZATA DEL MILIONARIO: E LUI RIMASE IMPIETRITO